dissidenti degli altri uomini e non si turba mai alla idea che il puro
caso ha deciso quale di questi mondi numerosi dovesse possedere la sua
fiducia, e che le stesse cause che fanno di lui un cristiano a Londra
ne avrebbero fatto un buddista a Pekino. Tuttavia la cosa in sè è tanto
evidente, che tutti gli argomenti la potrebbero provare. I secoli non
sono più infallibili degli individui: ciascun secolo ha professato
molte opinioni che i secoli seguenti hanno ritenuto non solamente
false, ma assurde; ed è ugualmente certo che molte opinioni oggi da
tutti professate saranno abbandonate dai secoli venturi, come molte
opinioni in altri tempi comuni sono abbandonate dal secolo presente.
L'obbiezione che probabilmente si farà a questo argomento potrebbe
forse prendere la forma seguente. Non c'è una pretesa più grande
d'infallibilità nell'ostacolo posto alla propagazione dell'errore che
in qualunque altro atto dell'autorità. Il giudizio è dato all'umanità,
perchè essa ne faccia uso; perchè se ne può fare un uso cattivo,
bisogna dire agli uomini ch'essi non se ne dovrebbero servire del
tutto? Nel proibire quel ch'essi credono dannoso essi non pretendono
d'essere esenti d'errore, essi non fanno che adempire il dovere, per
essi imprescindibile (sebbene siano fallibili) di agire secondo la loro
convinzione coscienziosa. Se poi non dovessimo mai agire secondo le
nostre opinioni, perchè le nostre opinioni possono essere false, noi
trascureremmo di curare tutti i nostri interessi, di compiere tutti
i nostri doveri; un'obbiezione applicabile a qualunque condotta in
generale, non può essere un'obbiezione forte contro una data condotta
in particolare. Dovere dei governi e degli individui è di formarsi
le opinioni più vicine al vero che sia possibile, di formarsele
accuratamente, di non imporle agli altri senza essere perfettamente
sicuri di aver ragione. Ma quando essi ne sono sicuri (così parlano
i nostri avversari) non sarebbe coscienziosità ma poltroneria il non
agire secondo la propria opinione e lasciar propagarsi liberamente
delle dottrine che in coscienza si trovano pericolose al benessere
della umanità, sia in questa, sia nella vita futura; e tutto questo
perchè altri popoli, in tempi meno illuminati, hanno perseguitato delle
opinioni che oggidì si credono vere.
I nostri avversari aggiungono: ci si dirà, guardiamoci dal cadere nello
stesso errore. Ma i governi e le nazioni hanno commesso degli errori
a proposito di altre cose sulle quali si ritiene che possa senza alcun
inconveniente essere esercitata l'autorità pubblica; essi hanno levato
delle imposte cattive, hanno fatto delle guerre ingiuste. E noi dovremo
per questo non levar più alcuna imposta e non far più delle guerre,
non ostante qualunque provocazione? Gli uomini e i governi debbono
agire meglio che possono; la certezza assoluta non c'è, ma ce n'è a
sufficienza pei bisogni della vita; e noi possiamo e dobbiamo affermare
che la nostra opinione è vera per la direzione della nostra condotta e
non affermiamo nulla di più coll'impedire che si pervertisca la società
colla propagazione di opinioni che noi riteniamo false e perniciose.
Io rispondo che così si afferma ben di più. C'è una grandissima
differenza tra il presumere che una opinione sia vera, perchè,
con tutti i mezzi d'esser confutata, essa non ha potuto esserlo,
e l'affermare la sua verità allo scopo di non permetterne la
confutazione. La libertà completa di contraddire e di disapprovare la
nostra opinione è la condizione appunto che ci permette di affermare
la sua verità da un punto di vista pratico; — un essere umano non può
avere in altro modo l'assicurazione razionale di esser nel vero.
Quando noi consideriamo, vuoi la storia dell'opinione, vuoi la condotta
ordinaria della vita umana, a che si può attribuire se l'una e l'altra
non sono peggiori di quel che sono? Non certamente alla forza inerente
all'intelligenza umana, poichè su qualunque soggetto che non sia per
sè stesso evidente, una sola persona su cento sarà capace di giudicare.
Ancora: la capacità di questa unica persona non è che relativa; poichè
la maggioranza degli uomini eminenti di ciascuna generazione passata ha
sostenuto molte opinioni oggidì ritenute erronee, e fatte od approvate
molte cose che nessuno oggidì giustificherebbe.
Come avviene dunque che, dopo tutto, nella specie umana, c'è
una preponderanza di opinioni e di condotta razionali? Se questa
preponderanza esiste davvero — ed è quanto dev'essere, a meno che
gli affari umani non siano e non siano stati sempre in uno stato
quasi disperato — essa è dovuta ad una qualità dello spirito umano,
la sorgente di tutto quanto vi ha di rispettabile nell'uomo, sia
come essere intellettuale, sia come essere morale: la possibilità
di correggere i proprî errori. L'uomo è capace di correggere i suoi
sbagli con la discussione e l'esperienza. E non con la sola esperienza:
occorre la discussione per vedere come quella si deva interpretare.
Le opinioni ed i costumi falsi cedono gradualmente davanti al fatto
e all'argomento; ma perchè i fatti e gli argomenti producano qualche
impressione sullo spirito, è necessario che gli vengano presentati.
Pochissimi fatti possono dire la loro storia essi stessi, senza
commenti che ne spieghino il significato. Poichè dunque tutta la forza
e tutto il valore del giudizio dell'uomo poggiano su questa proprietà
ch'egli possiede, di poter essere corretto quando è fuor di strada, non
è permesso di porre in esso qualche fiducia se non quando si hanno ben
sotto mano i mezzi di raddrizzarlo.
Come ha fatto un uomo il cui giudizio merita realmente fiducia? Egli
ha posto attenzione a tutte le critiche sulla sua opinione e sulla
sua condotta, ha avuto per abitudine d'ascoltare tutto quello che si
poteva dire contro di lui, di trarne profitto in quanto era giusto,
e d'esporre a sè stesso ed agli altri, all'occasione, la falsità di
ciò che non era se non un sofisma; egli ha compreso che il solo mezzo
col quale un essere umano possa giungere alfine a conoscere a fondo un
soggetto è quello di ascoltare ciò che ne possono dire delle persone
di tutte le opinioni, e di studiare tutti i modi onde esso può esser
lumeggiato dalle diverse intelligenze. Mai alcun saggio acquistò
diversamente la sua saggezza, e non è nella natura dell'intelligenza
umana il divenir saggio in altro modo. La costante abitudine di
correggere e di completare la propria opinione, paragonandola con
quella degli altri, lungi dal cagionare dubbio ed esitazione nel
metterla in pratica, è il solo fondamento stabile di una giusta fiducia
in questa opinione.
In realtà, poichè l'uomo saggio conosce tutto quello che, secondo
probabilità, si può dire contro di lui, ed ha assicurato la sua
posizione contro qualunque avversario, sapendo che, lungi dall'evitare
le obbiezioni e le difficoltà, egli è andato a cercarle e non ha
rinunciato ad alcun modo di lumeggiare il soggetto, quest'uomo ha
diritto di pensare che il suo giudizio val meglio che quello di non
importa qual persona o quale moltitudine, la quale non abbia usati gli
stessi mezzi.
Non è un pretendere troppo l'imporre al pubblico, a quest'accolta
variopinta di pochi saggi e di molti sciocchi, le stesse condizioni
che gli uomini più sapienti, quelli che hanno più ragione di fidarsi
del loro giudizio, considerano garanzie necessarie alla loro fiducia
in loro stessi. La più intollerante delle chiese, la chiesa romana
cattolica, anche quando trattasi della canonizzazione di un santo,
ammette ed ascolta pazientemente un _avvocato del diavolo_; sembra
che i più santi fra gli uomini non possano essere ammessi ai postumi
onori se non quando sia noto e ben ponderato quanto il diavolo può dire
contro di essi.
Se non fosse stato permesso di porre in dubbio la filosofia di Newton,
la specie umana non potrebbe con tutta certezza tenerla per vera. Le
credenze per le quali noi abbiamo le maggiori garanzie non poggiano
se non su di una protezione: l'invito costante al mondo intiero di
dimostrare la loro falsità. Se la sfida non è accettata, o se essa
è accettata e la prova non riesce, noi siamo ancora abbastanza lungi
dalla certezza, ma abbiamo fatto tutto quello che lo stato presente
della ragione umana ci permette di fare; noi non abbiamo trascurato
nulla di ciò che poteva fornirci un mezzo di raggiungere la verità.
E, restando il campo sempre aperto, noi possiamo sperare che, se
esiste una verità migliore, la si troverà quando lo spirito umano sarà
capace di accoglierla; e, nell'attesa, possiamo esser certi di esserci
avvicinati alla verità di quanto era possibile nel tempo nostro. Ecco
tutta la certezza a cui possa arrivare un essere fallibile, ed ecco la
sola strada per arrivarci.
È strano che gli uomini riconoscano il valore degli argomenti in favore
della libera discussione, ma che non vogliano saperne di portar questi
argomenti alle ultime conseguenze, non vedendo che, se queste ragioni
non servono anche per un caso estremo, esse non hanno alcun valore.
Altra cosa bizzarra: essi non credono di darsi l'aria d'infallibili,
quando riconoscono che la discussione deve essere libera su tutti i
soggetti i quali possano essere _dubbiosi_, e pensano, nello stesso
tempo, che al di sopra della discussione si dovrebbe porre una
dottrina, un punto particolare, perchè esso è così _certo_... che è
quanto dire _perchè essi sono così certi_ che è certo! Tenere una cosa
per certa, finchè esiste un essere umano pronto a negarne la certezza,
se lo potesse, ma a cui lo si impedisce, è affermare che noi, e quelli
che seguono la nostra opinione, siamo i giudici della certezza, e
giudichiamo senza sentir tutte e due le campane
Nel nostro secolo, che si è rappresentato come privo di fede ma come
pauroso dello scetticismo, poichè gli uomini si sentono assicurati non
tanto dalla verità delle loro opinioni quanto dalla loro necessità, i
diritti di un'opinione ad esser protetta contro un pubblico assalto
riposano sulla sua importanza per la società, piuttosto che sulla
sua verità. Vi sono — si va dicendo — certe credenze così utili,
per non dire indispensabili al benessere, che i governi hanno dovere
di proteggerle quanto di proteggere qualunque altro degli interessi
della società. In un caso di necessità così assoluta, che fa parte
così evidente del loro dovere, si sostiene che anche qualcosa di meno
dell'infallibilità può permettere ai governi ed anche obbligarli ad
agire secondo la loro opinione, confermata dall'opinione generale
della umanità. Si dice pure spesso, e anche più spesso si pensa
questo: nessuno, salvo un uomo vizioso, vorrebbe indebolire tali
salutari credenze, e nulla ci può essere di male a raffrenare degli
uomini viziosi ed a proibire ciò ch'essi soli vorrebbero fare. Questo
modo di pensare fa, della giustificazione delle restrizioni che alla
discussione s'impongono, una questione non di verità, ma di utilità,
e si lusinga di sottrarsi in questo modo alla responsabilità della
pretesa d'essere infallibile. Ma quelli che si contentano di così poco
non si accorgono che la pretesa all'infallibilità è semplicemente
spostata da un punto ad un altro. L'utilità stessa di una opinione
è affare di opinione; essa si presta alla discussione, e la richiede
altrettanto che l'opinione stessa.
C'è lo stesso bisogno di un giudice infallibile di opinioni per
decidere che una opinione è dannosa, come per decidere ch'essa è falsa,
quando l'opinione condannata non abbia tutta la facilità di difendersi.
Ed è inutile dire che si può permettere ad un eretico di sostenere
l'utilità o l'innocenza della sua opinione, sebbene gli s'impedisca
di sostenerne la verità: la verità d'una opinione fa parte della
sua utilità: quando noi vogliamo sapere se sia o no desiderabile che
un'opinione sia creduta, è mai possibile d'escludere la considerazione
della sua verità o della sua falsità?
Nell'opinione, non degli uomini viziosi, ma dei migliori, nessuna
credenza contraria alla verità può essere realmente utile; e potete voi
impedire a costoro di fare una tale apologia, quando siano perseguitati
per aver negato qualche dottrina che loro si dice esser utile, ma
ch'essi credono falsa? Quelli che seguono le opinioni già ammesse non
trascurano mai di trarre tutto il profitto possibile da questa scusa;
voi non li trovate mai a trattare la questione dell'utilità, come se
la si potesse separare completamente dalla questione della verità.
Al contrario, è sopratutto perchè la loro dottrina è la _verità_,
che è indispensabile di conoscerla o di crederci. Non vi può essere
discussione leale sulla questione di utilità, quando una soltanto delle
parti può far uso di un argomento così vitale. E in linea di fatto,
quando la legge o il sentimento pubblico non permettono di discutere la
verità d'un'opinione, mostrano la stessa tolleranza verso chi negasse
la sua utilità: tutto quello che essi permettono è un'attenuazione
della sua necessità assoluta o del delitto positivo di negarla.
Per mostrare più chiaramente quanto male si faccia col rifiutar
d'ascoltare delle opinioni perchè noi le abbiamo condannate in
anticipazione nel nostro proprio giudizio, sarebbe desiderabile
stabilire la discussione su di un caso determinato. Io scelgo di
preferenza i casi che mi sono meno favorevoli, quelli nei quali
l'argomento contro la libertà di opinione, e dal punto di vista della
verità, e dal punto di vista della utilità, è considerato come il più
forte.
Poniamo che le opinioni combattute, siano la credenza in Dio o in
una vita futura o non importa qual altra fra le dottrine di morale
generalmente accettate. Dar battaglia su questo terreno è come offrire
un gran vantaggio a un avversario di mala fede, poichè esso dirà
sicuramente (e con lui molte persone che non desiderano punto d'essere
in mala fede): Queste sono dunque dottrine che voi non ritenete
abbastanza certe per esser poste sotto la protezione della legge? La
credenza in Dio è una di quelle opinioni di cui non si può sentirsi
sicuro, senza pretendere all'infallibilità?
Ma io domando che mi si permetta di notare come il sentirsi certo di
una dottrina, qualunque essa sia, non è ciò che io dico «pretendere
all'infallibilità». Io, con questo, intendo il mettersi a decidere una
tale questione anche per conto degli altri, senza permetter loro di
sentire ciò che si può obiettare dall'altro canto. Io non denuncio e
non biasimo meno questa pretesa, se essa si fa innanzi per sostenere le
mie più solenni convinzioni. Un uomo ha un bell'essere positivamente
convinto, non soltanto della falsità, ma anche delle conseguenze
perniciose, non soltanto delle conseguenze perniciose, ma anche (per
adoperar delle espressioni che io pienamente condanno) dell'immoralità
e della empietà di un'opinione; se nondimeno, in conseguenza di questo
giudizio personale (ed anche quando sia pure sostenuto dal giudizio
pubblico del suo paese o dei suoi contemporanei), egli impedisca a
questa opinione di parlare in propria difesa, egli afferma la propria
infallibilità. E questa affermazione è ben lungi dall'essere meno
pericolosa o meno biasimevole perchè l'opinione è detta immorale od
empia; al contrario, questo è il caso più fatale di tutti.
Queste sono precisamente le occasioni in cui gli uomini commettono
quegli spaventevoli errori che eccitano la stupefazione e l'orrore
della posterità. Noi ne troviamo degli esempî memorabili nella storia,
quando vediamo il braccio della legge occupato a distruggere gli uomini
migliori e le più nobili dottrine: — e questo, pur troppo con grande
successo quanto agli uomini; quanto alle dottrine, parecchie hanno
sopravvissuto, per essere proprio (quasi per derisione) invocate in
difesa di una simile condotta verso di quelli che non le accettavano, o
che ne rifiutavano la interpretazione comune.
Non si può ricordare abbastanza sovente alla specie umana che vi è
stato un uomo, il quale si chiamò Socrate, e che vi fu un memorabile
conflitto tra quest'uomo da una parte e le autorità legali e l'opinione
pubblica dall'altra. Egli era nato in un secolo e in un paese ricchi
di grandezze individuali; la sua memoria ci è stata trasmessa da quelli
che conoscono meglio lui e l'età che fu sua, come la memoria dell'uomo
più virtuoso del suo tempo. Noi lo conosciamo al tempo istesso come
il caposcuola e il prototipo di tutti quei grandi maestri di virtù
che vennero dopo di lui, attraverso la sorgente e dell'inspirazione
di Platone e del giudizioso utilitarismo di Aristotele, «i maestri di
color che sanno», i due creatori di qualunque filosofia, etica e non
etica. Questo maestro riconosciuto da tutti i pensatori eminenti a
lui posteriori; quest'uomo la cui gloria sempre crescente da più che
duemila anni supera quella di tutti gli altri nomi che resero illustre
la sua città natale, fu mandato a morte dai suoi concittadini, dopo
una condanna legale, come colpevole d'empietà e d'immoralità. Empietà,
perchè negava gli dei riconosciuti dallo Stato; a vero dire il suo
accusatore affermava ch'egli non credeva in alcuno (vedi l'_Apologia_).
Immoralità, perchè corrompeva la gioventù con le sue dottrine e
coi suoi insegnamenti. Si hanno tutte le ragioni per credere che il
tribunale lo abbia trovato, in coscienza, colpevole di questi delitti;
ed esso condannò ad esser mandato a morte come un volgare malfattore
l'uomo che fra i suoi contemporanei era probabilmente il più benemerito
verso la specie umana.
Passiamo all'altro, unico esempio d'iniquità giudiziaria per ricordare
il quale, dopo la morte di Socrate, non si deva scendere un gradino
più basso. Noi alludiamo all'avvenimento che si compì sul Calvario,
più che diciotto secoli or sono. L'uomo che lasciò in tutti quelli
che l'avevano veduto e sentito una tale impressione della sua
grandezza morale, che diciotto secoli hanno reso omaggio a lui come
all'Onnipotente, fu condannato a morte ignominiosa. Perchè? Come
bestemmiatore. Non soltanto gli uomini non riconobbero punto il loro
benefattore, ma lo presero pel contrario esatto di quello ch'egli era,
e lo trattarono come un prodigio d'empietà. Ed ora son ritenuti essi
come tali, a cagione del modo con cui lo trattarono. I sentimenti
che animano oggi la specie umana a proposito di questi dolorosi
avvenimenti, la rendono estremamente ingiusta nel loro giudizio sugli
sciagurati attori.
Questi, secondo ogni apparenza, non erano peggiori della generalità
degli uomini: erano all'incontro uomini che possedevano in modo
completo, più che completo forse, i sentimenti religiosi, morali e
patriotici del loro tempo e del loro paese; di quegli uomini insomma
che sono fatti in ogni tempo, compreso il nostro, per traversar la
vita rispettati e senza macchia. Quando il gran sacerdote si stracciò
gli abiti sentendo pronunciar le parole che, secondo le idee del suo
paese, costituivano il più nero dei delitti, la sua indignazione e il
suo orrore erano probabilmente così sinceri, come oggi i sentimenti
morali e religiosi professati dalla generalità delle persone pie e
rispettabili. E molti di quelli che ora fremono della sua condotta,
avrebbero agito esattamente allo stesso modo, se avessero vissuto
in quell'epoca, e fossero stati ebrei. I cristiani ortodossi che son
tentati a credere uomini assai peggiori di loro quelli che lapidarono
i primi martiri, dovrebbero ricordarsi che san Paolo fu tra questi
persecutori.
Aggiungiamo ancora un esempio: quello che colpisce più di tutti, se
è vero che l'errore fa tanto maggiore impressione quanto più grande
è la saggezza e la virtù di chi lo commette. Se mai un monarca ebbe
ragione di credersi migliore e più illuminalo di chiunque fra i suoi
contemporanei, fu l'imperatore Marco Aurelio. Padrone assoluto di tutto
il mondo civile, egli dimostrò per tutta la vita non solo la più pura
giustizia, ma anche ciò che meno si sarebbe atteso dalla sua educazione
stoica — il cuore più tenero.
I pochi errori che gli si attribuiscono vengono tutti dalla sua
indulgenza, mentre i suoi scritti, le più elevate produzioni morali
dell'antichità, differiscono appena, se pure ne differiscono, dai più
caratteristici insegnamenti di Cristo. Quest'uomo, miglior cristiano in
tutto, tranne che nel senso dogmatico della parola, della maggior parte
dei sovrani ostensibilmente cristiani che regnarono poi, perseguitò il
cristianesimo. Padrone di tutte le precedenti conquiste dell'umanità,
dotato d'una intelligenza aperta e libera e d'un carattere che lo
portava a compenetrare nei suoi scritti morali l'ideale cristiano,
egli tuttavia non vide che il cristianesimo, coi doveri di cui era così
profondamente penetrato, era un bene e non un male pel mondo.
Egli sapeva che la società d'allora era in uno stato deplorevole. Ma
per deplorevole che fosse, egli vedeva o credeva di vedere ch'essa non
si poteva con sicurezza salvare da uno stato anche peggiore, se non
colla fede e col rispetto per gli dei tradizionali. Come sovrano egli
si credeva in dovere di non lasciare che la società si dissolvesse e
non vedeva come, se si toglievano i legami esistenti, se ne sarebbero
potuti formare degli altri capaci di rattenerla. La nuova religione
mirava apertamente a spezzar questi legami; dunque, a meno che non
fosse suo dovere di adottar questa religione, sembrava che fosse suo
dovere di distruggerla. Dal momento che la teologia del cristianesimo
non gli sembrava vera nè d'origine divina, dal momento che egli
non poteva credere a questa strana istoria d'un Dio crocifisso,
nè prevedere che un sistema riposante su d'una simile base avesse
l'influenza rinnovatrice che si sa, il più dolce e il più amabile dei
filosofi e dei sovrani, guidato da un solenne sentimento del dovere, fu
costretto a permettere la persecuzione del Cristianesimo.
A mio vedere, è questo uno dei fatti più tragici della storia. È triste
di pensare come avrebbe potuto esser diverso il nostro cristianesimo,
se la fede cristiana fosse stata adottata come religione dell'Impero
da Marco Aurelio invece che da Costantino. Ma sarebbe ingiustizia
e falsità ad un tempo il negare che Marco Aurelio, per punire come
fece la propaganda cristiana, abbia avuto dalla sua tutte le scuse
che si possono addurre per punire le dottrine anticristiane. Un
cristiano crede fermamente che l'ateismo sia un errore e un principio
di dissoluzione sociale; ma Marco Aurelio pensava lo stesso del
Cristianesimo: egli, che di tutti i viventi allora si sarebbe potuto
credere il più capace di apprezzarlo. Dunque, ogni avversario della
libertà di discussione si astenga dall'affermare, ad un tempo,
l'infallibilità propria e quella della moltitudine, come fece con sì
miseri risultati il grande Antonino, se non si lusinga d'essere più
saggio e più buono di Marco Aurelio, più profondamente versato nella
sapienza del proprio tempo, d'uno spirito che meglio di quello si elevi
sull'ambiente, di maggior buona fede nella ricerca della verità o di
più sincero attaccamento alla verità una volta trovata.
Riconoscendo l'impossibilità di difendere le persecuzioni religiose
con argomenti che non bastano a giustificare un Marco Aurelio, i nemici
della libertà religiosa accettano talvolta, quando sono messi proprio
alle strette, questa conseguenza; e dicono col dottor Johnson che i
persecutori del cristianesimo erano nel vero, che la persecuzione è
una prova cui la verità deve attraversare e attraversa e sempre con
successo, dappoichè, alla fin dei conti, le penalità legali sono senza
forza contro la verità, sebbene siano talvolta utili contro errori
dannosi. Questa forma dell'argomento in favore dell'intolleranza
religiosa è notevole abbastanza perchè ci si trattenga un momento.
Una teoria la quale sostiene che è lecito perseguitare la verità,
perchè la persecuzione non le fa danno, non si può accusare d'essere
_a priori_ ostile all'accoglimento di verità nuove; ma noi non
possiamo lodare la generosità del suo modo d'agire verso le persone
a cui la specie umana deve la scoperta di queste verità. Rivelare al
mondo qualcosa che lo interessa profondamente e ch'esso fino allora
ignorava, provargli ch'esso s'è ingannato su qualche punto vitale del
suo interesse temporale o spirituale: ecco il servigio più importante
che un essere umano possa rendere a' suoi simili; e in certi casi, come
quello dei primi cristiani o dei riformatori, i seguaci dell'opinione
del dottor Johnson credono che si trattasse del dono più prezioso che
si potesse fare all'umanità.
Ebbene: secondo una tal teoria, trattare come i più vili delinquenti
gli autori di così grandi beneficî e ricompensarli col martirio non
è un errore e una deplorevole sciagura di cui l'umanità debba fare
penitenza col sacco e con la cenere, ma bensì uno stato di cose normale
e perfettamente giustificato.
Colui che propone una verità nuova dovrebbe, secondo questa dottrina,
presentarsi come faceva presso i Locresi colui che proponeva una
nuova legge: con una corda al collo, che si stringeva se per caso la
pubblica assemblea, dopo aver sentite le sue ragioni, non adottava
immediatamente la proposta. Non si può supporre che le persone che
difendono questo modo di trattare i benefattori diano un gran valore
al beneficio. Ed io credo che questa maniera di lumeggiar l'argomento
appartenga quasi unicamente a gente persuasa che di verità nuove
si poteva aver desiderio in altri tempi, ma che ora noi ne abbiamo
abbastanza.
Ma sicuramente quest'affermazione che la verità trionfa sempre sulla
persecuzione è una di quelle comode bugie che gli uomini si ripetono
gli uni agli altri finchè siano passate in luoghi comuni, ma che
qualunque esperienza può confutare.