Nello spirito di quasi tutte le persone di fede, anche nei p

BIBLIOTECA UNIVERSALE

LA LIBERTÀ

DI

GIOVANNI STUART MILL

TRADUZIONE ITALIANA

DI

ARNALDO AGNELLI

MILANO

SOCIETÀ EDITRICE SONZOGNO

14 — Via Pasquirolo — 14

PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA

Milano, 1911. — Tip. della SOCIETÀ EDITRICE SONZOGNO.

GIOVANNI STUART MILL

Giovanni Stuart Mill nacque a Londra nel 1806. Il padre di lui, Giacomo

Mill, storico ed economista di qualche valore, scolaro di Bentham

ed intimo amico di Ricardo, sottopose il suo promettente ingegno ad

un sistema di educazione che ne sviluppò assai per tempo le forze:

giovinetto ancora, lo Stuart Mill conosceva perfettamente il latino,

il greco, la storia, specialmente antica: dopo alcuni mesi passati nel

1820 in Francia, ritornò in patria, studiò filosofia e giurisprudenza,

e ottenne, sotto la dipendenza del padre, un posto negli uffici

amministrativi della Compagnia delle Indie, che conservò dal 1823 al

1858. Fu, per qualche anno, membro della Camera dei Comuni, mandatovi

dagli elettori di Westminster. Ritiratosi negli ultimi anni ad Avignone

in Francia, vi moriva nel 1873.

L'ingegno dello Stuart Mill si esplicò nelle forme più svariate:

scrisse di filosofia, seguendo e modificando dapprima l'utilitarismo

di Geremia Bentham, poi subendo l'influenza del positivismo di Augusto

Comte, col quale egli fu in corrispondenza ed amicizia; pubblicò un

_Sistema di logica_; patrocinò ardentemente quelle riforme agrarie

d'Irlanda, di cui già si faceva sentire la necessità.

Ma il maggior titolo di gloria a cui il nome di lui si lega sono,

senza dubbio, i suoi scritti in materia di economia politica e di

diritto pubblico. Seguace, in economia, della scuola classica, quale in

Inghilterra l'avevano costituita Adamo Smith, Malthus, Ricardo, egli si

occupò nondimeno con amore di questioni operaje, accettando e svolgendo

a questo proposito delle idee prettamente moderne; coi suoi lavori poi

sul _Governo rappresentativo_, sulla _Soggezione delle donne_ e con

questo saggio di cui presentiamo una traduzione al lettore italiano,

egli prese posto fra i primi pubblicisti d'Europa.

Propugnò la rappresentanza delle minoranze; fu un apostolo intelligente

ed appassionato di quel complesso di riforme che si comprendono sotto

il nome di «Emancipazione della donna»: sopratutto, col presente lavoro

sulla _Libertà_, si pose in una decisa posizione di combattimento

contro quelle tendenze ad allargare le funzioni del potere sociale,

che, portato inevitabile di nuovi tempi e di nuove condizioni, debbono

essere per altro energicamente frenate in ciò che hanno di eccessivo e

di tirannico.

Questo libro è uscito per la prima volta a Londra nel 1859. Eppure,

esso non è invecchiato, non ha perduto d'interesse nè di sapore

d'attualità; anzi, il giudizio del tempo ha dato alle idee che vi sono

svolte una così incontestata ragione, che la loro importanza e la loro

autorevolezza ne è cresciuta d'assai.

Non ho creduto bene di premettere al libro un così detto proemio

critico. Davanti ad una mente come quella dello Stuart Mill, davanti ad

un lavoro come questo, un giudizio sarebbe facilmente avventato: è bene

che il lettore se lo formi da sè, secondo i suoi convincimenti e le sue

tendenze.

Certo è che, se il libro ottenesse in Italia quel successo e quella

diffusione che pur troppo non gli meriterà la povera veste ch'io gli ho

saputo dare, esso potrebbe fare qualche po' di bene. La dimostrazione

limpida, pacata, serena che la libertà non è soltanto un astratto

diritto teorico, ma anche una condizione imprescindibile di saldo

progresso civile, potrebbe contribuire a diffondere nel nostro paese

quel senso della libertà di cui, in tante occasioni, si constata

malinconicamente l'assenza. Oso raccomandare in modo speciale a chi

segue ciecamente l'impulso di certi pregiudizi e di certi timori, quel

piccolo capolavoro che è il capitolo secondo, sulla libertà di pensiero

e di parola.

Se, ad ogni modo, l'intento di sgombrar dalle menti qualche falsa

opinione, d'insegnare a qualcuno un po' di tolleranza in fatto di

religione e di politica, fosse, anche in minima parte, raggiunto, io

sarei esuberantemente compensato del mio modesto lavoro.

_Gennajo, 1895._

ARNALDO AGNELLI.

Il gran principio, il principio dominante,

a cui mettono capo tutti gli argomenti

esposti in queste pagine, è l'importanza

essenziale ed assoluta dello sviluppo umano

in tutta la ricchezza della sua varietà.

GUGLIELMO DI HUMBOLDT. — _Della sfera

d'azione e dei doveri del governo._

Io dedico questo volume alla cara e lagrimata memoria di colei che fu

l'inspiratrice, e in parte l'autrice, di quanto v'ha di meglio ne'

miei lavori: alla memoria dell'amica e della sposa, il cui fervido

senso del vero e del giusto fu il mio più vivo incoraggiamento — la cui

approvazione fu la mia ricompensa più alta.

Come tutto quello ch'io ho scritto da molti anni, questo volume è tanto

opera sua quanto mia, ma il libro, quale ora si presenta, non ha goduto

se non in grado molto insufficiente il vantaggio inestimabile d'esser

riveduto da lei: qualcuna delle parti più importanti era riservata ad

un secondo e più accurato esame, che ormai non è destinata a ricevere

mai più.

S'io sapessi interpretare la metà soltanto dei grandi pensieri, dei

nobili sentimenti che sono con essa sepolti, il mondo ne coglierebbe

un frutto ben maggiore che da tutto quello ch'io posso scrivere, senza

l'inspirazione e l'assistenza della sua impareggiabile saggezza.

G. STUART MILL.

LA LIBERTÀ

CAPITOLO PRIMO.

INTRODUZIONE.

Il soggetto di questo lavoro non è il così detto libero arbitrio tanto

infelicemente opposto a quella che mal si chiama dottrina di necessità

filosofica, ma bensì la libertà sociale o civile, cioè la natura

e i limiti del potere che la Società può legittimamente esercitare

sull'individuo: questione posta di rado e forse non discussa mai in

termini generali, ma che colla sua presenza inavvertita ha una profonda

influenza sulle controversie pratiche del secolo e probabilmente sarà

bentosto riconosciuta come la questione vitale dell'avvenire. Questa

questione è sì lungi dall'esser nuova, che, in un certo senso, essa ha

diviso l'umanità, fin quasi dai tempi più remoti. Ma essa si presenta

sotto nuove forme nell'epoca di progresso in cui ora sono entrati i

gruppi più civili della specie umana, ed è necessario trattarla in modo

diverso e più fondamentale.

La lotta tra libertà ed autorità è la nota caratteristica di quelle

epoche storiche che ci divengono a prima giunta familiari nelle

storie greca, romana ed inglese. Ma, in altri tempi, la lotta era tra

i sudditi, o qualche classe di sudditi, e il governo: per libertà,

s'intendeva la protezione contro la tirannia dei governanti politici.

Questi (tranne che in qualche città democratica di Grecia) sembravano

in una posizione necessariamente nemica al popolo da essi governato.

In altri tempi il governo era in generale tenuto da un uomo o da una

tribù o da una casta che derivava la propria autorità dal diritto di

conquista o di successione, — in nessun caso dal consenso dei governati

— e di cui gli uomini non osavano, fors'anche non desideravano di

porre in dubbio la supremazia, pure prendendo qualche precauzione

contro l'esercizio oppressivo di essa. Si considerava allora il potere

dei governanti come necessario, ma anche come altamente pericoloso:

come un'arma ch'essi avrebbero tentato di usare tanto contro i loro

sudditi quanto contro i nemici esterni. Per impedire che i membri più

deboli della collettività fossero divorati da innumerevoli avoltoî,

era indispensabile che un uccello da rapina più forte degli altri

fosse incaricato di frenare questi animali voraci; ma poichè il re

degli avoltoî non sarebbe stato meno disposto a divorare il greggie

di nessuna delle arpie minori, così bisognava tenersi sempre sulla

difensiva contro il suo becco e contro i suoi artigli.

Per questo, scopo dei patrioti era di assegnare dei limiti al potere

che i governanti dovessero esercitare sulla collettività: questo

essi intendevano per libertà. Vi si tendeva in due modi: anzitutto,

coll'ottenere il riconoscimento di certe immunità, dette libertà o

diritti politici, che, secondo l'opinione generale, il governo non

poteva impunemente violare senza mancar di parola e senza correre,

ben a ragione, il rischio di una resistenza particolare o di una

ribellione generale. Un altro espediente, più recente in generale, era

lo stabilire dei freni costituzionali, per mezzo dei quali il consenso

della comunità o di un corpo qualunque, supposto rappresentante

degl'interessi di questa, era condizione necessaria di qualcuno fra gli

atti importanti di governo. Nella maggior parte dei paesi d'Europa,

il governo è stato costretto, più o meno, a sottomettersi alla prima

di queste restrizioni. Non avvenne lo stesso per la seconda; e il

potervi giungere o, quando fino a un certo punto già la si possedeva,

il giungervi più completamente, divenne dappertutto principal fine

degli amici di libertà. E finchè l'umanità si contentò di combattere

un nemico coll'altro, e d'esser governata da un padrone, a condizione

d'esser più o meno efficacemente garantita contro la sua tirannia, i

desiderî dei liberali non si elevarono più alto. Pure, nel cammino

delle cose umane, venne un momento in cui gli uomini cessarono

di considerare come naturalmente necessario che i loro governanti

costituissero un potere indipendente, d'un interesse opposto al loro.

Parve ad essi assai meglio che i varî magistrati dello Stato fossero

loro rappresentanti o delegati, revocabili a loro piacimento. Sembrò

che solamente a questo modo l'umanità potesse avere la completa

assicurazione che non si sarebbe mai, a suo danno, abusato dei poteri

del governo. A poco a poco, questo nuovo bisogno di governanti elettivi

e temporanei divenne l'obbietto principale delle agitazioni del

partito popolare, dovunque ce n'era uno, e allora si abbandonarono

quasi dappertutto gli sforzi precedenti per limitare il potere dei

governanti. Poichè in questa lotta si trattava di far emanare il potere

di governo dalla scelta periodica dei governati, alcuni cominciarono a

credere che si era attribuita troppa importanza all'idea di limitare

il potere stesso. Questo (a ciò che pareva) era un vantaggio contro

quei governanti i cui interessi erano abitualmente opposti a quelli del

popolo; ma ciò che allora occorreva, era che i governanti fossero una

cosa sola col popolo, che il loro interesse e la loro volontà fossero

l'interesse e la volontà della nazione. La nazione non avea bisogno

d'esser protetta contro la sua propria volontà: non c'era da temere

ch'essa si tiranneggiasse da sè. E poichè i governanti di una nazione

erano efficacemente responsabili verso di essa, prontamente revocabili

quando a questa piacesse, si poteva bene affidar loro un potere di cui

la nazione stessa aveva il mezzo di prescrivere l'uso. Il loro potere

non era che lo stesso potere della nazione, concentrato e messo in

una forma comoda per essere esercitato. Questo modo di pensare o forse

piuttosto di sentire era comune, nell'ultima generazione dei liberali

europei, fra i quali prevale ancora sul continente. Quelli che pongono

qualche limite a ciò che un governo può fare, tranne il caso di governi

tali che, secondo essi, non dovrebbero esistere, sono, fra i pensatori

del continente, segnati a dito come brillanti eccezioni. Un tal modo di

sentire potrebbe, nell'ora che volge, prevalere anche nel nostro paese,

se le contingenze che per un dato tempo l'incoraggiarono non l'avessero

mutato dappoi.

Ma nelle teorie politiche e filosofiche, come nelle persone, il

successo lascia scorgere dei difetti e dei lati deboli che l'insuccesso

avrebbe potuto nascondere. L'idea che i popoli non hanno bisogno di

limitare il loro potere su loro stessi poteva sembrare assiomatica

quando il governo popolare era una cosa di cui ci si limitava a sognar

l'esistenza o a leggerla nella storia, in qualche epoca molto remota.

Questo concetto non fu necessariamente turbato da transitorie

aberrazioni, come quelle della rivoluzione francese, di cui le peggiori

furono opera di una minoranza usurpatrice e che, in ogni caso, non

rappresentavano l'azione permanente delle instituzioni popolari, ma

una esplosione subitanea e convulsiva contro il dispotismo monarchico

ed aristocratico. Frattanto, a tempo opportuno, una repubblica

democratica venne ad occupare una larga superficie della terra e

divenne una delle parti più potenti della comunità delle nazioni.

D'allora in poi, il governo elettivo e responsabile divenne l'obbietto

di quelle osservazioni e di quelle critiche che si dirigono a qualunque

grande fatto esistente. Ci si accorse allora che certe frasi, come

«il potere su sè stesso» e «il potere dei popoli su loro stessi,»

non esprimevano il vero stato delle cose; il popolo che esercita

il potere non è sempre quello stesso su cui lo si esercita, e il

governo di sè stesso di cui si parla non è il governo di ciascuno

tenuto da lui stesso, ma di ciascuno tenuto da tutti gli altri.

Inoltre, volontà del popolo significa, praticamente, volontà della

parte più numerosa ed attiva del popolo — della maggioranza insomma,

o di quella che riesce a passare per tale. Di conseguenza, il popolo

può desiderar di opprimere una parte di sè stesso, e le precauzioni

sono, a questo riguardo, utili altrettanto che contro qualunque altro

abuso di potere. Per queste ragioni è sempre importante limitare il

potere del governo sugl'individui, anche quando i governanti siano

regolarmente responsabili verso la comunità, o cioè verso il partito

che nella comunità prevale. Questo modo di lumeggiare l'argomento non

ha durato fatica a farsi accettare: esso si raccomanda ugualmente

all'intelligenza dei pensatori e alle tendenze di quelle classi

notevoli della società europea che considerano la democrazia come

ostile ai loro interessi. Così ora si pone, nelle speculazioni

politiche, la tirannia della maggioranza nel novero dei mali contro di

cui la società deve premunirsi.

Come le altre tirannie, quella della maggioranza fu dapprima ed è

volgarmente ancora temuta, sopratutto in quanto agisce per mezzo

degli atti della pubblica autorità. Ma ogni attento osservatore si

accorse che, quando la società è essa stessa il tiranno — la società

collettivamente, rispetto ai singoli individui che la compongono —

i suoi mezzi di tiranneggiare non si restringono agli atti ch'essa

comanda ai suoi funzionarî politici. La società può eseguire, ed

eseguisce essa stessa, i suoi proprî decreti; e, se ne emana di

cattivi, o se ne emana a proposito di cose in cui non dovrebbe entrare,

essa esercita una tirannia sociale più formidabile di qualunque

oppressione legale: in realtà, se una tal tirannia non dispone di

penalità altrettanto gravi, lascia però minor mezzo di sfuggirle;

perchè penetra ben più addentro nei particolari della vita ed incatena

l'anima stessa.

Per questo, la protezione contro la tirannia del magistrato non basta.

Dappoichè la società ha la tendenza: 1.º d'imporre come regole di

condotta, con mezzi che non entrano nelle penalità civili, le sue

idee e i suoi costumi a quelli che se ne staccano — 2.º d'impedire

lo sviluppo e, per quanto è possibile, la formazione di qualunque

individualità spiccata — 3.º di costringere tutti i caratteri a

modellarsi sul suo proprio — l'individuo ha il diritto di esser

protetto contro tutto questo. C'è un limite all'azione legittima della

opinione collettiva sull'indipendenza individuale: trovare questo

limite e difenderlo contro qualunque usurpazione è indispensabile

ad una buona condizione delle cose umane altrettanto che proteggerci

contro il dispotismo politico.

Ma, se questa proposizione non è contestabile in termini generali,

la questione pratica del _dove_ il limite si debba porre, del _come_

si debbano metter d'accordo la libertà individuale e la sociale

sorveglianza, è un argomento sul quale quasi tutto è ancora da fare.

Tutto ciò che dà qualche valore alla nostra esistenza dipende dalla

coazione imposta alle azioni d'altri: dunque alcune regole di condotta

debbono essere imposte dalla legge anzitutto, e poi dall'opinione, per

quelle molte cose su cui la legge non può esercitare un'azione.

Quali debbono essere queste regole? Tale è la fondamental questione

nelle cose umane; ma, eccezion fatta per qualcuno dei casi più

importanti, è anche quella per la soluzione della quale si è fatto il

minor cammino.

Non vi sono due secoli nè, quasi, due paesi che su questo siano

arrivati alla stessa conclusione; e la conclusione di un secolo o di

un paese è argomento di stupore per un altro. Tuttavia, gli uomini

di ciascun secolo o di ciascun paese non trovano la questione più

complicata che se si trattasse di un soggetto su cui la specie umana

sia sempre andata d'accordo. Le regole che in mezzo a loro predominano

sembrano evidenti ed aventi in sè stesse la loro giustificazione:

questa illusione quasi universale è uno degli esempî della magica

influenza dell'abitudine, la quale non soltanto, come dice il

proverbio, è una seconda natura, ma continuamente è scambiata con la

natura medesima. L'effetto dell'abitudine, impedendo che alcun dubbio

si elevi a proposito delle regole di condotta dall'umanità imposte a

ciascuno, è tanto più completo in quanto che, su questo argomento,

non si considera generalmente come necessario di poter dare delle

ragioni o agli altri o a sè stesso: si è avvezzi a credere (e certuni

che aspirano al titolo di filosofi c'incoraggiano in questa opinione)

che i nostri sentimenti su soggetti di tal natura valgano meglio di

ragioni e rendano queste inutili. Il principio pratico che ci guida

nelle nostre opinioni sul modo di regolare la condotta umana, è l'idea,

nello spirito di ciascuno, che gli altri dovrebbero esser costretti ad

agire come desidererebbe egli e quelli pei quali egli ha simpatia. In

realtà, nessuno si confessa che il regolatore del suo giudizio è il suo

proprio capriccio; eppure un'opinione su un punto di condotta, che non

è sostenuta da ragioni, non può considerarsi se non come la tendenza di

una persona; e se le ragioni, una volta date, non sono che un semplice

richiamo ad una simile tendenza a cui altre persone obbediscono, e

sempre ancora la inclinazione di molti in luogo d'essere quella di

un solo. Per un uomo ordinario, tuttavia, la sua inclinazione, così

sostenuta, non solo è una ragione pienamente soddisfacente, ma l'unica

da cui derivano tutte le nozioni di moralità, di gusto, di convenienze,

che la sua fede religiosa già non comprende: è anche la sua principal

guida nell'interpretazione di questa.

Di conseguenza, le opinioni degli uomini su ciò che è lodevole o

biasimevole risentono l'influenza di tutte le cause diverse che

influiscono sui loro desideri a proposito della condotta degli altri,

cause numerose quanto quelle che determinano i loro desideri su

qualunque altro soggetto. Qualche volta è la loro ragione; qualche

altra sono i loro pregiudizi o le loro superstizioni; spesso i loro

sentimenti sociali, e non di rado le loro tendenze antisociali,

l'invidia o la gelosia, lo sprezzo o l'improntitudine. Ma il più delle

volte l'uomo è guidato dal suo interesse, legittimo o illegittimo.

Dovunque c'è una classe dominante, quasi tutta la morale pubblica

deriva dagli interessi di questa classe e dai suoi sentimenti di

superiorità. La morale tra Spartani ed Iloti, tra coltivatori e negri

nelle piantagioni, tra principi e sudditi, tra nobili e plebei, tra

uomini e donne, fu quasi dappertutto creazione degl'interessi e dei

sentimenti di classe: e le opinioni così generate reagiscono alla lor

volta sui sentimenti morali dei membri della classe dominante, nelle

loro relazioni reciproche. D'altra parte, dovunque una classe in altri

tempi dominante ha perduto la sua influenza, o anche dovunque questa

influenza è impopolare, i sentimenti morali che prevalgono portano il

segno di un'impaziente ribellione all'autorità. Un altro principio,

che determinò delle regole di condotta imposte, sia dalla legge,

sia dall'opinione, fu la servilità della specie umana riguardo alle

preferenze o alle avversioni supposte dei suoi signori terreni o delle

sue divinità. Questa servilità, sebbene essenzialmente egoistica, non

nasce da ipocrisìa, e fa sorgere dei sentimenti d'orrore perfettamente

sinceri; essa ha reso gli uomini capaci di bruciare degli stregoni e

degli eretici.

Frammezzo a tante più basse influenze, gli interessi evidenti

e generali della società hanno avuto naturalmente una parte, ed

importante, nella direzione dei sentimenti morali: meno tuttavia pel

valore loro proprio che come una conseguenza delle simpatie o delle

antipatie da questi interessi prodotte. In seguito si son fatte sentire

con altrettanto vigore nello stabilirsi dei principî morali delle

simpatie o delle antipatie le quali nulla o quasi avevano a che vedere

cogli interessi della società.

Così il capriccio o il disgusto della società o di qualche parte

potente della società sono la principale determinante, in pratica,

delle regole imposte all'osservanza generale sotto la sanzione della

legge o della opinione.

In genere, quelli che erano, quanto ad idee e a sentimenti, più

avanzati della società, hanno lasciato che un tale stato di cose si

mantenesse, come principio, intatto, per quanto abbiano potuto lottare

contro qualcuno dei suoi particolari; si sono dati cura di sapere

che cosa debba preferire o non preferire la società, piuttosto che di

sapere se quanto essa preferiva o non preferiva si dovesse imporre agli

individui; si proposero di mutare i sentimenti della specie umana su

qualche punto speciale in cui essi stessi eran colpevoli di eresia,

anzichè di fare, con tutti gli eretici in generale, causa comune per la

difesa della libertà. Nessuno si è, coscientemente, inalzato di più; e

nessuno ci è rimasto saldamente tranne che in materia di religione: un

caso che, sotto più rispetti, contiene degl'insegnamenti, sopratutto

perchè offre un esempio, che colpisce, della fallibilità del così detto

senso morale: poichè l'_odium theologicum_, in un bigotto sincero, è

uno dei casi più sicuri del sentimento morale. Quelli che scossero per

primi il giogo di ciò che si chiamava la Chiesa universale, erano in

generale disposti a tollerare delle divergenze di opinioni religiose

quanto quella Chiesa stessa. Ma, quando fu sbollito l'ardore della

lotta senza dare completa vittoria ad alcun partito, quando ciascuna

chiesa o setta dovette limitare le sue speranze a conservare il

possesso del terreno occupato, le minoranze, vedendo che esse non

avevano probabilità di mutarsi in maggioranze, furono costrette a

sostenere la libera dissidenza religiosa in confronto di quelli che

non potevano convertire. Di conseguenza, è quasi solo su questo campo

di battaglia che i diritti dell'individuo contro la società sono

stati rivendicati sulla base di principi bene stabiliti, e che il

diritto della società di far pesare l'autorità sua sui dissidenti fu

apertamente contestato. I grandi scrittori a cui il mondo deve ciò

ch'egli possiede di libertà religiosa hanno rivendicato la libertà

di coscienza come un diritto inalienabile, ed hanno in modo assoluto

negato che un essere umano debba render conto agli altri della sua fede

religiosa. Tuttavia è così naturale alla specie umana l'intolleranza

per tutto quello che veramente le preme, che la libertà religiosa non

fu attuata quasi in nessun luogo, salvo là dove l'indifferenza, che non

ama di vedersi turbata nella sua pace da dispute teologiche, ha fatto

sentire il suo peso sulla bilancia.

Nello spirito di quasi tutte le persone di fede, anche nei paesi più

tolleranti, il diritto non è ammesso senza tacite riserve. Una persona

lascierà dire i dissidenti in materia di governo ecclesiastico, ma

non in materia di dogma; un altro può tollerar chicchessia, ma non

un papista o un unitario; un terzo, tutti quelli che credono alla

religione rivelata; un piccolo numero va nella sua carità più lontano,

ma si ferma alla credenza in un Dio e nella vita futura. Dovunque il

sentimento della maggioranza è ancora sincero ed intenso, ci si accorge

che essa non ha punto rinunziato alle sue pretese di essere obbedita.

In Inghilterra (a cagione delle speciali contingenze della nostra

storia politica) sebbene il giogo della opinione sia forse più grave,

quello della legge è più lieve che nella maggior parte dei paesi

di Europa, e c'è una grande avversione contro qualunque diretto

intervento del potere, sia legislativo, sia esecutivo, nella condotta

privata; questo assai meno a causa di un giusto rispetto pei diritti

dell'individuo che a causa della vecchia abitudine di considerare

il governo come rappresentante di un interesse opposto a quello del

pubblico. La maggioranza non ha ancora imparato a considerare il potere

del governo come il suo potere, e le opinioni del governo come le sue:

e quando essa sarà giunta a questo, la libertà individuale correrà

probabilmente il pericolo di essere violata dal governo quanto lo è già

ora dalla pubblica opinione.

Ma, pel momento, c'è una forza grande di sentimento pronta a sollevarsi

contro qualunque tentativo della legge per sorvegliare gl'individui,

in cose che fino allora non erano di sua spettanza: e questo senza

alcun discernimento di ciò che sia o no nella sfera legittima della

sorveglianza ufficiale; cosicchè un tale sentimento, così altamente

salutare in sè, è applicato altrettanto spesso a torto che a ragione.

In fatto, non v'è principio riconosciuto per istabilire in modo

pratico la legittimità o l'illegittimità dell'intervento governativo:

si decide secondo le tendenze personali. Gli uni, dovunque vedono del

bene da fare o del male da riparare, vorrebbero spingere il governo

ad assumersi l'impresa, mentre gli altri preferiscono sopportare

ogni sorta di abusi sociali piuttosto di aggiungere alcunchè alle

attribuzioni del governo. Gli uomini si schierano, in ciascun caso

particolare, in queste o in quelle file, seguendo o l'indirizzo

generale dei loro sentimenti, o il grado d'interesse ch'essi prendono

alla cosa che si propone di far fare al governo, o anche la persuasione

che il governo saprà o non saprà fare la cosa nel modo da essi

preferito. Ma essi agiscono molto di rado secondo una opinione meditata

e ferma sulle cose che naturalmente devono esser fatte dal governo. E

quindi mi sembra che oggidì, in conseguenza di tale mancanza di regola

o di principio, un partito ha torto altrettanto spesso che l'altro;

l'intervento del governo è invocato a torto altrettanto spesso che

condannato a torto.

Scopo di questo saggio è proclamare un principio molto semplice,

e che deve assolutamente informare la condotta della società verso

l'individuo, in tutto ciò che è costrizione e sorveglianza — siano poi

i mezzi usati vuoi la forza fisica, sotto forma di pene legali, vuoi

la coazione morale della pubblica opinione. Ecco un tale principio: il

solo fine che permette agli uomini, individualmente o collettivamente,

di turbare la libertà d'azione d'alcuno dei loro simili, è la

protezione di sè stesso; la sola ragione legittima che possa avere

una comunità per far uso della forza contro uno dei suoi membri, è

d'impedirgli di nuocere agli altri: ma non è ragione sufficiente il

bene, sia fisico, sia morale, di questo individuo.

Un uomo non può, a rigore, essere costretto a fare o ad omettere

un'azione, perchè ciò sarebbe meglio per lui, o lo renderebbe più

felice, o perchè, nell'opinione degli altri, egli farebbe cosa saggia

od anche giusta. Tutte queste sono ragioni buone per fargli delle

osservazioni, per discutere con lui, per convincerlo o per supplicarlo,

ma non per costringerlo o per cagionargli alcun danno, s'egli non se ne

cura. Per giustificare questo, occorrerebbe che la condotta da cui si

vuole distogliere quest'uomo avesse per effetto di nuocere a qualche

altro: la sola parte della condotta d'un individuo, sulla quale la

società abbia giurisdizione, è quella che concerne gli altri: per ciò

che interessa lui solo, la sua indipendenza è, di diritto, assoluta;

su sè stesso, sul proprio corpo e sul proprio spirito, l'individuo è

sovrano.

Questa dottrina — è forse appena necessario di accennarlo — non vuol

essere applicata se non agli esseri umani nella maturanza delle loro

facoltà. Noi non parliamo dei ragazzi nè degli adolescenti d'ambo i

sessi che non abbiano raggiunto, secondo la legge, l'età maggiore:

quelli che sono ancora in età che richiede le cure altrui, devono

essere protetti contro le loro proprie azioni così come contro

qualunque pericolo esterno. Per la stessa ragione, noi possiamo

lasciar da parte quelle società nascenti in cui la razza stessa può

esser considerata come minorenne: le prime difficoltà sulla strada

del progresso spontaneo sono così grandi, che ben di rado si ha la

scelta dei mezzi di superarle. Così, qualunque sovrano animato da

spirito progressivo può bene servirsi di tutti i mezzi per raggiungere

uno scopo, che altrimenti, forse, gli sarebbe sfuggito per sempre.

Il dispotismo è un modo legittimo di governare quando si tratta

con barbari, purchè lo scopo sia il loro miglioramento e i mezzi si

giustifichino raggiungendolo sul serio. La libertà, come principio,

non si può applicare ad uno stato di cose anteriore al momento in

cui la specie umana divien capace di migliorarsi con un'equa e libera

discussione: fin là, essa non può sperare che nella cieca obbedienza ad

un Akbar o ad un Carlomagno, se ha la fortuna di trovarne. Ma dacchè il

genere umano è capace di progredire per mezzo della convinzione o della

persuasione (grado che da molto tempo hanno raggiunto tutte le nazioni

di cui qui dobbiamo occuparci) la coazione, o sotto la forma diretta, o

sotto quella di penalità per la non osservanza, non è più ammissibile

come mezzo di far del bene agli uomini; essa è giustificabile ancora

soltanto per la loro sicurezza reciproca.

Conviene premetterlo: io trascuro qualunque vantaggio possa venire

alla mia argomentazione dall'idea del diritto astratto come cosa

indipendente dall'utile: l'utilità è, a senso mio, la soluzione suprema

di qualunque questione morale; ma dev'essere l'utilità nel senso

più vasto della parola, l'utilità fondata sui vantaggi permanenti

dell'uomo, considerato come essere progressivo.

Questi interessi, io sostengo, non giustificano la sottomissione

della spontaneità individuale ad una sorveglianza esteriore se non per

quelle azioni di ciascuno che toccano l'interesse altrui. Se un uomo

compie un atto agli altri dannoso, c'è evidentemente ragione di punirlo

colla legge, oppure, se le penalità legali non sono in tutta certezza

applicabili, colla generale disapprovazione. Vi sono anche molti atti

positivi vantaggiosi agli altri, che un uomo può esser giustamente

obbligato a compiere: per esempio, far da testimonio in giudizio o fare

tutto il proprio dovere, sia nella difesa comune, sia in qualunque

opera comune necessaria alla società sotto la protezione della quale

egli vive. Inoltre, si può, a rigore, tenerlo responsabile verso la

società s'egli non compie certi atti di beneficenza individuale che

sono, in date circostanze, il dovere evidente di ogni uomo; come il

salvare la vita al proprio simile o l'intervenire per difendere il

debole dai maltrattamenti. Una persona può nuocere agli altri non

soltanto colle sue azioni, ma colla sua inazione; e, in ogni caso, essa

è responsabile verso di loro del danno.

È vero che, nell'ultimo caso, la coazione deve essere esercitata con

assai maggiore riguardo che nel primo. Tenere qualcuno responsabile

del male ch'esso fa agli altri: ecco la regola; tenerlo responsabile

del male da cui non li assicura: ecco, comparativamente parlando,

l'eccezione. Tuttavia, vi sono molti casi abbastanza chiari ed

abbastanza gravi per giustificare questa eccezione. In tutto ciò

che riguarda le relazioni esteriori dell'individuo, esso è ipso

iure responsabile verso quelli i cui interessi sono in giuoco, e,

se occorre, verso la società come loro proteggitrice. Vi sono spesso

delle buone ragioni per non imporre agli uomini questa responsabilità;

ma tali ragioni debbono derivare dalle particolari convenienze del

caso, sia perchè è un caso in cui, tutto considerato, l'individuo

agirà probabilmente meglio abbandonato al suo proprio impulso che

sorvegliato in qualsiasi modo dalla società; sia perchè un tentativo

di sorveglianza produrrebbe mali più grandi di quelli che si vogliono

evitare. Quando tali ragioni fanno ostacolo alla responsabilità

forzata, la coscienza dello stesso agente deve prendere il posto del

giudice assente, per proteggere quegli interessi altrui che mancano

di una protezione esteriore, e l'uomo deve giudicarsi tanto più

severamente in quanto che il caso non lo sottomette al giudizio dei

suoi simili.

Ma v'è una sfera d'azione, nella quale la società, come distinta

dall'individuo, non ha che un interesse indiretto, se pure essa ne ha

uno. Intendiamo quella parte della condotta e della vita di una persona

che tocca soltanto la persona stessa o che, se tocca ugualmente gli

altri, lo fa col loro consenso e colla loro partecipazione libera,

spontanea e perfettamente illuminata. Quando io parlo di ciò che

riguarda la persona soltanto, intendo ciò che la riguarda in modo

diretto e immediato; poichè tutto ciò che tocca un individuo può

toccar gli altri per mezzo di lui, e l'obbiezione che si basa su questa

possibilità sarà l'argomento di nostre ulteriori riflessioni. Questa

è adunque la regione che spetta alla umana libertà. Essa comprende,

prima di tutto, la giurisdizione di quello che i canonisti chiamano il

_forum internum_, esigendo la libertà di coscienza nel senso più esteso

della parola, la libertà di tendenza e di pensiero, la libertà assoluta

d'opinioni e di sentimenti, su qualunque soggetto pratico, speculativo,

scientifico, morale o teologico. La libertà di esprimere e di pubblicar

delle opinioni può sembrar sottoposta a un diverso principio, perchè

essa appartiene a quella parte della condotta d'un individuo che tocca

gli altri; ma, poichè essa è d'un'importanza pressochè uguale a quella

della stessa libertà di pensiero, e riposa, in gran parte, sulle stesse

ragioni, queste due libertà sono, in pratica, inseparabili. In secondo

luogo, il principio della libertà umana richiede la libertà dei gusti e

dei capricci, la libertà di adattare il nostro tenor di vita all'indole

nostra, di fare quel che ci garba, avvenga che vuole avvenire, senza

esserne impediti dai nostri simili, fino a che noi non arrechiamo loro

danno, ed anche quando essi trovino sciocca o biasimevole la nostra

condotta. In terzo luogo da questa libertà di ciascun individuo nasce,

negli stessi limiti, la libertà di associazione fra gli individui;la

libertà di unirsi per un qualunque fine inoffensivo per gli altri —

supposto sempre che gli associati siano d'età maggiore e non siano nè

costretti, nè ingannati.

Nessuna società è libera, qualunque possa essere la forma di governo

con cui si regge, se queste libertà non sono almeno rispettate; e

nessuna è libera completamente, se queste libertà non esistono in modo

assoluto e senza riserve.

La sola libertà degna veramente di questo nome e quella di cercare

il nostro bene a modo nostro, fino a che noi non tentiamo di privar

gli altri del loro o di porre ostacoli ai loro sforzi per ottenerlo.

Ognuno è il custode naturale della sua propria salute, sia fisica, sia

intellettuale e spirituale; e la specie umana guadagna di più a lasciar

che ciascuno viva come meglio gli sembra, che a costringerlo a vivere

come sembra meglio a tutti gli altri.

Sebbene questa dottrina non sia affatto nuova, e possa a qualcuno

sembrare una verità evidente, non ve n'è certo altra che sia più

diametralmente opposta all'opinione e al costume oggi esistenti. La

società si è data tanta cura per tentare (secondo i suoi criteri) di

costringere gli uomini a seguir le sue nozioni di perfezione personale,

quanto per veder di obbligarli a seguire le sue idee in fatto di

perfezione sociale. Le antiche repubbliche si credevano in diritto (e

i filosofi dell'antichità appoggiavano la loro pretesa) di regolare,

di pubblica autorità, tutta la condotta privata, sotto pretesto che

la disciplina fisica e morale di ciascun cittadino è cosa la quale

interessa profondamente lo Stato. Questo modo di pensare poteva essere

ammissibile in piccole repubbliche circondate da potenti nemici ed

in pericolo continuo di essere rovesciate o da un attacco esteriore

o da un sommovimento interno. A simili stati poteva così facilmente

cagionar danno che l'energia e l'impero degli uomini su loro stessi

si allentassero anche per un solo istante, che non era ad essi lecito

di attendere gli effetti salutari e permanenti della libertà. Nel

mondo moderno, la maggior importanza delle comunità politiche, e

sopratutto la separazione dell'autorità religiosa dalla civile (ponendo

la direzione della coscienza dell'uomo in mani diverse da quelle che

sorvegliavano i suoi affari temporali) impedirono un intervento così

grande della legge nei particolari della vita privata; ma, a dire il

vero, l'individuo non vi fece un gran guadagno: l'autorità spirituale

si pose a regolare tutti i particolari abbandonati dalla temporale:

l'uomo fu allora stretto anche più da vicino in quanto lo riguarda,

poichè la religione (l'elemento d'autorità morale fino ad oggi più

potente) fu quasi sempre governata o dall'ambizione di una gerarchia

che aspira a guidare tutta la condotta umana o dallo spirito di

puritanismo. Qualcuno di quei riformatori moderni, che con maggior

veemenza hanno dato l'assalto alle religioni del passato, non sono per

nulla affatto rimasti addietro nè alle chiese nè alle sette, nella loro

affermazione del diritto di autorità spirituale; citeremo in ispecie

Augusto Comte, il cui sistema sociale, quale ei lo espone nel suo

_Sistema di politica positiva_, mira a stabilire (piuttosto, è vero,

con mezzi morali che con mezzi legali) un dispotismo della società

sull'individuo, che supera tutto quanto hanno potuto imaginare i più

rigidi tra i filosofi antichi in fatto di disciplina.

A parte le dottrine speciali dei pensatori individuali, vi è anche nel

mondo una forte e crescente inclinazione ad estendere esageratamente

il potere della società sull'individuo, e colla forza dell'opinione,

e anche con quella della legislazione. Ora, poichè tutti i mutamenti

che s'operano nel mondo hanno l'effetto di accrescere la forza della

società e diminuire il potere dell'individuo, questa usurpazione non

è uno di quei mali che tendano a sparire spontaneamente: anzi, esso

tende, al contrario, a divenire sempre più formidabile. La tendenza

degli uomini, sia come sovrani, sia come concittadini, ad imporre agli

altri le loro opinioni e i loro capricci come regola di condotta è

così efficacemente sostenuta da qualcuno dei migliori e da qualcuno dei

peggiori sentimenti dell'uomo, che essa non si raffrena quasi mai, se

non quando proprio il potere le manca. E poichè il potere non è sulla

strada di diminuire, ma di crescere, conviene aspettarsi — salvo che

contro il male si elevi una forte barriera di convinzione morale —

conviene aspettarsi, diciamo, nelle presenti condizioni del mondo, di

veder crescere anche tale tendenza.

È più opportuno per l'argomento che, invece di affrontare

immediatamente la tesi generale, noi ci tratteniamo dapprima in

una sola delle sue parti, a proposito della quale il principio qui

stabilito è riconosciuto, se non del tutto, almeno fino ad un certo

segno, dalle opinioni correnti. Questo ramo è la libertà di pensiero,

da cui è impossibile separare la libertà di parola e di stampa.

Sebbene queste libertà formino una parte importante della moralità

politica di tutti i paesi che mantengono la tolleranza religiosa e le

libere instituzioni, tuttavia i principî, sia filosofici, sia pratici,

su cui esse riposano, non sono forse così famigliari allo spirito

pubblico nè così pienamente valutati dagli stessi capi dell'opinione,

come si potrebbe credere. Questi principî, sanamente intesi, sono

applicabili a ben più d'una suddivisione dell'argomento; e un esame

alquanto approfondito di questa parte della questione sarà, io penso,

la migliore introduzione al rimanente. Per questo, coloro che non

troveranno nulla di nuovo in ciò che verrò dicendo, vorranno, io spero,

avermi per iscusato se oso discutere una volta di più un argomento che,

da tre secoli in qua, è stato tante volte dibattuto.

FINE DEL CAPITOLO PRIMO

<h2 id="">CAPITOLO SECONDO.

LA LIBERTÀ DI PENSIERO E DI DISCUSSIONE.

È lecito sperare che sia trascorso il tempo in cui sarebbe stato

necessario difendere la libertà di stampa come una guarentigia contro

un governo corrotto o tirannico; oggi, io penso, non c'è più bisogno

d'eccitare gli uomini alla ribellione contro qualunque potere,

legislativo o esecutivo, i cui interessi non fossero identificati con

quelli del popolo e che pretendesse di prescrivergli delle opinioni

e di stabilire quali dottrine o quali argomenti gli sia permesso di

sentire.

D'altra parte, questo aspetto della questione è stato già così spesso

trattato, e in modo così splendido, che qui non occorre d'insistervi

più specialmente. Sebbene la legge inglese sulla stampa sia oggi così

servile come lo era al tempo dei Tudor, pure v'è ben poco pericolo che

oggi se ne faccia uso contro la discussione politica, salvo che durante

qualche panico passeggiero, quando il timor della insurrezione trascina

ministri e giudici fuori del loro stato normale[1].

In generale, non v'è a temere, in un paese costituzionale, che il

governo (sia esso o no pienamente responsabile di fronte al popolo)

tenti spesso di sorvegliare l'espressione delle opinioni, eccettuato

il caso in cui, così agendo, esso divien l'organo della generale

intolleranza del pubblico.

Supponiamo dunque che il governo non sia che una cosa col popolo, e

non pensi in alcun modo ad esercitare alcun potere di coercizione,

ammenochè non sia d'accordo con quello ch'esso considera la voce

del popolo: ebbene, io nego al popolo il diritto di esercitare una

tale coercizione, sia da sè, sia per mezzo del suo governo: questo

poter di coercizione è illegittimo. Il migliore dei governi non vi

ha più diritto del peggiore; un tal potere è altrettanto ed anche

più dannoso quando lo si esercita d'accordo con l'opinione pubblica,

di quando lo si esercita in opposizione con essa. Se tutta la specie

umana, salvo una persona, fosse di un parere, e una persona soltanto

fosse del parere contrario, la specie umana non sarebbe per nulla

più giustificabile imponendo silenzio a tale persona di quello che

questa lo sarebbe se, potendo, imponesse silenzio alla specie umana.

Se una opinione non fosse che una personale proprietà, e non avesse

valore che pel possessore; se l'esser turbati in questo possesso

fosse un danno puramente personale, vi sarebbe qualche differenza tra

l'essere il danno inflitto a poche persone o a molte. Ma questo vi ha

di specialmente dannoso nell'imporre silenzio all'espressione d'una

opinione: — che si defrauda la specie, la posterità come la generazione

esistente, quelli che si allontanano da una tale opinione ancora più

di quelli che la sostengono. Se questa opinione è giusta, sono privati

di un mezzo di lasciar l'errore per la verità; se è sbagliata, essi

perdono un beneficio quasi altrettanto importante: la percezione più

chiara e l'impressione più viva della verità, prodotta dal suo cozzo

con l'errore.

È necessario di considerare separatamente queste ipotesi, a ciascuna

delle quali corrisponde un ramo distinto dell'argomentazione. Noi

non possiamo mai essere sicuri che l'opinione che noi cerchiamo di

sopprimere sia falsa; e, lo fossimo pure, il sopprimerla sarebbe ancora

un male.

E, anzitutto, l'opinione che si cerca sopprimere d'autorità può

benissimo esser vera; quelli che desiderano sopprimerla, naturalmente,

contestano la sua verità: ma essi non sono infallibili, non hanno

il potere di decidere la questione per tutto il genere umano, e di

rifiutare agli altri i mezzi di giudicare.

Non lasciar conoscere una opinione perchè si è sicuri della sua falsità

è affermare che si possiede la certezza assoluta. Tutte le volte che

si tronca una discussione, si afferma, soltanto con questo, la propria

infallibilità: e la condanna di un tal modo di procedere si potrebbe

benissimo basare su questo solo argomento.

Disgraziatamente pel buon senso degli uomini, il fatto della loro

fallibilità è lungi dall'avere, nel loro giudizio pratico, l'importanza

che essi gli accordano in teoria. In realtà, mentre ciascuno di essi

sa benissimo d'esser fallibile, un piccolo numero d'uomini soltanto

trovano necessario di prendere delle precauzioni a questo riguardo, e

di ammettere l'ipotesi che una opinione di cui essi si sentano certi

possa servire ad esempio dell'errore a cui si riconoscono soggetti.

I principi assoluti, o altre persone avvezze a una deferenza

illimitata, hanno di solito questa piena fiducia nelle loro opinioni in

quasi tutti gli argomenti; gli uomini aventi una posizione fortunata,

che tentano talvolta discutere le loro opinioni e che non hanno del

tutto perduto l'abitudine di essere corretti quando s'ingannano,

pongono la stessa fiducia senza limiti in quelle loro opinioni a cui

partecipano quelli che li circondano o quelli pei quali essi hanno una

deferenza abituale; poichè in proporzione della mancanza di fiducia

dell'uomo nel suo personale giudizio, egli presta una fede più cieca

all'infallibilità del _mondo_ in generale. E il _mondo_ è, per ciascun

individuo, la parte di mondo colla quale egli è a contatto: il suo

partito, la sua setta, la sua chiesa, la sua classe sociale; e,

comparativamente, si può dire di un uomo che ha uno spirito largo e

liberale, quando questa parola _mondo_ significa per lui il suo paese

o il suo secolo. La fede dell'uomo in questa autorità collettiva non è

scossa nè punto nè poco, per quanto egli sappia che altri secoli, altri

paesi, altre sette, altre chiese, altri partiti hanno pensato e pensano

esattamente il contrario.

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