UNA MATTINATA ALL'ALBERGO.

Non so se sia stato più vivo il piacere che provai entrando in Roma il

20 settembre, o quello che ebbi la mattina dopo, svegliandomi nella

cameretta dell'albergo, appena rinvenni dall'illusione solita di

credermi ancora dove avevo dormito la notte prima. Appena aperti gli

occhi, il mio primo pensiero fu quello che m'era venuto a Monterotondo

la mattina del 20:--Dunque quest'oggi «s'attacca!»--E stetti un

momento perplesso. A un tratto mi parve di sentirmi nell'orecchio una

potentissima voce:--Roma!--e mi scossi da capo a piedi, e balzai d'un

salto alla finestra. Apersi le imposte, e visto appena le bandiere e

udito le grida del popolo, m'entrò nel cuore tanta gioia che mi diedi

a ridere come un pazzo. Poi chiamai il cameriere, senza sapere perchè.

Venne subito, allegro anche lui ch'era un piacere.

--Che mi comanda?

--È un romano,--dissi tra me, guardandolo;--un romano cameriere! Mi fa

pena; avrà forse un lontanissimo antenato console, senatore,

pontefice massimo....

--Come vi chiamate di nome di battesimo?

--Caio.

--....Caio Flaminio,--pensai,--Caio Gracco, Caio Sicinio, Caio

Curzio....

--Qual'è il vostro cognome?

--Tittoni

--Caio Tittonio, andatemi a chiamare un barbiere.

--Vado subito.

--Un barbiere romano.

--Guardi che caso! Il barbiere dell'albergo è lombardo.--Non lo

voglio; andate a cercarmi un barbiere «romano de Roma»; fate anche

mezzo miglio, se occorre, vi ricompenserò della corsa; ma portatemi

un barbiere romano.

--Sarà servito.

E se n'andò ridendo.

Non era senza perchè la mia pretensione: volevo scrutare lo spirito

politico delle classi inferiori, e tutti sanno che quando s'è parlato

con un barbiere si può contare d'aver parlato con mezzo mondo.

Il barbiere venne. Era un barbiere dello stampo dei nostri: un

vecchietto azzimato, pulito, gaio, con le mani fredde e i rasoi

cattivi.

Mentre cominciava l'operazione, io studiavo la maniera d'entrare in

discorso.

Egli mi prevenne domandandomi con molta gentilezza:

--Il signore è emigrato?

--No.

--Italiano?

--Sì.

--Giornalista?

Diedi un balzo sulla seggiola e mi voltai a guardarlo negli occhi.

Come mai poteva già sapere che insieme con l'esercito s'erano

rovesciate su Roma le cavallette della stampa?

--Non sono giornalista.

--Dicevo, sa.... perchè ho visto il tavolino coperto di giornali e di

carte.... Che gliene pare di Roma?

--È superba.

Fece un risolino modesto.

--....Noia, c'è male.... E poi, ora, è tutt'altra vita che «ce se

vive»!

--Siete contento del cambiamento?

--Se sono contento? «Me pare da diventà matto, me pare». L'Italia una,

per Dio.... Ora speriamo che «ce» sarà fatta giustìzia.

--Di che?

--Eh signore, «ce so» molte cose da mettere a posto a Roma.

--Me lo immagino....

--....Prima di tutto, sa che cosa dovrebbe fare Sua Maestà il re

Vittorio Emanuele Secondo, appena entrato in Roma?

--Desidero di saperlo.

--Dovrebbe....--e qui stese un braccio e alzò la voce,--dovrebbe

mettere a posto «li macellari», dovrebbe; che «so na razza de cani»,

glielo dico io, e fanno pagare tutto il doppio, e «so» screanzati

che «nemmanco se ponno guardare in der grugnaccio, se ponno»,

capisce?

--Oh cospetto! È proprio questa la prima cosa che deve fare il re?

--Questa.... e un'altra. Fare una legge con la quale dica che d'ora in

avanti è fatta facoltà «a li barbieri de» metter la bottega dove

«je» pare, senza quella «prepotenza» che c'è adesso che le botteghe

debbono essere a quella data distanza l'una dall'altra. Per cagion

di questo, vede, a me m'è toccato di fare «er giovanaccio de

bottega» cinqu'anni di più, chè il locale vicino ce l'avevo, e li

baiocchi pure, ma la bottega non la potevo mettere per via di quella

legge «'nfame». Accidenti ai governi dispotici e viva Vittorio

Emanuele! Quant'ho benedetto sto giorno io!... E poi un'altra cosa.

--Dite.

Qui abbassò la voce e mi disse nell'orecchio:

--Dei barbieri che tengono dal Papa, qui, in Roma, ce n'è la su'

parte, glielo assicuro io.

--Ebbene?

--Accopparli.

--Siete severo.

--Sì, accopparli, senza misericordia «co' sta razza de cani»; se no

«er» governo italiano se ne accorgerà, stia pur sicuro.

--Speriamo che faranno la barba con la dovuta prudenza.

--Non ci speri; bisogna far man bassa.

--E altro?

--Altro.... ci son tante cose; ma dica un po', «ce» porteranno delle

buone leggi, «se» spera?

--Meglio di quelle che avevate, lo crederei.

--Bene; e dica.... Sento che «ci» hanno una grande severità pei ladri,

è vero?

Accennai di sì, voltandomi a guardarlo.

--È giusto.... Poi c'è la leva militare.... Eh già.... quella alle

donne «sarà un po' difficile de fajela entra'».

--Lo penso anch'io.

--«Gran disciplina co' sti soldati eh»?

--Quanta n'occorre, certamente. Avrete però osservato che gli

ufficiali hanno buone maniere e che i soldati son buoni ragazzi.

--Già.... e scusi, sa, se son curioso.... si parlava giusto ieri

sera.... che cos'è la «ricchezza mobile»?

--La ricchezza mobile?

--Già.

--....Provate l'altro rasoio, questo mi fa male.

--Quest'altro «je» va?

--Questo mi va.... Avete visto la luminaria di ieri sera?

--La luminaria, sì.... ma che «ce» porteranno tutte «ste imposte che

se dice»?

--Eh già, le imposte, vedete.... in Italia.... relativamente a quello

che potrebbero essere, tenuto anche conto delle condizioni agricole

e industriali del paese, e considerata la proporzione delle forze

produttive in relazione con le esigenze, dirò così, che sono molte e

gravi, d'una grande amministrazione.... Capirete che la finanza è

finanza, i bisogni, bisogni, i doveri, doveri, e per quanto si

faccia e dica dai contribuenti, è pur sempre certo che i carichi dei

cittadini sono in certo qual modo, e fino ad un certo punto,

regolati sui principii d'un sistema economico senza del quale s'è

sempre visto che gli Stati non si reggono e tutte le proprietà

pubbliche e private ne vengono a soffrire gravemente....

--È chiaro.

--Lo capite anche voi.

--Diavolo!

--Picchiano: fatemi il favore d'aprire. Entrò il calzolaio: un

gobbetto coi capelli grigi e il naso a becco.

--Scusate,--dissi al barbiere,--non posso rimandarlo indietro; bisogna

ch'io mi misuri un paio di stivaletti; mi spiccio in un momento.

--Faccia pure.

Gli stivaletti andavano.

--Quanto volete?--domandai.

--Diciotto lire.

--....Son carini.

--Non è vero? Paiono fatti apposta per il suo piede.

--Eh no, voglio dire che sono un po' salati. A Firenze li pago sedici.

--....A Firenze è un altro par di maniche, caro signore; qui si paga

tutto più caro. Ma io non sto sul tirato. A lei ch'è italiano glieli

do per diciassette.

Il barbiere fu preso da un accesso di tosse.

--Ohè, dico!--gridò il calzolaio fissandolo fieramente;--che ci avete

da fare delle osservazioni voi?

--«Gnente, gnente»; dicevo che l'Italia è un bel paese.

--E io vi dico che v'impicciate negli affari vostri, che già.... noi

altri.... «armanco».... agl'italiani la gola «nun je la tajamo».

--E «manco» noi «nun je stroppiamo li piedi».--Potrest'essere più

educato, «me pare».

--Più educato?--(accendendosi).... Io già, se ve l'ho a dire chiara e

netta, la corte agli zuavi non glie l'ho mai fatta.

--E io neppure!

--Resta a sapersi!

--Come resta a sapersi?

--«Se conoscemo».

--Sicuro che «se conoscemo».

--«Er regno» dei preti è finito.

--Me ne rallegro.

--Non «de» core.

--Più «de» voi.

--Ci ho i miei dubbi.

--Via, via,--dissi, mettendomi in mezzo,--lasciamo queste quistioni;

non son giorni questi da bisticciarsi fra amici; bisogna andar tutti

d'accordo, e gli uni dimenticare i torti degli altri, se ce ne sono.

Stringetevi la mano subito, in presenza mia, o non do il becco d'un

quattrino a nessun dei due.

Si porsero la mano, ma senza toccarsela.

--Animo, stringetevela,--dissi.

--Lui ha da dir prima viva l'Italia!--disse il barbiere.

--E io «nu je vojo dà» questa soddisfazione,--risponde l'altro.

--Animo, ditelo per far piacere a me.

--Viva.... l'Italia.

Si strinsero la mano.

Ma il calzolaio subito con un rincalzo di passione:--E io lo «so»

stato sempre italiano, capite!

--Sì, sì, lo credo,--gli dissi,--vi si vede in viso, eccovi i denari,

andatevene pure.

--E io non glie l'ho fatta mai la corte agli zuavi, sapete, non glie

l'ho fatta mai.

--Andate, andate.

--E non è questa la maniera «de» screditar la gente....

--Via....

--E «se» rivedremo....

--Chetatevi, ve ne prego, vien gente....

Entrò la stiratora, una donnicciuola sui cinquant'anni, con un'aria di

vittima, col cappellino e lo scialle messi per traverso: il calzolaio

si fermò sull'uscio.

--È lei, signore,--mi domandò la donna con voce tremante,--che mi ha

da dar della biancheria?

--Io; ma bisogna che me la riportiate domani.

--Si farà.... quello.... che.... si.... potrà.

--Che cos'avete?

La stiratora scoppiò in pianto.

--Che v'è accaduto?--domandai, avvicinandomele.

--Ah! signore.... mio fratello e mio cognato....

--Son morti?

--No.... sono impiegati alla Revisione.

--Ebbene?

--....Li mandano via.

--Chi?

--Gl'Italiani.

--Ma, che! Rimarranno nel loro impiego, statene sicura; il governo

italiano non toglierà il pane a nessuno; datevi pace, buona donna.

--Ah! no.... no.... è inutile.... glielo hanno già detto....

E un altro scoppio di pianto.

--L'avranno voluto loro,--esce a dire il calzolaio,--e se lo son

meritati.

--Che cosa?--domanda sdegnosamente la donna, sollevando il viso

bagnato di lacrime.

--«Ah! credete che nun se sappia er perchè? Ci avemo er nostro

giuramento (giungendo le mani e modulando la voce); no se pole, ci

avemo er nostro giuramento de mantenecce fedeli ar Papa»!

--Non è vero!

--Andiamo via, chè «so» i soliti mezzi «de» cercar gl'impieghi....

--«Eh, stateve zitto»,--gli ribatte il barbiere,--«nun me» state a far

tanto l'italiano «co' sta» povera donna, che tanto ve se vede sotto

la coda!

--A chi?

--A voi!

--Ve do questa scarpa sulla faccia!

--Finitela, via.

--E io «ve faccio attastà sto» rasoio.

--Fuori di casa tutti quanti!

--Ma dica lei che è emigrato....

--Non sono emigrato.

--Senta lei che è giornalista....

--Non sono giornalista; lasciatemi stare, uscite subito tutti di qui,

sono stanco dei vostri piati, andate a gridar in piazza e non mi

seccate più in casa mia!

Ciò dicendo li spingo l'un dopo l'altro verso l'uscio, ed escono

vociando tutti insieme fin giù per le scale.

--«Er regno de preti è finito»!--Non è la maniera «de» metter la gente

in mala vista dei forestieri!--Non è vero.... il giuramento.... si

resta senza pane....--È finito!--Ci rivedremo!--Giù le code!--Non è

vero!

--Andate! Andate, che il diavolo vi porti!

E chiusa in furia la porta mi gettai sul seggiolone esclamando:--Pace!

Pace,

O esacerbati spiriti fraterni!

Ah, buon Dio! Anche il 20 Settembre, visto dietro le quinte....

Speranze e glorie; Le tre capitali: Torino, Firenze, Roma · 第 31 / 36 题