(Venticinque anni dopo).
Ci andava innanzi lentamente, portando un cerino acceso e strascicando
i sandali, un piccolo frate tarchiato, che in alcuni punti teneva
quasi con le spalle tutta la larghezza del corridoio, e ci copriva con
la sua ombra.
È violenta e triste la prima impressione che si risente discendendo
dalla grande Roma piena di luce e di vita in quel freddo cimitero
sotterraneo, dove sulla morte è anche ora passata la devastazione, e
dove si vedon congiunti tutti i più tetri aspetti d'una cava, d'una
grotta e d'una carcere. E si va innanzi a malincuore, nell'odore umido
della terra, diffidando del suolo ineguale, e pensando con
inquietudine che, se il frate sparisse, si perderebbe la lena alla
corsa, e forse il lume della ragione, prima di ritrovare l'uscita. Ma,
a poco a poco, quel labirinto di anditi angusti, quelle fughe di buche
sepolcrali nereggianti nelle pareti come grandi bocche semiaperte,
quei piccoli vani per gli uffizi del culto, dove i fedeli stavan
raggruppati e stretti, come quando aspettavan nei circhi l'irruzione
delle belve, attirano e soggiogano tutti i vostri pensieri. Se vi
resta ancora un pensiero profano, cede anche questo alla vista della
prima ampolla incastrata nel tufo, nella quale siete spinti a cercare
le tracce del sangue che vi fu racchiuso, e quasi un ultimo fremito
della vita che fuggì con esso dalle vene del martire, o svanisce alla
prima lettura di una di quelle iscrizioni semplici e rozze: «Pax
tecum», con accanto un nome di battesimo, che non vi par di leggere,
ma d'udir profferire intorno a voi dalla voce sommessa di chi ha amato
e sepolto chi lo portava. Il frate si soffermava a quando a quando per
rischiarare la cripta di una famiglia, di cui è scomparso ogni avanzo,
o nomi di pellegrini d'altri secoli incisi nelle pietre, o una grata
sottile, dietro la quale, fra poche ossa biancheggianti, ci fissavano
due occhiaie profonde, con quello sguardo immobile da mille e
ottocento anni, che par che aspetti con fede invincibile l'adempimento
d'una promessa. Ma più che altro ci arrestavamo a quelle buche
mortuarie dei bambini, così strette, da parere che neanche un piccolo
cadavere potesse entrarvi, se non spinto dentro a forza come un corpo
ancora vivente e ribelle alla sepoltura. Ah, lì pure sono i bambini
quelli che vi prendono al cuore, quei poveri piccoli cristiani messi a
dormire l'un sull'altro, ammucchiati, quasi schiacciati, oppressi
anche nella morte dalla terra, come eran stati nella vita dal terrore,
e così lontani dalla luce del giorno e dal verde dei campi,
rimpiattati, più che sepolti, come carne maledetta. E col sorgere
della pietà vi cade ogni ribrezzo del luogo: una curiosità grave e
reverente vi spinge innanzi per quel labirinto tenebroso; voi cercate
con gli occhi gli epitaffi e i sepolcri come se non tutti vi dovessero
essere ignoti; sentite a poco a poco come una stretta del vincolo che
v'unisce ai morti che là riposarono, e il nome che essi ebbero comune
con voi vi risuona nell'animo con un novo suono, dolce e solenne; vi
guida sotto a quelle vôlte, infine, quasi un ricordo lontano di
ricordi lontani, soavi e misteriosi, che vi passan per la mente
affollati, senza forma di parola, come una melodia appena intesa.
Quanto vi par lontana la capitale d'Italia! Ma più lontane di ogni
cosa, quasi monumenti e mostre d'un'altra religione, le superbe
basiliche dorate e le sfarzose carrozze pontificali, che avete visto
poc'anzi, lassù, in quel mondo dove splende il sole.
*
Si discese a un altro piano di gallerie, e si riprese a andare,
nell'ombra del frate. Il lumicino rischiarava di sfuggita anditi
laterali, dove entra a stento una persona, e che svoltano
nell'oscurità a pochi passi dall'imboccatura, altri anditi riempiti da
frane di sabbia, ed altri incominciati a scavare, e lasciati lì; i
quali s'allacciano forse a una rete di sotterranei più vasta. Si passa
sotto a vôlte che vi fanno curvare la fronte; si discende per brevi
tratti, come verso l'orlo d'un precipizio; poi si risale lentamente,
si torna a discendere, si svolta e si risvolta, e par di tornare sui
proprii passi e di riconoscere crocicchi, cubiculi, sfondi già visti;
quando in realtà si procede. A volte, il suono dei vostri passi
v'illude: vi par di sentir camminare altra gente davanti e dietro di
voi, dei passi che s'avvicinano e s'allontanano, nei corridoi accanto,
al piano di sopra, al piano di sotto, come di gente sorpresa che si
sparpagli da tutte le parti, in punta di piedi. In altri momenti,
quando il frate svolta un breve tratto prima di voi e rimane per poco
invisibile, il fruscìo della sua tonaca e dei suoi sandali non vi par
più il suo; suona come se invece d'andar oltre, si riavvicinasse, e vi
balena alla fantasia un incontro miracoloso, l'apparizione di uno
spettro di quella necropoli che v'aspetti alla svoltata, immobile e
muto, e vi chiude il passo come a un miscredente sacrilego. E allora
continuate a sognare, e vedete passar vagamente, lungo le pareti nere,
al chiarore danzante della fiammella, uomini pallidi e austeri, capi
curvati, visi estatici, occhi accesi di pianto e di speranza, che si
fissano nei vostri con un'espressione di bontà ineffabile, gruppi
furtivi di gente povera e umile, una confusione silenziosa di
fanciulle, di vecchi, di servi, di gladiatori, di coloni, di patrizi,
che vanno a passo lento, con le lampade d'argilla a la mano, e
dileguano per gli ambulacri, come ombre; e pei lunghi anditi vi
giungono all'orecchio salmodie di una dolcezza infinita, e dalle porte
dei cubiculi singhiozzi di madri che adagian nella fossa i corpicini,
dicendo con accento di sovrumana certezza:--Ti rivedrò! Aspettami in
pace, figlio mio!--e sentite alle spalle i passi gravi e gli aneliti
dei fedeli che portano i corpi lacerati dalle fiere, stillanti di
sangue. Come dovevano amarsi! E come dovevano amare il loro Dio
vilipeso, beffato, effigiato sui muri con un capo animalesco, pendente
da un patibolo infame, quelli che davan la carne al fuoco e ai
flagelli piuttosto di dire che non l'amavano! E intorno alle immagini
loro si dilata e si rischiara al vostro pensiero quel labirinto
funereo che vide tanti addii supremi, tanta rassegnazione, tanto
dolore, tanto coraggio; sentite nella stessa riverenza amorosa, che la
memoria di quei morti v'ispira, d'esser loro eredi e loro figli; ma
con un senso acuto di rammarico,--col rammarico di non poter dare al
servigio della vostra fede il santo amore della povertà e l'eroico
disprezzo della vita con cui essi professarono la propria.
L'immaginazione, frattanto, vi fa un singolare inganno in quel
pellegrinaggio: il vostro pensiero, di là sotto, non risale già alla
Roma attuale; quella che __sentite__ sul vostro capo è l'antica; sentite e
pensate come se, risalendo all'aria aperta, vi doveste ritrovare fra
gli splendori e gli orrori del regno dei Cesari; e quando vi
s'affaccia improvvisa l'immagine dell'aula di Montecitorio, che avete
fissato di visitar tra un'ora coi vostri compagni di viaggio, vi
produce un senso così vivo di stupore, che del vostro stupore medesimo
rimanete maravigliati, come d'un caso non mai provato di «doppia
coscienza».
Si discende ancora a un altro piano, e da questo a un altro, in
un'aria che vi par sempre più fredda, in un buio che vi par sempre più
denso, in un nuovo labirinto di gallerie strettissime, che discendono
e risalgono, e s'aprono in bivii e in crocicchi, e s'allargano in
ambulacri e in oratori, fiancheggiate di loculi, di bisomi, di cripte,
dove al raggio del lumicino vi appaiono altre ampolle di sangue, altri
nomi di morbi, altri ossami ammucchiati, e altri occhi di teschi che
vi fissano, con quello sguardo profondo che domanda ed aspetta. In
alcuni punti i corridoi si restringono, le vôlte s'abbassano, tutti i
vani s'impiccoliscono, e par che la terra stia per chiudersi su di voi
da ogni parte e seppellirvi vivente; e allora vi prende un senso
d'oppressione, e quasi un brivido di sgomento al pensiero di tutta
quella solitudine oscura, di tutti quei cimiteri che vaneggiano l'un
sull'altro al disopra del vostro capo, di tutti quegli anditi
intricati, di tutte quelle fughe di sepolcri, di tutte quelle ombre
informi che avete visto allungarsi sulle pareti, di tutti quei passi
misteriosi che v'è parso d'udire, di tutte quelle occhiaie vuote che
v'hanno guardato. Ma basta anche allora il nome di una fanciulla
sconosciuta, con una rozza palma disegnata accanto, e quella semplice
aggiunta:--Martire--scolpita a caratteri ineguali nel sasso, a
rimettervi nello stato d'animo di poco prima, a ridestarvi tutto
quanto di più dolce e di più luminoso avete sentito e sognato nei
giorni più puri della fanciullezza davanti alla immagine grande e
candida di Cristo. La vostra mente trascorre da quella in cui
v'aggirate alle altre necropoli,--alle altre quaranta già
dissepolte,--a quelle innumerevoli non ancora esplorate,--spazia per
tutta la distesa e a tutte le profondità della enorme città
sotterranea che ospitò milioni di morti e abbracciò la cinta di Roma,
e sentite la potenza prodigiosa del soffio che di là sotto ha
sollevato il mondo, e vi conforta un nuovo e grande pensiero.--Sì, v'è
ancora nel mondo un amore immenso e una immensa speranza, nata da
quella che raggiò nelle catacombe; la forza maravigliosa che si
sprigionò da queste tenebre non è morta negli uomini: essa è solamente
sparsa, o inconscia di sè, o compressa; ma si raccoglierà, e saprà, e
si espanderà vittoriosa un'altra volta sulla faccia della terra, e
rovescierà altri idoli bugiardi, e spezzerà altre catene scellerate, e
innalzerà essa pure dei monumenti che sfideranno i secoli, e
inneggierà ai suoi martiri nelle lingue di tutti i popoli, e celebrerà
le sue vittorie con le feste più poetiche e più solenni che possa
concepire la mente umana. Sì, la storia ricomincia, e gli anatemi ai
nuovi credenti lo annunziano, perchè non son che un'eco affievolita e
paurosa degli oltraggi antichi. «Exitiabilis superstitio rursus
erumpit».
Questo pensavo, quando un soffio di aria viva mi percosse in viso, il
lumicino del frate si spense e sfolgorò il sole....