Per quanto si sia parlato, e scritto della basilica di San Pietro,
qualcosa da dire resta sempre; e poi, questa volta, sotto la cupola di
San Pietro c'è una grande novità: i bersaglieri, dei quali non è fatto
cenno, credo, nè dalle guide, nè dai libri archeologici, nè dalle
opere artistiche; e spero che la mia penna d'oca, con l'aiuto delle
loro penne di cappone, riuscirà se non altro a rallegrarvi.
Andai là con un mio amico ch'era già stato a Roma. Passando sul ponte
Sant'Angelo, incontrammo un ufficiale che ci consigliò di tornar
indietro.
--Adesso ci troverete una processione di soldati,--disse;--ne sono
piene tutte le scale, pare una caserma, bisogna tornarci più tardi.
Più tardi? Con questa po' di febbre che ho addosso? Dopo aver veduto
quella benedetta cupola per cinque giorni a otto miglia di lontananza,
grande, netta e spiccata, che mi pareva a due passi, e mi faceva
soffrire le pene di Tantalo? È impossibile; fin che non ci sono sopra,
mi par di sentirmela sul petto. Andiamo a vedere questa maraviglia. A
San Pietro!
La carrozza era già di là dal ponte Sant'Angelo, quando il mio
compagno mi consigliò di chiuder gli occhi e di non aprirli prima che
me lo dicesse: li chiusi.
A un tratto la carrozza si fermò e l'amico disse:--Guarda.
Guardo: siamo in mezzo alla piazza. Ecco le colonne, le fontane, la
gradinata, la cupola, ogni cosa come si vede nei quadri: nulla di
nuovo, nessuna maraviglia.
--Dunque?--domanda l'amico,--non ti scuoti? che impressione ti fa? non
ti par bello, grande, sublime?
Io son mortificato, non trovo parola. Questa è la famosa basilica?
Questa la cupola che si vede di lontano quaranta miglia? Questo il
gran colosso di San Pietro?
--Dunque?
--Dunque.... senti, amico, vuoi ch'io ti dica la verità?
--Quale?
--Mi par piccolo.
--Che cosa?
--Tutto: la piazza, la chiesa, la facciata, la cupola, tutto quello
che vedo.
L'amico diede in uno scroscio di risa.
--Sarà ridicolo; ma è vero. Mi par piccolo, mi par piccolo, mi par
piccolo. Son disilluso.
--Guarda quell'uomo.
--Quale?
--Quello seduto ai piedi d'una delle colonne di mezzo della facciata.
Guardo l'uomo, misuro con l'occhio tutta l'altezza della colonna,
misuro la larghezza, poi l'uomo di nuovo, confronto, riguardo ed
esclamo:
--È immenso!
--Ah! qui ti volevo! Bisogna confrontare, caro mio. Come ti puoi
accorgere che qualcosa è gigantesco dove tutto è gigantesco? A prima
giunta, tutti guardano in su, e tutti dicono come te. Scendiamo.
Si scende di carrozza, si sale la gradinata: non finisce mai. Si
guardano le colonne della facciata: ingigantiscono a ogni passo.
V'arriviamo davanti: sono larghe come case. Guardiamo in su: sono alte
come campanili. Ci voltiamo indietro: quanta strada s'è fatta! Le
fontane, pur ora così grandi, son diventate piccine che non paiono più
quelle. Un soldato vicino a noi esprime benissimo questo stesso
effetto; guarda la facciata e dice:--«Gonfia».
Entriamo. Guardo....--Amico, questa volta te lo dico sul serio: sono
deluso.
--Aspetta. Vedi quella colomba in bassorilievo, di marmo bianco, qui
nell'angolo?
--Vedo.
--A che altezza ti par che giunga della tua persona?
--Al collo.
--Vediamo.
Si va innanzi.... Diavolo, non ci siamo ancora? Pareva a due passi.
Eccoci. Oh questa è curiosa! Stendo il braccio in alto, mi alzo sulle
punte dei piedi, e non ci arrivo.
--Guarda le lettere di quell'iscrizione lassù; quanto ti paiono alte?
--Quattro palmi.
--Sono più alte di te. Guarda quelle finte colonne; come ti paiono
larghe?
--Un braccio.
--Tre metri.
Comincio a capire. In mezzo alla chiesa si vede un gruppo di ragazzi
intorno a una cosa che sembra una statua. Andiamo innanzi, innanzi,
innanzi: oh cospetto! i ragazzi sono soldati d'artiglieria grandi e
grossi come Ciclopi; la cosa è la statua di San Pietro; i soldati le
baciano il piede; un pretino poco distante guarda e sorride con
un'aria di stupore e di compiacenza; pare che dica:--Son cristiane
queste bestie feroci! Meno male!
C'è una lunga fila di soldati in ginocchio intorno all'altar maggiore.
Altri, negli angoli lontani, stanno ammirando le statue, e per
persuadersi che sono di marmo metton loro le mani sulle spalle, sulle
braccia, sulle ginocchia, come fanno i ciechi per riconoscere. Un
gruppo di bersaglieri è estatico davanti a San Longino. Parlano tra di
loro. Mi avvicino e colgo la sentenza finale d'uno di essi, che mi ha
l'aria di un monferrino: «A j'è nen a dije; a l'è un bel travaj» (non
c'è che dire; è un bel lavoro).
Siamo sotto la cupola. Su la testa. Ah! qui l'effetto è veramente
prodigioso! È bello il vedere il mutamento che si fa in tutti i visi
appena si voltano in su. Molti, appena guardato, chinano la testa e
chiudono gli occhi, come se avessero intraveduto l'abisso. In altri il
viso e l'occhio s'illuminano come a una visione di cielo. È una
maraviglia che ha dell'estasi. È il solo punto della chiesa in cui
collo sguardo si sollevi al cielo il pensiero. Nelle altre parti è
enormità che stupisce e splendore che abbaglia, non grandezza che
ispira; ci si sente il teatro; si pensa più alle fatiche e ai milioni
che vi si profusero, che all'Idea cui furono consacrati; più ai
pittori e agli scultori, che agli angeli e ai santi. L'anima è così
tenacemente legata alla terra dalle maraviglie dell'arte, che a
sprigionarla e a levarla in alto occorre assai maggior forza e più
difficile lotta che non a farla uscir vittoriosa dalle tentazioni
esterne della vita, contro cui la chiesa dovrebbe servir di rifugio.
Si va innanzi, indietro, a destra, a sinistra, e man mano che si
procede la testa si fa pesante e la vista s'intorbida. A ogni passo
cento nuove cose, l'una più straordinaria e mirabile dell'altra,
s'affacciano confusamente allo sguardo, vicine, fitte, ammontate.
L'attenzione non basta a tutte insieme, sopra una sola non può
fissarsi, che le altre la tirano, e così tremola e si stanca senza
nulla abbracciare. Colonne enormi, statue colossali, bassorilievi,
dipinti, mosaici, ori, ricchezze e bellezze d'ogni forma e d'ogni
natura: vi si passa accanto senza neanco guardare; si vedono e si
dimenticano le une nelle altre.
Si vede in fondo alla chiesa qualcosa di nero che brulica intorno alla
porta: è una compagnia di soldati che entra. Quei colossi di angeli
che reggono la pila dell'acqua benedetta sembrano due giocattoli da
ragazzi. In vari punti ci sono dei soldati che si chinano a guardare
sul pavimento: guardano le indicazioni della lunghezza delle più
grandi basiliche del mondo. Quale arriva a metà, quale a due terzi,
quale a un terzo: chiesuole. «Mamma mia!» esclamano i soldati
napolitani. Quante moltiplicazioni dovranno fare, tornati ai loro
villaggi, per dare un'idea di San Pietro col confronto della chiesa
parrocchiale! Alcuni notano sul taccuino le dimensioni. Altri fanno il
conto di quanti soldati ci starebbero.--Ci stanno tutti i soldati del
4.° corpo d'esercito?--Sì.... e forse anche tutte le maledizioni che
mandarono al servizio delle sussistenze.
Ecco la porta per salire alla cupola. Coraggio e su, chè sarà una
sudata memorabile. Si sale per una scala a chiocciola; gli scalini
sono larghissimi e appena rilevati; si va su a grandi giri,
agevolmente, senza avvertir la salita. Il muro è coperto di lastre di
marmo dove son segnati i nomi di tutti i principi del mondo che
salirono alla cupola. C'è l'iscrizione di Ferdinando II di Napoli.
Sotto, appoggiate al muro, ci stanno otto daghe da bersagliere. Più
su, a ogni passo, cappelli coi pennacchi, cheppì, sciabole di
cavalleria, cinturini, giberne. Sopra la testa e sotto i piedi, un
fracasso da stordire. Sono squadre intiere di soldati che scendono,
salgono, s'incontrano, si salutano, si esprimono l'un l'altro lo
stupore e l'allegria. Già si leggono pei muri le loro iscrizioni,
poichè il soldato, per dove passa, lascia sempre traccia di sè. Sotto
quella del Borbone che dice: «Re del regno delle due Sicilie, salì
nella cupola ed entrò nella palla», si legge: «Tale dei tali, allora
caporale del genio, ha avuto l'onore di salutarlo a Gaeta».
Oh, ecco una finestra, guardiamo giù. E non si canzona! Siamo già
oltre il tetto dei più alti palazzi. Si ripiglia la salita, si cammina
altri dieci minuti, ecco una porta: si esce al cielo aperto. Eccoci
sul tetto della chiesa: è una piazza d'armi. Si vede da una parte un
edifizio rotondo, alto quanto una chiesa ordinaria: non è altro che
una delle cupolette minori che fanno da stato maggiore alla
principale. È grande e stupenda, ma nessuno la guarda; non s'ha tempo
per guardare tutte le minuzie. Si corre al parapetto, si guarda nella
piazza: è un formicaio. Si guardano le statue che sorgono in fila sul
sommo della facciata: che moli! Piedi che non istanno sul tavolino
dove scrivete; pieghe dei panni in cui si può nascondere un uomo; dita
che paiono clave. V'è una chiave di San Pietro che a prima giunta si
piglia per un'ancora di bastimento. I soldati scorrazzano da tutte le
parti, chiamandosi e salutandosi dalla piazza al tetto, dal tetto alla
cupola, ed esprimendosi la maraviglia con quel ridere allegro e quelle
esclamazioni scherzose:--Che bagattella!--E chi vuol andare di qua,
chi di là; si tirano, si spingono, si aggruppano, si sparpagliano,
correndo, ridendo e chiacchierando, come i ragazzi nel cortile di un
collegio.--Bisogna farsi coraggio,--dice uno,--e salire, perchè se non
si va in paradiso questa volta, non ci si va più.--Ma questa cupola
par piccola,--ripeto al mio amico. E lui:--guarda in cima.--L'ultimo
terrazzino sotto la palla è pieno di soldati; o come mai si vedono
così piccoli se son così vicini?
Su, alla cupola. Sali e gira e rigira, ecco un uscio che dà sur una
galleria; la galleria dà nell'interno della chiesa; mi affaccio; ma mi
tiro subito indietro, preso dalla vertigine.--Guarda la sala del
Concilio, laggiù in quella nave della chiesa,--mi dice il compagno.
Guardo.--Ma come! là dentro stavano tutti quei vescovi? Ma se è grande
come una scatola da tabacco!--Che cosa paiono gli uomini laggiù? Mi
ricordo il detto del Guerrazzi: «quello che sono, insetti». Intorno a
quell'altarino di mezzo ce n'è uno sciame: sembrano una macchia nera
che si muova. Guardo dietro di me, nel muro, e m'accorgo che quelle
testine d'angiolo a mosaico, ch'io vedeva di giù, starebbero bene
sopra un paio di spalle di titano.
Si risale. Scale lunghe e diritte di cui si vede appena la sommità,
scale a chiocciola dove per salire bisogna afferrarsi a una fune,
scale di legno a zig zag, scale comprese fra due pareti curve dove
bisogna camminare rotolandosi sulla parete più bassa; e da capo scale
dritte, e da capo scale a chiocciola, e avanti, sudando, ansando e
soffiando: ecco finalmente un raggio di luce, una porta, eccoci sulla
sommità, ecco tutta Roma: oh che aria viva e leggiera!
La prima esclamazione che mi colpisce, arrivato là, è d'un artigliere
lombardo.--«Madona!»--esclama giungendo le mani--«alter ch'el domm de
Milan!»
Si guarda giù, sul tetto della chiesa, dove si era poc'anzi: si vede
una processione di formiche. La gente che passeggia per la piazza si
discerne appena; le due grandi fontane sembrano due pennacchietti
bianchi agitati; le cupole minori della basilica, campanelle di quelle
piccine, che si mettono sulle statuette dei santi. Tutta la città si
abbraccia con uno sguardo. Subito dànno nell'occhio le mura del
Colosseo e delle Terme, nere e gigantesche. Le statue in cima alle
colonne, le punte degli obelischi, le sponde curve del Tevere, il
Pincio, la villa Borghese, il Quirinale, San Giovanni Laterano, il
Gianicolo, che sembra una collinetta di giardino, tutto si vede
distintamente. Il giardino del Vaticano pare un'aiuola; il Vaticano,
un edifizio comune, coi cortiletti: è tutto chiuso e deserto. Ecco
Monte Mario. Ecco laggiù la campagna romana, nuda e sinistra; di qui
debbono aver veduto il passaggio delle divisioni del Cadorna,
compagnia per compagnia, cannone per cannone. Ecco Monterotondo,
Tivoli, Frascati, Albano, e più a destra, lontano, quella sottile
striscia luminosa, il mare. Roma! Roma! Benedetto nome che non s'è mai
stanchi di dirlo; c'è qualche segreto in questo suono: Roma! Pare che
sempre ce lo ripeta l'eco nell'orecchio: Roma! Eccola qui tutta....
Un soldato accanto a me guarda anch'egli Roma con aria pensierosa;
pare che voglia dire qualche cosa, sorride, alza una mano, la batte
sul parapetto:--«Finalment»....
Sentiamo quel che vien dopo.
--«Ghe semm!»
Senti come l'ha detto con gusto! E tutti gli altri soldati, sul punto
di scendere, agitando una mano:--«Addio, addio Roma!»
E giù per le lunghe scale tortuose echeggia il suono dei passi
precipitosi e delle voci allegre.