Roma, 21 settembre 1870.
Le cose che ho da dire sono tante e tali che mi sarà impossibile di
scriverle con ordine e chiaramente. È già gran cosa aver la voglia di
scrivere, mentre per le vie di Roma risuonano ancora le grida del
primo entusiasmo e della prima gioia. Tutto quello che ho veduto ieri
mi sembra ancora un sogno; sono ancora stanco della commozione; non
sono ancora ben certo di essere veramente qui, di aver visto quello
che vidi, di aver sentito quello che sentii.
Vi dirò subito che l'accoglienza fatta da Roma all'esercito italiano è
stata degna di Roma, degna della capitale d'Italia, degna d'una grande
città sovranamente patriottica. Tutto ha superato non solo
l'aspettazione, ma la immaginazione. Bisogna aver veduto per credere.
Dubiterete della mia sincerità, lo prevedo; ma non voglio spender
parole per prevenirvi, perché capisco che non posso aspirare ad esser
creduto. Eppure sento che non vi darò che una pallida immagine della
realtà! Son cose che non si possono ridire.
Ieri mattina alle quattro fummo svegliati a Monterotondo, io e i miei
compagni, dal lontano rimbombo del cannone. Partimmo subito. Appena
fummo in vista della città, a cinque o sei miglia, argomentammo dai
nuvoli del fumo che le operazioni militari erano state dirette su vari
punti. Così era infatti. Il 4.° corpo d'esercito operava contro la
parte di cinta compresa tra porta San Lorenzo e porta Salara, la
divisione Angioletti contro porta San Giovanni, la divisione Bixio
contro porta, San Pancrazio. Il generale Mazè de la Roche, con la 12.a
divisione del 4.° corpo, doveva impadronirsi di Porta Pia.
Via via che ci avviciniamo (a piedi s'intende) vediamo tutte le
terrazze delle ville affollate di gente che guarda verso le mura.
Presso la villa Casalini incontriamo i sei battaglioni bersaglieri
della riserva che stanno aspettando l'ordine di avanzarci contro Porta
Pia. Nessun corpo di fanteria aveva ancora assalito. L'artiglieria
stava ancora bersagliando le porte e le mura per aprire le breccie.
Non ricordo bene che ora fosse quando ci fu annunziato che una larga
breccia era stata aperta vicino a Porta Pia, e che i cannoni dei
pontifici appostati là erano stati smontati. Si parlava di qualcuno
dei nostri artiglieri ferito. Ne interrogammo parecchi che tornavano
dai siti avanzati, e tutti ci dissero che i pontifici davano saggio
d'una maravigliosa imperizia nel tiro, che i varchi già erano aperti,
che l'assalto della fanteria era imminente. Salimmo sulla terrazza
d'una villa e vedemmo distintamente le mura sfracellate e la Porta Pia
malconcia. Tutti i poderi vicini alle mura brulicavano di soldati; si
vedevano in mezzo agli alberi lunghe colonne di artiglieria;
lampeggiavano fucili tra 'l verde dei giardini; scintillavano lancie
al di sopra dei muri; ufficiali di Stato maggiore e staffette
correvano di carriera in tutte le direzioni.
È impossibile ch'io vi dia notizie particolari di quello che fecero le
altre divisioni. Vi dirò della divisione Mazè de la Roche, che è
quella ch'io seguii.
La strada che conduce a Porta Pia è fiancheggiata ai due lati dai muri
di cinta dei poderi. Ci avanzammo verso la porta. La strada è dritta e
la porta si vedeva benissimo a una grande lontananza; si vedevano le
materasse legate al muro dai pontifici, e già per metà arse dai nostri
fuochi; si vedevano le colonne della porta, le statue, i sacchi di
terra ammonticchiati sulla barricata costrutta dinanzi; tutto si
vedeva nettamente. Il fuoco dei cannoni pontifici, da quella parte,
era già cessato: ma i soldati si preparavano a difendersi dalle mura.
A poche centinaia di metri dalla barricata due grossi pezzi della
nostra artiglieria traevano contro la porta e il muro. Il contegno di
quegli artiglieri era ammirabile. Non si può dire con che tranquilla
disinvoltura facessero le loro manovre, a così breve distanza dal
nemico. Gli ufficiali erano tutti presenti. Il generale Mazè, col suo
Stato maggiore, stava dietro i due cannoni. Ad ogni colpo si vedeva un
pezzo del muro o della porta staccarsi e rovinare. Alcune granate,
lanciate, parve, da un'altra porta, passarono non molto al disopra
dello Stato maggiore. Gli zuavi tiravano fittissimo dalle mura del
Castro Pretorio, e uno dei nostri reggimenti ne pativa molto danno.
Quando la Porta Pia fu affatto libera, e la breccia vicina aperta sino
a terra, due colonne di fanteria furono lanciate all'assalto. Non vi
posso dar particolari. Vidi passare il 40.° a passo di carica; vidi
tutti i soldati, presso alla porta, gettarsi a terra in ginocchio, per
aspettare il momento d'entrare. Udii un fuoco di moschetteria assai
vivo; poi un lungo grido «Savoia!» poi uno strepito confuso; poi una
voce lontana che gridò:--Sono entrati!--Arrivarono allora a passi
concitati i sei battaglioni dei bersaglieri della riserva;
sopraggiunsero altre batterie di artiglieria; s'avanzarono altri
reggimenti: vennero oltre, in mezzo alle colonne, le lettighe pei
feriti. Corsi con gli altri verso la Porta. I soldati erano tutti
accalcati intorno alla barricata; non si sentiva più rumore di colpi;
le colonne a mano a mano entravano. Da una parte della strada si
prestavano i primi soccorsi a due ufficiali di fanteria feriti: uno
dei quali, seduto in terra, pallidissimo, si premeva una mano sul
fianco: gli altri erano stati portati via. Ci fu detto che era morto
valorosamente sulla breccia il maggiore dei bersaglieri Pagliari,
comandante del 35.°. Vedemmo parecchi ufficiali dei bersaglieri con le
mani fasciate. Sapemmo che il generale Angolino s'era slanciato
innanzi dei primi con la sciabola nel pugno come un soldato. Da tutte
le parti accorrevano emigrati gridando. Tutti si arrestavano un
istante, a guardare il sangue sparso qua e là per la strada:
sospiravano, e ripigliavan la corsa.
La Porta Pia era tutta sfracellata; la sola immagine enorme della
Madonna, che le sorge dietro, era rimasta intatta; le statue a destra
e a sinistra non avevano più testa; il suolo intorno era sparso di
mucchi di terra, di materasse fumanti, di berretti di zuavi, d'armi,
di travi, di sassi.
Per la breccia vicina entravano rapidamente i nostri reggimenti.
In quel momento uscì da Porta Pia tutto il Corpo diplomatico in grande
uniforme, e mosse verso il quartier generale.
Entrammo in città. Le prime strade erano già piene di soldati. È
impossibile esprimere la commozione che provammo in quel momento;
vedevamo tutto in confuso, come dietro una nebbia. Alcune case arse la
mattina fumavano, parecchi zuavi prigionieri passavano in mezzo alle
file dei nostri, il popolo romano ci correva incontro. Salutammo,
passando, il colonnello dei bersaglieri Pinelli; il popolo gli si
serrò intorno gridando. A misura che procediamo nuove carrozze, con
entro ministri ed altri personaggi di Stato, sopraggiungono. Il popolo
ingrossa. Giungiamo in piazza di Termini: è piena di zuavi e di
soldati indigeni che aspettano l'ordine di ritirarsi. Giungiamo in
piazza del Quirinale. Arrivano di corsa i nostri reggimenti, i
bersaglieri, la cavalleria. Le case si coprono di bandiere. Il popolo
si getta fra i soldati gridando e plaudendo. Passano drappelli di
cittadini con le armi tolte agli zuavi. Giungono i prigionieri
pontifici. I sei battaglioni dei bersaglieri della riserva, preceduti
dalla folla, si dirigono rapidamente, al suono della fanfara, verso
piazza Colonna. Da tutte le finestre sporgono bandiere, s'agitano
fazzoletti bianchi, s'odono grida ed applausi. Il popolo accompagna
col canto la musica delle fanfare. Sui terrazzini s'affacciano
famiglie intere che batton le mani. S'arriva a piazza di Trevi. I
soldati prorompono in esclamazioni di maraviglia alla vista della
grande roccia coronata di statue, donde precipita un fiume; gli
ufficiali debbono sospingerli innanzi.
S'entra in piazza Colonna: un altro grido di maraviglia s'alza dalle
file. La moltitudine si versa nella piazza da tutte le parti,
centinaia di bandiere sventolano, l'entusiasm divampa: non v'è parola
umana che valga ad esprimerlo. I soldati sono commossi fino a
piangerne. Non vedo altro, non reggo alla piena di tanta gioia, mi
spingo fuori della folla, incontro operai, donne del popolo, vecchi,
ragazzi: tutti hanno la coccarda tricolore, tutti accorrono
gridando:--I nostri soldati!--I nostri fratelli!
È commovente; è l'affetto compresso da tanti anni che prorompe tutto
in un punto ora; è il grido della libertà di Roma che si sprigiona da
centomila petti; è il primo giorno d'una nuova vita; è sublime.
E altre grida da lontano:--I nostri fratelli!
*
Il Campidoglio è ancora occupato dagli squadriglieri e dagli zuavi.
Una folla di popolo accorsa per invaderlo è stata ricevuta a fucilate.
Parecchi feriti furono ricoverati nelle case; fra gli altri un
giovanetto che marciò quindici giorni coi soldati. Il popolo è
furente. Si corre a chiamare i bersaglieri. Due battaglioni arrivano
sulla piazza, ai piedi della scala. I pontifici, al primo vederli,
cessano di tirare; ma restano in atto di resistere. Una specie di
barricata di materasse è stata costrutta in alto. L'assalirla di viva
forza potrebbe costar molte vittime; s'indugia, forse gli zuavi
s'arrenderanno, si dice che hanno paura dell'ira popolare. Tutte le
strade che circondano il Campidoglio sono piene di gente armata che
sventola bandiere tricolori e canta inni patriottici. Intanto ai
bersaglieri che attendono sulla piazza son portati in gran copia vini,
liquori, sigari, biscotti. La moltitudine va crescendo, cresce lo
strepito. Qualcuno, forse un parlamentario, è salito sul Campidoglio.
Parecchi ufficiali lo seguono. La folla, dal basso, guarda con grande
ansietà. Ad un tratto cadono le materasse della barricata e appaiono
le uniformi dei nostri ufficiali che agitano la sciabola e chiamano il
popolo gridando: Il Campidoglio è libero.--La moltitudine getta un
altissimo grido e si slancia con grande impeto su per la vasta scala,
passa fra le due enormi statue di Castore e Polluce, circonda il
cavallo di Marc'Aurelio, invade i corpi di guardia degli zuavi e
rovescia, spezza e disperde tutto quanto vi trova di soldatesco. In
pochi minuti tutto il Campidoglio è imbandierato. Il cavallo
dell'imperatore romano è carico di popolani; l'imperatore tiene fra le
mani una bandiera italiana. Un reggimento di fanteria occupa la
piazza. È accolto con grida di entusiasmo. La banda suona la marcia
reale, migliaia di voci l'accompagnano. All'improvviso tutte le faccie
si alzano verso la torre. Il popolo e i soldati ne hanno sfondata la
porta, son saliti sulla cima, hanno imbandierato il parapetto. Un
pompiere sale per mezzo d'una scala sulle spalle della statua e lega
una bandiera alla croce. Un fragoroso applauso e lunghissime grida
risuonano nella piazza. La grande campana del Campidoglio fa sentire i
suoi rintocchi solenni. Da tutte le parti di Roma accorre il popolo a
ondate. Gli ufficiali che si trovano sul Campidoglio sono circondati e
salutati con incredibile affetto. Si grida:--Viva Roma libera!--Viva i
nostri soldati!--Le donne si mettono le coccarde tricolori sul petto.
Da tutte le finestre dei palazzi vicini si agitano le mani e si
sventolano i fazzoletti. Molti piangono. Il movimento della folla è
vertiginoso; il rumore delle grida copre il suono della grande
campana.
I conventi vicini, dove si crede che siansi rifugiati gli zuavi e gli
squadriglieri, sono circondati dai bersaglieri e dalla fanteria.
*
Si ritorna in fretta verso il Corso. Tutte le strade sono percorse da
grandi turbe di popolo che agitano armi e bandiere. I soldati
pontifici che s'avventurano imprudentemente a passare per la città a
due, a tre, o soli, sono circondati, disarmati e inseguiti. Giungiamo
in piazza Colonna. In mezzo alla piazza vi sono circa trecento zuavi
disarmati, seduti sugli zaini, col capo basso, abbattuti e tristi.
Intorno stanno schierati tre battaglioni di bersaglieri. Il colonnello
Pinelli e molti ufficiali guardano giù dalla loggia del palazzo che
chiude il lato destro della piazza. Popolani, signori, signore, donne
del popolo, vecchi, bambini, tutti fregiati di coccarde tricolori, si
stringono intorno ai soldati, li pigliano per le mani, li abbracciano,
li festeggiano.
Nel Corso non possono più passare le carrozze. I caffè di piazza
Colonna sono tutti stipati di gente; ad ogni tavolino si vedono
signore, cittadini e bersaglieri alla rinfusa. Una parte dei
bersaglieri accompagna via gli zuavi in mezzo ai fischi del popolo;
tutti gli altri sono lasciati in libertà. Allora il popolo si
precipita in mezzo alle loro file. Ogni cittadino ne vuole uno, se lo
piglia a braccetto e lo conduce con sè. Molti si lamentano che non ce
n'è abbastanza, famiglie intere li circondano, se li disputano, li
tirano di qua e di là, affollandoli di preghiere e d'istanze. I
soldati prendono in collo i bambini vestiti da guardie nazionali. Le
signore domandano in regalo le penne.
Numerosissime frotte di cittadini continuano a passare l'una dopo
l'altra pel Corso con grandi bandiere; alcuni drappelli ne hanno
quattro, sei, dieci; alcune bandiere sono alte più del primo piano
delle case e vengono portate da due o tre persone. Tutta questa gente
trae con sè soldati di fanteria e bersaglieri. Le canzoni popolari dei
nostri reggimenti sono già diventate comuni: tutti cantano. Passano
carrozze piene di cittadini che agitano in alto il cappello; i
soldati, rispondono alzando il cheppì; le braccia si tendono dall'una
parte e dall'altra, e le mani si stringono. Passano signore vestite
dei tre colori della bandiera nazionale. Tutti gli ufficiali che
passano in carrozza, a piedi, a gruppi, scompagnati, sono salutati con
alte grida. Si festeggiano i medici, i soldati del treno, gli
ufficiali dell'intendenza. Passano i generali e tutte le teste si
scoprono.--Viva gli ufficiali italiani!-è il grido che risuona da un
capo all'altro del Corso. In piazza San Carlo un maresciallo dei
carabinieri a cavallo, scambiato per un generale, è ricevuto da una
dimostrazione clamorosa, che gli cagiona un grande stupore. Da tutte
le strade laterali al Corso continuamente affluisce popolo. Non v'è
gruppo di cittadini che non abbia con sè un soldato, e ciascun gruppo
osserva il suo da capo a piedi, gli toglie di mano le armi, gli parla
tenendogli le mani sulle spalle, stringendogli le braccia, guardandolo
negli occhi cogli occhi scintillanti di gioia.--Viva i nostri
liberatori!--si grida. Davanti al caffè di Roma alcuni giovinetti
gettano le braccia al collo di due robusti artiglieri e li coprono di
baci disperati. A quella vista tutti gli altri intorno fanno lo
stesso; cercano correndo altri soldati, li abbracciano, li soffocano a
furia di baci.--Viva il nostro esercito nazionale!--gridano cento e
cento voci insieme.--Viva i soldati italiani!--Viva la libertà!--E i
soldati rispondono:--Viva Roma!--Viva la capitale d'Italia!--In molti,
specialmente nei giovani, l'entusiasmo sembra delirio; non hanno più
voce per gridare, si agitano, pestano i piedi, accennano le bandiere e
fanno atto di benedire, di ringraziare, di stringersi qualche cosa sul
cuore.
Non vidi mai, ve lo giuro, uno spettacolo simile; è impossibile
immaginare nulla di più solenne e di più maraviglioso. Queste grandi
piazze, queste fontane enormi, questi monumenti augusti, queste
rovine, queste memorie, questa terra, questo nome di Roma, i
bersaglieri, le bandiere tricolori, i prigionieri, il popolo, le
grida, le musiche, quella secolare maestà, questa nuova gioia, questo
ravvicinamento che ci fa la memoria di tempi, di casi, di trionfi
antichissimi e nuovi, tutto questo insieme è qualche cosa che
affascina, che percuote qui, in mezzo alla fronte, e pare che faccia
vacillare la ragione; si direbbe che è un sogno; non si può quasi
credere agli occhi; è una felicità che soverchia le forze del
cuore.--Roma!--si esclama.--Siamo a Roma? Quando ci siam venuti? Come?
Che è accaduto?--Il ricordo di quello che è accaduto è già confuso
come se fosse d'un tempo remoto. È una commozione che opprime. Ad ogni
strada, ad ogni piazza in cui s'entri, l'occhio gira intorno
maravigliato, e il sangue dà un tuffo. Avanti, di maraviglia in
maraviglia, di palpito in palpito, via via che si procede, la fronte
si solleva, il cuore si dilata, e sente più gagliardamente la vita.
Ecco la piazza del Popolo. Si corre all'obelisco, ci si volta
indietro, si vedono davanti le tre grandi strade di Roma, si vede a
sinistra il Pincio delizioso, laggiù in fondo la cima del Campidoglio,
tutto intorno prodigiose bellezze di natura e d'arte, antiche, nuove,
auguste, gaie, gigantesche, gentili; la mente sopraffatta si turba, ci
prende un tremito, e bisogna sedersi ai piedi dell'obelisco, pigliarsi
la testa, fra le mani e aspettare che la lena ritorni.
Intanto imbrunisce. Il Corso s'è illuminato come per incanto. Il
Corso, illuminato, ha veramente un aspetto fantastico. Candellieri,
doppieri, lumi d'ogni forma e d'ogni grandezza risplendono sulle
ringhiere dei terrazzini e sui davanzali delle finestre. A percorrere
la strada in carrozza non si vede più terra, è tutto un fiume, a cui
la strada non basta, e che straripa nei caffè, nelle piazze, nelle
botteghe, negli atrii, nei vicoli. Questa immensa folla è rischiarata
da migliaia di fiaccole. Drappelli di signore a due a due passano
tenendo in mano dei cerini accesi, che rischiarano il loro petto
coperto di coccarde, di sciarpe, di nastri tricolori. Sopra questo
fiume di gente nuotano, sbattuti di qua e di là, cappelli di
bersaglieri, cheppì, berretti, canne di fucile a centinaia. Le signore
gettano giù dalle finestre fiori e confetti ai gruppi dei soldati che
tendono le mani. Da un capo all'altro della lunghissima strada, a ogni
passo, si sentono dieci voci che cantano insieme. I soldati non sono
più condotti, sono travolti. I cittadini, non più paghi di tenerli a
braccetto, camminano tenendo loro un braccio intorno al collo. Passano
donne con un pennacchio di bersagliere nelle treccie. Famiglie ferme
sui marciapiedi arrestano i soldati per mettere nelle loro braccia i
bambini. Il gridìo nel Corso è oramai giunto a segno che chi è stanco
dalle fatiche della mattina non ci può più reggere.
Salgo in una carrozza, e mi lascio condurre al Colosseo. Attraverso la
stupenda piazza della Colonna Traiana, piena di gente anch'essa e
illuminata; passo per parecchie piccole strade; dappertutto lumi.
Guardo nei caffè, nelle osterie: dappertutto soldati e popolani
insieme, dappertutto grida di viva Roma e viva il nostro esercito,
dappertutto canti, amplessi, grida di gioia, bandiere. Eccoci nel
Campo Vaccino. È notte fitta, e il classico lume di luna sul Colosseo
non risplende ancora. Non importa; il cielo è stellato, e vedrò del
momento sublime almeno i contorni. Da tanti anni ardevo di vederlo! Il
cuore mi batte a precipizio. Ormai sono in un luogo deserto, non sento
più una voce, non un passo; tutto è queto ed oscuro. Eccoci, mi dice
il cocchiere. Io balzo in piedi, guardo, veggo un'immensa macchia nera
sul cielo, e tanto è l'impeto e la dolcezza con cui i ricordi e le
immagini della memoranda giornata mi assalgono tutti in un punto, che
non s'arresta il mio sguardo sui meravigliosi contorni, nè vi si può
arrestare il pensiero. Sguardo e pensiero si levano più in alto, e dal
profondo del cuore, col più ardente palpito che possa destare in un
cuore umano la gratitudine, saluto e ringrazio i padri e i fratelli
che non son più, quelli che languirono negli esigli e nelle carceri, e
quelli che spirarono sui patiboli e sui campi di battaglia per darci
questa grande patria, la quale, dopo cinquant'anni di dolore e di
sangue, oggi s'integra e s'incorona al cospetto del mondo. O benedetti
morti che ci avete preparato questo santo giorno! O poveri morti che
non l'avete potuto vedere con noi! Siate amati, onorati, benedetti in
eterno!