PRETI E FRATI.

Nelle caserme pontificie si trovarono molte copie d'un inno di guerra,

dettato in francese, che par che dovessero cantare gli zuavi andando a

combattere. Ha molti punti di somiglianza colla «Marsigliese». Ha un

ritornello che comincia: «Catholiques, debout!» Ha una strofa che

arieggia quella dell'inno francese: «Entendez-vous dans ces

campagnes», con la differenza che ai «féroces soldats» sono sostituiti

«les barbares». Ha un verso che dice: «Viendront-ils nous prendre (ci

dev'essere un verbo più feroce, ma non lo ricordo) nos églises, nos

prêtres?» E il verso dopo: «Non, non, on n'y touchera pas». E altre

amenità poetiche su quest'andare.

Ma dal verso in cui è detto che gli Italiani vanno a Roma per far man

bassa sulle chiese e sui preti, si capisce che dovette esser quella la

finzione di cui si servirono principalmente i fautori del governo

papale per suscitare e tener vivo il fanatismo nei soldati, per destar

nel popolo l'avversione al governo italiano, e per alimentare la

diffidenza di quei molti che, pure essendo cattolici in buona fede,

manifestavano o lasciavano trapelare sentimenti italiani.

Questo fatto spiegherebbe pure l'astensione d'una parte del popolo

dalle dimostrazioni entusiastiche così nella città di Roma come nei

villaggi della provincia.

A Monterotondo, discorrendo con un cittadino dei più noti, e in voce

di liberale, gli domandammo come fosse contento del nuovo stato di

cose:

--Per me sono contentissimo;--rispose, e lo diceva

sinceramente:--tutto va bene, non si potrebbe desiderare di

meglio.--E poi a bassa voce:--Hanno rispettato le chiese, hanno

lasciato stare i preti; messe, vespri, funzioni, ogni cosa come

prima.

--Oh curiosa! Ma credeva che si venisse qui per far man bassa su tutto

questo, lei?

--Io?... nemmen per sogno.

Certo che lo credeva, e con lui chi sa quanti, che all'entrare dei

nostri soldati si saranno chiusi in casa e fatti dar del codino. Ma

ora che si son disingannati e rassicurati, non credo che saranno meno

sinceramente italiani degli altri.

Non ricordo in che villaggio, una donna del popolo fermò il primo

ufficiale che vide, e gli disse con voce affannosa e supplichevole:--È

una buona persona il nostro curato, glie l'assicuro; è un galantuomo;

non gli dispiace mica che vengano i soldati italiani; non gli facciano

nessun male, lo raccomandi lei ai soldati, ci faccia questa carità....

Quella donna credeva fermamente che il «mandato» dell'esercito

italiano fosse di far la festa ai preti, come diceva don Abbondio. Ora

lamentatevi, se vi pare, ch'essa non abbia messo fuori dalla finestra

la bandiera tricolore.

Passava un drappello di seminaristi, per una via di Nepi, poco dopo

che v'erano passati i soldati. Un popolano, accennandoli, disse in

tuono burlesco:--Ora.... quelli là.... è finita....--E mi guardava.

--Perchè finita?--gli domandai.

--A questi lumi di luna....

--Ma che lumi di luna! I seminari e i seminaristi seguiterete ad

averli; ce li abbiamo anche noi, e ce li avremo sempre.

Fece un atto di stupore, e poi domandò:--In Italia? Ce li avete anche

voi in Italia?

--Anche noi in Italia.

--E passeggiano per le strade?

--Passeggiano per le strade.

--E nessuno gli dice nulla?

--E che volete che gli dicano?

C'era da perdere la pazienza; mi ripugnava quasi di credere a tanta

ignoranza.

In una via remota di Roma, poco dopo l'entrata dell'esercito, si vide

un vecchietto che, all'aria, doveva aver avuto un tale spago delle

cannonate da perdere il lume della ragione. Alla paura delle cannonate

gli era poi sottentrata la paura delle dimostrazioni. Passavano alcuni

giovani cantando e sventolando bandiere. Non avendo più tempo di

fuggire, credette di dover far l'italiano per non essere accoppato.

Cominciò con sforzarsi a sorridere, e poi, raccolto tutto il suo

coraggio, gridò con una voce da moribondo:--Accidenti ai preti!

Le bricconate fatte per viltà sono più rivoltanti di quelle fatte per

nequizia. Uno dei giovani del drappello lesse nel viso al vecchio e

gli disse con piglio severo:--Per essere Italiano non c'è mica bisogno

di mandare accidenti ai preti, sapete!

Il vecchio rimase attonito.

--Non ce n'è proprio bisogno,--soggiunse il giovane allontanandosi e

continuando a guardarlo. Il povero Italiano fallito non profferì più

parola. Anche a lui, certo, era stato dato a credere il

«viendront-ils» degli zuavi.

Un oste, all'apparir dei soldati, s'affrettava a nascondere certi

palloncini da luminaria su cui era scritto: «W. Pio IX». Un ufficiale

lo sorprese, e gli disse:

--Lasciate quella roba dove si trova.

--Ma io....

--Lasciatela.

--Ma io non son mica per il papa; io son per lor signori.

--Ma per essere per noi, non c'è mica bisogno che rinneghiate il papa.

--Ma questa roba....

--Ma questa roba vi potrà ancora servire, e tira poco, speriamo,

perchè le cose s'aggiusteranno.

--Lei dice bene.

--E voi facevate male.

Del resto, i preti mostrarono di non aver le paure che s'adoperavano a

metter negli altri. Mentre nelle vie dei villaggi la buona gente

tremava per la loro vita, essi, dalla finestra, assistevano

tranquillamente al passaggio dei reggimenti, e molti non abborrivano

dall'onorare d'un cortese saluto gli ufficiali a cavallo.

Un solo frate mostrò d'aver paura dei soldati, e fu vicino a Civita.

Veniva innanzi con un somarello verso un battaglione di bersaglieri,

pallido e tremante, e giunto a pochi passi dai primi soldati, si fermò

e giunse le mani in atto di chieder grazia.--«Fa nen 'l farçeur»--gli

disse un caporale. Gli altri gli domandarono notizie del Santo Padre.

Qualcuno gli offrì del pane. Rassicuratosi, pareva matto dalla

contentezza.

E non mancarono i preti che accolsero festevolmente i soldati. A

Baccano un prete ed un frate stettero a veder sfilare sei battaglioni

di bersaglieri sulla porta del convento, sereni e ridenti ch'era un

piacere a vederli. Tutti i soldati, passando, dicevano qualche cosa

all'uno o all'altro.

--Si va a Roma, reverendo.

--Dio v'accompagni!

--Senti! È dei nostri!

Il prete si mise una mano sul cuore.

--Viva! viva!--si gridò dalle file. E il frate e il prete

ringraziarono.

Non intesi mai, nè altri può affermare d'aver mai inteso un soldato

dire una parola sconveniente ad un prete. Scherzi, sì; ma urbanissimi,

e condonabili sempre alla gaiezza soldatesca, Se l'«Unità Cattolica»

osservasse che è inurbanità il dirigere la parola a chi non si

conosce, le si potrebbe rispondere che nessuno obbligava i preti a

mettersi alle finestre o a piantarsi sull'uscio della casa

parrocchiale quando i reggimenti passavano. Se vi stavano, vuol dire

che ci si divertivano. Non so se ci sarebbero stati quando fossero

passati gli zuavi.

Nei primi due giorni non si videro in Roma nè preti nè frati, o

soltanto pochissimi. Ma non si può dire che stessero nascosti per

timore: qual ragione avrebbero avuto di temere i nostri soldati a Roma

più che nella provincia? Stavan chiusi, si capisce, per non aver a

prendere parte, neanco come spettatori, alle dimostrazioni del popolo.

Tuttavia, ripeto, alcuni se ne videro anche il primo giorno, e

passavano in mezzo alle bandiere e alle grida, sicurissimamente, come

in casa propria, senza esser nemmeno guardati. E sì che le vie di

Roma, stando a quello che scrisse don Margotti, eran piene di

«facinorosi», di «tigri assetate di sangue» e di «donne di mala vita»,

tutta gente, come diceva l'oste milanese della «Luna piena», latina di

bocca e latina di mano.

La mattina dopo il 20, venendo dal Campo Vaccino al Campidoglio, la

prima cosa che vedo, in cima a una delle grandi scale che dànno sulla

piazza, è un gruppo di bersaglieri e di frati che se la discorrono

fraternamente, seduti sugli scalini. I bersaglieri mangiavano; due o

tre frati rivolgevano tra le mani una gamella, guardandola di sopra e

di sotto; altri tenevano in mano un pane di munizione; altri

osservavano con molta curiosità i cappelli piumati appesi al muro. Ci

fosse stato un fotografo! Parevano amici vecchi. A un bersagliere che

scendeva domandai:--Che cosa dicono i frati?--«So' chiù etaliani de

noautri»,--mi rispose ridendo.

La sera, per le strade, se ne videro molti. Ce n'era di tutti i

colori: bianchi, neri, bigi, cacao. Alcuni erano accompagnati da

soldati. La gente guardava e rideva. Era infatti una mescolanza così

nuova e strana, che pareva di sognare. E il modo con cui andavano

assieme! Come fosse la cosa più naturale del mondo, come fossero stati

insieme sempre. Discorrevano di politica.

Passando in certe strade appartate, i soldati vedevano qua e là

sparire delle tonache e chiudersi degli usci. Da certe finestre

spuntavano visi di reverendi rannuvolati, guardavano intorno come per

consultare il tempo, e, sentito grida o musiche lontane, richiudevano

le imposte. Altri uscivano in fretta da una porticina, si arrestavano

a un tratto, come le lucertole, a spiare in giro, e poi via rasente il

muro a lunghi passi. Per certe strade quiete e deserte pareva di

sentire dei fruscii misteriosi, come di notte per gli anditi delle

chiese e delle sagrestie.

Qualche prete, attraversando in fretta via del Corso e vedendo di

sfuggita qualche nuova uniforme, si fermava in un canto, fuori della

folla, per vedere che bestia fosse. Ne vidi due che sbirciavano da

lontano due carabinieri in tenuta di parata. Li guardarono dalla testa

ai piedi, dai piedi alla testa, e poi si consultarono l'un l'altro

tacitamente, stringendo le labbra coll'aria di dire:--Che roba è?

Curiosità n'avevano, certo; ma non guardavano mai diritto. Passando

accanto ai soldati, lanciavano occhiate di traverso, rasente il

cappello, al di sopra della spalla, tra le dita della mano, o facevano

scorrere due dita intorno al collo come per allargarsi il collare,

tanto per aver agio di voltare la faccia senza parer di guardare.

Lasciamo gli scherzi; debbono aver detto in cuor loro:--Qual

differenza dai nostri zuavi!

Chi avesse visto in viso quei due cardinali, di cui non ricordo il

nome, che passarono in carrozza dinanzi ai bersaglieri, presso Castel

Sant'Angelo, poco dopo ch'era stato ordinato alle truppe di render

loro gli onori come ai principi del sangue; chi avesse visto il

sorriso che fecero quando si videro presentare le armi, lo sguardo

benigno e gentile che girarono sui soldati, e l'atto di ringraziamento

con cui accompagnarono lo sguardo, e la serena e lieta dignità con cui

si ricomposero dopo quell'atto; chi li avesse visti avrebbe giurato

che un sorriso, uno sguardo, un atto così quei due cardinali non lo

avevano mai fatto ai loro bene amati campioni.

E cardinali, e preti, e frati se v'era fra loro chi credesse a quello

che le femminucce di Civita e di Nepi credevano, e quanti Romani

cattolici trepidavano per le chiese e pei sacerdoti, debbono essersi

tutti solennemente e irrevocabilmente ricreduti. Sentivano dire che i

soldati italiani erano barbari, e non li hanno visti torcere un

capello a un reverendo; ch'erano empi, e li hanno veduti affollarsi

nelle chiese a baciare i piedi dei santi; ch'erano vandali, e li hanno

visti pagare ogni cosa a soldi sonanti, e regalare le pagnotte ai

frati; ch'erano licenziosi e insolenti, e hanno sentito dire dai

popolani:--Che rarità di soldati son questi che non dicon nulla alle

donne!--Volere, o non volere, un grande edifizio di menzogne è caduto

e, per Iddio, si potrà raccoglierne i ruderi, ma non si rifabbrica

più.

Quante conversioni politiche debbono aver fatto i nostri soldati!

Quanto poi ai preti e ai frati, io avrei voluto leggere nel loro cuore

la sera del 20 settembre. Se è vero che la maravigliosa dimostrazione

di Roma, tanto superiore a ogni previsione e a ogni speranza, abbia

più che commosso, sopraffatto e sbalordito nella corte pontificia i

più fieri e ostinati nemici d'Italia, che non avrà potuto di più sul

cuore dei molti in cui la convinzione era fiacca e la nimicizia

determinata solamente dall'interesse? Quelle poche __fibre italiane__, che

il conte di Cavour non voleva credere morte neanche nel cuore del

Papa, debbono essersi scosse nel loro cuore la sera di quel giorno. Le

grida e i canti del popolo debbono essere risonati nelle celle

silenziose dei monasteri, come un avvertimento, come un consiglio,

come un rimprovero. Molti debbono aver invidiato dal più profondo

dell'anima quella gioia; debbono aver rimpianto di essersi ridotti in

condizione da non poterla godere; alcuni, forse, tendendo l'orecchio

alle musiche lontane, debbono aver provato un sentimento di tenerezza

mesta ed amara, debbono essersi ricordati di aver una patria, debbono

aver sentito che l'amavano, debbono aver profferito in segreto il suo

nome, debbono averla invocata, debbono aver domandato con sincere

lacrime a Dio che ispirasse nel cuore del pontefice il bisogno di

riconciliarsi con lei, di riconoscerla, di benedirla, di troncare con

una parola generosa la guerra insensata che in mezzo a tanta gioia e a

tanto affetto li condannava alla solitudine e all'abbandono come

rinnegati o stranieri.

Speranze e glorie; Le tre capitali: Torino, Firenze, Roma · 第 28 / 36 题