Vuolsi che Alpignano prendesse il nome da un Alpino, romano, possessore
di quel luogo. Si dice pure che vi stanziasse una colonia romana, la
quale operò il taglio di una rupe per dare corso alle acque della
Dora impaludate ne' luoghi adiacenti. Certo si è che diverse famiglie
illustri ebbervi signoria. L'ebbero i principi d'Acaia, che nel secolo
XIV ne investirono Guglielmo di Mombello, signore di Frossasco; e
l'ebbero in feudo i conti di Provana, edificatori del vasto castello,
che ammirasi riabbellito e ricco di ogni guisa di arredi ed ornamenti.
Morto senza prole l'ultimo feudatario nel 1797, il Governo rimase
padrone di diritto.
Alpignano obbediva un tempo a quattro padroni, perchè parte di esso era
dello Stato, altra porzione apparteneva alla Famiglia reale, la terza
ai monaci e la quarta al feudatario.
Nel Governo si raccoglievano tutti i poteri, quando nel 1804 il
Demanio francese vendeva il castello all'avv. Modesto Paroletti, che
fu sul punto di demolirlo per cercarvi nelle fondamenta il desiderato
tesoro; ma poi si persuase di lasciarlo incolume e venderlo ai fratelli
Revelli, l'avvocato e il pittore, che vi portarono gli splendori
dell'arte.
Dalla famiglia Revelli nel 1840 lo comperò il conte Michelangelo Robbio
di Varigliè, e da questo nel 1863 lo acquistava l'avvocato Riberi,
ornato giovane, che in mezzo a tanta amenità di paese e in compagnia
di colti amici mostrasi tutto applicato a nobilissimi studi, onde potrà
illustrare sè e la patria, aiutato dal pingue retaggio lasciatogli
dallo zio paterno, il celebre professore di medicina.