Per una scala salii al sommo di que' ruderi, mentre d'intorno rideva
tranquillamente la natura. Il verde e l'azzurro e il color di porpora
splendevano nell'acque e ne' monti, e per la serena vôlta dei cieli un
venticello del Moncenisio spingeva bianche nuvolette in Lombardia.
Da quelle vette solitarie ad oriente io vedeva il prossimo ospizio di
S. Antonio di Ranverso, e più in là il castello di Rivoli, la torre di
Buttigliera e la cupola di Superga; e una grigia nebbia vivida di luce
mi segnava il corso del Po lambente le falde ai colli di Torino. Verso
la parte meridionale parevano sfavillare di perle e smeraldi i colli di
Giaveno e i due laghi, come dalla parte nordica i gioghi del Rubbione
e del Musinè e le acque della Dora; e ad occidente rividi la Sagra di
S. Michele e il Pirchiriano che mi nascondeva il varco delle Chiuse,
dilatando le sue ombre sulla Dora, e di là salutava le torri di Susa e
le nevi del Moncenisio.
Il mio compagno vedeva il brio della sua gioventù riflesso nelle cose
circostanti, per cui le stesse pannocchie di grano turco nelle case del
borgo ci parevano tappeti d'oro pendenti dalle tettoie e dai ballatoi
giù per le brune pareti. Insomma quel giorno festivo pareva un giorno
di primavera venuto a rallegrarmi fra i geli del dicembre sul monte di
Avigliana. Oh quanta vita intorno allo squallido castello, scheletro
roso dal tempo e non più curato dagli uomini!
Camillo Verdi meco ricordava il Conte Amedeo VII che, degno figlio del
Conte Verde, nacque in quel castello addì 24 febbraio 1360; e acceso di
nobile ardore declamava la ballata di Giovanni Prati, intitolata _Il
Conte Rosso_, che forse il poeta immaginò, attingendo dalla vista di
que' luoghi le felici sue inspirazioni. Scendendo dal monte volentieri
io ripeteva col Verdi:
«O voi, che languite scorati e pensosi,
Poeti d'Italia, dai lunghi riposi
Sorgete una volta, sorgete a cantar.
Tendete concordi l'orecchio devoto,
Chè un'eco possente del tempo remoto
Susurra sull'Alpi, passeggia sul mar».