Addì tre dicembre del 1851 un eletto giovane, caldo di poesia e fior
di gentilezza, Camillo Verdi, in sul meriggio mi accompagnava fra i
deserti ruderi del vecchio castello, già segno a gravi sciagure.
Invadevano il castello le armi di Lamagna ai tempi del conte Umberto
III di Savoia, parteggiante per la Chiesa, nemico a Federico
Barbarossa; e nel 1636, comechè difesa dal presidio spagnuolo, la
rôcca di Avigliana fu assalita dai Francesi che nell'orrendo eccidio
risparmiarono una donzella piemontese, disarmati dalla rara sua
bellezza. Risorta la rôcca di Avigliana, fu nel 29 maggio del 1691
nuovamente percossa dai Francesi capitanati dal Catinat, al quale, si
racconta, una vecchierella indicasse la _Pietra-piana_, l'eminenza
donde il Generale potè con truce fortuna investire il castello, e farne
informe ammasso di rovine, per muovere dipoi al campale combattimento
della Marsaglia, ov'ebbe il bastone di maresciallo.
Rimangono del castello vôlte sotterranee e una massiccia muraglia con
tre finestre. I gufi e le nottole fanno lor nido e stridono ove un
tempo fra gli scudieri e i falconieri ferveano le virtù cavalleresche
ne' tornei, nelle caccie e negli amori dei corazzati principi e
guerrieri, e ne' canti de' trovadori, ed ove si agitavano le politiche
imprese, che per lungo ordine di vicende prepararono il concetto
rinnovatore della presente Italia.