XVI.

Mentre io m'inebbriava negli estri d'Ariosto, e mi vedeva innanzi

Orlando investito dalle furie della gelosia, ecco all'improvviso

avanzarsi a cavallo, e con grande celerità, un giovane animoso,

scintillante negli occhi neri. Era il dottore Rumiano, mio conoscente,

che in atto amichevole veniva a stendermi la destra, e, sapendo i miei

desiderii, profferivasi di guidarmi sulla riva sinistra del fiume ad

una grotta memorabile, un tempo abitata da un santo, onde si è diffusa

nel popolo una pia tradizione.

Accettai di buon grado l'invito. Salutammo Villarfocchiardo, i suoi

annosi castagni e le reliquie dì due antichi monasteri benedettini; e

quindi varcammo la Dora sul ponte della _Giaconera_, bellissimo ponte

in pietra a tre archi, che illustra il regno di Carlo Alberto, e costò

poco meno d'un milione di franchi e l'opera di sei anni. Al di là

del ponte toccammo _Borgone_, dove a piè d'ignudo poggio coronato da

solitaria torre mi fu additata l'allegra villa di Enrico Montabone,

ricco uomo, la cui più preziosa gemma è la bella e colta sua consorte.

Traversato il paese, lieto di vigneti, costeggiammo a levante la

montagna di _Frassinere_, passammo presso il ponte della strada

ferrata, gettato in linea diagonale sulla Dora, e torcendo a sinistra,

giungemmo a _San-Valeriano_, piccola borgata, frazione del paese di

Borgone, addossata alle rocce cavernose di _Pietraculera_. Quivi

entrammo nella chiesuola di San Valeriano, da cui si denomina il divoto

villaggio, e penetrammo a sinistra in un disadorno antico oratorio, al

cui fianco apresi nella montagna la grotta ove si ricoverò e morì San

Valeriano.

Attigua allo speco v'ha una piccola finestra d'onde i divoti possono

sporgere il capo ed osservarlo. In quel dì una povera donna del

villaggio, non ha guari campata da una grave infermità per le assidue

cure del Dottor Rumiano, inginocchiata, dalla finestruola sporgeva le

congiunte mani, intrecciate fra le deche di un rosario, e mormorava

preghiere.

Il dottor Rumiano, al vederla:

--Eccovi, mi disse, chi meglio di me potrà narrare i prodigi di San

Valeriano, e come riparasse in questa grotta.

--Oh! ben volentieri, signor dottore, rispose la pia donna: poichè,

come più volte le ho detto, io deggio al patrocinio di questo Santo le

tante sue cure nella mia infermità, e il poter sostenere insieme colla

povertà i continui disastri della vita.--

Ed entrata nell'oratorio, andò a prostrarsi innanzi alla grotta, e

baciato con riverenza il sasso, così riprese:

--Io narrerò del Santo quello che nelle lunghe serate d'inverno, presso

al focolare, sino dall'infanzia udii spesso ripetere dalla mia vecchia

nonna.

Valeriano, Tiburzio, Ignazio, Pancrazio, Maurizio, Giorio e Giacomo

erano sette fratelli addetti alla legione Tebea, ed avevano una

sorella per nome Cecilia, fatta cristiana prima di loro. Valeriano,

persuaso dalle buone opere e dai consigli della sorella, si convertì

anch'egli alla fede cristiana, e pertanto fu, dappertutto ove andasse,

perseguitato dagl'infedeli. Si ricoverò fra Giaveno e Pinerolo ne'

monti di Cumiana, ma anche là fu dai nemici investito; ond'egli

spiccato un salto da un masso, potè sfuggire ai suoi persecutori e

trovar rifugio sicuro qui lungo la Dora, e propriamente in questa

grotta dove santamente morì.

A Cumiana un sasso tuttavia serba l'impronta d'un ginocchio del nostro

Santo, la chiesa di Villarfocchiardo ne possiede il cadavere, e fra noi

si ha una sua reliquia, donataci dal Vescovo di Susa, cara memoria che

abbiamo sempre nel cuore e nelle preghiere, che festeggiamo ogni anno

il dì 14 aprile.--

Così parlava e così credeva la pia donna, e le sue parole e la sua fede

mi toccavano il cuore.

La Dora · 第 110 / 267 题