Zefiro torna, e 'l bel tempo rimena
E i fiori e l'erbe, sua dolce famiglia,
E garrir Progne e pianger Filomena,
E primavera candida e vermiglia.
Con questi soavissimi versi del Petrarca salutiamo il 23 aprile, giorno
festivo a San Giorgio, da cui con voce corrotta si appella forse il
paese; comechè altri ne voglia trarre la denominazione da un Giorio,
martire della legione Tebea.
Squillano le campane della chiesa parrocchiale e suonano le musiche
nelle vie stipate di popolo. Le quattordici borgate di San-Giorio
oggi riposano dai lavori campestri, e i loro abitanti dalle balze
meridionali sono discesi in gran folla a far baldoria con quei di
Bussoleno, di Villarfocchiardo e di altri circostanti paesi, mentre su
le spalle di quattro divoti, fra i canti e le fiaccole dei sacerdoti
viene portata in processione una statua di legno, che rappresenta San
Giorgio a cavallo, il santo patrono della cavalleria, splendido la
testa di piumato cimiero e il petto di aurea corazza, col brando nella
destra. Ma quello che attira la moltitudine de' curiosi non è tanto la
processione di San Giorgio, quanto lo spettacolo degli spadeggiatori,
che, chiuso il capo in un elmo adorno di piume e di nastri, la
accompagnano, brandendo enormi spadoni e indossando una strana assisa,
con cui pare vogliano imitare le fogge guerresche usate nelle età
di mezzo. Io non li saprei descrivere meglio di quello che facesse
Norberto Rosa nel 1843[17].
«Gli spadeggiatori non camminano mai passo passo, ma a salti a salti
l'un dopo l'altro, o a due a due: fatti due salti in avanti, il primo
spadeggiatore si volge indietro, batte la lama della sua lunga spada
contro quella del compagno che gli vien dietro, e poi torna a far due
passi, e poi torna a toccar la spada, e via via. Quando la brigata e la
processione si ferma, gli spadeggiatori si fermano anch'essi, ma in una
posizione guerriera, cioè colla mano sinistra sul fianco, colla destra
orizzontalmente distesa, tenendo impugnato il manico dello spadone,
la cui punta va ad appoggiarsi in terra. Le figure poi, i giuochi, i
salti, le parate, le contorsioni, le smorfie somme che questi strani
visacci fanno, sono infinite. Ora si abbassano tutti due, o tutti
quattro, o tutti otto quasi a terra, tenendo i rispettivi spadoni a
due mani, quasi che vogliano forbirne la lama nel suolo. Ora gettano
gli spadoni in aria capovolti e li riprendono con assai maestria pel
manico. Ora si cambiano in aria i rispettivi spadoni, gittandoseli l'un
l'altro a non poca distanza».