Ma ecco le ampie arcate dei magazzini dello scalo trasformate in
eleganti sale, ornate di arazzi, di verzure e di bandiere tricolori;
ecco imbandito uno splendido simposio, a cui siedono i ministri, le
autorità e le persone più ragguardevoli del paese e della provincia,
deputati e senatori, e gli scrittori de' giornali torinesi; e i
fratelli Carlo e Giorgio Henfrey, che impresero a disegnare e condurre
con solerzia ed amore la via ferrata, ed ora, colà, quasi in propria
casa ospitalmente la festeggiano; e perchè al convito non manchi il
sorriso delle grazie, vi ammiri le colte e leggiadre consorti degli
ospiti gentili, rose pellegrine d'Albione, rimbellite sotto il cielo
d'Italia.
Fra squisite vivande e vini generosi il signor Carlo Henfrey dice
brevi ed acconce parole: indi sorge a parlare l'egregio intendente
barone Tholosano, e in nome dei cittadini ringrazia l'eletta comitiva
accorsa ad onorare nella via ferrata un'era novella di prosperità alla
provincia di Susa.
L'arco di Cesare Ottaviano--la disfatta Brunetta--e la strada ferrata,
sono i tre monumenti di cui prende a discorrere e nota con savio
accorgimento:
«Se il primo di questi monumenti ci ricorda le glorie della conquista
romana, il secondo ci fa amaramente risovvenire della gallica riscossa
nel passato secolo; e comechè siano gloriosi i nomi di Ottaviano
Augusto e di Napoleone I, non potranno col rimbombo della loro fama far
tacere i lamenti e le imprecazioni dei popoli percossi e delle desolate
provincie: inevitabili conseguenze di ogni guerresca impresa, che non
conduca a vera libertà.
«Il terzo monumento ricorderà pure un nome augusto; ma questo sonerà
benedetto fra le genti per mantenute franchigie, per agevolate
comunicazioni e prosperati commerci.
«Ruderi e rovine ci rimangono delle passate conquiste: arditi porti,
appianate vette e traforati monti testimonieranno ai posteri come
dirittamente venisse acclamato padre civile delle sue genti Colui,
sotto i cui augusti auspìzi, con liberali instituzioni compievansi
opere così utili e stupende».
E chiude il suo discorso intonando un brindisi a re Vittorio Emanuele
II, brindisi che per le allegre mense viene iterato vivamente, ed
allo scrittore di queste pagine inspira versi improvvisi. A sè trasse
l'attenzione l'arguto poeta delle Alpi Cozie, Norberto Rosa, il quale,
con quella ironia, che gli era familiare, come scandolezzandosi dei
_diabolici_ trovati del secolo, e pigliando argomento dal bue, che
infitto negli spiedi a sollazzo e ristoro del popolo cuocevasi su la
piazza delle armi, così chiudeva le sue bernesche rime:
Oh Re Vittorio!
Rifà il cammino,
I baffi tàgliati,
Metti il codino;
Rimanda all'Erebo
Donde è venuto
Il terzo incomodo
Dello Statuto!
Sì, Re Vittorio,
T'affida a me,
In mezzo secolo
Io farò, che
Fra noi ritornino
Quelle età sante,
Allor che il popolo
Schiavo e ignorante,
Di questo bufalo
Che cuoce arrosto
Messo un eretico
Avrebbe al posto!