stava ritto in piedi sulla prediletta torre di palazzo Piombino, fiero
come un dì al Gianicolo sulla torretta del casino Savorelli presso San
Pancrazio, e manovrava il cannocchiale da Roma lungo la via Nomentana
e verso Tivoli. Di fianco ne seguivano l'intensa contemplazione il
genero Canzio, Adamoli e lo scrivente, persone tutte vive ancora [Vedi
illustrazione].
D'un tratto l'eroe abbassò il binoccolo, e additandoci la via
Nomentana, ci disse colla sua voce sempre franca e impassibile:
--Laggiù sonvi colonne in marcia verso di noi.
Ci passò il binoccolo e poi soggiunse fra sè e sè, e come di frase da
non raccogliersi:
--Sono francesi.
Quel forte rimirò cogli occhi lincei il punto indicato, e poscia
interrogandoci collo sguardo e muovendosi verso la scala di discesa,
disse con calma pensierosa:
--È necessario partir subito.
Una ventina d'anni poi Francesco Cucchi, che allora cospirava in Roma,
mi raccontò che egli con un prete recossi il 30 ottobre dopo
mezzogiorno a vedere alla stazione ferroviaria l'arrivo dei francesi
sbarcati il 28 a Civitavecchia.
--Don Domenico, applaudite, se no ci sospettano subito per
liberali--susurrava il congiurato Cucchi al complice sacerdote. E
amendue si misero a battere le mani e gridare evviva.
Ma Cucchi poco stante prese un fido pecoraro e gli consegnò per
Garibaldi la notizia dell'entrata dei francesi in Roma con un
bigliettino ravvolto a guisa di pillola in un pezzo di stagno per
tabacco da fiuto, che il mandriano depositava in bocca tra i
mascellari e la guancia protetta da folta barba. Alla uscita da una
porta di Roma le guardie perquisirono il gagliardo buzzurro,
palpandogli persino la faccia, ed egli trangugiò la pallottola col
messaggio. Giunto a Monterotondo, narrò il fatto a Garibaldi, che
ordinava a Basso la somministrazione di un medicinale; onde la novella
dei francesi tornò alla luce e fu dal solo generale risaputa.
Squillarono le trombe pel castello e per le vie, e a mezzogiorno circa
gli scarni battaglioni uscirono in silenzio e con ordine di stare
all'erta dalla porta attigua al palazzo Piombino per alla volta di
Montana, a un due chilometri di lassù.
[Illustrazione]
Il nostro piccolo esercito offriva l'aspetto il più pittoresco.
Noi eravamo quasi tutti vestiti alla borghese [Vedi illustrazioni],
chi ancora d'estate e chi di mezza stagione, questi col pastrano
sgualcito, quegli con un mantello sciupato o con una sucida coperta in
ispalla, la pluralità in giacchetta, qualcuno pensino in abito a
doppio petto od a coda di rondine o penna d'acciaio, altri addirittura
in manica di camicia, come per venire al pugilato, o col bianco
ammiccante da strappi in tutte le parti, qualcuno in camicia rossa;
predominavano gli artistici cappelli molli alla Vandyk, coi _gueux_
compatriotti del quale era sentita la nostra somiglianza, e qua là
spiccava qualche tradizionale berretto fiammante tra macchie
indescrivibili e sopra la visiera cadente per le scuciture. Fucili ve
n'avevano d'ogni provenienza, natura ed età, senza bretella, con una
fascetta perduta e magari sprovvisti di cane o grilletto o luminello,
scarse o mancanti le cartucce o le capsule, e i volontari, pel maggior
numero studenti, professionisti e negozianti, impavidi, a passo
cadenzato, recavano sugli omeri catenacci irrugginiti, che senza il
beneficio della provvida baionetta non avrebbero servito che da
bastoni contro dei manigoldi. Gli ufficiali procedevano davanti o di
fianco ai militi, giacchè soldati non ci erano per completa deficienza
di soldi, e a loro arma di comando ed offesa brandivano un silvestre
randello od un ramo tagliato al bosco, ben pochi possedendo una
sciabola, un pugnale, una pistola od una rivoltella. Alcuni ufficiali
superiori avevano la fortuna di un cavallo levato ai buzzurri o
mandriani della campagna romana, ma colla cavezza o le redini di
canape, senza sella o senza staffe.
[Illustrazione]
Oh, la nostra tenuta era magnifica e veramente da parata!
Mentre si camminava, s'udì lo scalpitare di vari cavalli al trotto
serrato e tutta la colonna si fermò ritraendosi verso la siepe a
destra e facendo fronte per vedere i cavalieri e dar loro il passo.
Era Garibaldi col suo Stato Maggiore e il suo aiutante Canzio in tuba,
come davanti il libraio Grondona in via Carlo Felice a Genova.
[Illustrazioni]
Scese le scale di palazzo Piombino, zufolando con tristezza una sua
vecchia canzone di Montevideo, Garibaldi era uscito ultimo e contro
suo costume al galoppo da Monterotondo, e stava in testa alla
cavalcata con un bianco ronzinante inscheletrito a guisa di quello
dell'Apocalisse, una sella da capraro e le cinghie delle staffe in
corda [Vedi illustrazione]. Al nostro arrestarci mise anch'egli
l'ignaro e squallido quadrupede al passo e ne tolse occasione per
guardarci tutti in muta rassegna. I militi alzarono i berretti e i
cappelli sulla punta delle baionette e lo salutarono col grido: viva
il nostro duce! O Roma o morte!
All'epoca di Aspromonte, nell'agosto del 1862, l'imperatrice Eugenia
aveva cinicamente risposto: Morte e non Roma.
Arrivato egli alla mia compagnia, ridotta ai molti quattordici uomini,
gli feci il saluto militare col bastone a foggia di sciabola, ed egli
a saluto di risposta diede improvviso due così energici colpi di
sprone al suo invalido Pegaso, che lo fece sbalzar d'un tratto a
parecchi metri, e proseguì di volo verso Mentana.
Ricorderò sempre quello sbalzo e chi sa quali pensieri avrà suscitato
in quel magnanimo l'aspetto delle nostre tristi condizioni e delle
nostre armi?
Mentana, che noi nominiamo con riverenza e con affetto come di un nido
dove sono germogliate le più belle speranze della vita, è un paesello
di poco più i cinquecento abitanti e siede in una conca inghirlandata
da verdi poggi. Scendendo dal prossimo Monterotondo, s'incontra a
sinistra una chiesa isolata e poi la strada tira via dritta da
mezzogiorno a tramontana e la fiancheggiano in schiera dall'uno ed
altro lato le case che costituiscono il nostro villaggio e di cui quel
municipio dovrebbe crearci tutti almeno cittadini onorarii. A destra,
in fondo al paese, per un erto chiassuolo selciato di montagna si sale
al castello degli Orsini, e un po' più innanzi la strada consolare si
sbieca a mancina montando alla vigna del Principe o Villa Santucci.
Io e il capitano Enrico Imperatori di Lugano ci eravamo soffermati un
breve istante sul limitare d'una lunga cánova per un bicchiere di vino
bianco, e nel raggiungere tosto alla corsa le compagnie udimmo qualche
non lontano colpo di fucile come d'avvisaglia fra avamposti, e
incontrammo pedestre e solo il generale Nicola Fabrizi, tutto vestito
a nero come in Parlamento, alta e snella la persona, la testa stupenda
di Mosè o dell'apostolo San Paolo, un nero cappello basso o tondo, le
scarpe lucide e un cinturino d'argento sopra l'abito, che reggeva la
spada dal pomo d'avorio di capo di Stato Maggiore [Vedi
illustrazione]. Interessante e superba figura!
[Illustrazioni]
--Generale--Io interpellai--si pare alle schioppettate: dobbiamo far
caricare le armi?
--Sì--rispose egli senza scomporsi--e voi altri occupato codesta
collina a destra.
Era il tocco dopo mezzogiorno e il maggiore Luigi Stallo si trovò col
suo battaglione d'avanguardia impegnato d'improvviso in una vivissima
moschetteria cogli zuavi pontifici, mentre tutta la nostra colonna era
in marcia. E ciò derivava dal fatto che il colonnello Paggi, per un
ordine mal compreso o dato per errore da un subalterno, aveva
abbandonato le sue posizioni di guardia e si era ritratto a Palombara
lungi dalla Nomentana.
I colli a destra ed a sinistra furono all'atto occupati in catena,
Garibaldi accorse in prima linea e la fucilata si fece generale e
nutritissima come nello scoppio d'una polveriera e in un incendio di
una fabbrica di cartucce. Poco stante rintronarono l'urrà e il grido:
_Viva l'Italia e Garibaldi_ della carica alla baionetta, e i papalini
venivano cacciati in rotta.
Tra i primi feriti vi fu il capitano Giulio Bolis del battaglione
Antongini, colpito mortalmente in pieno petto. Mentre i suoi amici lo
trasportavano in Mentana, Garibaldi chiese chi egli fosse.
All'annuncio: È il conte Bolis di Lugo--esclamò, battendosi la
fronte: Povero Giulio!
Nessuno sospettava la presenza effettiva dei francesi, meno forse
Garibaldi, che li aveva intuiti dalla torre di palazzo Piombino e nel
grave dubbio li aveva a mezza voce annunciati a sè stesso. L'uniforme
non bastava per discernerli, perchè la legione d'Antibo del colonnello
Charrette al servizio del papa ne portava l'identica assisa e si
poteva credere che Garibaldi avesse scambiati i soldati di quella pei
veri francesi sbarcati di fresco a Civitavecchia.
D'un tratto si sospese il grido della corsa alla baionetta, vi fu un
istante solenne di silenzio, che venne bruscamente disturbato da una
chiassosa e rimbombante moschetteria a noi più vicina, e riprese più
vivace di prima l'enorme frastuono della battaglia a colpi di fucile e
di cannone.
Erano i francesi che, vedendo profligati i papalini, accorsero coi
loro battaglioni nella mischia in primo rango e strabocchevoli
rovesciarono da Villa Santucci su di noi la nostra avanguardia di
Stallo, che veniva miseramente ferito nelle gambe. La prima compagnia
dei carabinieri genovesi, nella quale pugnavano i giovani più eletti
ed onore e lustro di Como e Varese, resistè eroicamente alla diruta
cascina Guarnieri, cosparse il terreno di morti e vulnerati, meglio
che cedere si ridusse a quaranta, a trenta, a venti, finchè gli ultimi
undici, accerchiati e soverchiati, trovarono salvezza in una grotta
sprofondantesi, dalla quale uscirono dopo sedici ore prigionieri. La
confusione divenne terribile, le grida dei feriti erano strazianti,
dal campo nemico i colpi di fucile scoppiavano stridenti e incessanti
come rulli affrettati di tamburo, le palle fitte come grandine
giungevano miagolando e fracassando, dei garibaldini inermi lottavano
corpo a corpo coi nemici, ne strappavano le armi, li assalivano a
pugni ed a morsi, li rotolavano insieme per la china, come in una
zuffa cogli orsi, chi correva, chi fuggiva, chi cadeva, il vociare era
assordante dall'una e dall'altra parte, era un certame da disperati,
un pandemonio.
Il colonnello Missori, in arcione su di un cavallo moro [Vedi
illustrazione], che copriva quasi per intiero coll'ampio mantello
grigio, e fra quella gazzarra e pioggia micidiale di proiettili, dai
quali venne trafitto il collo della sua bestia, ritiravasi altiero e
indifferente come in una lizza insieme alla colonna, che si ripiegava
su Montana. Nell'atto che Missori ebbe ferito il cavallo nel collo, e
proprio nel momento del primo attacco generale della linea nemica,
esclamò:
--Come si battono bene i nostri volontari!
E ritirandosi impartì l'ordine ad Enea Crivelli, che il battaglione
Torri-Tarelli occupasse Mentana, dove già sorgeva una barricata a
difesa.
[Illustrazioni]
In piedi su di essa il tremendo Carlo Nicotera agitava un gran
sciabolone ad incoraggiamento o strepitava e gesticolava come un
ossesso. Il capitano professor Papiri di Fermo caricava e scaricava il
suo schioppetto da caccia, come ad una partita importante di
bersaglio.
Veruno poteva comprendere qual maniera di fucili ci si sparasse contro
e nessuno era in grado di sapere che i _chassepots_ fabbricati a
Brescia compievano per la prima volta le loro meraviglie su di noi.
Ciò malgrado, dalla barricata, dalle finestre delle case, dall'alto
del castello, dal poggio posteriore si teneva vivo il fuoco e i
francesi non poterono o non osarono precipitarsi dalla prominenza di
Villa Santucci lungo la via Nomentana fin giù all'imboccatura
asserragliata del villaggio.
Ma tal grossolana mancanza di tattica o di coraggio negli alleati
dell'altare e del trono è forse spiegabile nel fatto che essi
convergevano gli intenti e gli sforzi verso la nostra sinistra per
scassinarla e tagliarci la strada e la ritirata di Monterotondo,
fidando anche negli aiuti che loro avrebbero dovuto pervenire dalla
via Salaria per percuoterci alle terga.
E là, alla sinistra sul campo dei pagliai, eseguirono prodigi di
bravura Garibaldi e tutti i migliori ufficiali. Bezzi dovette a viva
forza trattenere il venerando Fabrizi, che senza riguardi slanciavasi
nella mischia, e Canzio, spiritoso anche nel pericolo e con una delle
sue mosse caratteristiche, cacciò in testa a Garibaldi il suo cappello
a cilindro per deviare il nemico, che riconosciutolo alla breve
distanza, lo aveva preso di mira; ma i morti e i feriti ingombravano
il terreno, i pagliai venivano perduti, il valore personale mal
reggeva all'urto immane dell'onda avversaria e fu d'uopo cederle il
campo fin presso la chiesa e le prime case di Mentana.
La battaglia poteva esser finita; Garibaldi col centro, la sinistra e
la riserva, costretto a rifugiarsi verso Monterotondo; Mentana e la
destra accerchiate e rese prigioniere, se non trafitte a fil di spada
od a punta di baionetta.
Ma Garibaldi non è un eroe da burla, e non si spaventa per numero
d'uomini di fronte. Egli vola agli unici nostri due cannoni già
magnificamente manovrati dal povero Luigi Fontana, reduce dalla guerra
degli schiavi in America bizzarramente cantata da Walt Whiteman, li
pianta in faccia agli infurianti nemici, tra il plauso risuonante per
le colline li combatte egli solo con quelle bocche da mitraglia; gli
avversari oscillano, si sparpagliano, arrestano la marcia; la prodezza
di un uomo li scombussola e conquide, e un lampo di genio rinfresca la
battaglia e può mutarne le sorti. Garibaldi abbandona i cannoni al
Fontana, comanda una impetuosa carica alla baionetta, le trombe
squillano acute come se esalassero un formidabile grido di maledizione
e di sangue, ufficiali e militi si cacciano a corpo perduto contro gli
sgherri della tirannide, che a loro volta non resistono
all'irrefrenabile cozzo, vengon respinti dai pagliai e travolti
fuggendo e invocando pietà fin su alla storica Villa Santucci.
Vi fu un imponente riposo e come una tregua di Dio, quasi tutti
fossero sbigottiti di quanto accadeva in quel remoto angolo della
terra, e come se il Fato antico fosse in dubbio di farla finita in
quel giorno collo scandalo della prepotenza sacerdotale. L'accanimento
era giunto al parossismo, e quello fu il punto culminante della
battaglia.
Ma il papa e Napoleone III avevano uomini ed uomini da vomitarci
contro, alle colonne sbaragliate dei nemici ne succedevano di nuove a
fiotti e a torrenti, la moschetteria ripigliò stridula e tempestosa
per tutto il campo e in tutte le linee, vittoria e sconfitta con varie
e rapide vicende si alternavano, finchè alle cinque, sull'imbrunire,
la nostra sinistra fu dal numero soverchiante e irruente sfondata per
l'ultima volta, gli alleati ripresero i pagliai, e Garibaldi, per non
venir circuito, dovette retrocedere su Monterotondo. Quivi egli,
salito sulla sua torre di palazzo Piombino da poche ore e prima di sì
tragici eventi abbandonata, meditava ulteriore resistenza, e già ne
aveva impartite le disposizioni; ma consigliato da Fabrizi a nome
degli intimi a ritirarsi, e non sapendo che Mentana era ancora salva e
difesa da un sei o settecento di noi in castello e in borgo, diede a
notte ordine di ritorno a Passo Corese, ed egli, solitario davanti e
chiuso nel suo affanno, che gli fece increscere la vita incolume,
guidava a cavallo la dolorosa retromarcia.
Il governo italiano, che non merita nome od ingiuria, impotente
persino a comprendere la grandezza d'animo e a sentire i battiti del
cuore d'un patriotta, lo fece banalmente arrestare a Figline e
tradurre in quel suo cordoglio al bagno del Varignano, dal teatro
della gloria alla galera, che per la seconda volta veniva da Garibaldi
dopo Aspromonte santificata al pari della croce dei ladroni da Cristo.
Ma il vinto non era Garibaldi, che dal golfo di Spezia invitava gli
italiani a rivolgere il pensiero a Roma e non a lui, bensì il papa:
Mentana aveva chiazzato di sangue il volto, le mani e il pastorale del
faceto Pio IX, e cielo e terra abborrivano dal consumato assassinio.
Al mondo ripugnava il rinnovato abbraccio di Clemente VII e Carlo V, e
non parve nè eroico nè prodigioso che quasi dodicimila tra cesarei e
papalini, con cavalleria, treni d'artiglieria e fucili a dodici colpi
il minuto si lasciassero sconfiggere da quattromila scamiciati senza
armi, e solo dopo ripetute prove li debellassero, senza avere il
fegato di inseguirli e di entrare in Mentana, centro della battaglia.
Se il generale Orsini, succeduto a Nicotera, fosse salito da Frosinone
e Velletri, se Acerbi fosse sceso dalla eterna Viterbo, e se i
colonnelli Paggi e Pianciani fossero calati giù al tuono del cannone
da Palombara e Tivoli, serrando alle spalle e ai fianchi i protettori
del Vaticano, il generale Failly avrebbe egli potuto decantare le
meraviglie dei _chassepots_?
Allora i sicari in cocolla e tonsura non sarebbero usciti dalle
tenebre nè comparsi come corvi sui cadaveri dopo la battaglia per
sfogarvi le loro atrocità.
Un frate, giunto al campo dopo la mischia con una gran croce in mano,
gustava il feroce delitto di percuotere con quel sacro istrumento di
redenzione il corpo dei feriti, che fra gli strazi giacevano al suolo.
La selvaggia opera di quel ribaldo non ebbe fine se non quando alcuni
soldati francesi, scorgendo lo scempio orribile che il forsennato
compieva, si scagliarono contro quella belva e la cacciarono pieni di
umano sdegno e di scandalo.
I papalini arrivati dopo il combattimento infilzavano colla baionetta
i cadaveri de' nostri e poi entravano in Roma insanguinati,
gloriandosi di aver scannati dei garibaldini.
In una palazzina rossa di Mentana, dove erano ricoverati molti nostri
feriti, entrarono dalla parte del monte gli zuavi del papa e loro
ingiunsero di raccomandarsi a Dio perchè per essi la era finita. Poi
colle baionette massacrarono quanti c'erano, meno pochi che sfuggirono
all'eccidio saltando dalla finestra sulla strada.
Ecco quanto scrivevo di ritorno in Milano l'8 novembre 1867 nella mia
relazione sulla _Unità Italiana_:
«Nè sleali, nè vigliacchi fummo noi, e noi non abbiamo, al par dei
Galli, spogliati od uccisi i feriti.
«Due soldati francesi stavano svaligiando un povero ferito
garibaldino. L'uno lo sorreggeva in piedi, e l'altro lo svestiva e
derubava. In quel mentre apparve il prode maggiore Tanara alla testa
di parecchi volontari, ed i malandrini, non sì tosto lo videro,
piantarono nel ventre al ferito la baionetta e si diedero alla fuga.
Uno di essi però pagò la sua infamia, e fu ucciso.»
Al contatto dei soldati del papa e di chiercuti senza cuore e senza
vergogna, anco la cortesia gallica si tramutava in nefande imprese da
masnadieri!
La democrazia italiana invece, oltre quello olimpico di Garibaldi, in
Mentana rammenterà sempre con orgoglio i nomi di Fabrizi, Alberto
Mario, Menotti, Canzio, Valzania, Missori, Antongini, Salomone,
Burlando, Stallo, Bezzi, Guerzoni, Tanara, Cella, Razeto, Mayer coi
suoi ferrei livornesi, e ad uno ad uno di tutti i suoi romanzeschi
paladini, che vi soccombettero ravvolgendosi al pari di Ferruccio nel
vessillo italiano o vi tennero alta e ne riportarono la bandiera senza
macchia o viltà.
E fra questi ultimi va pure con cento altri rimembrato l'allora
diciottenne Emilio De-Albertis, il figlio dell'eminente patriotta e
pittore di battaglie Sebastiano, che soldato l'anno prima in
cavalleria Aosta a Custoza ed ora sergente nella colonna Missori,
nella ritirata, col compagno scultore Riccardo Ripamonti, da Mentana a
Monterotondo, giovine qual era, subì una lacerazione al polmone che
dopo qualche anno lo tradusse al sepolcro.
L'indomani della battaglia il nostro tromba Tito Bianchi di Lecco vide
a sinistra dello stradale in salita fra Mentana e Villa Santucci e
dentro il cavo d'una antichissima e grossa pianta smidollata un
giovane garibaldino ucciso.
Egli mostrava i segni della morte violenta, aveva i muscoli rattratti
ed era stecchito dal gelo della notte.
Ma il biondo guerriero dentro la nicchia dell'albero reggevasi ancora
in piedi spaventoso come lo spettro del rimorso, aveva gli occhi
sbarrati e diacci come acciaio di pugnale e immoto li figgeva tuttavia
a minaccia e vendetta contro l'accampamento dei suoi massacratori.
Quel giovine che combatteva morto e la vecchia scorza del tronco
fulminato e cariato, dentro il quale era ferito, rappresentavano la
tragedia di Mentana.
La nuova Italia aveva soccombuto, ma la sconfitta non ne fiaccava
l'energia della giovinezza: al carcame del papato temporale non
restava che il cadere in frantumi ed in polvere.
Gli splendidi eroismi dei Cairoli a Villa Glori, di Raffaele De
Benedetto a Monte San Giovanni, di Giuditta Arquati in Trastevere e
dei martiri di Mentana non potevano restar a lungo invendicati e
aspettano il loro poeta del trionfo.
[Illustrazione: Ara dei caduti a Mentana.]
I rimasti e il dito di Dio.
In Mentana dal castello, dalle case elevate a due e tre piani, dalle
barricate, dai muricciuoli si continuarono le archibugiate fino a sera
tarda. Noi facendo fuoco e tra il clangore delle trombe e le grida dei
difensori, quantunque in realtà si fossero uditi acuti e quasi
lamentosi gli squilli della assemblea generale e della ritirata,
credevamo che tutto il nostro minuscolo esercito fosse racchiuso od in
giro al villaggio e non ci eravamo accorti che Garibaldi col grosso
delle truppe avesse dovuto indietreggiare su Monterotondo. E ciò
riuscì provvidenziale, perchè la nostra presenza in paese trasse in
inganno il nemico e preservò certo da novella strage e forse da
prigionia il generale ed i battaglioni riparatisi in quella rocca.
Al calar della notte rimbombarono isolati gli ultimi ed infrequenti
colpi dei nostri catenacci, gli alleati da parecchio tempo più non
rispondevano e pel maestoso anfiteatro di colline nascosto dalle
tenebre e intorno a Mentana si formò il silenzio funebre, che sussegue
la ferocia della battaglia. Ci pareva strano di non sapere di
Garibaldi, che portava sempre moto anche nell'oscurità, e di non
vedere verun ufficiale superiore, che visitasse i combattenti o
recasse ordini. Si fece il giro per l'unica strada del villaggio, se
ne esplorarono le adiacenze e si comprese che eravamo rimasti soli e
che un grave compito ci spettava pel mattino, finchè la nostra
posizione non fosse schiarita. Entrati per le case tutte aperte, vi
trovammo i volontari, che giocondi e ciarlieri per una supposta
vittoria, si riscaldavano senza noia alcuna in cerchio a gallorianti
fiamme dei focolari delle cucine preparandosi ad un secondo cimento, o
stanchi si erano coricati lungo i pavimenti, su qualche manata di
fieno o di paglia o su pei letti dei proprietari e delle proprietarie,
che pigliavano parte alla festa notturna come se all'indomani
dovessimo marciare su Roma.