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MENTANA E IL DITO DI DIO
EPISODII.
[Ritratto dell'Autore]
MENTANA E IL DITO DI DIO
EPISODII
narrati dal Superstite
ERNESTO POZZI
CON
illustrazioni di DE-ALBERTIS e prefazione di F. GIARELLI
SECONDA EDIZIONE
_con importanti aggiunte fatte dall'autore_
_e col ritratto del medesimo_
MILANO
ULISSE LOMBARDI, EDITORE
1889.
PROPRIETÀ LETTERARIA E ARTISTICA RISERVATA
Milano, Tipografia degli Operai (Società cooperativa).
Limpido raggio sulla bassa marea de' tempi che volgono, ricompare
_Mentana_, di Ernesto Pozzi.
Il libro è piccolo di mole, ma grande per le memorie che suscita,
per le simpatie che inspira, pei ricordi che evoca. Alla narrazione
appassionata di Ernesto Pozzi, l'arte ha voluto aggiungere, colla
patriottica matita di Sebastiano De Albertis, l'Orazio Vernet della
nuova Italia, una nota calda e generosa. La penna, il pennello e la
spada si sono stretti in un abbraccio ineffabile. Il volontario di
Milazzo, di Mentana e di Digione ha scritto. Il soldato delle Cinque
Giornate, della campagna 1848, di Varese, S. Fermo, 1859, e di
Bezzecca nel 1866, ha disegnato. Due generazioni si sono alleate
per questo volumetto, che a noi, sul tramonto, rammenta un'ora
entusiastica della giovinezza perduta, e che ai venturi, pei quali la
storia d'Italia sarà un culto, insegnerà quanta virtù di cuore e di
braccio animò e condusse i maggiori alle battaglie di popolo.
Bisogna risalire a quei dì. I «calcoli» di Napoleone III davan legge
all'Europa. Il mondo politico si curvava tremante ed adorante innanzi
all'uretra imperiale. Il bollettino del sommo clinico Nelaton, medico
dell'imperatore, regolava il corso delle faccende di quaggiù.
Ma Garibaldi non era un uomo di quaggiù. Bello e sublime arcangelo
della rivoluzione, il soldato dei Due Mondi, aveva, nel deserto delle
speranze d'Italia asservita al secondo impero, elevato il grido di
_Roma o morte!_ E tutto un popolo dietro lui si mise: e dalla gioventù
universitaria, dalle officine, dai campi, dal commercio, dalle schiere
volontarie del 1860 e del 1866 proruppe, eco formidabile, il
plebiscito degli italiani, che gli si stringevano intorno, anelanti a
consacrare nella eterna Roma il nuovo patto della patria una e
redenta.
Invano la diplomazia tentò sbarrare la via alla crociata garibaldina.
Invano il Governo, esitante, incerto, pauroso, s'argomentò di frenare
tanto impeto. Invano Rattazzi, sulle prime trascinato nel movimento,
procurò poi resistere, sicchè, travolto da quella audacia portentosa,
dovette ritirarsi. Invano la reazione, capitanata dal nuovo ministero
Menabrea, ubbidì al cenno delle Tuileries con dichiarare fuori della
legge i combattenti nell'Agro romano. Invano allo _jamais_ di Rouher
rispose la fratricida frase di Failly: «_les chassepôts ont fait
merveilles_». Invano l'augusta parola dell'eletto dai plebisciti fu
provocata dalla reazione per demolire l'impresa. Invano
l'ultra-montanismo francese mandò i battaglioni di Magenta e di
Solferino a rinforzare i reggimenti pontificii. Invano stettero mille
contro dieci. Invano, deserti d'ogni ausilio, i volontarii furono
schiacciati e costretti a rifare in ritirata la strada maledetta di
Passo Corese.
L'affermazione del diritto nazionale non è soppressa dalle catastrofi.
La coscienza d'un popolo non è menomata dalle disfatte. Succede per
essa ciò che successe al mitologico Anteo, soffocato dalle braccia di
Ercole. Toccando il suolo riprende virtù e gagliardìa rinnovate.
Così fu, così è di Montana. Quel sacrificio ritemprò le fibre
rilassate. Quel sangue fece rigermogliare il simbolico albero della
speranza. Quell'olocausto--disse Giuseppe Ferrari--fu una necessità
storica. Ma una necessità feconda. Infatti il cannone che nel 1870
aprì la breccia fra Porta Salara e Porta Pia, era stato tre anni prima
caricato sui tragici colli dell'antica Nomento dalla mano dei martiri
nostri.
Oggi, qui, di Mentana ci riparla il volontario di quel dì: Ernesto
Pozzi: nome caro alla giovane democrazia dei tempi nostri, quando
c'erano ancora dei giovani pel quali la fede nella nuova Italia era
segnacolo in vessillo. Il buono e bravo Ernesto Pozzi, oggi avvocato
grigio e posato, ma allora florido, fresco, instancabile,
insurrezionale perpetuo dell'università; e che col suo fare da
inspirato e la sua testa fatale, tra l'una e l'altra lezione di
diritto, se ne andava col bastoncino fra mani ed un eterno flore nel
nastrino del cappello ad inscriversi fra i partenti, appena odor
lontano di polvere garibaldina sentivasi per l'aria.
Ernesto Pozzi è tutto quel che di più brianzuolo ci sia e ci tenga ad
esserlo. Nato ad Acquate il 9 luglio 1843--il paesello del
favoleggiato _Don Abbondio_ negli ammirabili _Promessi Sposi_--era
spiegabile che i suoi volessero farne fuori un successore al
tremebondo curato manzoniano. Però fra le mura del seminario di S.
Pietro in Barlassina il piccolo Ernesto non trovò la vocazione pel
santuario; sicchè, compiutivi i primi studii, spogliò la veste talare
e le brache corte, ed il liceo Beccaria di Milano ebbelo fra i suoi
più vivaci e più svegliati scolari. Ma nel 1860 c'era ben altro da
fare che studiare filosofia. Ed Ernesto mise sotto chiave i sillogismi
e se ne andò in Sicilia colla seconda spedizione, che ebbe nome dal
generale Medici. L'età immatura avevalo fatto respingere dai ruoli dei
Mille. Ritornato, dopo la campagna, riprese gli studî interrotti, e
nomade cultor delle Pandette, seguì i corsi legali a Torino, a Genova,
a Pisa, dove si laureò. Su pei greppi del Trentino, nel 1866, a
Mentana nel 1867--imperando il reazionario gabinetto Menabrea--fu, per
le sue idee politiche molto accese, messo, con altri patrioti,
all'ombra, nelle carceri genovesi. Ne uscì, dopo un'ordinanza di non
luogo a procedere, tre mesi appresso: e più tardi, le peripezie di
quel processo e di quella prigionia, egli descrisse nella sua: _Estate
in Sant'Andrea_. Nell'ottobre del 1870 partecipò alla campagna di
Francia come capitano; e dopo la battaglia di Pranthoy fu promosso al
grado di capo squadrone di stato maggiore.
Ora Ernesto Pozzi vive a Lecco. Da undici anni è consigliere
provinciale a Como; nelle elezioni politiche fu quattro volte
candidato radicale con migliaia di voti nel suo collegio; e se non lo
si elesse, si fu pei suoi principî schiettamente repubblicani.
Ecco le principali sue pubblicazioni: _Storia e letteratura_, con
altri scritti; _I martiri del 1866 e il maggiore Lombardi_; _Una corsa
per l'Europa_; _La contessa e il banchiere_; _Un'estate in
Sant'Andrea_; _Biografie e paesaggi_; _La libertà combattuta_;
_Scaramuccie_; _Mentana e il dito di Dio_, ecc., ecc.
Su queste opere del ferace ingegno di Ernesto Pozzi, la
_Bio-Bibliografia generale italiana_ del prof. Paolo Zincada,
pubblicata l'anno scorso, raccoglie alcuni giudizi della critica. Per
esempio: la _Storia e letteratura_ fu da Giulio Uberti, il poeta
civile, giudicata con somma lode; sulla _Contessa e il banchiere_ e
sull'_Estate in Sant'Andrea_, Francesco Domenico Guerrazzi scrisse
all'autore lettere lusinghiere, e le _Biografie e paesaggi_ e la
_Corsa per l'Europa_ riscossero gli elogi di Luigi Settembrini. La
_Libertà combattuta_ ebbe la fortuna di quattro edizioni, e alle
_Scaramuccie_ stese la prefazione Filippo Turati.
Inoltre Antonio Ghislanzoni, il solitario di Caprino Bergamasco, nel
terzo volume de' suoi bellissimi _Capricci_--dedicato al
Pozzi--riproduce, rettifica e completa il cenno biografico del
_Dizionario contemporaneo_ di A. De Gubernatis. E senza parlare dello
splendido epistolario di scrittori e di patrioti illustri, gelosamente
custodito da Ernesto Pozzi, già redattore dell'_Unità Italiana_, in
tempi grossi, quando un tratto di penna democraticamente libera
conduceva dritto dritto nella solitudine del carcere politico.
Ecco chi è l'avvocato Ernesto Pozzi, che dà qui alle stampe la seconda
edizione del suo _Mentana_. Edizione aumentata e corretta, e per la
quale l'antico Goliardo garibaldino afferma un'altra volta la
immutabilità della sua fede e della sua scuola: la prima popolarizzata
dall'indelebile carattere mazziniano: la seconda inspirata alle più
incrollabili convinzioni del bello, forte e gentile classicismo
nostrano.
Leggete, leggete, o giovani, questi appunti scritti fra un colpo e
l'altro di fucile. È roba di casa, roba del nostro tempo ed
italianamente sentita, pensata e scritta. Assorgete, o giovani, con
essa e per essa, agli ideali altissimi della patria e dell'umanità--nè
vi sia grave questo prologo breve che l'amicizia lunga ed antica ha
inspirato, ma che la più patente verità delle cose giustifica e
consacra.
_Milano, 18 ottobre 1888._
F. GIARELLI.
[Monumento in piazza Mentana a Milano.]
Come stavano le cose.
La breve escursione militare del 1867 nell'Agro romano colle varie
scaramuccie, l'assalto e la presa di un castello, un'ecatombe di eroi
ed una sanguinosa battaglia campale merita posto tra i più belli e
brillanti fatti d'armi dei volontari campioni della Unità d'Italia.
L'attacco contro gli ultimi possessi temporali del papa, ridotti per
gran parte a palude, s'iniziò su parecchi punti per sgomentare il
governo pontificio e sparpagliandone le forze verso i confini rendere
possibile l'insurrezione in Roma, entro la quale, con permanente
pericolo della testa, stavano per inspirarla e poscia capitanarla
Luigi Castellazzo, il poeta di _Tito Vezio_, Francesco Cucchi e
Giuseppe Guerzoni, che con Alberto e Jessie Mario fu poi lo storico dì
Garibaldi.
Questi, _Deus ex machina_, doveva raccogliere il più grosso nerbo di
truppe, accorrere in decisivo aiuto della rivolta e restituire il
cuore alla patria colla grande città di Camillo e di Scipione.
Allora in Italia, omettendo gli austriacanti e i cortigiani o
masnadieri dei principi decaduti, esistevano due partiti: il moderato
e quello d'azione. Il primo come il leone della favola reclamava le
prede e accettava gli utili fatti compiuti colla scusa del proverbio
fiorentino, che cosa fatta capo ha; riveriva come tutore e patrono
Napoleone III che ingannava e tradiva gli Italiani al pari dei
Polacchi, e d'accordo coi neo-guelfi aveva colla cruenta convenzione
del 15 settembre 1864 implicitamente rinunciato alla nostra capitale.
Il partito d'azione o dei frementi, audace e circondato di prestigio
per le splendide glorie e le memorabili sciagure del 1833, del 1844,
del 1848, del 1849, del 1853, del 1857, del 1859, del 1860, del 1862,
del 1864 e del 1866, voleva ad ogni costo l'Italia riacquistata da
valore italiano, detestava il sire usurpatore del Due Dicembre e
contro ogni costui trama e prepotenza imponeva e tentava la
liberazione dei sette colli, da dove soltanto riteneva potersi parlare
all'Italia intiera.
E la lotta dei due partiti non era mica platonica, accademica o di
semplici opinioni tranquillamente manifestate. Napoleone nel 1862
ordinava alla sua flotta nel Mediterraneo di colare a fondo Garibaldi
se lo incontrava in mare; in Parlamento i trentatrè della sinistra
storica con Crispi, Guerrazzi, Brofferio, Cairoli, Bertani, Nicotera,
Macchi pugnavano gladiatoriamente colle valanghe di destra e centro;
Bertani rimaneva impassibile come Ajace a sfida contro ministri e
maggioranza, accusati di violazione del segreto delle lettere, che
spaventosamente gli urlavano in faccia; Garibaldi veniva pigliato a
fucilate, ferito e rinchiuso nel bagno penale del Varignano; si teneva
ferma la condanna di esilio e di morte sul capo di Mazzini o si
tentava troncargli i nervi con corrispondenze ed abboccamenti col re;
perquisizioni, arresti, prigione, sequestri, processi, calunnie erano
le armi dei moderati contro i prodi che nutrivano e riscaldavano il
sentimento italiano.
La vecchia e deperita Italia coi suoi vizi, le sue mollezze, la sua
educazione gesuitica e da confessionale e le sue abbiette tradizioni
di servitù, si dibatteva con tutti gli agevoli istromenti del potere
contro il fuoco, l'entusiasmo e la santa vigorosa ribellione della
giovane Italia. E storia la è codesta e certi fanciulloni, che
s'ammantano di pretesa serenità imparziale perchè codardamente
stettero estranei a quelle lotte, sono degni del limbo e di un
indulgente sorriso di commiserazione.
Il partito rivoluzionario si agitava quale vulcano in eruzione e
distruggeva tutti gli ostacoli come lava che spazza via selve, vigneti
e messi finchè non si trovi al fondo. Società, comitati, comizi,
stampa battagliera, voce alta e senza paura, apparecchi d'armi,
tentativi, insistenza per Roma metropoli erano la sua forza e la sua
organizzazione.
Egli non poteva dimenticare la spedizione d'Oudinot a Roma, la subdola
pace di Villafranca, il mercato di Nizza e Savoja coi sessanta milioni
e i dispari trattati commerciali per giunta, le trame per Murat a
Napoli, e per un principe napoleonico in Toscana, le fregate francesi
allo stretto di Messina nel 1860, la continua prevalenza e le minacce
galliche nei nostri negozi, la _démonstration sanglante_ di Custoza
nel 1866, la cessione di Venezia col marchio infamante di Lebeuf, la
revocata conquista del Trentino e la spavalda occupazione di Roma.
Minghetti e Visconti Venosta, che avevano stipulato la vergognosa
convenzione di rinuncia a Roma, e Ricasoli, che vi mandava Tonello per
trattative col papa al quale si pagavano gli interessi del debito
pontificio, cadevano sotto la pubblica indignazione e la reggia doveva
ricorrere al suo parafulmine affidando il governo a Rattazzi.
I Francesi avevano sgombrato Roma l'11 dicembre 1866 e tosto Comitato
nazionale romano, emigrati romani, Unione liberale italiana e Centro
di insurrezione, governato quest'ultimo dal colonnello Giacinto
Bruzzesi, cominciarono la propaganda per l'acquisto della nuova
Gerusalemme. Garibaldi verso la metà dei febbraio 1867 era piombato
d'improvviso come aquila sul continente e il 22 marzo da S. Fiorano
annunciava al mondo, che era superbo di riprendere il titolo e
l'ufficio di generale romano, e poscia raccomandava l'_Obolo della
Libertà_ in chiara antitesi all'_Obolo di San Pietro_.
Nel giugno si tentava un'invasione nel territorio pontificio dalla
parte di Terni, e nel luglio Garibaldi proclamava: «E chi negherà ai
Romani il diritto di insorgere? Agli Italiani il dovere di aiutarli?
Vi è forse una tirannide più degradante di quella del papato, messo lì
nel core della penisola per impedirle di costituirsi; per seminarla di
briganti; per raccogliere nel suo seno tutto quanto l'oscurantismo
mondiale; per mantenere tra questo povero popolo la miseria,
l'ignoranza e la discordia? Missione degna del Bonaparte, protettore
di tutte le tirannidi, fu quella di volere eternare quella di Roma
coll'esecranda Convenzione di settembre.»
Rattazzi, legislatore anticlericale ma uomo politico da burla, il 21
settembre annunziava che seguiva con diligenza grande l'agitazione che
col nome glorioso di Roma tentava spingere il paese a violare i patti
internazionali e soggiungeva: «In uno Stato libero nessun cittadino
può farsi superiore alla legge e mettere sè stesso in luogo dei grandi
poteri della nazione e di suo arbitrio disturbare l'Italia nella dura
opera del suo ordinamento e trascinarla in mezzo alle più gravi
complicazioni.»
Garibaldi per tutta risposta s'era recato a Sinalunga sul confine
romano e Rattazzi ve lo faceva arrestare e tradurre alla fortezza di
Alessandria. Lungo il viaggio, a Pistoja, Garibaldi consegnava a Del
Vecchio, da pubblicare, questa lettera:
«I Romani hanno il diritto degli schiavi: insorgere contro i loro
tiranni, i preti. Gli Italiani hanno il dovere di aiutarli, e spero lo
faranno a dispetto della prigionia di cinquanta Garibaldi. Avanti
dunque nelle vostre belle risoluzioni, Romani ed Italiani. Il mondo
intero vi guarda, e voi, compiuta l'opera, marcerete colla fronte alta
e direte alle Nazioni: Noi vi abbiamo sbarazzata la via della
fratellanza umana dal più abbominevole suo nemico, il Papato.»
Così grandi furono le ire e i tumulti per tale arresto, così imponenti
le ovazioni del popolo e dello stesso esercito, che il governo temette
un pronunciamento e si affrettò a ricondurre l'eroe in Caprera, che fu
circondata da navi di guerra per vietargliene l'uscita. E si giunse al
punto da sparar cannonate e carabinate contro il generale, impaziente
di evadere da quella nuova carcere; ma egli mandava proclami agli
Italiani, tempestava e fulminava, finchè un bel giorno, dopo
miracolosa evasione procuratagli dal genero Canzio e con denaro di
Lemmi, comparve in Firenze e veruno ebbe il coraggio di toccarlo.
L'entusiasmo popolare era irresistibile e il governo ne fu soggiogato.
Acerbi era penetrato in Viterbo, Nicotera si presentava verso
Frosinone e Velletri, Pianciani marciava su Tivoli, si combatteva a
Nerola, a Montelibretti, a Bagnorea ed a Firenze costituivasi il
Comitato centrale di soccorso.
Circa sei giorni prima del suo arresto a Sinalunga, Garibaldi
trasmetteva ai capi dello colonne queste istruzioni, l'originale
autografo delle quali è posseduto da Francesco Tolazzi:
1.º Punto di concentrazione delle colonne invadenti il territorio
Romano a Viterbo.
2.º Si raccomanda ad ogni comandante di Colonna di non impegnare
combattimenti colle truppe pontificie--se non checon molta probabilità
di riuscita.--Ed ove le forze nemiche sieno superiori--manovrare in
modo da concentrarsi su Viterbo ove si troverà probabilmente la
Colonna principale.
3.º Ove un comandante di Colonna si trovasse nella assoluta necessità
di combattere--egli deve ricordarsi e ricordare ai suoi che il mondo
intiero ha gli occhi su di noi--e che sa che noi siamo assuefatti a
vincere.
4.º A qualunque costo i comandanti delle Colonne non devono impegnarsi
in combattimenti colle truppe dell'Esercito Italiano.
5.º Scopo del movimento: è di rovesciare il Governo dei
preti--proclamare Roma Capitale d'Italia--e lasciare il popolo Romano
in piena libertà sulle proprie condizioni di Plebiscito.
6.º Credo superfluo il raccomandare molto un lodevole contegno verso
le popolazioni--I militi della libertà nostri fratelli d'armi--sono
assuefatti a trattare il popolo da fratelli e giammai vi fu
esempio--che si macchiassero di brutture.
7.º Sì darà alle Colonne l'organizzazione ch'ebbero in tutti i tempi i
corpi volontari--acciocchè esse si presentino al paese--ispirandovi
la fiducia e la paura ai nemici d'Italia.
E vi aggiungeva questa _Appendice alle Istruzioni_:
1.º I comandanti delle Colonne hanno il diritto d'impossessarsi
d'ogni cosa appartenente alle Autorità nemiche a profitto della
rivoluzione.
2.º Abbisognando di viveri od altro ne faranno richiesta alle Autorità
Municipali locali--rilasciando loro idonee ricevute.
3.º Una Colonna che si trovi nell'impossibilità di concentrarsi alla
Colonna principale--manovrerà di modo da non combattere con
svantaggio--inquieterà il nemico quanto possibile--e procurerà
frattanto di mettersi in comunicazione col quartiere generale.
4.º In questa impresa gli Italiani, devono ben penetrarsi d'aver su
di loro gli occhi del mondo intiero--e che quindi il nome Italiano
deve uscirne bello, radiante di gloria--e salutato con entusiasmo e
rispetto da tutte le Nazioni.
5.º Fra le eventualità possibili vi è quella d'esser io arrestato.--In
qual caso il movimento deve continuare colla stessa impavidezza come
se fossi libero.--E deve pur continuare anche che arrestassero la
maggior parte dei capi.
6.º In caso non riuscisse una Colonna nell'intento--le altre devono
continuare il moto come se nulla fosse successo.
Rattazzi trascinato dalla corrente non era, più tardi, alieno
dall'inviar le truppe italiane su Roma, ma un veto superiore ne lo
trattenne e giunse voce d'un nuovo intervento francese a Roma, finchè
egli nella sua stridula fiacchezza cedette il posto al reazionario
Menabrea.
Napoleone allo scoppio dei tumulti in Roma e della insurrezione
nell'agro circostante, offeso nell'orgoglio al pari d'un ragazzo
pervicace e atteggiandosi a pedagogo, armato di ferula, minacciò di
bombardar Genova e Napoli e occupar Firenze, come se queste città e
gli Italiani fossero di pasta frolla e da Tolone allestì la partenza
di suoi soldati per Civitavecchia.
A Firenze il governo era in sconquasso e Giorgio Pallavicino, Crispi,
Cairoli, Miceli, De Boni, componenti il Comitato centrale di soccorso,
dominavano quasi arbitri la posizione nell'orgasmo nazionale, Cialdini
invano cercava calmar Garibaldi in un segreto colloquio con lui in
casa Lemmi e non riusciva a raccozzare un ministero.
E' vi furono del momenti in Italia, in cui, come dopo Custoza nel 1860
e poco prima di Mentana, un Cromwell avrebbe potato arditamente
afferrarne le redini e guidarla forse a più splendidi destini. Ma il
patriottismo sincero sovrastava a tutto nell'animo dei capi
rivoluzionari e la paura di guerra civile si trasfondeva nel solenne
ed epico _obbedisco_ di Garibaldi.
Fatto sta però che la vecchia bandiera del 1860 non sventolava per
l'Agro romano e il tentativo del maggior Ghirelli con Franco Mistrali
di innalzarvela da Orvieto e da Orte fu soffocato nel biasimo
generale. A Roma si doveva decidere codesta questione allora
secondaria e giacchè il solo popolo vi lasciava sulla via sangue e
cadaveri, niuno poteva osar prima di risolverla.
Il Comitato centrale di soccorso sedeva in Firenze in una vasta ed
ampia sala presso l'Arno tappezzata in rosso amaranto e sguernita
d'ogni arredo, tranne un tavolo coperto da tappeto verde. Là si
trovava assiduo Giorgio Pallavicino co' suoi occhioni di vivezza ancor
giovanile, che brillavano per la gioia di grandi eventi. Quel vecchio
superstite del 1821 sembrava una robusta quercia solitaria tra i venti
e la frugna delle montagne e rappresentava quella aristocrazia
generosa d'Italia che, sacrificando fortuna e tutti gli agi della
vita, resistette ognora impavida allo straniero e alla schiavitù e
sentiva l'orgoglio personale e la dignità di liberi cittadini. Gli era
sempre devota al fianco la risoluta e simpatica sua signora, che
ricordava i nobili sacrifici e gli amori dello Spielberg e pareva
eccitare quel sereno vegliardo ad ogni nuovo e più ardito rischio.
Egli ed ella accoglievano noi giovani come figli, c'informavano delle
ultime notizie e ci battevano seriamente la mano sulla spalla come a
cui ripromette un bene insperato.
Crispi, fibra d'acciaio ed avvezzo ai più strani pericoli ed a pensate
audacie, era focoso e in un tranquillo al pari del suo Mongibello
coperto di neve, dava ordini secchi e tra l'un comando e l'altro si
stringeva a consulto con Cairoli.
Cairoli, prototipo del patriottismo senza secondi pensieri, aveva i
sopraviventi fratelli nell'Agro romano, era come di consueto dolce,
affabile, pieno d'energia come un geniale guerriero da poema e
blandamente altiero che la sua famiglia non fosse seconda nella
partita d'onore coraggiosamente impegnata. Egli zoppicava per la
gloriosa ferita alla gamba e toccava a noi giovani aiutarne i passi
dalla sala o dal parlamento all'albergo. Il valoroso pavese
ringraziava col suo sorriso da fanciulla e colla sua franca voce di
pieno petto a contrasto stentorea.
Quale doveva essere la felicità di Filippo De Boni, che aveva
descritto gli orrori della santa Inquisizione e gli scandali della
Corte pontificia e sospirava vicina la catastrofe del triregno e del
vincastro cattolico?
Il calabrese Miceli alla vista dei volontari non poteva temere che la
bandiera d'Italia venisse da essi trascinata nel fango.
E i nostri posteri non potranno lamentarsi che la vecchia e la nuova
generazione dal 1848 al 1871 non abbiano loro rimessi in eredità
argomenti di balda poesia e di cavallereschi romanzi e scene degne di
novella e di canto. [Blank Page]
Oltre il confine sacro.
Terni, la patria di Tacito, meritava di essere il centro e il ricapito
dei militi, che s'avviavano al confine per far cessare le vergogne
romane. Colà pareva che l'ombra del fiero storico ne aleggiasse sopra
le teste e ne inspirasse magnanimi propositi contro il covo di vipere
alimentate dalla malaria e dalle febbri palustri della campagna
romana.
Quella piccola e di solito deserta città a bastioni formicolava d'armi
e d'armati; i vecchi compagni s'incontravano e baciavano per via
abituati alle danze della morte, e quasi comica era la confusione tra
noi per risapere se di fronte ai nostri preparativi palesi e nascosti
l'esautorato governo d'Italia li acconsentisse od osteggiasse. Noi
eravamo abbastanza indifferenti alle sue intenzioni e da veri artisti,
mentre si formavano le varie colonne, trovavamo tempo di dare una
capata alla famosa ferriera e di salire a cavallo dei somarelli ad
ammirare dall'una e dall'altra parte, coi versi di Byron, la celebre
cascata delle Marmore.
Colla legione capitanata da Missori il gentile e composta di pochi noi
lombardi e di romagnoli, partimmo a piedi da Terni per Passo Corese.
Tutti eravamo in borghese, meno qualche rara camicia rossa, e giunti a
Cantalupo in una giornata di gran sole, vi trovammo un drappello di
cavalleria regolare, che ci avvertì essere scaglionato a Corese un
reggimento di granatieri per vietarci il valico di confine. Si fecero
i fasci d'armi in un campo fuori del villaggio e poi si ritirarono
tutti i fucili e le munizioni, con incarico a chi scrive di
procacciarne i mezzi di trasporto fin dentro il confine. A notte
Missori partì colla colonna inerme e uno stesso garbatissimo ufficiale
di cavalleria mi provvide al buio i carri pel trasporto della merce di
contrabbando.
Il mattino arrivavo lemme lemme e come un carrettiere, con sottile
scorta a Passo Corese e alla vista dei granatieri lungo la ferrovia e
di due sentinelle impassibili a ciascun lato dell'angusto ponte di
barriera, era il caso di non saper che pesci pigliare.
--Mò si fa la frittata!--dissi fra me.
Gli schioppi e le munizioni erano celati da coperte, e uomini e bestie
si tirava innanzi adagio come stracchi da lunga marcia, ma senz'aria
di frodo e facendo lo gnorri per non pagar dazio.
D'un tratto adocchiai la svelta figura di Missori, che vigile mi venne
incontro e mi passò a fianco susurrandomi di continuare la strada come
se nulla fosse. Quindi egli ritornò verso il ponte e s'imbattè nel
gigantesco Caravà, colonnello del settimo reggimento di granatieri a
guardia del confine, e riconosciutolo tosto per amico, gli strinse la
mano [Vedi illustrazione], aprendo una animata e festevole
conversazione con lui. Il colonnello ci volgeva le spalle quadrate e
in un attimo noi e i carri sgusciammo sul patrimonio di San Pietro.
[Illustrazione]
Eravamo sul territorio del papa e ci pareva di essere al sicuro, salvo
il buon fine, come di una cambiale in pericolo.
Per quell'istante la fu una gioia sincera e ci saremmo abbracciati
tutti. Dinanzi a noi si stendeva la vasta pianura lungo il Tevere,
ogni colle ci sembrava uno dei sette, le legioni romane e le migliaia
di eserciti barbari ci si muovevano solenni davanti, tutta la storia
di Roma lampeggiava nella fantasia, e fra tanto spettacolo venivamo
anche noi a recitare la nostra drammatica parte.
Coloro che viaggiano tranquilli in un treno ferroviario verso Roma,
non proveranno di certo mai le nostre emozioni e non sussulteranno ai
nostri mesti e forti ricordi.
Missori abbandonò ben tosto il prode colonnello dei favorevoli
granatieri e ci raggiunse per metterci in marcia per Monterotondo.
[Blank Page] [Illustration: Monumento ai fratelli Cairoli a Villa
Glori. Da una fotografia dello stabilimento Broggi di Firenze.]
Sul campo della gloria.
Si sentiva l'odor di polvere e di corto si presentarono gli alti guai
ed i furori della guerra.
Il 23 ottobre, mentre Enrico e Giovanni Cairoli, Mantovani, Isacco, i
fratelli Rosa, Stragliati ed altri sessantrè emuli dei trecento di
Leonida navigavano alle porte di Roma per aiutarvi la sperata
rivoluzione interna e sorpresi combattevano colla morte al fianco
sotto il mandorlo e per la vigna di Villa Glori sui monti Parioli,
Garibaldi compariva a Passo Corese e il 26 con rapidità fulminea
debellava la guarnigione di Monterotondo e s'impossessava di
quell'importante castello.
Da Passo Correse spediva al colonnello Francesco Tolazzi, capo allo
stato maggiore della colonna Acerbi in Viterbo, questi telegrammi:
«Stabilite il Governo Nazionale e fate quanto occorre--qui tutto va
bene.»
«Dite ai Viterbesi ch'essi furono con me il 49 e che li ricordo.»
Dopo alquanto cammino arrivammo alla stazione ferroviaria ai piedi
della collina, in vetta alla quale sorge Monterotondo, e di presente
corse voce di un orrendo misfatto compiutosi in quella piccola casa.
Sei feriti nostri erano stati per breve sosta ricoverati in quella
abitazione solitaria, per venir poscia trasferiti all'ospedale, quando
con ferocia di jene sopraggiunse una compagnia di zuavi papalini. I
poveri feriti nel loro stato d'impotenza dichiararono di costituirsi
prigionieri e il vigliacco capitano degli zuavi rispose loro a suon di
rivoltella. Due garibaldini rimasero uccisi e i loro corpi squartati,
e gli altri tre furono forzati confessarsi ad un prete, che
accompagnava quegli assassini, e poi da costoro traforati a colpi di
baionetta, sì che due n'ebbero diciassette ferite ciascuno e il terzo
trentadue. Il sesto per fortuna era stato poco stante trasportato
all'ospedale militare di Passo Corese.
Avviliti per l'umanità al racconto dell'atroce infamia e meditando
l'urgenza di abbattere la tirannide sacerdotale, salimmo cupamente la
rampa di Monterotondo tra i vigneti, che ne popolano tranquilli e
inconscii la costiera.
Il sole mandava sanguigno e beffardo gli ultimi raggi sulle miserie
della terra, quando premevamo il piazzale, che si stende davanti la
porta S. Rocco della cittadella.
--Contro quella porta si collocarono cataste di legna e Garibaldi in
persona andò sotto la fitta grandine di palle saettate dalle mura a
cospargerle di ragia e ad appiccarvi il fuoco.
--Poco prima dell'assalto finale, Garibaldi fu dagli amici pregato di
ricoverarsi un istante nel convento di Santa Maria per riposarsi e
sedersi all'asciutto, e fu condotto in un confessionale, unico sedile,
ove stette alcuni minuti per balzarne tosto e gridare: avanti! I preti
avevan davvero trovato il loro superbo confessore!
--Il colonnello Eugenio Valzania con Vincenzo Caldesi fu l'eroe della
battaglia di Monterotondo, e vicino a lui cadde ferito l'intrepido
Antonio Mosto, che giace costà in una camera del convento di Santa
Maria.
--Garibaldi si è già avviato verso i dintorni di Roma, leone che fiuta
la battaglia di dentro.
--Il nostro Paolo Carcano, infermo, febbricitante da non reggersi in
piedi, volle a tutti i costi esser portato a combattere sulle braccia
di Rinaldo Arconati, Pedroni da Mendrisio e Pavanini da Padova, che in
quella guisa lo trasportarono qua fin sotto le mura di Monterotondo,
proprio al principiare del fuoco, nel qual punto Leone Beltramini di
Val Cuvia si buscava quattro ferite, due a ciascuna delle coscie.
--Udite coteste altre--soggiungeva con entusiasmo di patriotta e di
amico il giovine Federico Della Chiesa, varesino puro sangue.--Da
dentro Monterotondo la moschetteria si fa in breve spessissima. Stallo
piglia una scala, l'appoggia alle mura della città, e comincia a
salire. A un punto è fatto bersaglio da quanti tiratori si trovano nel
palazzo Piombino. Egli, giunto quasi al sommo, si gira sulla persona,
siede su di un piuolo, indi colla massima pacatezza del mondo
introduce gli indici nella bocca e rivolto verso il castello dà fuori
in una solenne fischiata. La fu una bravata accolta da noi dietro le
barricate con una salva d'applausi. Rinaldo Arconati, gli ingegneri
Gorgo e Bernasconi, con ingenuità da eroi, vanno a tentare una
porticina delle mura se la vuol cedere sotto il loro urto. Un turbine
di schioppettate li accoglie. Ebbene: essi, temendo di venir colpiti
nella schiena, si danno la mano, e volgendo il petto verso il castello
come nel ballo dei lancieri, lentamente tornano fin sotto la barricata
a ritroso. L'Arconati di Cantù riceve una schioppettata che gli buca
il cappello a cencio, lasciandogli nell'ispida capigliatura un solco
diritto come fatto dal parrucchiere.
Infinite le domande e le risposte, e non si smentiva la tradizionale
vivacità e allegrezza dei campi garibaldini.
Stringemmo la valorosa destra al risoluto Valzania e dal loro letto
Mosto e Uziel ci accolsero come forti in riposo e quasi religiosa era
la quiete, che loro serbavano in giro i volontari, spensierati nel
periglio e pietosamente generosi nella sciagura.
Al campo non poteva mancare il più caratteristico tipo garibaldino, la
signora Jessie White Mario, infermiera, medichessa, diplomatica,
corrispondente di fogli inglesi ed americani, soccorritrice con
rischio di vita da una ad altra colonna, ambasciatrice fra gli
eserciti, irrequieta e sempre britannicamente flemmatica, genio del
bene e provvidenza di tutti.
Carbonelli comandava la piazza e aveva dato ordine che i militi del
colonnello Missori non si lasciassero entrare in paese perchè dovevano
immediatamente ripartire.
La notte era buia e senza luna, il firmamento, azzurro e calmo come i
sogni d'una innamorata senza sospetti, brillava di stelle argentee,
che pareva ne sorridessero amiche dal cielo; soffiava dalla Sabina un
rovaio ghiacciato che tagliava la faccia, e messa la nostra colonna in
rango, ridiscendemmo muti la ratta di Monterotondo e c'inoltrammo per
la via Salaria verso Roma. Presso certi cascinali si fece alto, si
staccarono gli avamposti e le sentinelle morte tra la strada e la
sponda sinistra del Tevere, e qua là si accesero dei falò splendenti
come fari per sorvegliare quanto ne accadesse nei dintorni e per
impedire che le membra coperte dai leggieri abiti di autunno ci si
intirizzissero pel freddo e per la umidità delle praterie morbide ed
elastiche al par di pianura di torba.
Chi può ridire i pensieri di un giovane idolatra della storia di Roma
e che ora, come una sua antica guardia, vi si sentiva accosto, stando
pronto alla mischia sulle rive del grande e classico Tevere prima non
mai veduto? Le emozioni di una simile notte non da molti poeti furono
prelibate, e il silenzio solenne, l'oscurità vasta e il deflusso
maestoso del fiume torbido e incalzante come i suoi eventi,
innalzavano l'anima alla intelligenza delle più insigni gesta e delle
più clamorose sciagure. Tristi coloro che vorrebbero banditi gli
studii della romanità e del classicismo latino! Essi non rammentano
che in Roma vive gran parte della nostra storia e che la recente
difesa dal Gianicolo e da San Pancrazio contro quattro eserciti e i
miracoli rivoluzionari della nostra indipendenza furono compiuti al
suo nome e inspirati dagli antichi esempi.
La mattina all'alba proseguimmo il cammino e raggiungemmo Garibaldi a
Castel Giubileo, che su per quei poggi a pochi chilometri da Roma
scorreva agile come pardo e col binoccolo adocchiava intento la città
eterna quasi volesse scrutarne le più recondite vie e ansioso di
precipitarvisi dentro come falco ad ali librate in soccorso dei primi
insorti. Ma Roma si era agitata il 22 ed il 24 ottobre, aveva
distrutto un'ala della caserma Serristori, gittato bombe, assalito
pattuglie, trucidati soldati e ufficiali, combattuto in casa Ajani, ed
ora giaceva immota come una delle sue secolari tombe.
Gli eroici settanta capitanati da Enrico Cairoli non avevano neppur
essi potuto penetrare entro quelle mura fatali e il giorno 23
rendevano indarno illustri a prezzo delle loro vite i vicinissimi
monti Parioli.
Di quello splendido fatto scrisse superbe e patetiche memorie il
povero Giovanni Cairoli, morto poi anch'egli in seguito alle ferite, e
quel suo racconto, insieme alle auree _Noterelle di uno dei Mille_ del
poeta Cesare Abba, dovrebbe essere scuola di patriottismo a tutti ed
insegnato dai nostri professori di letteratura alle novelle
generazioni.
Garibaldi col generale Fabrizi, Alberto Mario, Egisto Bezzi, Stefano
Canzio e un pugno dei suoi militi rimase invano dal 27 al 30 ottobre
nei dintorni di Castel Giubileo e della Cascina di S. Colombo a
spiarvi il cuore di Roma; il 30 si spinse anzi con somma audacia al
Casale de' Pazzi rimpetto al Monte Sacro per eccitare a brevissima
distanza dalla città la rivolta, e deluso ordinò la retromarcia per
accentrare le sue forze in Monterotondo.
Ma intanto i governi e i loro satelliti non dormivano ed avvenivano
cose gravi.
Il generale Menabrea era riuscito a raccapezzare un ministero
reazionario della più pura acqua e il 27 ottobre, appunto il giorno
dopo e quasi a dispetto della vittoria di Monterotondo, annunziando la
formazione del suo ministero faceva pubblicare un memorabile proclama
dal re con ordine a noi ribelli di porci prontamente dietro le linee
delle nostre truppe.
Vittorio Emanuele fra altro vi confessava ingenuamente: «L'Europa sa
che la bandiera innalzata nelle terre vicine alle nostre, sulla quale
fu scritta la distruzione della suprema autorità spirituale del Capo
della religione cattolica, _non è la mia_.»
Ma accadeva ben altro, ad offesa d'Italia e del nostro onore.
Il 28 ottobre sbarcavano a Civitavecchia i soldati di Napoleone III e
il primo reggimento francese si presentò a Roma in piazza Colonna il
30. E in codesto stesso ultimo giorno le truppe italiane varcavano la
frontiera pontificia per combattere la rivoluzione occupandone come di
solito il terreno conquistato; ma dietro imperioso e perentorio
comando da Parigi il nostro meschino governo e vassallo le richiamò
immediatamente come un ragazzo sorpreso in marrone e rosso del
ricevuto rabbuffo.
Il sire di Francia nella sua orgogliosa e punita prepotenza non voleva
in veruna maniera l'unità d'Italia con Roma capitale e il suo pensiero
veniva tassativamente scolpito in seguito nel suo discorso del 18
novembre per la riapertura del corpo legislativo: «I rapporti
dell'Italia colla Santa Sede _interessano l'Europa intiera_, e noi
abbiamo proposto alle Potenze di regolare questi rapporti in una
Conferenza, e di prevenire così nuove complicazioni.»
E Rouher faceva eco e chiosa al padrone collo storico e deriso
_jamais_ di Roma all'Italia e colla frase: «La convenzione del 15
settembre è la ricognizione assoluta, implicita, necessaria,
_reciproca_ del potere temporale e del regno d'Italia.»
Di ripicco Garibaldi il 31 ottobre da Monterotondo invitava i generali
Nicotera e Acerbi a riunirsi al colonnello Pianciani in Tivoli, che
dominando Roma e avendo alle spalle le aspre e sicure montagne della
Sabina doveva diventare la base e il centro delle nostre operazioni, e
risaputo l'intervento francese e dei soldati italiani gridò il 1º
novembre in un fiero proclama: «Se però fatti infami, continuazione
della vigliacca Convenzione del settembre, spingessero il gesuitismo
di una sudicia consorteria a farci mettere giù le armi in obbedienza
agli ordini del Due Dicembre, allora ricorderò al mondo che, qui, io
solo generale romano con pieni poteri, dal solo governo legale, della
repubblica romana, eletto con suffragio universale, ho il diritto di
mantenermi armato in questo territorio di mia giurisdizione.»
L'irritazione e l'entusiasmo fra noi nel campo chiuso di Monterotondo
erano al colmo e insieme l'allegria non per tutto codesto cessava. Il
necessario però ne faceva omai difetto, pane, carne e vino più non
v'erano se non in qualche casa ospitale; quando ne capitava il destro
si mangiavano dei montoni rosolati sulle baionette, dei quali la
Comarca abbonda, si beveva a rinforzo qualche gotto d'acquavite, il
colonnello Missori pagò cinque lire un mozzicone di sigaro e nelle
pipe si fumava corteccia di viti e persino odoroso e vaporoso assenzio
in semini comperati dal farmacista.
Ma per noi fu al sommo disastrosa la diserzione sulle ultime ore di
moltissimi camerati, in guisa che mentre in principio eravamo a
Monterotondo dalle otto alle nove migliaia di militi, ci trovammo il
giorno di Mentana poco meglio di quattro mila. Per esempio, la mia e
la compagnia comandata da Achille Bizzoni si componevano ciascuna di
circa settanta volontari al pari delle altre della nostra colonna, e a
Mentana la più numerosa rimase la mia con quattordici, mentre quella
di Bizzoni colle altre si assottigliò a sette ed anco meno.
Alcuni erano stanchi, affamati ed esausti; non a tutti arride la vita
senza prospettiva e piena di triboli del ribelle, l'insubordinazione è
contagiosa fra i deboli di spirito e le male arti del governo vi
soffiavano dentro. Di tal esodo o fuga venne persino incolpato Mazzini
com'egli volesse subitanea la proclamazione nell'Agro Romano della
repubblica o innanzi tutto la dichiarazione della decadenza della
monarchia in Firenze; ma l'accusa è completamente falsa e contraria
alla storia di quei tempi.
Venendo a Passo Corese noi avevamo già incontrato parecchi fuggiaschi
della Toscana, che a scherno lungo la strada si interrogavano: o dove
vai, Ferruccio? E di ciò molti ponno porger testimonianza.
E Mazzini non era già soddisfatto di Garibaldi, che aveva evocato il
titolo di generale della repubblica romana? Non sapeva egli, che tra i
volontari esisteva un comitato segreto avente incarico di proclamare
d'accordo con Garibaldi la repubblica all'ingresso di Roma?
Mentre il nostro duce annunziava al mondo i suoi pieni poteri di
generale romano, ai piedi della torre del palazzo Piombino in
Monterotondo, a mezzo di una scalinata rustica e tra l'erba bagnata
d'un giorno piovoso, discorrevano con mistero Alberto Mario, sottocapo
dello stato maggiore di Garibaldi, Agostino Bertani, il maggiore
Giuseppe Guerzoni, il colonnello Giuseppe Missori, il giovane principe
Piombino in persona e chi scrive, e in quel colloquio veniva designato
il valoroso, che primo avrebbe dovuto sventolar la bandiera rossa dopo
una vittoria. Il giorno stesso i medesimi e il generale Fabrizi, il
colonnello Menotti, i maggiori Canzio e Bellisomi si radunavano
all'identico scopo in una sala del palazzo Piombino e Garibaldi
assistette alla loro discussione e ai loro progetti.
Non doveva egli Mazzini conoscere simili deliberazioni e concerti?
Potevano i garibaldini acclamare colui, che ribelli ne appellava e ci
contrastava la marcia su Roma? Certo si è che a Roma, a Firenze e in
tutta la penisola il sentimento popolare e lo sdegno nostro ad imprese
fortunate avrebbero punito a misura di carbone chi, disponendo delle
forze d'Italia, se ne giovava per impedirle l'incoronamento della
propria unità.
Un po' di storia a posto non reca danno e certi segreti viene il tempo
che occorre svelarli perchè non scendano nel sepolcro con noi.
Del resto la furia di Napoleone e delle nostre truppe di accorrere sui
nostri passi per schiacciarci non era dessa sola la prova, che l'epoca
della bandiera del 1860 era per noi esaurita e chiusa? Quali furono
sempre in seguito sino alla morte le espressioni e i propositi di
Garibaldi?
Mazzini poi l'11 febbraio 1870 così scriveva al nostro generale:
«Voi sapete ch'io non credevo nel successo, ed ero convinto esser
meglio concentrare tutti i mezzi sopra un forte movimento in Roma, che
non irrompere nella provincia; ma una volta l'impresa iniziata, giovai
quanto potei.» [Blank Page]
Nomentum.
È codesto l'antico nome latino di Mentana, che corrompendosi e
troncandosi si tramutò nell'odierno di quel villaggio adesso celebre
in tutto l'orbe.
La posizione di Garibaldi e de' suoi nella rocca di Monterotondo, il
vecchio _Eretum_, era grave assai per non dir meglio disperata. Il
governo italiano ci avversava a viso aperto come ribelli e banditi,
onde difficilissimo riusciva il procacciarci vettovaglie, indumenti e
munizioni; le nostre truppe, in parte smaniose al pari di Bixio in
Perugia di venirci in aiuto, dovevano invece rimanersene vane
spettatrici del formidabile torneo coll'arma al piede, e data la
contingenza, farci magari fuoco addosso; l'arrivo dei francesi era
pronostico di guerra eccessivamente sproporzionata per numero e per
arnesi di combattimento, i papalini se n'erano ringalluzziti e ne
avevano i movimenti più liberi, ed omai la era una follia l'attendere
prima d'una nuova nostra strepitosa vittoria la rivoluzione in Roma.
Garibaldi non se ne dava apparente pensiero, e tranquillo come un eroe
d'Ossian passava quasi intiera la giornata sul belvedere della robusta
torre di palazzo Piombino, dove tacito e con insistenza da metter pena
fissava verso Roma la meravigliosa cupola di Michelangelo per torcer
poi gli sguardi leonini in giro sul classico Tivoli e sulla plaga
ondulata fra il Tevere e l'Aniene.
A lui certo in quegli istanti ricorreva la memoria della famosa
ritirata da Roma dopo la difesa leggendaria, quando il 4 luglio del
1849 si era con un pugno di valorosi indomiti e colla sua intrepida
Anita accampato qui in Monterotondo ed in Mentana per traversare
inarrivabile e fra nemici ad ogni passo i gioghi degli Apennini verso
Venezia ancora eroica in armi, e coll'occhio della mente in spasimo
avrà visto la sua amazzone brasiliana, compagna di glorie e di
rovesci, seppellita nelle sabbie presso la pineta di Ravenna e
orribilmente disotterrata dai cani, feroci al pari degli austriaci
inseguenti.
Quel grande fidava nella sua perizia e nel suo genio e, non sentendosi
per nulla perduto, aveva per molte e serie ragioni tattiche e
strategiche, ed anche per sfuggire un conflitto civile colle truppe
italiane, divisato di trasferire il suo quartier generale a Tivoli,
dove governava il colonnello Pianciani. Costà aveva dato convegno ai
generali Nicotera ed Acerbi, troppo immerso quest'ultimo
nell'amministrazione di Viterbo, e colla riunione di tutte le sue
sparse falangi avrebbe potuto mettere un forte campo, non di leggieri
espugnabile, sulla ridente altura di Tivoli, in vista e a poca
lontananza della sospirata Roma. Egli faceva frequenti e in persona e
con scorta di pochi ufficiali le sue ardite e famose ricognizioni,
nelle quali aveva preso lingua che i papalini intendevano uscir di
Roma e assalirlo sulla via Nomentana. In Monterotondo stava il nerbo
delle sue forze e per tenersi in comunicazione con Tivoli e
sorvegliare la strada minacciala, egli aveva disposto il battaglione
Ciotti in Mentana e spartiti i volontari del colonnello Paggi a
Monticelli, S. Angelo in Cappoccia, Monte Porci e Monte Lupari, mentre
provvedeva colle poche centinaia di uomini del duca Lante di
Montefeltro contro la possibilità di un assalto alle spalle dalla via
Salaria e dalla insanguinata stazione di Monterotondo.
Il dì dei morti passò in rivista parte dei volontari, che malgrado la
fame e la spossatezza elettrizzò al combattimento, e diede ordine che
il mattino seguente all'alba si partisse per Tivoli. Ma parecchi erano
addirittura scalzi o quasi, ed essendo per miracolo arrivate in
cittadella varie casse di scarpe, non si riuscì la domenica, 3
novembre, ad impedirne la distribuzione, il che ritardò la partenza, e
fu innocente causa della battaglia di Mentana.
Quella famosa domenica del 3 era una vera giornata umida di novembre,
il cielo ingombro da una nuvolaglia trasparente, e il sole faceva di
quando in quando capolino a mezzo e gettava qualche largo sprazzo di
luce verso il pendìo di Tivoli come per rammentare la sua esistenza e
invitarci propizio sulla strada da percorrere. [Blank Page]
[Illustration: ]