ricordevole. In una camera a primo piano sgombra di tutto, e nella
quale stavano sdraiati a terra vari garibaldini in dormiveglia alla
penombra d'una lucernetta, egli aveva un tavolo liscio di bianca
pecchia, che pare gli dovesse servire di scrigno. Il sindaco, ottima
persona, aveva accordato la più cordiale ospitalità, nella quale oltre
la legna pel camino acceso a baldoria ci scappava qualche regalo d'un
fiasco di vino. Venuto malgrado la sua buona voglia in qualche
sospetto o per tôrsene anche l'idea, bighellonando così come si usa,
s'accostò al suo tavolo, ne tirò per la chiave il cassetto e guardovvi
dentro. Oh meraviglia! lasciò dischiuso il tiretto e venne affannato a
dirmi che trovava scomparsi parecchi scudi d'argento. Ne corse subito
la voce per le stanze, i garibaldini si levarono tutti in un attimo
come per offesa all'intiero corpo e in un batter d'occhio fu scoperto
il colpevole, che lì sui due piedi si beccò una gragnuola di pugni e
schiaffi, tra il suon dei quali fu costretto estrarre il denaro
involato e fu destinato alla fucilazione da eseguirsi dopo la nuova
battaglia. Gli scudi furono tosto restituiti al padrone, che rimase
sorpreso dello slancio d'onestà di quei giovani, ben pochi dei quali
avevano un soldo in tasca. Biricchini ve n'hanno ovunque, ma questo
incidente attesta qual senso morale dominava fra i nostri valorosi.
Intanto gli alleati non avevano potuto penetrare in Mentana e quella
notte abbastanza fredda dovettero dormire alla serena e quantunque
vincitori farci umilmente anticamera.
Noi avevamo stabilito un Comitato di difesa, ma all'alba scorgemmo le
colline e le strade intorno letteralmente invase da larghi sciami di
nemici e cosparse di calzoni rossi, Garibaldi non si vedeva comparire
nè se n'udiva verun moto, onde ritenendo impossibile qualunque
resistenza si decise l'invio di parlamentari per trattare la
capitolazione ai patti più onorifici. Alzata dal castello la bandiera
bianca, continuò la sospensione d'armi ed i parlamentari capitano
Papiri e tenente Cavo si erano già recati al quartier generale
avversario, il giorno già chiaro e lucido, quando d'improvviso e di
straforo s'avanzò dalla parte della chiesa una sezione del 59º
reggimento di fanteria francese. In testa marciava il suo colonnello e
solo gli corsi incontro a rimproverargli la violata tregua e invitarlo
a ritirarsi al suo posto. Ravvisandogli sul petto la medaglia
commemorativa della guerra di Lombardia nel 1859, meravigliai che egli
portasse ancora quel simbolo d'amicizia con noi e con qualche frase
insolente gli dissi che i difensori del papa dovevano portare la
sottana e non i nostri ricordi. Quell'ufficiale, che forse era un
prode ed un gentiluomo, si fece rosso in viso per le verità
slanciategli come saette a bruciapelo, non rispose verbo alle
contumelie ed essendosi fermato in asso coi suoi soldati si limitò a
dire che secondo i patti conchiusi coi parlamentari, non per anco
tornati, egli aveva avuto ordine di render prigionieri tutti i
garibaldini occupanti le case. E malgrado le proteste s'avanzò nella
via del villaggio.
La convenzione invece stipulata dai parlamentari era la nostra resa
colla piena libertà di tutti senza distinzione fra castello o case.
I volontari dalle finestre avevano assistito al colloquio e tirato
alcune fucilate, ma quando si riseppero prigionieri, per non cedere
intatte le meschine ma gloriose armi, come per un comando elettrico
spezzarono i fucili sui davanzali e con accenti d'imprecazione li
gettarono scavezzati giù in mezzo alla strada. E poi vi scesero
anch'essi e il reggimento fedifrago si convertì in una perfetta siepe
rettangolare di sbirri a baionetta in canna per tradurli captivi a
Roma.
Anch'io era del numero, ma arrestatasi la comitiva presso la rampa del
castello e accortomi di qualche oscillazione per nuovi diverbi sui
patti della resa, inutilmente avvertii di seguirmi il fratello
Francesco e alcuni miei compatriotti di Lecco e, declinando il mio
grado, presi per le spalle e scostai due buoni fantaccini galli, loro
ordinando di lasciarmi il varco, ed essi sbalorditi e ignari aprirono
le file e mi trovai libero fuori del maledetto cordone. Avevo prima
visto il colonnello medico Bertani intento ai feriti nell'oratorio di
Sant'Anna verso la metà del paese e mi ricoverai da lui che, scaltrito
dell'affare, mi assunse provvisoriamente qual membro dell'ambulanza
finchè i carcerieri non si fossero allontanati.
Andava morendo in distanza il rumore dei passi della triste comitiva,
gli abitanti stavano accovacciati per le case, e la strada di Mentana
per tutta la sua lunghezza taceva come un sepolcro.
Salutai Bertani, che tetramente soffriva della patria sciagura
rintuzzando persino le frasi roventi della sua impetuosa bile, uscii
dall'oratorio tramutato in suo ospedale e m'avviai solingo al
castello. Quivi Papiri, Sgarallino, Nicotera, Torri-Tarelli Carlo ed
altri ufficiali gridavano per la tradita capitolazione e i francesi
collocarono subito dopo un picchetto di guardia al portone d'ingresso
e una compagnia in rango e ad armi pronte nel cortile. Eravamo tutti
prigionieri e contro la forza soverchiante non giovava la parola.
Capitò poscia in castello, furibondo e sbraciando come un'anima
dannata, il maggiore Fauchion, capo di stato maggiore del generale
Polhès, che rinserrò quattordici o quindici ufficiali garibaldini
nella oblunga stanzuccia da letto a tramontana della custode, con
intimazione di depor tosto sul tavolo alla parete tutte le armi, di
cui fossimo in possesso, sotto pena in caso di rifiuto d'immediata
fucilazione. Chiuse l'uscio a chiave, che ritirò egli stesso, e se ne
partì.
Dopo un quarto d'ora il maggiore rosso in volto come bragia ed
esalando saracchi fu di ritorno, guardò sul tavolo e vi numerò solo
quattro o cinque tra pistole e rivoltelle.
--Signori ufficiali--garrì egli in francese spalancando l'uscio e
additandoci un pelottone di fanteria postovi in due file a quattro
passi nella corte.--Qui non vi sono tutte le vostre armi: se fra dieci
minuti non le son tutte consegnate, i renitenti saranno fucilati.
Richiuse l'uscio e se n'andò.
Il fratello del generale Nicotera stava ritto in piedi tra la comodina
e il letto della guardiana del castello e aveva arrotolato il suo
sciabolone nel ferraiuolo. Fremendo lo slegò e depose con ribrezzo la
grande lama sul tavolo.
Dopo un venti minuti riapparizione del maggiore più calmo, nuovo
conteggio e ripetuta minaccia, ma senza la fibra bestemmiatrice di
prima.
Io e il tenente Costantino Tamanti delle Marche, uno dei settanta di
Cairoli e chiamato in celia per la sua ampia barba argentea e le
strane avventure il Mago Sabino, stavamo seduti su due sacchi di ceci
nel vano dell'unica finestra in fondo della camera e rimpetto
all'uscio ed eravamo gli ultimi restii possessori di due rivoltelle,
che ad ogni arrivo e minaccia del maggiore cercavamo di meglio
nascondere fra' panni.
--Tu la consegni?--mi chiese Tamanti.
--Io no, e tu, Mago?
--Neppur io.
E attendevamo in silenzio la nostra sorte.
Per fortuna e non si sa per qual cagione Fauchion più non riapparve e
invece un sergente del pelottone, nostra spada di Damocle, venne ad
aprire e a dirci che tutti gli ufficiali erano liberi di uscir dal
castello e scendere in borgo.
Non ce lo facemmo replicare, uscimmo dalla cella, si avvertirono della
cosa molti volontari, che nel cortile ci si accalcarono incontro, e
con noi se la svignarono parecchi di essi annunciandosi alle
sentinelle di guardia per altrettanti ufficiali, giacchè nessuno
recava distintivi.
In quel mentre entravano a scombutta in Mentana le truppe francesi e
papaline, la pareva una orda selvaggia e sitibonda, i dragoni
pontifici sfacciatamente si mescolavano all'artiglieria francese, la
fanteria francese era regolarmente in colonna e i fantaccini del papa
le si cacciavano di mezzo come tanti monelli, cavalli e cannoni
andavano a badalucco e il tutto specialmente per parte dei soldati
papali aveva l'aria di una fiera di ubbriachi.
Un cardinale, alto e tarchiato come un colosso, in veste talare e
calze pavonazze, a capo scoperto, agitando colla sinistra la calotta e
alzando fra la turba l'indice della destra, lungo e grosso come un
palo, sgonnellava tra quei forsennati e strillava a pieni polmoni come
un banditore del mercato:
--È il dito di Dio! è il dito di Dio!
E così vociando il cardinale scorreva come un pazzo tra i gruppi dei
soldati, che non gli davano retta.
Qual fonte di epigrammi per Marziale e di riflessioni per Seneca, che
nell'antica _Nomentum_ ebbero dimora, se in quel punto avessero potuto
rizzare il capo attonito dagli avelli!
La era una scena da piangere e rintontito io stava presso una porta a
contemplarla. Per caso passommi accanto il terribile maggiore
Fauchion, che tirava moccoli contro i papalini e i preti disturbatori
dell'ordine militare, e riconosciutomi per avermi visto in castello e
additandomi i nostri fucili infranti lungo la strada mi apostrofò con
aria di meraviglia e simpatia:
--O come! voi fate la guerra con coteste armi?
Quindi soggiunse impensierito:
--Io non credeva che voi sapeste battervi così da bravi. I garibaldini
ieri hanno combattuto eroicamente.
Mentre in tal guisa quel generoso favellava, venivano dei cannoni, e a
briglia sciolta giunse loro innanzi e sbandato un semplice dragone
pontificio.
Il maggiore si staccò d'improvviso da me, sguainò la sciabola e ratto
come fulmine avventossi contro il mal arrivato dragone, che fu per
cadere da cavallo per lo spavento.
--_En arrière, cochons, traînards! en arrière, lâches, soldats du
pape!_
Testuali sono le invettive e difficile è il supporre lo scompiglio che
produssero.
Era un maggiore, capo dello stato maggiore del generale Polhès, che le
pronunciava, e il dragone mortificato come un gesuita colto in fallo e
tra le risa a scherno degli artiglieri francesi tornò indietro al suo
corpo.
Lo stesso cardinale dal dito di Dio si rivolse alle formidabili
ingiurie, capì che il maggiore irritato non canzonava, mise la
papalina in testa, abbassò dopo un istante di esitanza il famoso
ditaccio, e si fermò ragionevolmente ad ammirare la sfilata delle
truppe francesi, che ora procedeva a dovere.
E storia genuina è tutta questa, e il maggiore Fauchion, se ancora
vive, può attestarla.
Quell'uomo geniale e fosforescente, dopo il suo magnifico colpo di
testa, riponendo la sciabola nel fodero, ritornò a me, e volle a tutti
i costi che entrassi con lui a bevere un bicchiere nella cànova
visitata da me e dal capitano Imperatori il giorno innanzi, a pochi
minuti dalla battaglia.
L'oste spillò due bicchieri dalla botte, il maggiore mi offrì
galantemente il primo e col secondo in mano m'invitò a brindare.
--Maggiore, gli dissi io, io accetto di bevere insieme, ma non posso
toccare il bicchiere con un soldato di Napoleone III, difensore del
papa.
Il maggiore con mia sorpresa mi guardò in faccia con compiacenza e
dopo un minuto secondo, levando il bicchiere, esclamò con tutta
serietà:
--_Sacrè tonnerre_, voi avete ragione; ebbene, viva la repubblica! ora
toccate?
Incredibile il chiasso e il diavoleto dei papalini in Mentana come se
ad essi spettasse l'onore tutto della battaglia vinta.
Essi gridavano, ingiuriavano, acclamavano urlando a Pio nono e per la
massima parte ubbriachi di vino o di paura intuonavano canti osceni e
di dileggio, camminando a biscia come gente, che dopo esser fuggita
sentiva di essere scampata da un grande pericolo.
Colle gradassate volevano vendicarsi dell'aver ripetutamente mostrato
le suole delle scarpe ai garibaldini, e gli è proprio vero che il vile
fa sempre maggior baccano dell'eroe, modesto perchè consapevole delle
difficoltà superate.
Ai francesi dava ai nervi tal condotta dei pontificii e da loro non
partiva un solo evviva a Napoleone.
Quei soldati erano silenziosi, e come stupiti del contatto con gente
briaca e ingenerosa si guardavano attorno senza parola e pareva
vergognassero di una nefanda azione.
Noi eravamo digiuni da due giorni, osservavamo col cuore gonfio di
malinconia la ridda, che ci si ballava in giro, pensavamo alla
battaglia di ieri, al disinganno scaturitone, ai castelli rovesciati,
a Garibaldi e ai ritiratisi, all'Italia e ai parenti, e non ci
accorgevamo neppure che la fame ci rodeva le viscere.
Verso le tre pomeridiane di quel giorno, lunedì 4 novembre, il
maggiore Fauchion per preservarci dalle brutalità dei papalini combinò
che noi saremmo condotti a Passo Corese sotto la scorta di una
compagnia francese. Questa con baionette in canna ci rinchiuse nel suo
quadrato e fissando per l'ultima volta Mentana e i suoi memori poggi
principiammo la dolorosa marcia.
Tutti procedevamo a piedi eccetto il maggiore Sgarallino, Bertani
serio e pallido colla sua faccia a taglio di spada ricordante
l'energica di Saint Just andava di fianco al capitano Fougerousse
comandante la compagnia di sorveglianza, pel silenzio glaciale e pei
passi misurati la intiera comitiva sembrava la confraternita della
misericordia, e solo il livornese Sgarallino taciturno a cavallo nel
mezzo di essa, colla barba e i capelli arruffati che si confondevano
coi peli del berretto di lontra, col ruvido tabarro che gli copriva
col ronzino tutta la persona, arieggiava il Ghino di Tacco ideato dal
suo fantastico concittadino Guerrazzi.
Giunti prima di sera al piè di Monterotondo, mentre contemplavamo ad
estremo vale la famosa torre del palazzo Piombino, vedemmo uscire
dalla porta sottostante ilare, paffuto e rubicondo un grasso e piccolo
pretaccio, che stringeva a braccetto all'uno e all'altro fianco due
vaghissime ragazze, rosse e fresche come mele poppine appena colte, e
ridendo con esse sgangheratamente e gongolando di gioia scendeva la
rampa verso la nostra triste colonna.
I garibaldini a quella vista non poterono trattenere un urlo
d'imprecazione e di motteggio e i francesi, capi scarichi anch'essi e
nemici del prolungato corruccio, malgrado la disciplina dovettero
parteciparvi.
Una folla di contadini guidati da preti ci rispose con ogni sorta di
minaccie e di insulti, e un conte Ramarini facendosi largo coi gomiti
s'avvicinò a Bertani, che camminava in testa della colonna con
Fougerousse, e gli sputò in viso. La destra del severo capitano
francese corse rapida come lampo sull'elsa della spada e il codardo
giudeo guizzò veloce fra la moltitudine e scomparve.
Pochi giorni dopo la breccia di Porta Pia, in settembre del 1870,
Bertani incaricò il commilitone Domenico Narratone, testimonio della
schifosa scena, d'irne a Monterotondo a portare, in compagnia di
Raffaele Giovagnoli, un suo cartello di sfida all'autore dell'indegno
atto di tre anni innanzi. Ma Giovagnoli, nativo di Monterotondo e ben
conoscendo il Ramarini, scrisse a Narratone consigliando Bertani a
desistere dal suo proposito e assicurandolo che il conte papalino,
decorato da Pio nono della croce di cavaliere di non si sa qual
ordine, non avrebbe accettato la sfida. Bertani capì il latino, e
intento a cose ben più gravi non s'atteggiò indarno a capitan Fracassa
e lasciò finir lì il negozio nello sprezzo dovuto.
Da quel punto diminuì la burbera ed ostile distanza tra noi ed i
nostri condottieri; il capitano Fougerousse, uomo dall'aspetto molto
serio, aprì cordiale conversazione con Bertani palesandogli la sua
ammirazione per noi e sensi liberi, come il medico nostro scrisse
poscia in una nota sua lettera, e il maggiore Sgarallino senza rimarco
del capitano francese ordinava egli medesimo da cavallo i riposi a noi
stanchissimi e i movimenti di marcia.
La vita è una continua antitesi dalla nascita all'avello, dalle nozze
al divorzio, dalle danze ai funerali!
Spossati, affranti di dolore, insonnia e fame, arrivammo a notte
inoltrata a Passo Corese, dove i nostri granatieri del settimo
reggimento ci accolsero colle maggiori dimostrazioni di simpatia e ci
ristorarono con quanto era in loro possesso da buoni e leali soldati.
Si partì subito in ferrovia per Terni, dove incontrammo parecchi dei
fuggitivi prima della battaglia quasi avessero il rimorso di far
ritorno alle loro case, e di là a Firenze, dove spargemmo la notizia
non conosciuta delle truppe napoleoniche alla battaglia di Mentana e
in prova consegnai all'Oliva Antonio, direttore del giornale _La
Riforma_, una palla dei loro fucili Chassepots raccattata sul campo.
Così era finita la campagna dell'Agro romano, che quantunque durata
brevi giorni fu tra le più commoventi e disastrose.
Gli sgherri papalini ed i preti avevano coperto di ingiurie i nostri
prigionieri tradotti a Roma nelle stalle di castel Sant'Angelo e poi a
Civitavecchia, sputato loro in volto e loro strappate ciocche di barba
e di capelli; ma Mentana, la gloriosa patria di Crescenzio, era stato
il _Mane, Tekel, Phares_ del Nabuccodonosorre sacerdotale e là in
quello storico villaggio, dove il 23 novembre 800 Carlo Magno col
desinare largiva a Leone III il dominio di Roma e della Comarca, dieci
secoli e mezzo dopo e nello stesso mese, il 3 novembre 1867, Napoleone
III, salito col tradimento e le stragi tiranno di Francia, invano
sorreggeva con nuovo nefasto eccidio il potere temporale dei papi, che
quivi veniva dalla coscienza italiana condannato a morte.
Vero è bene che la breccia di Porta Pia si spalancò, con scarsa
dignità, quando il sovrano gallico ignobilmente aveva ordinato stando
a letto la capitolazione di Sédan e ceduta poi la spada dell'impero al
vecchio Guglielmo di Prussia invece di bruciarsi le cervella piuttosto
che rendersi come Teodoro re d'Abissinia sconfitto dagli inglesi, o
per lo meno di uccidersi al pari dello scorpione ricinto dalla bragia:
ma gli italiani moralmente erano entrati in Roma colla sconfitta di
Mentana, il cui solo nome era per essi divenuto segnacolo di rivincita
e di trionfo.
FINE.
End of Project Gutenberg's Mentana e il dito di Dio, by Ettore Pozzi