_CHÉNIER preceduto da BATTISTINO, dal fondo. DETTI._
BATT. _(annunziando)_. — Un amico: Chénier!
CHÉN. _(in fondo, a Battistino)_. — Addirittura la miseria?
BATT. — Sì, e se non fate presto, lo libererà la morte!
CHÉN. _(abbracciando Goldoni)_. — Mio povero amico!
GOLD. — È Dio che ti manda a levarmi una spina dal cuore. Questo mio
antico compagno d'arte, senza pensione come me, è senza tetto e senza
mezzo di guadagnarsi un pane, in mezzo alla strada!... e io..... tu ci
vedi meglio di me e basta, senza che ti dica altro!
CHÉN. _(scrive due parole sopra una carta che ha tratto dal suo taccuino
e la porge con un assegnato a Susanna)_. — Questo al Direttore
dell'Ospizio di Bicêtre, e questo per arrivarvi.
SUS. — Voi fareste amare la rivoluzione; ma voi siete un poeta!
NICOL. — Un vero amico! — _(agli altri)_ Non sarà detto che partiate
senza aver preso qualche ristoro. Favorite di qua... _(verso la
destra)_. Andiamo, Balletti?
BATT. — Coraggio!
BALL. — All'ospedale... un artista!
BATT. — Son fatti apposta gli artisti per gli ospedali... cioè gli
ospedali per gli artisti; ma già torna il medesimo.
BALL. — Ma se riaprono i teatri...
BATT. — Tornerai a fare l'amoroso, è inteso.
NICOL. _(a Battistino)_. — Se si desse loro i pasticci di Pierina?
BATT. — Nulla di meglio: pasticci e comici, va da sè. _(escono tutti
dalla destra, mentre Chénier siede accanto a Goldoni)_
GOLD. _(con una mano di Chénier fra le sue, affettuosamente)_. — Il mio
ultimo amico!
CHÉN. — Se non ho più potuto vederti, non è stato senza occuparmi di te,
e ora sono lieto di dirti che all'ordine del giorno d'oggi c'è la mia
interpellanza che ti riguarda. Non meravigliarti che io non abbia potuto
in più di quattro mesi mettere una parola di pace, d'arte e di giustizia
in quel vortice farragginoso: come se non bastasse la violenza delle
passioni e degli avvenimenti, noi dobbiamo anche subire gli stolti
capricci della tribuna pubblica, ogni dì più minacciosa e
soverchiatrice!
GOLD. — Grazie, grazie con tutta l'anima... Ma non dirmi altro di questi
tempi...
CHÉN. — Si può dimenticare molti eccessi e sperare nell'avvenire quando
si vede che in mezzo alla coalizione straniera la Francia improvvisa un
milione di soldati!
GOLD. — E tu hai forse ragione; ma che vuoi, io sono d'un'altra epoca,
d'un'epoca spensierata ma disciplinata, allegra ma rispettosa, e perciò
guardo dalla riva su cui rimango abbandonato da tutti i miei coetanei
questa vostra gran corrente torbida e rovinosa, senza avere il coraggio
d'imbarcarmi, quasi certo che dopo di avere ammazzato il buon umore
finirete per togliere all'uomo tutti i sostegni più sicuri della vita!
CHÉN. — E io ti compatisco: alla tua età non si rifà tutta un'abitudine
di sentire e di pensare.
GOLD. — Ma se rimpiango la gioventù, abbi pazienza, non è per fare della
politica, no; ma per lavorare, per tratteggiare nuovi tipi, nuove
commedie, per usare tutta la libertà di scegliere i miei argomenti dove
mi pare, non come il Goldoni d'una volta che non poteva mettere in scena
nè governanti, nè nobili, nè magistrati, nè preti e soldati. Ma poichè
io non posso comprendere, e quel ch'è peggio, non posso fuggire la tua
rivoluzione, lasciami morire in pace e fedele alle mie convinzioni.
CHÉN. — Eppure è indispensabile che tu mi autorizzi a dichiarare oggi
alla Convenzione che ti glorii di essere cittadino francese...
GOLD. — Sempre!
CHÉN. — ... e repubblicano.