Tre mesi dopo, il sindaco d’Orobio, che cominciava appena a riavere un
po’ di pace dopo i sopraccapi avuti in conseguenza della processione
di don Innocente e delle busse ricevute, — egli diceva date, — in
quell’occasione dai suoi amministrati, colpito ora da un nuovo
avvenimento ben più doloroso si trovava da alcuni giorni a Santa Maria
della Neve a compirvi un mesto ufficio. Era morto don Cornelio, ed egli
era il suo esecutore testamentario.
La morte di don Cornelio non era stata annunziata da nessuno, ma la
notizia si era sparsa in un baleno, di voce in voce, di casa in casa,
in tutta la valle, come l’annunzio d’una comune disgrazia. I terrazzani
di Orobio e dei paeselli vicini, giovani, vecchi, donne, fanciulli,
erano andati a Santa Maria della Neve, tutti in massa, per il funerale
del buon curato; e la lunga e silenziosa processione era scesa dal
monte portando seco quella salma venerata, per averla sempre vicina
nel camposanto d’Orobio. Nessuno aveva scritto l’elogio funebre di
don Cornelio, nessuno aveva pronunziato discorsi sulla sua tomba; ma
sulle facce avvizzite dal sole e dagli stenti di quella folla che ne
circondava l’umile feretro, scendevano delle lacrime grosse grosse; e
chi aveva una tribolazione in cuore si raccomandava a don Cornelio, per
la sua intercessione, come a un Santo.
Il testamento di don Cornelio, un testamento di poche righe, era
accompagnato da una lettera diretta al signor Vincenzo.... sindaco
di Orobio, scritta poche settimane prima della sua morte. La lettera
cominciava così: “Carissimo signor Vincenzo. Io muoio povero, tanto
povero che quasi ne arrossisco; non sorrida dunque se l’ho chiamato
mio esecutore testamentario; ma ho pure qualche ultimo desiderio
da confidare, qualche ultimo servizio da chiedere a un amico. E ho
pensato a lei; a lei, che m’ha sempre voluto bene anche quando mi
sgridava, non è vero? a lei, che posso chiamare il mio ultimo amico.„
E innanzi tutto gli raccomandava, con parole piene di lacrime, la sua
buona sorella Angelica; poi gli parlava di Enrico e di Cristina, e
lo pregava di averli a cuore, di vegliare su loro, di continuare la
parte sua ove potesse; lo pregava di esaminare tutte le sue carte e le
lettere, per abbruciarle o ritirarle come gli sarebbe parso meglio; e
gli raccomandava infine di farlo seppellire nel cimitero d’Orobio ove
riposavano i suoi antichi parrocchiani, i suoi vecchi amici d’un tempo.
Il signor Vincenzo aveva raccolta in casa sua la sorella di don
Cornelio, e aveva provveduto alle cose più urgenti; poi era andato
a passare alcuni giorni a Santa Maria della Neve per riunire le
masserizie, per esaminare le carte, per adempire, insomma, meglio che
poteva ai desideri del povero curato. Passava delle ore tutto assorto
nel suo pietoso ufficio; e di tanto in tanto nel ripiegare una lettera,
o nel leggere una minuta di don Cornelio, si asciugava gli occhi col
dorso della mano, e poi picchiava un gran pugno sul tavolino. Una
delle prime lettere che gli era venuta sott’occhio, e ch’era l’ultima
ricevuta da don Cornelio, era scritta dal superiore provinciale delle
Missioni per annunziargli la morte del suo antico coadiutore, don
Luigi, ammazzato in un villaggio della China.
Nella cassetta d’un armadio trovò un fascio di lettere, tutte con la
data del quarantotto. Erano in parte lettere di amici di don Cornelio,
e in parte lettere sue ai suoi di casa, scritte dal campo. Il signor
Vincenzo ci passò una giornata intera su quelle lettere; le leggeva
avidamente, le rileggeva, e non sapeva staccarsene. Si rammentava poco
di quei tempi, poichè non era in allora che un ragazzotto; e quelle
lettere lo trasportavano in un mondo lontano lontano, a respirarvi
un’aria alta e pura di entusiasmo e di patriottismo, che gli ricordava
il cinquantanove, ma che aveva un profumo ancora più acuto di poesia
e di fede. Col fascio delle lettere c’eran le nappine d’oro del
cappello, la medaglia di Pio IX, e una croce di panno rosso, ch’erano i
distintivi di don Cornelio quando fu cappellano dei volontari.
In un’altra cassetta c’eran le lettere del conte Maurizio, quelle
di Enrico, e di Cristina. Nelle lettere d’Enrico c’era tutto quello
che sappiamo noi, fino alle ultime sue speranze e all’ultimo no
di donna Fulvia. Ma tutto ciò riusciva in gran parte novissimo al
signor Vincenzo, il quale non ne aveva fino allora avuto che quelle
notizie incerte, e quelle induzioni, che correvano nella bottega dello
speziale. Non è a dirsi dunque con quanto interesse aveva lette quelle
lettere; quanto n’era stato commosso; e quanti pugni aveva picchiati
sul tavolino. Ogni volta poi che dava un pugno esclamava: — Ah questa
poi la vedremo! poveri figlioli! Ma se l’han fatta tenere a loro, e al
povero don Cornelio, non la faranno tenere a qualche altro! e questo
_qualche altro_ sarò io! Precisamente! Voglio diventar io il protettore
di quei figlioli! Oh, allora la vedremo! — E aveva già principiato a
mulinare nella mente vari progetti uno più terribile dell’altro. Alla
fine però aveva trovate due lettere che l’avevano messo in qualche
imbarazzo; due lettere di cui non sapeva darsi la spiegazione, e che
gli intorbidavano un po’ le idee appunto sul da farsi. Eran due lettere
scritte da poco, una era di Cristina, e l’altra della Madre Superiora
del suo convento. La lettera della Madre Superiora era questa:
“Al Molto Reverendo signor curato di Santa Maria della Neve, già
curato di Orobio.
“Faccio riscontro con la presente alla riveritissima di Lei
lettera, che ho considerata attentissimamente con le deboli mie
forze, e che ho sottoposto anche ai consigli ed ai lumi ben più
fulgidi di persone alle quali ci dirigiamo nei casi riflessibili.
Quando la giovane Cristina, a mezzo della signora Contessa Fulvia
Orsenigo, ci dichiarava la sua improvvisa chiamata e la sua
celeste vocazione, la prefata signora Contessa ben ci preveniva
che qualche mondano attaccamento, e inevitabile disinganno, avesse
potuto influire sulla giovane, e potesse tuttora anche sussistere
in qualche punto dell’animo della medesima. In conseguenza
di ciò, dopo esserci consultate, abbiamo stabilito, come già
ebbesi a fare in qualche altra analoga delicata contingenza, di
differire prudenzialmente con pretesti bene scelti il regolare
incominciamento dell’anno di prova, ossia Noviziato. Imperciocchè
non vogliamo Suore non _chiamate_, nè Novizie disdicentisi.
Devo però dirle parimenti, a di Lei tranquillità ed a comune
edificazione, che la giovane Cristina dimostrò subito un ardore
soprannaturale per la sua nuova vocazione; ardore che può dirsi
vada sempre crescendo, per modo che nella sua innocente semplicità
non sa comprendere come si ponga in certo qual modo freno alla
esecuzione d’un desiderio ch’essa invoca perfino con inquietudine e
con impazienza.
“Epperò, le informazioni che Ella ci manda, e le sue esortazioni
prudenti e caldissime ci impongono certamente il dovere di una
raddoppiata vigilanza, e continueremo ancora qualche tempo
a fare uno sgradito contrasto alle preghiere della giovane,
contrasto che le renderà tanto più bello e lucente il giorno
dell’accondiscendimento. Ben lieta poi di obbedire ai di
Lei desideri, non mancherò di mandarle notizie e di tenerla
informata sull’andamento dell’animo della giovane, e su quanto
si manifestasse nel medesimo. Ci sarà poi veramente grata la
visita che lei ci promette appena glielo permetterà la salute,
e per questa facendo i miei umili, ma ardentissimi voti, passo
a riverirla con tutto il massimo ossequio, e a rassegnarmi nel
medesimo tempo obbedientissima serva
SUOR AGNESE
_Superiora della Casa di_....„
“P. S. Ho consegnato alla giovane la lettera da Lei direttale, ed
ho permesso alla medesima che le riscontrasse liberamente come a
persona della famiglia.„
Questa poi era la lettera di Cristina:
“_Don Cornelio!_
“Ho riconosciuto subito i suoi caratteri dalla soprascritta, e ho
pianto di commozione e di gioia prima ancora d’avere aperta la
lettera. Poi, prima di leggerla, ho cercato il suo nome, e l’ho
baciato come avrei baciato il mio povero babbo. Oh, don Cornelio,
quante vicende, e quante lacrime in così poco tempo! Alle volte mi
passo la mano sulla fronte per destarmi da questo sogno angoscioso;
ma poi la mano ricade, e sono sveglia, e tutto è vero, tutto....
Oh ma non creda ch’io sia infelice! lo sono stata, è vero, ho
pianto lungamente, ho creduto di morire.... ma poi a un tratto ho
ricevuto una grazia dal Cielo, una grande grazia, e fu una calma,
una serenità, un benessere indicibile, una specie di felicità che
ha inondata tutta la mia anima. Mi affretto a dirglielo perchè non
mi compianga, perchè se ne rallegri con me, e con me ringrazi il
Signore. Oh come mi sento tranquilla e felice! Alle volte, quando
mando un’occhiata fuggevole al passato mi sento quasi ricadere in
quelle angosce che credevo d’avere dimenticate; ma allora corro
subito all’altare della Vergine, o tra le care compagne e le buone
Suore di questa Casa, e subito mi ritorna il sorriso sulle labbra e
la quiete nel cuore.
“Ho letto mille volte la sua lettera, e l’ho sempre con me. Mi
creda, don Cornelio, anche stamani ho potuto rileggerla tutta,
due volte di seguito, fino in fine, senza piangere, e riflettendo
pacata su quanto lei mi dice con tanta amorevolezza e con tanta
serietà. No, don Cornelio, nessuna esagerazione, nessuna illusione
o esaltamento dell’animo hanno potuto, o possono, farmi velo alla
verità e alla riflessione tranquilla sui miei doveri e sulla mia
vocazione. Quel matrimonio, ch’era stato il mio sogno dorato d’un
momento, mi sembrerebbe ora quasi un desiderio colpevole. La zia
non lo vuole; non me ne disse tutte le ragioni, ma certo devono
essere gravi se il solo pensiero la rendeva così agitata e così
afflitta. E lei sa tutto ciò ch’io devo alla zia! Se il nome del
mio povero, del mio adorato babbo, potè sopravvivere amato e
benedetto, se nessuna accusa, nessun lamento, nessuna ombra ha
potuto offuscarlo, io lo devo alla zia. Ed io avrei dovuto per un
desiderio tutto mio contrariare, offendere, chi nel mio babbo, mi
aveva tanto beneficata? O avrei dovuto mancare alla parola che
avevo data, glielo confesso, a quel mio fratello d’infanzia....
così buono.... Oh no, no, solo a pensarvi mi si confonde la ragione
come se pensassi a un delitto. Oh, no, mio buon Enrico!
“In allora, fu in questa contrarietà, in questa lotta di
sentimenti, che mi venne improvvisamente additata dal Cielo la
nuova via che mi condusse dalla disperazione alla pace della
coscienza. Oh, don Cornelio, lo dica anche a lui, a Enrico, ch’io
non soffro più; gli dica ch’io non ho mancato così a nessuno de’
miei doveri; che mi perdoni se lo afflissi.... perchè ne son sicura
che anch’egli ha pianto; gli dica che il pensiero del suo perdono
sarà un gran conforto per me. Gli dica che non lo dimenticherò.
“Ora mi sforzo, è vero, di non pensare più a lui, ma quando avrò
pronunziati solennemente i miei voti, e avrò così rafforzata
maggiormente l’anima mia, allora, mi pare, potrò guardare più
serena il passato, allora potrò mandare anche a lui un pensiero più
frequente di affetto fraterno e celeste.
“Sospiro quel giorno, giorno di pace per sempre. L’ottima nostra
Superiora, non so perchè, me lo ritarda. È certamente una maggior
prova che vuole da me. Obbedisco rassegnata pensando che questa è
oramai la mia unica contrarietà.
“Don Cornelio preghi per me. Mi saluti la signora Angelica, e le
dica che la rammento sempre, che la stringo al cuore, e, come una
volta, la soffoco di baci. Mi saluti tutti, mi ricordi a tutti. Oh
quante volte alle rondinelle che passano, — andate, dico loro, a
posarvi, rondinelle, sul campanile del mio paese, e gridate a tutti
un saluto di Cristina.... Andate, rondinelle, nella mia casa, nella
cara mia casa, e fateci voi il vostro nido felice!...
“Don Cornelio, le domando genuflessa la sua benedizione. Mi scriva
ancora, qualche volta ancora.... mi scriva presto.... Il Cielo ne
lo rimunererà.
“CRISTINA.„
Il signor Vincenzo aveva letto un par di volte questa lettera, e
nel ripiegarla tutto commosso, si era domandato: “Com’è questa
faccenda?„ Poi ci aveva pensato su; ma ci si imbrogliava.... “Che
questa fanciulla, diceva tra sè, volesse farsi monaca davvero?„ E
questo dubbio lo sconcertava non poco; bisognava dunque rinunziare al
raccapriccio d’aver scoperta una trama di monache e di preti, e alla
gloria dello sventarla; bisognava rassegnarsi a non far nulla. Ma anche
questa conclusione non gli piaceva; e di tanto in canto esclamava tra
sè: “Eppure un mistero ci deve essere, ed io ci andrò in fondo.„
“Io ci andrò in fondo!„ andò ripetendo il signor Vincenzo per parecchi
mesi, cercando sempre, senza trovarlo il bandolo per cominciare. Ma
bisogna anche dire che il bandolo più facile e naturale, il bandolo
indispensabile, gli era sfuggito di mano, e non l’aveva più potuto
ritrovare. Egli aveva scritto subito a Enrico per partecipargli la
morte di don Cornelio, ma non aveva ricevuta risposta; gli aveva
scritto da capo, e allora gli era venuta una lettera di sir Arturo,
nella quale secco secco gli si diceva che Enrico era gravemente
ammalato. Dopo qualche tempo scrisse ancora; scrisse più volte, ma la
risposta non veniva mai.
In quel frattempo, il signor Vincenzo aveva anche provveduto a onorare
più che poteva la memoria del suo povero amico. Aveva scritta e fatta
stampare una commemorazione; aveva mandate delle corrispondenze ai
giornali della provincia, e promossa una sottoscrizione per mettere
una bella lapide alla memoria di don Cornelio nel cimitero d’Orobio.
La lapide gli aveva procurato dei dispiaceri con lo speziale, il quale
voleva farci incidere una sua lunga iscrizione in latino. — Che latino!
— diceva il signor Vincenzo, — all’iscrizione ci ho pensato io. Poche
parole.... ma che diranno molto a chi _capisce il latino!_ — E pare che
don Innocente quel latino l’avesse capito perchè sulle prime ci aveva
arricciato il naso; ma poi aveva finto d’essersi sbagliato vedendo che
il sindaco pigliava foco.
Ma intanto passavano le settimane, passavano i mesi, e il signor
Vincenzo non era riuscito a far nulla per quei due figlioli che gli
aveva tanto raccomandati don Cornelio; non era riuscito neanche a
principiare, neanche a sapere s’eran vivi o s’eran morti. Nè sir
Arturo, nè Enrico non avevano risposto più. Il signor Vincenzo
cominciava a essere malcontento di sè, e quando la signora Angelica,
con uno sguardo pieno di malinconia, lo guardava in silenzio come se
aspettasse da lui una risposta, egli si fingeva subito lontano le
mille miglia; tanto aveva capito. Cominciava insomma a sentire un po’
di rimorso; e siccome poi amava le risoluzioni energiche, così un
bel giorno decise di mettersi definitivamente all’opera, e di fare
un progetto. Da quel momento egli non pensò più che al suo progetto;
pensò, discusse con sè medesimo, fece e disfece propositi e disegni,
s’impazientò parecchie volte, buttò via ancora alcune settimane, ma
alla fine il disegno riuscì completo. Era un disegno che gli pareva
proprio perfetto; pieno di astuzia e di previdenza, di domande avvedute
e di risposte evasive, di discorsi concilianti, e di propositi fermi;
un disegno in cui tutto era preveduto, fin la più piccola contrarietà
la quale trovava subito accanto il suo ripiego; un disegno che
cominciava con le buone, ma che poteva anche finire con un ratto, con
una fuga, con un dramma. Per mettere in esecuzione questo disegno
bisognava naturalmente andare a Milano, e rimanerci qualche tempo.
Non era affar da nulla, ma era un affare deciso, e il signor Vincenzo
si mise energicamente a fare i preparativi della partenza. Finiti i
preparativi, fatta la valigia, salutati gli amici, il signor Vincenzo
era sulle mosse, quando una grande notizia, una notizia che non era
preveduta nel suo disegno, venne improvvisamente a fargli sospendere
la partenza. Un telegramma del Valassina, risaputo in pochi minuti da
tutto il paese, annunziava la morte di donna Fulvia.