Donna Fulvia era morta, in pochi giorni, d’apoplessia. Questa notizia
venuta così improvvisamente, quando gli amici di casa avevano appena
finito di congratularsi per la sua guarigione, fu un avvenimento non
piccolo per il paese d’Orobio, per la parentela, pei conoscenti,
e per quei gruppi di persone che stavano intorno a donna Fulvia.
L’impressione fu grande, ma diciamolo pur subito, fu una impressione
di stupore più che di dolore. Tutti a una voce magnificavano le
virtù della defunta dama, tutti ne deploravano la perdita, tutti si
sforzavano di parere afflittissimi, ma nessuno versava una lacrima. E
passato quel primo stupore, anche il rimpianto si diradò, si dileguò
rapidamente. La memoria di donna Fulvia non aveva radici in quell’unico
terreno che le conserva e ravviva, quello del cuore. A molti, anche
tra i suoi beneficati, parve ora di respirare più liberamente; e anche
sulla sua tomba avevan l’aria di ripetere: “oh se donna Fulvia fosse
stata un po’ meno benefica!„
Il marchese e la marchesa Chiaravalle diedero l’ordine che si facesse
un gran funerale anche a Orobio, e mandarono il Valassina a prenderne
la direzione. Per una settimana il paese fu tutto in movimento; venne
da Milano un paratore di grido, e l’antica e modesta chiesetta di don
Cornelio scomparve sotto un subisso di drappi neri e di tele dorate,
di cartelli, di stemmi, di candelabri e di ceri. Non s’era mai veduto
nulla di simile, e la chiesa fu lasciata sotto quelle parature per tre
giorni di seguito. La buona gente veniva a vedere e ad ammirare anche
dai paeselli dei dintorni; i venditori ambulanti avevan piantate le
loro botteghe in piazza; e gli oziosi facevano i conti valutando i
parati a sacchi di farina. Il Valassina aveva invitati tutti i preti
che donna Fulvia invitava ai suoi pranzi, e non ne mancava uno; meno
don Prospero. Don Prospero era mezzo ammalato; dacchè la peronospora
fa stragi anche nella sua valle, don Prospero non è più lui; è
malinconico, è arrabbiato; ha ben altro pel capo che i passatempi, come
dice lui; e nessuno non lo vede più, nè per vivi, nè per morti.
Il sindaco tra le cure e i sopraccapi che gli diede il funerale, non
dimenticò il suo disegno: e lieto della venuta del Valassina, che
nel suo disegno doveva avere una parte principalissima, gli si mise
d’attorno, gli fece la corte, e con tutte quelle astuzie che aveva
meditate cercò di farlo parlare, e di cavargli a poco a poco ciò che
gli premeva di sapere. Ma il Valassina, a sentir lui, non sapeva niente
di niente; non sapeva niente nè di Enrico, nè di Cristina, nè di
nessuno, nè di ciò ch’era stato, nè di ciò che s’era detto. Il sindaco
non si scoraggì; e pieno di fiducia nella propria energia e nel proprio
disegno, pensò di lasciar passare tutto il tramestìo del funerale e poi
d’andare diviato a Milano.
Ma era scritto che non ci dovesse andare. Era sulle mosse per la
seconda volta, quando improvvisamente una brutta notizia venne a
trattenerlo, e a fargli prendere poco dopo tutt’altra strada. Era morto
in un paese della provincia di Cremona un suo cognato lasciando molti
figli, molte faccende avviate e molti affari imbrogliati. Lettere sopra
lettere lo chiamavano urgentemente, e dovette risolversi a metter
da parte ogni altro pensiero e a partire. Non ritornò che dopo due
settimane, per assestare qualche suo interesse, ma annunziando che
ripartiva subito, e che avrebbe dovuto rimanere assente per un pezzo.
Diede anche la dimissione da sindaco. Fu un momento di dolore e di
incertezza; ma il buon cuore la vinse e senza rinunziare per l’avvenire
a esser utile alla patria lasciò dare per ora il tratto alla bilancia
dai doveri della famiglia.
La sua assenza durò quasi sei mesi. Ritornò soddisfatto d’aver compiuta
bene la sua missione, ma stanco e mezzo ammalato. Parecchie volte,
durante quei mesi, era corso col pensiero, e con un certo rimorso, a
Cristina, a Enrico e al suo disegno; ma ora non ci pensava quasi più.
Il medico gli aveva ordinato il riposo nell’aria nativa, e non c’era
dunque da pensare a ripartir per Milano. Eran poi passati quasi otto
mesi dopo la morte di donna Fulvia, e più di dodici dopo quella di don
Cornelio; oramai non ci sarebbe stato più nulla da fare; era tardi.
Così in cuor suo cominciava a poco a poco a rassegnarsi, esclamando
qualche volta tra sè: “Povera Cristina, a quest’ora l’avranno monacata!
Povero Enrico, a quest’ora è al mondo di là, o è in Inghilterra! Che
fatalità! Ma!...„
Un giorno il signor Vincenzo, dopo aver desinato, se ne stava nel
suo studiolo discorrendo con lo speziale, e passando in rassegna
gli errori del suo successore, il nuovo sindaco; quando a un tratto
sentì la voce d’_Ugolino_ che abbaiava in un certo modo diverso dal
consueto. _Ugolino_, ch’era stato raccolto anch’esso in casa del signor
Vincenzo, dopo la morte del suo padrone non era più quel di prima; era
malinconico, usciva poco di casa, aveva i suoi acciacchi; brontolava
sovente, ma non abbaiava quasi mai. Questa volta invece abbaiava con
quanta voce gli rimaneva, abbaiava fino in falsetto, poi guaiva, e si
capiva che intanto correva per la casa cercando o chiamando qualcuno.
Il signor Vincenzo capì che si trattava di qualcosa di straordinario;
si rizzò in piedi, e data una capata fuori dell’uscio, sentì un grido
e delle esclamazioni che venivan dalla corte. Scese in fretta, e a
piè della scala vide Angelica che con una insolita effusione di gioia
abbracciava una signora, e anche un signore, che avevan l’aspetto di
forestieri arrivati in quel punto.
Pochi istanti dopo, anche il signor Vincenzo, tra infinite esclamazioni
di sorpresa e di maraviglia, stringeva nelle sue braccia i nuovi
venuti, scambiando con loro parole liete, festose, di congratulazione
e di gioia: pareva che scoppiasse anche lui per la consolazione! Poi
tacquero a un tratto tutti e quattro; si strinser le mani, si guardaron
in viso, e i loro occhi si riempirono di lacrime: tutto era detto tra
loro.
Enrico e Cristina, sposi da pochi giorni, eran venuti a Orobio per
salutare i loro buoni amici, e per portare una corona di fiori sulla
tomba di don Cornelio.
Il signor Vincenzo li volle suoi ospiti, e li avrebbe anche voluti
trattenere un po’ di giorni, ma dovette accontentarsi della promessa
che sarebber ritornati quando gli affari e i doveri d’Enrico
l’avrebbero permesso. Passarono quella serata fino a mezzanotte,
seduti tutti e quattro a un tavolino, a farsi l’un l’altro un subisso
d’interrogazioni, e a narrarsi i casi di quell’annata ch’era scorsa
per ciascuno di loro piena di vicende, di dolori e di sorprese. La
Signora Angelica ogni tanto non poteva trattenersi dal baciar Cristina
e dal pronunziare il nome del povero don Cornelio; poi mandava
benedizioni anche al marchese Ettore, il quale un mese dopo la morte
di donna Fulvia, aveva voluto levar Cristina dal convento, era andato
in cerca d’Enrico, e aveva combinato il matrimonio. _Ugolino_ se
ne stava accovacciato sulle ginocchia di Cristina, con le orecchie
tese, come se facesse la guardia per non lasciarsela portar via; e
il signor Vincenzo discorreva, ora a voce alta con tutti, ora piano
con Enrico, e lo informava degli avvenimenti più recenti d’Orobio e
degli spropositi del nuovo sindaco. Poi, quando Angelica e Cristina
si accomiatarono per andare a letto, volle trattenersi un poco ancora
con Enrico, a quattr’occhi, curioso di sapere com’era andato l’affare
del convento, e desideroso di parlargli del suo disegno. Enrico gli
raccontò in breve le difficoltà che c’eran state, e tutta la prudenza
che c’era voluta per far desistere Cristina dalla sua nuova risoluzione
in cui credeva di aver impegnato la sua parola e la sua coscienza, e
per ricondurla gradatamente alla vocazione vera e profonda del suo
cuore. Il signor Vincenzo alla sua volta prese a raccontargli il suo
disegno. Il suo disegno era completamente riuscito, e gli pareva dunque
che gliene venisse anche a lui la sua parte di merito. Ma il disegno,
come sappiamo, era complicato, per cui a dirgliene tutti i particolari
gli bisognò trattener Enrico più d’una volta sul pianerottolo e sugli
scalini, intanto che gli faceva lume nel condurlo alla sua camera.
La mattina seguente, per tempo, si recarono nel camposanto. La lapide
di don Cornelio era tutta coperta di corone, in parte appassite, in
parte recenti, e appena si poteva leggere l’iscrizione che ci aveva
fatto scolpire il signor Vincenzo, e che diceva così:
A DON CORNELIO SACCHI
BUON SACERDOTE, BUON CITTADINO
CHE PER TRENT’ANNI
FU PARROCO AMATISSIMO D’OROBIO
E MORÌ NEL 1880
ULTIMO IN QUESTA VALLE
DEI PRETI PATRIOTTI DEL 1848.
Cristina e Angelica inginocchiate, Enrico appoggiato al braccio del
signor Vincenzo, rimasero, muti e mesti, lungamente dinanzi alla lapide
di don Cornelio, compresi da quel risveglio di ricordi e di affetti, da
quel sentimento di desolazione e di speranza che aleggiano intorno alla
memoria dei nostri cari, e ci trattengono sulle loro tombe.