XXVI.

Donna Fulvia era morta, in pochi giorni, d’apoplessia. Questa notizia

venuta così improvvisamente, quando gli amici di casa avevano appena

finito di congratularsi per la sua guarigione, fu un avvenimento non

piccolo per il paese d’Orobio, per la parentela, pei conoscenti,

e per quei gruppi di persone che stavano intorno a donna Fulvia.

L’impressione fu grande, ma diciamolo pur subito, fu una impressione

di stupore più che di dolore. Tutti a una voce magnificavano le

virtù della defunta dama, tutti ne deploravano la perdita, tutti si

sforzavano di parere afflittissimi, ma nessuno versava una lacrima. E

passato quel primo stupore, anche il rimpianto si diradò, si dileguò

rapidamente. La memoria di donna Fulvia non aveva radici in quell’unico

terreno che le conserva e ravviva, quello del cuore. A molti, anche

tra i suoi beneficati, parve ora di respirare più liberamente; e anche

sulla sua tomba avevan l’aria di ripetere: “oh se donna Fulvia fosse

stata un po’ meno benefica!„

Il marchese e la marchesa Chiaravalle diedero l’ordine che si facesse

un gran funerale anche a Orobio, e mandarono il Valassina a prenderne

la direzione. Per una settimana il paese fu tutto in movimento; venne

da Milano un paratore di grido, e l’antica e modesta chiesetta di don

Cornelio scomparve sotto un subisso di drappi neri e di tele dorate,

di cartelli, di stemmi, di candelabri e di ceri. Non s’era mai veduto

nulla di simile, e la chiesa fu lasciata sotto quelle parature per tre

giorni di seguito. La buona gente veniva a vedere e ad ammirare anche

dai paeselli dei dintorni; i venditori ambulanti avevan piantate le

loro botteghe in piazza; e gli oziosi facevano i conti valutando i

parati a sacchi di farina. Il Valassina aveva invitati tutti i preti

che donna Fulvia invitava ai suoi pranzi, e non ne mancava uno; meno

don Prospero. Don Prospero era mezzo ammalato; dacchè la peronospora

fa stragi anche nella sua valle, don Prospero non è più lui; è

malinconico, è arrabbiato; ha ben altro pel capo che i passatempi, come

dice lui; e nessuno non lo vede più, nè per vivi, nè per morti.

Il sindaco tra le cure e i sopraccapi che gli diede il funerale, non

dimenticò il suo disegno: e lieto della venuta del Valassina, che

nel suo disegno doveva avere una parte principalissima, gli si mise

d’attorno, gli fece la corte, e con tutte quelle astuzie che aveva

meditate cercò di farlo parlare, e di cavargli a poco a poco ciò che

gli premeva di sapere. Ma il Valassina, a sentir lui, non sapeva niente

di niente; non sapeva niente nè di Enrico, nè di Cristina, nè di

nessuno, nè di ciò ch’era stato, nè di ciò che s’era detto. Il sindaco

non si scoraggì; e pieno di fiducia nella propria energia e nel proprio

disegno, pensò di lasciar passare tutto il tramestìo del funerale e poi

d’andare diviato a Milano.

Ma era scritto che non ci dovesse andare. Era sulle mosse per la

seconda volta, quando improvvisamente una brutta notizia venne a

trattenerlo, e a fargli prendere poco dopo tutt’altra strada. Era morto

in un paese della provincia di Cremona un suo cognato lasciando molti

figli, molte faccende avviate e molti affari imbrogliati. Lettere sopra

lettere lo chiamavano urgentemente, e dovette risolversi a metter

da parte ogni altro pensiero e a partire. Non ritornò che dopo due

settimane, per assestare qualche suo interesse, ma annunziando che

ripartiva subito, e che avrebbe dovuto rimanere assente per un pezzo.

Diede anche la dimissione da sindaco. Fu un momento di dolore e di

incertezza; ma il buon cuore la vinse e senza rinunziare per l’avvenire

a esser utile alla patria lasciò dare per ora il tratto alla bilancia

dai doveri della famiglia.

La sua assenza durò quasi sei mesi. Ritornò soddisfatto d’aver compiuta

bene la sua missione, ma stanco e mezzo ammalato. Parecchie volte,

durante quei mesi, era corso col pensiero, e con un certo rimorso, a

Cristina, a Enrico e al suo disegno; ma ora non ci pensava quasi più.

Il medico gli aveva ordinato il riposo nell’aria nativa, e non c’era

dunque da pensare a ripartir per Milano. Eran poi passati quasi otto

mesi dopo la morte di donna Fulvia, e più di dodici dopo quella di don

Cornelio; oramai non ci sarebbe stato più nulla da fare; era tardi.

Così in cuor suo cominciava a poco a poco a rassegnarsi, esclamando

qualche volta tra sè: “Povera Cristina, a quest’ora l’avranno monacata!

Povero Enrico, a quest’ora è al mondo di là, o è in Inghilterra! Che

fatalità! Ma!...„

Un giorno il signor Vincenzo, dopo aver desinato, se ne stava nel

suo studiolo discorrendo con lo speziale, e passando in rassegna

gli errori del suo successore, il nuovo sindaco; quando a un tratto

sentì la voce d’_Ugolino_ che abbaiava in un certo modo diverso dal

consueto. _Ugolino_, ch’era stato raccolto anch’esso in casa del signor

Vincenzo, dopo la morte del suo padrone non era più quel di prima; era

malinconico, usciva poco di casa, aveva i suoi acciacchi; brontolava

sovente, ma non abbaiava quasi mai. Questa volta invece abbaiava con

quanta voce gli rimaneva, abbaiava fino in falsetto, poi guaiva, e si

capiva che intanto correva per la casa cercando o chiamando qualcuno.

Il signor Vincenzo capì che si trattava di qualcosa di straordinario;

si rizzò in piedi, e data una capata fuori dell’uscio, sentì un grido

e delle esclamazioni che venivan dalla corte. Scese in fretta, e a

piè della scala vide Angelica che con una insolita effusione di gioia

abbracciava una signora, e anche un signore, che avevan l’aspetto di

forestieri arrivati in quel punto.

Pochi istanti dopo, anche il signor Vincenzo, tra infinite esclamazioni

di sorpresa e di maraviglia, stringeva nelle sue braccia i nuovi

venuti, scambiando con loro parole liete, festose, di congratulazione

e di gioia: pareva che scoppiasse anche lui per la consolazione! Poi

tacquero a un tratto tutti e quattro; si strinser le mani, si guardaron

in viso, e i loro occhi si riempirono di lacrime: tutto era detto tra

loro.

Enrico e Cristina, sposi da pochi giorni, eran venuti a Orobio per

salutare i loro buoni amici, e per portare una corona di fiori sulla

tomba di don Cornelio.

Il signor Vincenzo li volle suoi ospiti, e li avrebbe anche voluti

trattenere un po’ di giorni, ma dovette accontentarsi della promessa

che sarebber ritornati quando gli affari e i doveri d’Enrico

l’avrebbero permesso. Passarono quella serata fino a mezzanotte,

seduti tutti e quattro a un tavolino, a farsi l’un l’altro un subisso

d’interrogazioni, e a narrarsi i casi di quell’annata ch’era scorsa

per ciascuno di loro piena di vicende, di dolori e di sorprese. La

Signora Angelica ogni tanto non poteva trattenersi dal baciar Cristina

e dal pronunziare il nome del povero don Cornelio; poi mandava

benedizioni anche al marchese Ettore, il quale un mese dopo la morte

di donna Fulvia, aveva voluto levar Cristina dal convento, era andato

in cerca d’Enrico, e aveva combinato il matrimonio. _Ugolino_ se

ne stava accovacciato sulle ginocchia di Cristina, con le orecchie

tese, come se facesse la guardia per non lasciarsela portar via; e

il signor Vincenzo discorreva, ora a voce alta con tutti, ora piano

con Enrico, e lo informava degli avvenimenti più recenti d’Orobio e

degli spropositi del nuovo sindaco. Poi, quando Angelica e Cristina

si accomiatarono per andare a letto, volle trattenersi un poco ancora

con Enrico, a quattr’occhi, curioso di sapere com’era andato l’affare

del convento, e desideroso di parlargli del suo disegno. Enrico gli

raccontò in breve le difficoltà che c’eran state, e tutta la prudenza

che c’era voluta per far desistere Cristina dalla sua nuova risoluzione

in cui credeva di aver impegnato la sua parola e la sua coscienza, e

per ricondurla gradatamente alla vocazione vera e profonda del suo

cuore. Il signor Vincenzo alla sua volta prese a raccontargli il suo

disegno. Il suo disegno era completamente riuscito, e gli pareva dunque

che gliene venisse anche a lui la sua parte di merito. Ma il disegno,

come sappiamo, era complicato, per cui a dirgliene tutti i particolari

gli bisognò trattener Enrico più d’una volta sul pianerottolo e sugli

scalini, intanto che gli faceva lume nel condurlo alla sua camera.

La mattina seguente, per tempo, si recarono nel camposanto. La lapide

di don Cornelio era tutta coperta di corone, in parte appassite, in

parte recenti, e appena si poteva leggere l’iscrizione che ci aveva

fatto scolpire il signor Vincenzo, e che diceva così:

A DON CORNELIO SACCHI

BUON SACERDOTE, BUON CITTADINO

CHE PER TRENT’ANNI

FU PARROCO AMATISSIMO D’OROBIO

E MORÌ NEL 1880

ULTIMO IN QUESTA VALLE

DEI PRETI PATRIOTTI DEL 1848.

Cristina e Angelica inginocchiate, Enrico appoggiato al braccio del

signor Vincenzo, rimasero, muti e mesti, lungamente dinanzi alla lapide

di don Cornelio, compresi da quel risveglio di ricordi e di affetti, da

quel sentimento di desolazione e di speranza che aleggiano intorno alla

memoria dei nostri cari, e ci trattengono sulle loro tombe.

Il curato d'Orobio · 第 30 / 33 题