Don Prospero, quando ricevette l’invito da don Innocente di venire alla
sua funzione e di trattenersi poi a desinare, aveva fatto tra sè questo
ragionamento: “Uno più uno meno, per esorcizzare gli spiriti, tanto
fa; ma uno più uno meno per pigliarvi una sassata è un altr’affare; ci
andrò al tocco, per il desinare.... Allora tutto sarà finito, e don
Innocente vedrà che ho fatto onore a una parte almeno del suo invito.„
Al batter del tocco don Prospero giungeva infatti alle prime case
d’Orobio; ma, appena giuntovi, s’accorse che le sassate non eran
finite, e che il desinare di don Innocente non sarebbe stato messo
in tavola così presto. Si trovò subito in mezzo a capannelli agitati
e a gente rabbiosa; si trovò tra la retroguardia insomma della folla
che faceva baccano in paese. E, siccome tutti lo sapevano amico di
don Innocente, capì che non c’era buon’aria neanche per lui; infatti
ne vide parecchi che gli ammiccavano d’andarsene, ed altri che
addirittura gli venivan già incontro con la faccia accigliata e col
piglio provocante. Don Prospero però non si confuse; si fermò, si
appoggiò colle due mani al pomo della mazza, e prese un fare neutrale,
bonario e da paciere, come facevano i suoi di casa quando nasceva un
tafferuglio nell’osteria; era pratico dell’avventore rissoso, e sapeva
come va preso. In un momento tutti quelli ch’eran lì e quelli che mano
mano sopraggiungevano, dopo averne picchiate o buscate, si affollavano
intorno a don Prospero; e don Prospero seppe dire a ognuno la sua. Con
uno conveniva, con l’altro distingueva; dava a tutti la loro parte di
ragione e la loro parte di torto; si permetteva qualche amichevole
rimprovero, e interrompeva i più arrabbiati con qualche barzelletta,
un po’ sciocca s’intende, perchè piacesse subito a tutti. Li lasciò
sfogare per una buona mezz’ora; e quando gli parve venuto il momento
di fare una proposta — Figlioli, — esclamò, — volete un mio parere?
— e alzando la mazza in attitudine di comando — Tutti in fila! armi
in spalla! compagnia avanti!... andiamo a berne un bicchiere al _Pomo
d’oro.... marche!_
— Bravo don Prospero! Evviva! — E tutti a sghignazzare, e a seguir don
Prospero per una stradicciuola che conduceva al _Pomo d’oro_.
Don Prospero, con la sua manovra militare, aveva reso senza saperlo un
servizio anche a Enrico che in quel momento appunto scendeva per la
falda del monte, ove aveva lasciato donna Fulvia in un capannone, per
andare in cerca del vetturale. Enrico, con sua sorpresa, trovò tutto
sgombro e silenzioso il piazzale a cui metteva capo la strada maestra,
e ch’era il punto più comodo per imbarcare donna Fulvia. Corse a
chiamare il vetturale che abitava poco distante, e in meno di mezz’ora
riuscì a far tutto felicemente, e a partire, senza che nessuno li
vedesse, in una carrozzuccia con donna Fulvia e con la Cleofe.
Donna Fulvia e la Cleofe eran più morte che vive. Donna Fulvia pallida,
irrigidita, non apriva bocca; e di tanto in tanto cercava nascondere
le contrazioni convulse della faccia con la pezzuola, lacerandola nel
tempo stesso coi denti. La Cleofe se ne stava tutta rannicchiata, e
continuava a tener turate le orecchie con le mani per non riudire
quelle voci e quegli schiamazzi d’Orobio.
L’allontanarsi dal paese, l’esser fuori d’ogni pericolo, non bastarono
a metter in calma donna Fulvia, e a darle un po’ di giovamento; il suo
stato si andava anzi mano mano facendo sempre peggiore. Lo spavento
doveva essere stato ben grave, poichè ogni tratto le pigliavan degli
attacchi di nervi e degli svenimenti da impensierire anche chi ne
fosse pratico più d’Enrico; il quale intanto cercava di mostrare la
sua buona volontà or facendo fermare il legnetto, or andando in cerca
d’un po’ d’acqua, or rassicurandola con delle buone parole. Non s’era
mai trovato in un impiccio simile; e a renderglielo anche più seccante,
ci si univa la Cleofe, la quale a ogni svenimento di donna Fulvia si
metteva a strillare, e si credeva in dovere di svenire anche lei.
Svenne, e strillò più d’una volta anche a proposito di _Fleurette_; e
Enrico dovette per tranquillarla scendere a un casolare, perdere una
buona mezz’ora, cercare un messo e spedirlo a Orobio per dire a quei
di casa che andassero in cerca della cagnina. Che bel viaggio! Ci
furono dei momenti in cui Enrico non sapeva proprio più che fare; se
fermarsi, se proseguire, se ritornare a qualche villaggio attraversato
da poco; e avrebbe finito di certo col far scendere donna Fulvia in
qualche locanda, se donna Fulvia, ogni volta che egli gliene mostrava
l’intenzione, riprendendo per un minuto tutta l’energia la più
imperiosa di cui era capace, non si fosse opposta dichiarando di voler
continuare il viaggio a ogni patto, viva o morta, fino a sera, fino a
Milano, fino a casa.
Arrivati in una borgatella, ch’era il capoluogo del mandamento,
poteron mutare il legnetto in una carrozza a due cavalli, e continuare
il viaggio meno disagiatamente e d’un passo più sollecito. Poichè
si doveva tirare innanzi urgeva ora spicciarsi per arrivare in fine
della valle, prima che fosse ripartito l’ultimo treno della strada
ferrata che conduceva a Milano. Donna Fulvia non migliorava; si
capiva ch’essa faceva de’ grandi sforzi sopra sè stessa, ma che
si sentiva un gran male. Lo si capiva anche dall’espressione che
pigliava di tanto in tanto la sua fisonomia ogni volta che Enrico
le indovinava qualche nuova sofferenza, e le usava qualche nuova
attenzione; era un’espressione che lasciava intravvedere qualcosa d’un
po’ più raddolcito, e che pareva quasi un principio di riconoscenza.
Quell’espressione era per Enrico un gran fatto; e bastava, non solo
a rinnovargli la pazienza, ma a riempirgli il cuore di speranza e di
entusiasmo; raddoppiava allora di zelo, e cercava ogni maniera più
delicata di rendersi utile, mettendo in ogni suo atto una premura e
un affetto quasi filiali. Diventava paziente e premuroso fin con la
Cleofe; la quale, all’infuori di quei pochi momenti felici in cui si
addormentava, avrebbe fatto scappar la pazienza a un santo, or col
lamentarsi di tutto, or col ripigliare una cert’aria piagnucolosa, or
col dire di avere una gran fame, or col sospirare per _Fleurette_.
Finalmente arrivarono alla stazione, e ci arrivarono in tempo per poter
ripartire subito per Milano. Prima di ripartire, Enrico, dopo averci
pensato e ripensato, s’era deciso a mandare un telegramma al marchese
Ettore, dicendogli che erano accaduti de’ guai a Orobio, che donna
Fulvia si era molto spaventata, ch’era in viaggio per Milano e ch’era
molto sofferente. Donna Fulvia, quando udì il fischio della locomotiva
che ripartiva, tirò un gran respiro, e parve per un momento tutta
riavuta e calma. Nel compartimento della carrozza erano soli: Enrico si
era seduto in un angolo, e taceva; la Cleofe dopo una mezz’ora s’era
addormentata. Donna Fulvia, a cui quel riposo e quel sentirsi lontana
da ogni pericolo cominciò a mettere un po’ di tranquillità e un po’
d’ordine nella mente, prese a riandare gli avvenimenti della giornata e
a capacitarsi di tutto quello ch’era accaduto. Il suo pensiero correva
a Orobio, alla sua casa che le pareva di veder abbruciata e distrutta,
a don Innocente, a _Fleurette_: alla povera e abbandonata _Fleurette_.
E di pensiero in pensiero, venne a un tratto a domandarsi chi mai
fosse il suo misterioso salvatore, quel giovane che le stava seduto
dinanzi taciturno e pensieroso anche lui, e che rammentava d’aver
veduto, accanto a sè in tutto quel giorno, in tutte quelle peripezie,
e sempre tanto premuroso, tanto amorevole. “Ma chi mai può essere?„
andava dicendo tra sè donna Fulvia. “La Cleofe, se ben mi ricordo, l’ha
chiamato signor _cavaliere_, signor _Questore_.... E già non può esser
altro.... quantunque non lo si direbbe, così giovane, con quel tratto
così sommesso, con quella dolcezza.... come farà a pigliare i ladri?...
Ma già non può esser altro.„ Finalmente, non potendo più trattenersi
per la curiosità, si decise di rivolger la parola a Enrico, e lo fece
col principiare a dir male del Governo “il quale non s’era messo dalla
parte di don Innocente, come sarebbe stato dover suo; e così, se era
avvenuta una rivoluzione, la colpa era tutta del Governo.„ Enrico la
lasciò sfogare, e poi alla sua volta le domandò come fosser principiati
quei guai ch’egli infatti non conosceva ancor bene.
— Ecco! — saltò su allora donna Fulvia; — lo diceva ben io che il
Governo non sa mai nulla, e non fa mai nulla! Anche lei dunque non ne
sapeva niente? lo confessa!
— Ma io non sono il Governo — rispose Enrico sorridendo.
— Lei però è il Questore.
— Oh perdoni, signora, lei si sbaglia di molto; non sono davvero il
Questore....
— Ma è però un impiegato del Governo....
— Neppure....
— Ma allora chi è lei? — esclamò donna Fulvia con una espressione in
cui alla curiosità si univa una certa inquietudine. E fissandolo,
stette ad aspettare la risposta.
Enrico si fece rosso in viso, ed ebbe un momento di esitazione. Tutto
in quella difficile giornata gli era riuscito così bene fin lì; poco
gli mancava a compire quella sua inattesa missione, a ricondurre
donna Fulvia tra i suoi, a entrare egli stesso in quella casa ove
aveva disperato d’essere accolto mai più, e a entrarvi come il
benvenuto, come un salvatore.... Enrico non ebbe il coraggio di rompere
quell’incantesimo e di svelarsi, lì per lì, a donna Fulvia.
— Oh certamente, lei non mi può conoscere, — rispose Enrico con un fare
un poco impacciato, e che voleva parere disinvolto. — Ma in Orobio
son conosciuto.... sono anch’io di quei paesi. Oggi appunto dovevo
ripartire per Milano, ove abito da qualche tempo, quando passando per
caso vicino al suo palazzo, incappai in quella turba di indemoniati;
vidi il pericolo, e... ringrazio la fortuna che m’ha fatto arrivare in
tempo per esser utile a qualcosa....
— E dica pure a rendermi un gran servizio, — disse allora donna Fulvia
con un accento solenne e cortese. — Lei dunque troverà naturale e
giusto il mio desiderio di conoscere il nome della garbata persona a
cui devo la mia riconoscenza.
— Oh, se non si trattasse che di ciò, le domanderei il favore di non
occuparsi neppure del mio povero nome; ma pure farò come le aggrada....
e domattina, poichè ho lasciato il portafogli a casa, le manderò il mio
biglietto di visita, non dubiti.
Donna Fulvia abbassò il capo, e non disse altro; un po’ per far capire
al suo interlocutore ch’essa non chiedeva due volte la medesima cosa, e
un po’ perchè cominciava a sentirsi male da capo.
Arrivati a Milano, trovarono alla stazione il marchese Ettore e la
marchesa Bianca. Il marchese, che conosceva l’umore di sua suocera,
s’affrettò a buon conto a far le maraviglie nel vederla arrivare,
dicendole ch’era venuto con Bianca a salutare degli amici partiti in
quel momento. La marchesa Bianca riconobbe subito Enrico, e poco mancò
non facesse una grande esclamazione; ma Enrico la trattenne a tempo con
un gesto supplichevole, e con l’ammiccarle di star zitta. Donna Fulvia
poteva reggersi appena, e cercava di farsi forte non volendo dire,
lì per lì, il motivo di quel suo pronto ritorno; ma la Cleofe, prese
subito a spiattellar tutto l’accaduto, esclamando a ogni quattro parole
che _Fleurette_ era scomparsa, e che se non ci fosse stato “_quel
signore lì_„ tanto lei che la padrona sarebbero state ammazzate.
— Tacete, — diceva intanto con un fil di voce donna Fulvia, — andiamo a
casa.... vi dirò tutto.... Sì, bisogna ringraziare _quel signore_....
ma andiamo a casa.... subito, subito....
Il marchese e Bianca, ai quali le parole della Cleofe avevano
aumentato lo stupore e l’agitazione, fatta venir subito la carrozza,
vi adagiarono donna Fulvia; disser piano al servitore che andasse a
chiamar il medico; e pregarono il _gentile signore_ a venire a casa con
loro per conoscere meglio l’accaduto, e per poter meglio ringraziarlo
di quanto aveva fatto.
Il giorno dopo, donna Fulvia era a letto con un febbrone accompagnato
da qualche accesso di delirio. Per parecchi giorni la casa fu tutta
sottosopra; e Enrico, in tutte l’ore che aveva di libertà, era in casa
di donna Fulvia, chiamato, pregato da tutti, rendendo a quanti c’erano
mille servizi, preziosissimi in quel trambusto, e resi da lui tanto più
grati poichè li accompagnava con una buona volontà inesauribile. Si
pensi quale gioia secreta, quali speranze, fossero entrate nell’animo
d’Enrico vedendosi a un tratto così bene accolto, così festeggiato da
tutti in quella casa! Ma ci fu anche di meglio. Il marchese Ettore,
che a proposito di Cristina, come s’è visto, aveva da un pezzo preso
in cuor suo il suo partito, pensò subito di non lasciarsi sfuggire un
momento così opportuno per avviare le faccende a quella tal conclusione
che, a conti fatti, gli pareva la meno peggio. Il giovane gli era
piaciuto; era modesto, di belle maniere, innamorato, disinteressato,
quale insomma ci voleva; tanto più che alla vocazione di Cristina per
il monastero il marchese persisteva a non crederci. Detto fatto, il
marchese Ettore fece un mattino chiamare a casa sua Enrico; ebbe con
lui un lungo discorso; lo fece tornare il mattino seguente, e dopo un
secondo colloquio d’un paio d’ore, furon veduti uscire insieme dal
salotto, e salutarsi con molte strette di mano: il marchese aveva
l’aria soddisfatta, e Enrico era tutto acceso, e pareva scoppiasse per
la gioia.
Per alcuni giorni non ci fu altro di nuovo. Enrico era tutto
trasformato; allegro, inquieto, fiducioso, impaziente: e sir Arturo,
una volta al giorno, lo consigliava a trattenere la gioia, a non
scrivere a don Cornelio, e ad aspettare con calma la guarigione di
donna Fulvia, la quale andava lentamente migliorando. Enrico replicava,
e sir Arturo non diceva altro.
Una mattina sir Arturo non vide venire all’ora solita Enrico; non lo
aspettò, e difilato andò a casa sua. Enrico era nel suo studiolo,
presso la scrivania, col capo tra le mani, e con gli occhi fissi su una
letterina che gli stava spiegata dinanzi. Pareva impietrito, e il suo
sguardo aveva qualcosa di desolato e di spento come di chi sente venir
meno la vita o la ragione.
La letterina diceva così:
“_Pregiatissimo signore_,
“Ho parlato con mia suocera, come eravamo intesi; ma con mio vivo
dispiacere devo dirle ch’essa non ha creduto di accordare quel
consenso che io le avevo chiesto, animato da un vivo e sincero
interessamento per lei. Il rifiuto di mia suocera è assoluto; e non
mi pare che lasci adito a speranze per l’avvenire.
“Serberò sempre il più grato ricordo dei ritrovi che ho avuti con
lei; e la prego di nuovo ad accogliere i sentimenti di riconoscenza
miei e di mia moglie per tutte le cure e le cortesie ch’ella ha
usate a mia suocera.
“Accolga i sentimenti della mia maggior stima, e mi abbia sempre
suo devotissimo
“ETTORE DI CHIARAVALLE.„
Il marchese Ettore dicendo d’aver fatta la parte sua con
interessamento, diceva la verità. Alla vocazione di Cristina egli ci
credeva poco, e sapeva che ci credevan poco anche altri; altri che
non ristavano dal domandare ancora al Padre Felice delle informazioni
sulla dote. Sua moglie poi, la marchesa Bianca, aveva pigliato fuoco di
nuovo per il lieto fine del romanzetto della cugina e poteva benissimo
commettere una qualche grossa imprudenza. Era dunque, tutto sommato,
un affare in cui non ci vedeva chiaro; un affare che avrebbe voluto
veder finito presto, col minore dei mali, e tenendone lui la direzione.
Ci si era messo dunque di buona volontà, e con tutte le precauzioni;
fin con quella di far assistere come complice anche il Padre Felice al
discorso, pensato e preparato, che andò a tenere a donna Fulvia.
Donna Fulvia, appena le fu svelato dal marchese il nome del suo
misterioso protettore, si rizzò sul letto, si acconciò in testa
rabbiosamente la cuffia, e cominciò a fare delle domande ironiche e
delle esclamazioni sdegnose. Poi venne subito a una conclusione; e
la sua conclusione fu che l’accaduto era tutto un intrigo combinato
tra don Cornelio e quel giovinotto; i disordini d’Orobio, le minacce
alla sua casa, la comparsa del salvatore, non erano, a suo dire, che
una trama per arrivare a uno scopo; era chiaro, era certo, e lei ne
era sicurissima. A smovere donna Fulvia da questo ragionamento nel
quale s’era piantata, c’era voluto da prima tutta la pazienza del
Padre Felice, e l’impazienza da ultimo del marchese. Donna Fulvia
finalmente s’era tranquillata, ed era rimasta a udire in silenzio i
suoi interlocutori; poi, venuta al punto di pronunziare una risposta,
aveva detto con una certa solennità e in tono asciutto e severo: — Il
mio consenso a questo matrimonio non ci sarà mai, mai!
Dopo questo _mai_, diventò più rasserenata e tranquilla; e il medico,
pochi giorni dopo, diede alla famiglia il felice annunzio che donna
Fulvia era entrata in convalescenza.