XXIV.

Don Prospero, quando ricevette l’invito da don Innocente di venire alla

sua funzione e di trattenersi poi a desinare, aveva fatto tra sè questo

ragionamento: “Uno più uno meno, per esorcizzare gli spiriti, tanto

fa; ma uno più uno meno per pigliarvi una sassata è un altr’affare; ci

andrò al tocco, per il desinare.... Allora tutto sarà finito, e don

Innocente vedrà che ho fatto onore a una parte almeno del suo invito.„

Al batter del tocco don Prospero giungeva infatti alle prime case

d’Orobio; ma, appena giuntovi, s’accorse che le sassate non eran

finite, e che il desinare di don Innocente non sarebbe stato messo

in tavola così presto. Si trovò subito in mezzo a capannelli agitati

e a gente rabbiosa; si trovò tra la retroguardia insomma della folla

che faceva baccano in paese. E, siccome tutti lo sapevano amico di

don Innocente, capì che non c’era buon’aria neanche per lui; infatti

ne vide parecchi che gli ammiccavano d’andarsene, ed altri che

addirittura gli venivan già incontro con la faccia accigliata e col

piglio provocante. Don Prospero però non si confuse; si fermò, si

appoggiò colle due mani al pomo della mazza, e prese un fare neutrale,

bonario e da paciere, come facevano i suoi di casa quando nasceva un

tafferuglio nell’osteria; era pratico dell’avventore rissoso, e sapeva

come va preso. In un momento tutti quelli ch’eran lì e quelli che mano

mano sopraggiungevano, dopo averne picchiate o buscate, si affollavano

intorno a don Prospero; e don Prospero seppe dire a ognuno la sua. Con

uno conveniva, con l’altro distingueva; dava a tutti la loro parte di

ragione e la loro parte di torto; si permetteva qualche amichevole

rimprovero, e interrompeva i più arrabbiati con qualche barzelletta,

un po’ sciocca s’intende, perchè piacesse subito a tutti. Li lasciò

sfogare per una buona mezz’ora; e quando gli parve venuto il momento

di fare una proposta — Figlioli, — esclamò, — volete un mio parere?

— e alzando la mazza in attitudine di comando — Tutti in fila! armi

in spalla! compagnia avanti!... andiamo a berne un bicchiere al _Pomo

d’oro.... marche!_

— Bravo don Prospero! Evviva! — E tutti a sghignazzare, e a seguir don

Prospero per una stradicciuola che conduceva al _Pomo d’oro_.

Don Prospero, con la sua manovra militare, aveva reso senza saperlo un

servizio anche a Enrico che in quel momento appunto scendeva per la

falda del monte, ove aveva lasciato donna Fulvia in un capannone, per

andare in cerca del vetturale. Enrico, con sua sorpresa, trovò tutto

sgombro e silenzioso il piazzale a cui metteva capo la strada maestra,

e ch’era il punto più comodo per imbarcare donna Fulvia. Corse a

chiamare il vetturale che abitava poco distante, e in meno di mezz’ora

riuscì a far tutto felicemente, e a partire, senza che nessuno li

vedesse, in una carrozzuccia con donna Fulvia e con la Cleofe.

Donna Fulvia e la Cleofe eran più morte che vive. Donna Fulvia pallida,

irrigidita, non apriva bocca; e di tanto in tanto cercava nascondere

le contrazioni convulse della faccia con la pezzuola, lacerandola nel

tempo stesso coi denti. La Cleofe se ne stava tutta rannicchiata, e

continuava a tener turate le orecchie con le mani per non riudire

quelle voci e quegli schiamazzi d’Orobio.

L’allontanarsi dal paese, l’esser fuori d’ogni pericolo, non bastarono

a metter in calma donna Fulvia, e a darle un po’ di giovamento; il suo

stato si andava anzi mano mano facendo sempre peggiore. Lo spavento

doveva essere stato ben grave, poichè ogni tratto le pigliavan degli

attacchi di nervi e degli svenimenti da impensierire anche chi ne

fosse pratico più d’Enrico; il quale intanto cercava di mostrare la

sua buona volontà or facendo fermare il legnetto, or andando in cerca

d’un po’ d’acqua, or rassicurandola con delle buone parole. Non s’era

mai trovato in un impiccio simile; e a renderglielo anche più seccante,

ci si univa la Cleofe, la quale a ogni svenimento di donna Fulvia si

metteva a strillare, e si credeva in dovere di svenire anche lei.

Svenne, e strillò più d’una volta anche a proposito di _Fleurette_; e

Enrico dovette per tranquillarla scendere a un casolare, perdere una

buona mezz’ora, cercare un messo e spedirlo a Orobio per dire a quei

di casa che andassero in cerca della cagnina. Che bel viaggio! Ci

furono dei momenti in cui Enrico non sapeva proprio più che fare; se

fermarsi, se proseguire, se ritornare a qualche villaggio attraversato

da poco; e avrebbe finito di certo col far scendere donna Fulvia in

qualche locanda, se donna Fulvia, ogni volta che egli gliene mostrava

l’intenzione, riprendendo per un minuto tutta l’energia la più

imperiosa di cui era capace, non si fosse opposta dichiarando di voler

continuare il viaggio a ogni patto, viva o morta, fino a sera, fino a

Milano, fino a casa.

Arrivati in una borgatella, ch’era il capoluogo del mandamento,

poteron mutare il legnetto in una carrozza a due cavalli, e continuare

il viaggio meno disagiatamente e d’un passo più sollecito. Poichè

si doveva tirare innanzi urgeva ora spicciarsi per arrivare in fine

della valle, prima che fosse ripartito l’ultimo treno della strada

ferrata che conduceva a Milano. Donna Fulvia non migliorava; si

capiva ch’essa faceva de’ grandi sforzi sopra sè stessa, ma che

si sentiva un gran male. Lo si capiva anche dall’espressione che

pigliava di tanto in tanto la sua fisonomia ogni volta che Enrico

le indovinava qualche nuova sofferenza, e le usava qualche nuova

attenzione; era un’espressione che lasciava intravvedere qualcosa d’un

po’ più raddolcito, e che pareva quasi un principio di riconoscenza.

Quell’espressione era per Enrico un gran fatto; e bastava, non solo

a rinnovargli la pazienza, ma a riempirgli il cuore di speranza e di

entusiasmo; raddoppiava allora di zelo, e cercava ogni maniera più

delicata di rendersi utile, mettendo in ogni suo atto una premura e

un affetto quasi filiali. Diventava paziente e premuroso fin con la

Cleofe; la quale, all’infuori di quei pochi momenti felici in cui si

addormentava, avrebbe fatto scappar la pazienza a un santo, or col

lamentarsi di tutto, or col ripigliare una cert’aria piagnucolosa, or

col dire di avere una gran fame, or col sospirare per _Fleurette_.

Finalmente arrivarono alla stazione, e ci arrivarono in tempo per poter

ripartire subito per Milano. Prima di ripartire, Enrico, dopo averci

pensato e ripensato, s’era deciso a mandare un telegramma al marchese

Ettore, dicendogli che erano accaduti de’ guai a Orobio, che donna

Fulvia si era molto spaventata, ch’era in viaggio per Milano e ch’era

molto sofferente. Donna Fulvia, quando udì il fischio della locomotiva

che ripartiva, tirò un gran respiro, e parve per un momento tutta

riavuta e calma. Nel compartimento della carrozza erano soli: Enrico si

era seduto in un angolo, e taceva; la Cleofe dopo una mezz’ora s’era

addormentata. Donna Fulvia, a cui quel riposo e quel sentirsi lontana

da ogni pericolo cominciò a mettere un po’ di tranquillità e un po’

d’ordine nella mente, prese a riandare gli avvenimenti della giornata e

a capacitarsi di tutto quello ch’era accaduto. Il suo pensiero correva

a Orobio, alla sua casa che le pareva di veder abbruciata e distrutta,

a don Innocente, a _Fleurette_: alla povera e abbandonata _Fleurette_.

E di pensiero in pensiero, venne a un tratto a domandarsi chi mai

fosse il suo misterioso salvatore, quel giovane che le stava seduto

dinanzi taciturno e pensieroso anche lui, e che rammentava d’aver

veduto, accanto a sè in tutto quel giorno, in tutte quelle peripezie,

e sempre tanto premuroso, tanto amorevole. “Ma chi mai può essere?„

andava dicendo tra sè donna Fulvia. “La Cleofe, se ben mi ricordo, l’ha

chiamato signor _cavaliere_, signor _Questore_.... E già non può esser

altro.... quantunque non lo si direbbe, così giovane, con quel tratto

così sommesso, con quella dolcezza.... come farà a pigliare i ladri?...

Ma già non può esser altro.„ Finalmente, non potendo più trattenersi

per la curiosità, si decise di rivolger la parola a Enrico, e lo fece

col principiare a dir male del Governo “il quale non s’era messo dalla

parte di don Innocente, come sarebbe stato dover suo; e così, se era

avvenuta una rivoluzione, la colpa era tutta del Governo.„ Enrico la

lasciò sfogare, e poi alla sua volta le domandò come fosser principiati

quei guai ch’egli infatti non conosceva ancor bene.

— Ecco! — saltò su allora donna Fulvia; — lo diceva ben io che il

Governo non sa mai nulla, e non fa mai nulla! Anche lei dunque non ne

sapeva niente? lo confessa!

— Ma io non sono il Governo — rispose Enrico sorridendo.

— Lei però è il Questore.

— Oh perdoni, signora, lei si sbaglia di molto; non sono davvero il

Questore....

— Ma è però un impiegato del Governo....

— Neppure....

— Ma allora chi è lei? — esclamò donna Fulvia con una espressione in

cui alla curiosità si univa una certa inquietudine. E fissandolo,

stette ad aspettare la risposta.

Enrico si fece rosso in viso, ed ebbe un momento di esitazione. Tutto

in quella difficile giornata gli era riuscito così bene fin lì; poco

gli mancava a compire quella sua inattesa missione, a ricondurre

donna Fulvia tra i suoi, a entrare egli stesso in quella casa ove

aveva disperato d’essere accolto mai più, e a entrarvi come il

benvenuto, come un salvatore.... Enrico non ebbe il coraggio di rompere

quell’incantesimo e di svelarsi, lì per lì, a donna Fulvia.

— Oh certamente, lei non mi può conoscere, — rispose Enrico con un fare

un poco impacciato, e che voleva parere disinvolto. — Ma in Orobio

son conosciuto.... sono anch’io di quei paesi. Oggi appunto dovevo

ripartire per Milano, ove abito da qualche tempo, quando passando per

caso vicino al suo palazzo, incappai in quella turba di indemoniati;

vidi il pericolo, e... ringrazio la fortuna che m’ha fatto arrivare in

tempo per esser utile a qualcosa....

— E dica pure a rendermi un gran servizio, — disse allora donna Fulvia

con un accento solenne e cortese. — Lei dunque troverà naturale e

giusto il mio desiderio di conoscere il nome della garbata persona a

cui devo la mia riconoscenza.

— Oh, se non si trattasse che di ciò, le domanderei il favore di non

occuparsi neppure del mio povero nome; ma pure farò come le aggrada....

e domattina, poichè ho lasciato il portafogli a casa, le manderò il mio

biglietto di visita, non dubiti.

Donna Fulvia abbassò il capo, e non disse altro; un po’ per far capire

al suo interlocutore ch’essa non chiedeva due volte la medesima cosa, e

un po’ perchè cominciava a sentirsi male da capo.

Arrivati a Milano, trovarono alla stazione il marchese Ettore e la

marchesa Bianca. Il marchese, che conosceva l’umore di sua suocera,

s’affrettò a buon conto a far le maraviglie nel vederla arrivare,

dicendole ch’era venuto con Bianca a salutare degli amici partiti in

quel momento. La marchesa Bianca riconobbe subito Enrico, e poco mancò

non facesse una grande esclamazione; ma Enrico la trattenne a tempo con

un gesto supplichevole, e con l’ammiccarle di star zitta. Donna Fulvia

poteva reggersi appena, e cercava di farsi forte non volendo dire,

lì per lì, il motivo di quel suo pronto ritorno; ma la Cleofe, prese

subito a spiattellar tutto l’accaduto, esclamando a ogni quattro parole

che _Fleurette_ era scomparsa, e che se non ci fosse stato “_quel

signore lì_„ tanto lei che la padrona sarebbero state ammazzate.

— Tacete, — diceva intanto con un fil di voce donna Fulvia, — andiamo a

casa.... vi dirò tutto.... Sì, bisogna ringraziare _quel signore_....

ma andiamo a casa.... subito, subito....

Il marchese e Bianca, ai quali le parole della Cleofe avevano

aumentato lo stupore e l’agitazione, fatta venir subito la carrozza,

vi adagiarono donna Fulvia; disser piano al servitore che andasse a

chiamar il medico; e pregarono il _gentile signore_ a venire a casa con

loro per conoscere meglio l’accaduto, e per poter meglio ringraziarlo

di quanto aveva fatto.

Il giorno dopo, donna Fulvia era a letto con un febbrone accompagnato

da qualche accesso di delirio. Per parecchi giorni la casa fu tutta

sottosopra; e Enrico, in tutte l’ore che aveva di libertà, era in casa

di donna Fulvia, chiamato, pregato da tutti, rendendo a quanti c’erano

mille servizi, preziosissimi in quel trambusto, e resi da lui tanto più

grati poichè li accompagnava con una buona volontà inesauribile. Si

pensi quale gioia secreta, quali speranze, fossero entrate nell’animo

d’Enrico vedendosi a un tratto così bene accolto, così festeggiato da

tutti in quella casa! Ma ci fu anche di meglio. Il marchese Ettore,

che a proposito di Cristina, come s’è visto, aveva da un pezzo preso

in cuor suo il suo partito, pensò subito di non lasciarsi sfuggire un

momento così opportuno per avviare le faccende a quella tal conclusione

che, a conti fatti, gli pareva la meno peggio. Il giovane gli era

piaciuto; era modesto, di belle maniere, innamorato, disinteressato,

quale insomma ci voleva; tanto più che alla vocazione di Cristina per

il monastero il marchese persisteva a non crederci. Detto fatto, il

marchese Ettore fece un mattino chiamare a casa sua Enrico; ebbe con

lui un lungo discorso; lo fece tornare il mattino seguente, e dopo un

secondo colloquio d’un paio d’ore, furon veduti uscire insieme dal

salotto, e salutarsi con molte strette di mano: il marchese aveva

l’aria soddisfatta, e Enrico era tutto acceso, e pareva scoppiasse per

la gioia.

Per alcuni giorni non ci fu altro di nuovo. Enrico era tutto

trasformato; allegro, inquieto, fiducioso, impaziente: e sir Arturo,

una volta al giorno, lo consigliava a trattenere la gioia, a non

scrivere a don Cornelio, e ad aspettare con calma la guarigione di

donna Fulvia, la quale andava lentamente migliorando. Enrico replicava,

e sir Arturo non diceva altro.

Una mattina sir Arturo non vide venire all’ora solita Enrico; non lo

aspettò, e difilato andò a casa sua. Enrico era nel suo studiolo,

presso la scrivania, col capo tra le mani, e con gli occhi fissi su una

letterina che gli stava spiegata dinanzi. Pareva impietrito, e il suo

sguardo aveva qualcosa di desolato e di spento come di chi sente venir

meno la vita o la ragione.

La letterina diceva così:

“_Pregiatissimo signore_,

“Ho parlato con mia suocera, come eravamo intesi; ma con mio vivo

dispiacere devo dirle ch’essa non ha creduto di accordare quel

consenso che io le avevo chiesto, animato da un vivo e sincero

interessamento per lei. Il rifiuto di mia suocera è assoluto; e non

mi pare che lasci adito a speranze per l’avvenire.

“Serberò sempre il più grato ricordo dei ritrovi che ho avuti con

lei; e la prego di nuovo ad accogliere i sentimenti di riconoscenza

miei e di mia moglie per tutte le cure e le cortesie ch’ella ha

usate a mia suocera.

“Accolga i sentimenti della mia maggior stima, e mi abbia sempre

suo devotissimo

“ETTORE DI CHIARAVALLE.„

Il marchese Ettore dicendo d’aver fatta la parte sua con

interessamento, diceva la verità. Alla vocazione di Cristina egli ci

credeva poco, e sapeva che ci credevan poco anche altri; altri che

non ristavano dal domandare ancora al Padre Felice delle informazioni

sulla dote. Sua moglie poi, la marchesa Bianca, aveva pigliato fuoco di

nuovo per il lieto fine del romanzetto della cugina e poteva benissimo

commettere una qualche grossa imprudenza. Era dunque, tutto sommato,

un affare in cui non ci vedeva chiaro; un affare che avrebbe voluto

veder finito presto, col minore dei mali, e tenendone lui la direzione.

Ci si era messo dunque di buona volontà, e con tutte le precauzioni;

fin con quella di far assistere come complice anche il Padre Felice al

discorso, pensato e preparato, che andò a tenere a donna Fulvia.

Donna Fulvia, appena le fu svelato dal marchese il nome del suo

misterioso protettore, si rizzò sul letto, si acconciò in testa

rabbiosamente la cuffia, e cominciò a fare delle domande ironiche e

delle esclamazioni sdegnose. Poi venne subito a una conclusione; e

la sua conclusione fu che l’accaduto era tutto un intrigo combinato

tra don Cornelio e quel giovinotto; i disordini d’Orobio, le minacce

alla sua casa, la comparsa del salvatore, non erano, a suo dire, che

una trama per arrivare a uno scopo; era chiaro, era certo, e lei ne

era sicurissima. A smovere donna Fulvia da questo ragionamento nel

quale s’era piantata, c’era voluto da prima tutta la pazienza del

Padre Felice, e l’impazienza da ultimo del marchese. Donna Fulvia

finalmente s’era tranquillata, ed era rimasta a udire in silenzio i

suoi interlocutori; poi, venuta al punto di pronunziare una risposta,

aveva detto con una certa solennità e in tono asciutto e severo: — Il

mio consenso a questo matrimonio non ci sarà mai, mai!

Dopo questo _mai_, diventò più rasserenata e tranquilla; e il medico,

pochi giorni dopo, diede alla famiglia il felice annunzio che donna

Fulvia era entrata in convalescenza.

Il curato d'Orobio · 第 28 / 33 题