Mezz’ora dopo una buona parte della comitiva di don Innocente rientrava
in paese a gambe levate: e dietro a loro, coi forconi e coi randelli
alzati, venivano rincorrendoli quelli della comitiva forestiera coi
quali evidentemente avevano avuto uno scontro sfortunato. Era un
fuggi fuggi, e un gridar generale che mise tutto Orobio sossopra in
un momento. Chi dalle finestre, e chi scendendo in strada, domandavan
tutti ansiosamente cos’era successo; chi cacciava in stalla in
fretta i maiali e le oche; chi correva a chiamare i fanciulli, chi a
rinchiudersi in casa. — Ma cos’è stato? ma cos’è successo? C’è una
ribellione, c’è un saccheggio, vien gente da ogni parte! misericordia!
Ci vogliono ammazzare! daran foco al paese! — I primi a gridare, e
che gridavan di più, eran parecchi di quelli della Confraternita
che avendone pigliate, o avendo pigliato non foss’altro un gran
spavento, spaventavano gli altri alla lor volta, scappando urlando,
e levandosi in furia la veste e la cappa da confratello. Non tutti
però se l’eran data subito a gambe; alcuni di maggior fegato e più
cocciuti avevan dato mano senz’altro ai sassi, e in un minuto ce
n’eran stati di discretamente pesti anche tra le schiere avversarie.
Costoro sbandandosi, e facendo un chiasso indiavolato, avevano chiamata
nuova gente, e tutti insieme eran tornati alle mani più inferociti
di prima. Le sorti della giornata furon presto decise dal numero, e
gli assalitori, non contenti di aver visto i tacchi dei confratelli
di Orobio, invadevano ora in frotte le strade del paese col piglio
minaccioso, e con la voglia di non tornarsene a casa senza essersi
presa una qualche soddisfazione; di quelle, s’intende, che mandano in
prigione il giorno dopo. E infatti stavano già per raggiungere questo
risultato parecchi ch’erano piombati addosso al sagrestano, il quale
poco prima aveva ammaccato sulle loro spalle il secchiello dell’acqua
benedetta; quando arrivarono i due carabinieri. Questi pigliarono il
più inferocito per il bavero, ricevettero e restituirono spintoni e
pugni senza fine, perdettero e ripresero un paio di volte il cappello;
ma, sempre saldi al bavero, condussero alla fine il loro uomo alla
casa del comune in arresto. Altri fatti più grossi e più minacciosi
succedevano intanto in un altro punto del paese, e precisamente dinanzi
al palazzo Orsenigo dove si era ricoverato don Innocente. E qui le cose
minacciavano davvero di finir male, perchè la forza pubblica in quel
momento non era in grado nè di essere informata nè di muoversi. I due
carabinieri erano tornati sulla porta della casa comunale a guardare
la folla, ma non erano ben sicuri se fosser loro che sorvegliassero la
folla, o se fosse la folla che li sorvegliasse loro.
Mentre succedeva tutto questo tafferuglio, scendeva da Santa Maria
della Neve, ed arrivava ai primi casolari d’Orobio, Enrico, il quale,
come glielo aveva suggerito sir Arturo, era andato a chieder consiglio
a don Cornelio, e a invocare una volta ancora il suo aiuto. Don
Cornelio alla vista di quel figliuolo, s’era tutto scosso; sulle gote
pallide e avvizzite gli era comparsa una fiamma improvvisa, come il
raggio che illumina una mesta giornata d’inverno. Dopo aver udite le
notizie che gli portava Enrico, dopo aver vedute le sue lacrime calde,
sincere, era uscito a un tratto dall’accasciamento in cui era, e aveva
sentito rinascere in sè tutto l’ardore d’un tempo.
— Ebbene, sì! — aveva esclamato, — andrò a Milano... qualche cosa farò!
Se donna Fulvia mi chiuderà l’uscio in faccia, andrò dalla Superiora
del convento, le dirò che la vocazione di Cristina è falsa....
che Cristina s’inganna, o che la inganna! Le dirò tutto! Andrò
dall’Arcivescovo se occorre! Oh qualcuno mi ascolterà!... Povero amico
mio, povero conte Maurizio!... i tuoi figliuoli non li abbandonerò
finchè avrò fiato! e se Dio mi darà vita.... qualcosa farò!
Ma intanto quella fiamma di poco prima gli era scomparsa dalle gote,
e c’era a un tratto succeduto un pallore come di cadavere; s’era
lasciato andare sulla seggiola, aveva messo una mano sul cuore, ed era
rimasto per alcuni minuti in silenzio quasi svenuto. Poi sforzandosi
di sorridere, aveva ripreso: — Non spaventarti, mio buon figliuolo,
non è nulla.... è uno de’ miei acciacchi.... Quando s’è vecchi... sei
capitato proprio in una cattiva giornata; ma non è nulla.... Vedi?
adesso passa, passa... oh per andare ancora una volta a Milano...
per fare quello che t’ho promesso, sento che le forze le avrò, oh le
avrò! Tra un paio di giorni ti raggiungo.... e tu intanto sta di buon
animo.... Chi sa che questa volta non ci riesca a far proprio qualcosa
per i figlioli dell’amico mio!... chi sa che il Cielo non mi riservi
questa consolazione prima di chiuder gli occhi....
Quando Enrico il giorno dopo s’accomiatò, don Cornelio lo tenne
stretto un pezzo nelle sue braccia, celando appena la sua commozione,
e trattenendo a stento le lacrime. Poi, con un sorriso che gli moriva
sulle labbra, aveva cercato di dirgli qualcosa di gaio, e gli aveva
ripetuto più volte vedendo che Enrico non glielo chiedeva più: “Verrò,
non aver dubbi, verrò.„
Enrico aveva perduto il coraggio di ripetere a don Cornelio la sua
preghiera di venirgli in aiuto. Don Cornelio non era più lui! Non
era più il bel vecchio, di cui Enrico aveva stampata l’immagine nel
cuore; era un uomo su cui era scesa una vecchiaia cadente, un uomo che
soffriva, e che cercava a stento di rompere una profonda malinconia che
gli velava gli occhi e la parola. Nel vederlo tanto mutato, Enrico non
aveva più saputo continuare a parlargli di sè, e non s’era alla fine
staccato da lui che con uno schianto del cuore.
La signora Angelica l’accompagnò per un breve tratto fino al punto
dove incomincia la discesa ripida della strada. Enrico le fece mille
domande, ma la povera signora Angelica sospirava, e gli sapeva
rispondere ben poco. Gli disse che don Cornelio aveva di frequente
degli svenimenti che le mettevano spavento; che il medico era venuto
una volta, e che voleva tornare per capir meglio, ma non era tornato;
che don Cornelio non voleva far nulla, e che essa era sulle spine. In
fine poi gli fece le sue scuse per non potergli dare, com’era solita,
qualcosa da portar seco in viaggio; e spassionandosi un po’, gli disse
piano perchè nessuno la sentisse: — Che paese, che paese è mai questo!
Sarà più vicino al Cielo, come dice mio fratello, ma non ci si trova
neanche l’occorrente per fare una torta! — Poi lo salutò con effusione,
e diede una voce a _Ugolino_ perchè tornasse indietro.
Ma _Ugolino_, che trovava anch’esso di poco compenso quel soggiorno,
e dava volontieri di tanto in tanto qualche scappata, finse di non
capire, e seguì tutto festoso Enrico, il quale aveva presa la strada
d’Orobio scendendo a gran passi per la china del monte, agitato,
commosso e in preda a mille pensieri.
Dopo un’ora di cammino, come fu a vista d’Orobio, e mano mano che vi
si avvicinava, Enrico s’accorse che ci doveva essere avvenuta una
qualche disgrazia, o qualche grave avvenimento. Gente che andava e
veniva con l’aria ansiosa e spaventata; donne e fanciulli che salivano
frettolosamente per i viottoli della montagna; e da lontano un rumore
confuso di voci e di grida che a intervalli scoppiavano più fragorose,
e con un impeto di minaccia. Alle prime case poi vide, da per tutto,
gente alle finestre e sulle porte, e gente che faceva ressa intorno
a qualche confratello sbandato, che in veste bianca e cappa rossa
rispondeva affannosamente alle cento domande che gli eran fatte, e
che gli venivano poi ripetute dai nuovi curiosi che sopraggiungevano.
Enrico si cacciò in mezzo a un capannello, dove gli parve che la
conversazione fosse più calorosa, e riuscì a poco a poco a capire
cos’era accaduto, e cosa stava accadendo. Rimase un minuto perplesso,
tra la fretta di andar dal vetturino e fargli attaccare, e la voglia
di far qualcosa anche lui, sia per metter pace, sia all’occorrenza per
dispensare qualche scappellotto in difesa de’ suoi antichi compatriotti
d’Orobio. Ma intanto era giunto un nuovo confratello, ancora più
ansante degli altri; tutti gli furono addosso, e per quanto cercasse di
svignarsela, dovette pur rispondere e discorrere con tutti anch’esso.
— Ah voi credete che la sia finita? Andate, andate a vedere! A buon
conto, poco fa ci mancò poco che il sagrestano non fosse bell’e
spacciato! Io ero lì proprio vicino a lui... quando lo pigliarono in
mezzo cinque o sei manigoldi che lo volevan finire.... Io allora...
via... a cercare il sindaco! ma il sindaco era già partito col suo
biroccio per domandare un rinforzo. Basta; il sagrestano l’hanno
salvato; ma intanto i carabinieri sono bloccati, e se non arriva presto
il rinforzo....
— Bloccati?
— Sicuro, da un muro di gente d’ogni paese, e bisogna sentire come
urlano!
— E poi?
— E poi c’è di peggio. Adesso una parte della folla corre verso il
palazzo di donna Fulvia, dove dicono che ci sia il curato.... Li ho
incontrati io, poco fa, anzi con alcuni che incominciavano a insultarmi
ho fatto delle chiacchiere, e loro subito a alzare i bastoni....
— E voi?
— E io via a gambe, perchè sapete come sono; guai se mi riscaldo! Ma
intanto chi sa cosa succede laggiù, nel palazzo! Di sicuro, ci danno il
fuoco!... e il curato lo ammazzano!
— E se si sonasse la campana?
— Andateci voi! bisogna vedere che facce sul sagrato!
Enrico, a quelle parole non ebbe più che un solo pensiero: correre al
palazzo, arrivarci prima della folla, far fuggire il curato, chiamar
gente, fare insomma tutto quello che avrebbe potuto per salvare la
casa del suo antico benefattore. In un attimo ci arrivò, ma la folla
c’era arrivata prima di lui, e stava già fitta e minacciosa dinanzi
al portone chiuso, urlando e fischiando. Che fare? Arringar la folla?
Persuadere que’ contadinacci, furiosi e vicini a compire la loro
vendetta, a tornarsene tranquillamente a casa? Non era possibile.
Tanto più che, proprio in quel momento, e in mezzo a quel baccano
indiavolato, la folla manifestava chiaramente le sue intenzioni
definitive a un oratore, un omaccione grosso e d’aspetto pacifico, il
quale aveva proposto un mezzo termine. Il mezzo termine era quello di
far uscire il curato, però senza mancargli di rispetto, e di obbligarlo
a fare la funzione in senso inverso; cioè a cacciar coll’aspersorio su
quel d’Orobio tutte quelle influenze diaboliche, che poco prima aveva
cacciate sul loro.
— Questo va bene, — gridavano i più accesi, — ma ci vuole di più!
Bisogna buttar giù il portone! Bisogna pigliare i caporioni, quelli
che ci han tirate le sassate, e che son chiusi lì dentro! E a quelli,
legnate!
— D’accordo, — ripigliava a tutta voce l’omaccione, — legnate, a
quelli là!... Ma il curato, deve fare come vogliamo noi... senza però
mancargli di rispetto, avete capito!
— Bravo, evviva!
E queste grida erano intanto accompagnate da una tempesta di sassi
lanciati contro il portone e contro le finestre del palazzo. Non c’era
tempo da perdere; ma a chi domandar aiuto? ma che fare?
“Cerchiamo almeno di salvare quelli che vi stanno rinchiusi,„ pensò
Enrico. Uscì dalla folla, e pigliò a gambe levate una stradicciuola che
conduceva al monte, e a una selva dalla quale poteva scendere fino al
giardino del palazzo, con la speranza di non essere veduto. Arrivato al
muro di cinta, cercò e trovò subito un punto dove tante volte l’aveva
scavalcato da fanciullo; si arrampicò, e spiccò un salto insieme a
_Ugolino_ che lo aveva seguito fin lì. Attraversò di corsa il giardino,
entrò nelle stanze a terreno del palazzo, e lo girò affannosamente,
chiamando gente, e stupito di non trovarci nessuno. E infatti, quelli
che sulle prime vi si erano rinchiusi, facendo scorta a don Innocente,
avevan subito pensato a cercarsi alla chetichella una qualche uscita
particolare per non essere presi in trappola; e quelli poi di casa,
mandati tutti in processione, avevano trovato al ritorno il portone
chiuso, e la folla dinanzi al palazzo.
In quelle sale, in quei corridoi, che risvegliavano a Enrico tante care
memorie, e che ora rivedeva abbandonati e silenziosi, si ripercoteva
ogni tanto l’eco sinistra degli urli minacciosi della strada. Enrico
impaziente, ansioso, salì correndo al primo piano, dando una rapida
capata a ogni camera, e chiamando di nuovo a voce alta quei di casa.
Giunto al salotto, e apertone l’uscio con uno spintone, udì delle grida
di spavento che lo fermarono sulla soglia. Vide una vecchia signora
svenuta su una poltrona; una donna, che era la Cleofe, inginocchiata
e che strillava; e don Innocente che, con la cotta piegata sotto il
braccio, cercava di nascondersi dietro un canapè.
— Coraggio, coraggio! — esclamò subito Enrico con voce amichevole.
— Vengo in vostro aiuto, vengo a mettervi in salvo; siamo ancora in
tempo, ma presto, presto venite con me.
— È arrivata la forza? — chiese tutto tremante don Innocente.
— Sì, sì, ma facciamo in fretta; — gli rispose Enrico con impazienza.
— Ah lei è forse il signor Delegato della Questura?... oh sia
benedetto!...
— Ci son altri in palazzo? — gli chiese Enrico.
— Nessuno, nessuno; ci han piantati qui soli... non ci siamo qui
che noi poverelli... ma a suo tempo mi sentiranno! — continuava don
Innocente.
— Se non ci son altri, tanto meglio. Andiamo, e subito! Bisogna
tranquillare questa signora.... farla scendere in giardino; ci vuol la
chiave del cancello!... Non c’è un minuto da perdere!...
Intanto che Enrico andava sollecitando don Innocente con piglio
risoluto, la Cleofe, continuando a piagnucolare, cercava di
richiamare in sentimento la sua padrona. Don Innocente, lasciato il
canapè, e avvicinatosi anch’esso a donna Fulvia, le andava ripetendo
all’orecchio: “C’è qui il Delegato della Questura.... quello della
Polizia.... è venuto a metterci in salvo.... Andiamo, coraggio, donna
Fulvia, bisogna andarcene subito.„
Donna Fulvia tremante, convulsa, aprì gli occhi. Fissò Enrico, che
vedeva per la prima volta, e cercò di fargli il viso benevolo sentendo
che era quello della Polizia. Enrico, che pure per la prima volta si
trovava dinanzi a donna Fulvia, ebbe un momento di perplessità, e quasi
di terrore. Gli venne, con un brivido, il ricordo di quanto quella
signora gli aveva fatto soffrire; gli si affacciò il pensiero di tutto
il male che quella signora gli aveva fatto... di tutto quello, ancor
più grande, che stava forse per fargli; sentì una fiamma al viso, sentì
offuscarsi la mente. L’urlo selvaggio, che dalla strada arrivava fin
lì, gli parve in quel momento meno odioso; gli parve simile quasi al
grido che, in mezzo a un torbido rimescolìo, stava per prorompergli
dall’anima.
Alzò gli occhi, si scosse, si rammentò dov’era. Quel salotto gli
richiamava la voce del conte Maurizio quando gli parlava di lealtà e di
onore; e quel prete gli richiamava la voce di don Cornelio quando gli
diceva “figliuolo, perdono e carità.„
— Lasci fare a me, lasci fare a me; — disse Enrico un po’ bruscamente
alla Cleofe, — non vede? la signora è debole, è sofferente, ha bisogno
d’un braccio più valido, più sicuro.... Lei vada a prendere la chiave
del cancello.... Si appoggi a me, signora, non abbia più timore di
nulla; usciamo di qui... la conduco al sicuro... si faccia animo... Oh
prima di offender lei! ci sono io!
Donna Fulvia cercava di ringraziare Enrico con l’espressione del
viso, e con qualche parola che le usciva debole e a stento. Il farla
scendere a terreno, e l’attraversare il giardino fu un affar serio.
Ogni tratto le soppravveniva un accesso convulso che la faceva tremar
tutta violentemente, e ricadere priva di forze. Ogni tratto dava in uno
scoppio di pianto. Enrico, commosso da quello spettacolo, raddoppiava
le sue cure; la sosteneva con tutte le sue forze; la rassicurava, e nel
ripeterle quasi con pietà figliale delle cortesi parole di conforto,
si sentiva più rassicurato egli stesso, e gli scendeva nell’anima un
sentimento elevato, dolcissimo.
Enrico, come ebbe oltrepassato il cancello, condusse la comitiva in una
capanna fuor di mano e quasi nascosta tra i castagni e i cespugli della
selva. Fece adagiare donna Fulvia alla meglio su un mucchio di paglia e
di foglie secche, poi, tirando un gran sospiro, e cercando di mostrarsi
allegro:
— Eccoci in porto — esclamò. — Dei pericoli non ce n’è più. Mi
aspettino qui; io corro a prendere il mio legnetto, lo conduco laggiù,
dove la stradicciuola del monte fa capo alla strada maestra, e in un
batter d’occhio saremo lontani dal paese....
— E poi? — domandò don Innocente.
— E poi, lei andrà dove vorrà, e queste signore proseguiranno la loro
strada per Milano, se crederanno. Ma di ciò parleremo dopo... intanto
io vado a prendere il legnetto, perchè bisogna spicciarsi....
— E se io me ne andassi subito? — chiese don Innocente. — Piglio la
strada della montagna, e....
— Lei si fermi, e mi aspetti; non abbandoni questa signora. Non vede?...
— Oh! — esclamò la Cleofe con un grido acuto e piagnucolando — non
c’è _Fleurette!_... abbiamo dimenticato la povera _Fleurette_.... Ah!
signor Questore, signor cavaliere, come si fa? come si fa?
Enrico s’accorse in quel punto che anche _Ugolino_ non c’era. Rispose
alla Cleofe con un gesto d’impazienza, ripetè a donna Fulvia che tra
poco sarebbe di ritorno, e prese correndo una viottola che conduceva in
paese.
— Ma che cosa succederà, cosa succederà di _Fleurette?_ — continuava ad
esclamare la Cleofe agitata da un cattivo presentimento. E i cattivi
presentimenti molte volte dicono il vero. Mentre Enrico percorreva le
sale del palazzo a terreno, _Ugolino_, correndo e abbaiando, aveva in
un attimo percorsi tutti i corridoi e tutte le stanze d’ogni piano che
aveva trovate aperte; e entrato in guardaroba aveva veduto _Fleurette_
adagiata sopra una poltroncina della Cleofe. _Ugolino_, quando
compariva _Fleurette_, era abituato a darsela a gambe, con la coda
abbassata, perchè qualcosa lo raggiungeva sempre, a tergo, bruscamente.
Ma questa volta _Ugolino_ capì che quello era un giorno diverso dagli
altri, e si piantò dinanzi a _Fleurette_ in aria di sfida, e con la
coda alzata. _Fleurette_, gli rispose con un brontolìo ringhioso e
pieno di disprezzo. _Ugolino_ non potè più trattenersi; e in un salto
le fu addosso a darle una pettinata. _Fleurette_ mandò un guaito; poi
dondolandosi, e a stento, saltò tutta affannata dalla poltroncina sul
tavolino che c’era accanto, e da questo sul davanzale della finestra
ch’era aperta. Di là guardando rabbiosa _Ugolino_, traverso i peli che
le scendevan sugli occhi, ringhiò più forte di prima mostrandogli i
denti. _Ugolino_ fece per tornare a un secondo assalto; _Fleurette_
diede un passo indietro, perdè l’equilibrio e scomparve. _Ugolino_
cercò sotto le sedie; saltò sulle tavole; frugò dappertutto; andò nelle
stanze vicine; corse su e giù per le scale, ma non trovò più la sua
nemica, nè l’amico del suo padrone che aveva seguìto fin lì. Allora
tra il rassegnato e il soddisfatto scese in giardino, saltò il muro, e
prese diviato la strada di Santa Maria della Neve, con la lingua fuori
e la coda alzata.