XXIII.

Mezz’ora dopo una buona parte della comitiva di don Innocente rientrava

in paese a gambe levate: e dietro a loro, coi forconi e coi randelli

alzati, venivano rincorrendoli quelli della comitiva forestiera coi

quali evidentemente avevano avuto uno scontro sfortunato. Era un

fuggi fuggi, e un gridar generale che mise tutto Orobio sossopra in

un momento. Chi dalle finestre, e chi scendendo in strada, domandavan

tutti ansiosamente cos’era successo; chi cacciava in stalla in

fretta i maiali e le oche; chi correva a chiamare i fanciulli, chi a

rinchiudersi in casa. — Ma cos’è stato? ma cos’è successo? C’è una

ribellione, c’è un saccheggio, vien gente da ogni parte! misericordia!

Ci vogliono ammazzare! daran foco al paese! — I primi a gridare, e

che gridavan di più, eran parecchi di quelli della Confraternita

che avendone pigliate, o avendo pigliato non foss’altro un gran

spavento, spaventavano gli altri alla lor volta, scappando urlando,

e levandosi in furia la veste e la cappa da confratello. Non tutti

però se l’eran data subito a gambe; alcuni di maggior fegato e più

cocciuti avevan dato mano senz’altro ai sassi, e in un minuto ce

n’eran stati di discretamente pesti anche tra le schiere avversarie.

Costoro sbandandosi, e facendo un chiasso indiavolato, avevano chiamata

nuova gente, e tutti insieme eran tornati alle mani più inferociti

di prima. Le sorti della giornata furon presto decise dal numero, e

gli assalitori, non contenti di aver visto i tacchi dei confratelli

di Orobio, invadevano ora in frotte le strade del paese col piglio

minaccioso, e con la voglia di non tornarsene a casa senza essersi

presa una qualche soddisfazione; di quelle, s’intende, che mandano in

prigione il giorno dopo. E infatti stavano già per raggiungere questo

risultato parecchi ch’erano piombati addosso al sagrestano, il quale

poco prima aveva ammaccato sulle loro spalle il secchiello dell’acqua

benedetta; quando arrivarono i due carabinieri. Questi pigliarono il

più inferocito per il bavero, ricevettero e restituirono spintoni e

pugni senza fine, perdettero e ripresero un paio di volte il cappello;

ma, sempre saldi al bavero, condussero alla fine il loro uomo alla

casa del comune in arresto. Altri fatti più grossi e più minacciosi

succedevano intanto in un altro punto del paese, e precisamente dinanzi

al palazzo Orsenigo dove si era ricoverato don Innocente. E qui le cose

minacciavano davvero di finir male, perchè la forza pubblica in quel

momento non era in grado nè di essere informata nè di muoversi. I due

carabinieri erano tornati sulla porta della casa comunale a guardare

la folla, ma non erano ben sicuri se fosser loro che sorvegliassero la

folla, o se fosse la folla che li sorvegliasse loro.

Mentre succedeva tutto questo tafferuglio, scendeva da Santa Maria

della Neve, ed arrivava ai primi casolari d’Orobio, Enrico, il quale,

come glielo aveva suggerito sir Arturo, era andato a chieder consiglio

a don Cornelio, e a invocare una volta ancora il suo aiuto. Don

Cornelio alla vista di quel figliuolo, s’era tutto scosso; sulle gote

pallide e avvizzite gli era comparsa una fiamma improvvisa, come il

raggio che illumina una mesta giornata d’inverno. Dopo aver udite le

notizie che gli portava Enrico, dopo aver vedute le sue lacrime calde,

sincere, era uscito a un tratto dall’accasciamento in cui era, e aveva

sentito rinascere in sè tutto l’ardore d’un tempo.

— Ebbene, sì! — aveva esclamato, — andrò a Milano... qualche cosa farò!

Se donna Fulvia mi chiuderà l’uscio in faccia, andrò dalla Superiora

del convento, le dirò che la vocazione di Cristina è falsa....

che Cristina s’inganna, o che la inganna! Le dirò tutto! Andrò

dall’Arcivescovo se occorre! Oh qualcuno mi ascolterà!... Povero amico

mio, povero conte Maurizio!... i tuoi figliuoli non li abbandonerò

finchè avrò fiato! e se Dio mi darà vita.... qualcosa farò!

Ma intanto quella fiamma di poco prima gli era scomparsa dalle gote,

e c’era a un tratto succeduto un pallore come di cadavere; s’era

lasciato andare sulla seggiola, aveva messo una mano sul cuore, ed era

rimasto per alcuni minuti in silenzio quasi svenuto. Poi sforzandosi

di sorridere, aveva ripreso: — Non spaventarti, mio buon figliuolo,

non è nulla.... è uno de’ miei acciacchi.... Quando s’è vecchi... sei

capitato proprio in una cattiva giornata; ma non è nulla.... Vedi?

adesso passa, passa... oh per andare ancora una volta a Milano...

per fare quello che t’ho promesso, sento che le forze le avrò, oh le

avrò! Tra un paio di giorni ti raggiungo.... e tu intanto sta di buon

animo.... Chi sa che questa volta non ci riesca a far proprio qualcosa

per i figlioli dell’amico mio!... chi sa che il Cielo non mi riservi

questa consolazione prima di chiuder gli occhi....

Quando Enrico il giorno dopo s’accomiatò, don Cornelio lo tenne

stretto un pezzo nelle sue braccia, celando appena la sua commozione,

e trattenendo a stento le lacrime. Poi, con un sorriso che gli moriva

sulle labbra, aveva cercato di dirgli qualcosa di gaio, e gli aveva

ripetuto più volte vedendo che Enrico non glielo chiedeva più: “Verrò,

non aver dubbi, verrò.„

Enrico aveva perduto il coraggio di ripetere a don Cornelio la sua

preghiera di venirgli in aiuto. Don Cornelio non era più lui! Non

era più il bel vecchio, di cui Enrico aveva stampata l’immagine nel

cuore; era un uomo su cui era scesa una vecchiaia cadente, un uomo che

soffriva, e che cercava a stento di rompere una profonda malinconia che

gli velava gli occhi e la parola. Nel vederlo tanto mutato, Enrico non

aveva più saputo continuare a parlargli di sè, e non s’era alla fine

staccato da lui che con uno schianto del cuore.

La signora Angelica l’accompagnò per un breve tratto fino al punto

dove incomincia la discesa ripida della strada. Enrico le fece mille

domande, ma la povera signora Angelica sospirava, e gli sapeva

rispondere ben poco. Gli disse che don Cornelio aveva di frequente

degli svenimenti che le mettevano spavento; che il medico era venuto

una volta, e che voleva tornare per capir meglio, ma non era tornato;

che don Cornelio non voleva far nulla, e che essa era sulle spine. In

fine poi gli fece le sue scuse per non potergli dare, com’era solita,

qualcosa da portar seco in viaggio; e spassionandosi un po’, gli disse

piano perchè nessuno la sentisse: — Che paese, che paese è mai questo!

Sarà più vicino al Cielo, come dice mio fratello, ma non ci si trova

neanche l’occorrente per fare una torta! — Poi lo salutò con effusione,

e diede una voce a _Ugolino_ perchè tornasse indietro.

Ma _Ugolino_, che trovava anch’esso di poco compenso quel soggiorno,

e dava volontieri di tanto in tanto qualche scappata, finse di non

capire, e seguì tutto festoso Enrico, il quale aveva presa la strada

d’Orobio scendendo a gran passi per la china del monte, agitato,

commosso e in preda a mille pensieri.

Dopo un’ora di cammino, come fu a vista d’Orobio, e mano mano che vi

si avvicinava, Enrico s’accorse che ci doveva essere avvenuta una

qualche disgrazia, o qualche grave avvenimento. Gente che andava e

veniva con l’aria ansiosa e spaventata; donne e fanciulli che salivano

frettolosamente per i viottoli della montagna; e da lontano un rumore

confuso di voci e di grida che a intervalli scoppiavano più fragorose,

e con un impeto di minaccia. Alle prime case poi vide, da per tutto,

gente alle finestre e sulle porte, e gente che faceva ressa intorno

a qualche confratello sbandato, che in veste bianca e cappa rossa

rispondeva affannosamente alle cento domande che gli eran fatte, e

che gli venivano poi ripetute dai nuovi curiosi che sopraggiungevano.

Enrico si cacciò in mezzo a un capannello, dove gli parve che la

conversazione fosse più calorosa, e riuscì a poco a poco a capire

cos’era accaduto, e cosa stava accadendo. Rimase un minuto perplesso,

tra la fretta di andar dal vetturino e fargli attaccare, e la voglia

di far qualcosa anche lui, sia per metter pace, sia all’occorrenza per

dispensare qualche scappellotto in difesa de’ suoi antichi compatriotti

d’Orobio. Ma intanto era giunto un nuovo confratello, ancora più

ansante degli altri; tutti gli furono addosso, e per quanto cercasse di

svignarsela, dovette pur rispondere e discorrere con tutti anch’esso.

— Ah voi credete che la sia finita? Andate, andate a vedere! A buon

conto, poco fa ci mancò poco che il sagrestano non fosse bell’e

spacciato! Io ero lì proprio vicino a lui... quando lo pigliarono in

mezzo cinque o sei manigoldi che lo volevan finire.... Io allora...

via... a cercare il sindaco! ma il sindaco era già partito col suo

biroccio per domandare un rinforzo. Basta; il sagrestano l’hanno

salvato; ma intanto i carabinieri sono bloccati, e se non arriva presto

il rinforzo....

— Bloccati?

— Sicuro, da un muro di gente d’ogni paese, e bisogna sentire come

urlano!

— E poi?

— E poi c’è di peggio. Adesso una parte della folla corre verso il

palazzo di donna Fulvia, dove dicono che ci sia il curato.... Li ho

incontrati io, poco fa, anzi con alcuni che incominciavano a insultarmi

ho fatto delle chiacchiere, e loro subito a alzare i bastoni....

— E voi?

— E io via a gambe, perchè sapete come sono; guai se mi riscaldo! Ma

intanto chi sa cosa succede laggiù, nel palazzo! Di sicuro, ci danno il

fuoco!... e il curato lo ammazzano!

— E se si sonasse la campana?

— Andateci voi! bisogna vedere che facce sul sagrato!

Enrico, a quelle parole non ebbe più che un solo pensiero: correre al

palazzo, arrivarci prima della folla, far fuggire il curato, chiamar

gente, fare insomma tutto quello che avrebbe potuto per salvare la

casa del suo antico benefattore. In un attimo ci arrivò, ma la folla

c’era arrivata prima di lui, e stava già fitta e minacciosa dinanzi

al portone chiuso, urlando e fischiando. Che fare? Arringar la folla?

Persuadere que’ contadinacci, furiosi e vicini a compire la loro

vendetta, a tornarsene tranquillamente a casa? Non era possibile.

Tanto più che, proprio in quel momento, e in mezzo a quel baccano

indiavolato, la folla manifestava chiaramente le sue intenzioni

definitive a un oratore, un omaccione grosso e d’aspetto pacifico, il

quale aveva proposto un mezzo termine. Il mezzo termine era quello di

far uscire il curato, però senza mancargli di rispetto, e di obbligarlo

a fare la funzione in senso inverso; cioè a cacciar coll’aspersorio su

quel d’Orobio tutte quelle influenze diaboliche, che poco prima aveva

cacciate sul loro.

— Questo va bene, — gridavano i più accesi, — ma ci vuole di più!

Bisogna buttar giù il portone! Bisogna pigliare i caporioni, quelli

che ci han tirate le sassate, e che son chiusi lì dentro! E a quelli,

legnate!

— D’accordo, — ripigliava a tutta voce l’omaccione, — legnate, a

quelli là!... Ma il curato, deve fare come vogliamo noi... senza però

mancargli di rispetto, avete capito!

— Bravo, evviva!

E queste grida erano intanto accompagnate da una tempesta di sassi

lanciati contro il portone e contro le finestre del palazzo. Non c’era

tempo da perdere; ma a chi domandar aiuto? ma che fare?

“Cerchiamo almeno di salvare quelli che vi stanno rinchiusi,„ pensò

Enrico. Uscì dalla folla, e pigliò a gambe levate una stradicciuola che

conduceva al monte, e a una selva dalla quale poteva scendere fino al

giardino del palazzo, con la speranza di non essere veduto. Arrivato al

muro di cinta, cercò e trovò subito un punto dove tante volte l’aveva

scavalcato da fanciullo; si arrampicò, e spiccò un salto insieme a

_Ugolino_ che lo aveva seguito fin lì. Attraversò di corsa il giardino,

entrò nelle stanze a terreno del palazzo, e lo girò affannosamente,

chiamando gente, e stupito di non trovarci nessuno. E infatti, quelli

che sulle prime vi si erano rinchiusi, facendo scorta a don Innocente,

avevan subito pensato a cercarsi alla chetichella una qualche uscita

particolare per non essere presi in trappola; e quelli poi di casa,

mandati tutti in processione, avevano trovato al ritorno il portone

chiuso, e la folla dinanzi al palazzo.

In quelle sale, in quei corridoi, che risvegliavano a Enrico tante care

memorie, e che ora rivedeva abbandonati e silenziosi, si ripercoteva

ogni tanto l’eco sinistra degli urli minacciosi della strada. Enrico

impaziente, ansioso, salì correndo al primo piano, dando una rapida

capata a ogni camera, e chiamando di nuovo a voce alta quei di casa.

Giunto al salotto, e apertone l’uscio con uno spintone, udì delle grida

di spavento che lo fermarono sulla soglia. Vide una vecchia signora

svenuta su una poltrona; una donna, che era la Cleofe, inginocchiata

e che strillava; e don Innocente che, con la cotta piegata sotto il

braccio, cercava di nascondersi dietro un canapè.

— Coraggio, coraggio! — esclamò subito Enrico con voce amichevole.

— Vengo in vostro aiuto, vengo a mettervi in salvo; siamo ancora in

tempo, ma presto, presto venite con me.

— È arrivata la forza? — chiese tutto tremante don Innocente.

— Sì, sì, ma facciamo in fretta; — gli rispose Enrico con impazienza.

— Ah lei è forse il signor Delegato della Questura?... oh sia

benedetto!...

— Ci son altri in palazzo? — gli chiese Enrico.

— Nessuno, nessuno; ci han piantati qui soli... non ci siamo qui

che noi poverelli... ma a suo tempo mi sentiranno! — continuava don

Innocente.

— Se non ci son altri, tanto meglio. Andiamo, e subito! Bisogna

tranquillare questa signora.... farla scendere in giardino; ci vuol la

chiave del cancello!... Non c’è un minuto da perdere!...

Intanto che Enrico andava sollecitando don Innocente con piglio

risoluto, la Cleofe, continuando a piagnucolare, cercava di

richiamare in sentimento la sua padrona. Don Innocente, lasciato il

canapè, e avvicinatosi anch’esso a donna Fulvia, le andava ripetendo

all’orecchio: “C’è qui il Delegato della Questura.... quello della

Polizia.... è venuto a metterci in salvo.... Andiamo, coraggio, donna

Fulvia, bisogna andarcene subito.„

Donna Fulvia tremante, convulsa, aprì gli occhi. Fissò Enrico, che

vedeva per la prima volta, e cercò di fargli il viso benevolo sentendo

che era quello della Polizia. Enrico, che pure per la prima volta si

trovava dinanzi a donna Fulvia, ebbe un momento di perplessità, e quasi

di terrore. Gli venne, con un brivido, il ricordo di quanto quella

signora gli aveva fatto soffrire; gli si affacciò il pensiero di tutto

il male che quella signora gli aveva fatto... di tutto quello, ancor

più grande, che stava forse per fargli; sentì una fiamma al viso, sentì

offuscarsi la mente. L’urlo selvaggio, che dalla strada arrivava fin

lì, gli parve in quel momento meno odioso; gli parve simile quasi al

grido che, in mezzo a un torbido rimescolìo, stava per prorompergli

dall’anima.

Alzò gli occhi, si scosse, si rammentò dov’era. Quel salotto gli

richiamava la voce del conte Maurizio quando gli parlava di lealtà e di

onore; e quel prete gli richiamava la voce di don Cornelio quando gli

diceva “figliuolo, perdono e carità.„

— Lasci fare a me, lasci fare a me; — disse Enrico un po’ bruscamente

alla Cleofe, — non vede? la signora è debole, è sofferente, ha bisogno

d’un braccio più valido, più sicuro.... Lei vada a prendere la chiave

del cancello.... Si appoggi a me, signora, non abbia più timore di

nulla; usciamo di qui... la conduco al sicuro... si faccia animo... Oh

prima di offender lei! ci sono io!

Donna Fulvia cercava di ringraziare Enrico con l’espressione del

viso, e con qualche parola che le usciva debole e a stento. Il farla

scendere a terreno, e l’attraversare il giardino fu un affar serio.

Ogni tratto le soppravveniva un accesso convulso che la faceva tremar

tutta violentemente, e ricadere priva di forze. Ogni tratto dava in uno

scoppio di pianto. Enrico, commosso da quello spettacolo, raddoppiava

le sue cure; la sosteneva con tutte le sue forze; la rassicurava, e nel

ripeterle quasi con pietà figliale delle cortesi parole di conforto,

si sentiva più rassicurato egli stesso, e gli scendeva nell’anima un

sentimento elevato, dolcissimo.

Enrico, come ebbe oltrepassato il cancello, condusse la comitiva in una

capanna fuor di mano e quasi nascosta tra i castagni e i cespugli della

selva. Fece adagiare donna Fulvia alla meglio su un mucchio di paglia e

di foglie secche, poi, tirando un gran sospiro, e cercando di mostrarsi

allegro:

— Eccoci in porto — esclamò. — Dei pericoli non ce n’è più. Mi

aspettino qui; io corro a prendere il mio legnetto, lo conduco laggiù,

dove la stradicciuola del monte fa capo alla strada maestra, e in un

batter d’occhio saremo lontani dal paese....

— E poi? — domandò don Innocente.

— E poi, lei andrà dove vorrà, e queste signore proseguiranno la loro

strada per Milano, se crederanno. Ma di ciò parleremo dopo... intanto

io vado a prendere il legnetto, perchè bisogna spicciarsi....

— E se io me ne andassi subito? — chiese don Innocente. — Piglio la

strada della montagna, e....

— Lei si fermi, e mi aspetti; non abbandoni questa signora. Non vede?...

— Oh! — esclamò la Cleofe con un grido acuto e piagnucolando — non

c’è _Fleurette!_... abbiamo dimenticato la povera _Fleurette_.... Ah!

signor Questore, signor cavaliere, come si fa? come si fa?

Enrico s’accorse in quel punto che anche _Ugolino_ non c’era. Rispose

alla Cleofe con un gesto d’impazienza, ripetè a donna Fulvia che tra

poco sarebbe di ritorno, e prese correndo una viottola che conduceva in

paese.

— Ma che cosa succederà, cosa succederà di _Fleurette?_ — continuava ad

esclamare la Cleofe agitata da un cattivo presentimento. E i cattivi

presentimenti molte volte dicono il vero. Mentre Enrico percorreva le

sale del palazzo a terreno, _Ugolino_, correndo e abbaiando, aveva in

un attimo percorsi tutti i corridoi e tutte le stanze d’ogni piano che

aveva trovate aperte; e entrato in guardaroba aveva veduto _Fleurette_

adagiata sopra una poltroncina della Cleofe. _Ugolino_, quando

compariva _Fleurette_, era abituato a darsela a gambe, con la coda

abbassata, perchè qualcosa lo raggiungeva sempre, a tergo, bruscamente.

Ma questa volta _Ugolino_ capì che quello era un giorno diverso dagli

altri, e si piantò dinanzi a _Fleurette_ in aria di sfida, e con la

coda alzata. _Fleurette_, gli rispose con un brontolìo ringhioso e

pieno di disprezzo. _Ugolino_ non potè più trattenersi; e in un salto

le fu addosso a darle una pettinata. _Fleurette_ mandò un guaito; poi

dondolandosi, e a stento, saltò tutta affannata dalla poltroncina sul

tavolino che c’era accanto, e da questo sul davanzale della finestra

ch’era aperta. Di là guardando rabbiosa _Ugolino_, traverso i peli che

le scendevan sugli occhi, ringhiò più forte di prima mostrandogli i

denti. _Ugolino_ fece per tornare a un secondo assalto; _Fleurette_

diede un passo indietro, perdè l’equilibrio e scomparve. _Ugolino_

cercò sotto le sedie; saltò sulle tavole; frugò dappertutto; andò nelle

stanze vicine; corse su e giù per le scale, ma non trovò più la sua

nemica, nè l’amico del suo padrone che aveva seguìto fin lì. Allora

tra il rassegnato e il soddisfatto scese in giardino, saltò il muro, e

prese diviato la strada di Santa Maria della Neve, con la lingua fuori

e la coda alzata.

Il curato d'Orobio · 第 27 / 33 题