Il Valassina era tornato da Orobio non solo con le informazioni per
il marchese, ma aveva portate secretamente a donna Fulvia un sacco di
notizie, e di notizie non troppo buone. Le faccende in paese andavan
maluccio. Il nuovo curato, don Innocente, aveva preso possesso della
Cura da un paio di settimane, e già s’eran formati in paese due partiti
che si guardavano in cagnesco. Fin dai primi giorni don Innocente s’era
messo a riformare la Confraternita; diceva che avrebbe ristabilite
le processioni lontane, le merende e i beveraggi, e andava in giro
con gran zelo a benedir stalle e pollai. Quelli della Confraternita,
delle vacche malate, e dei polli con la pipita, portaron subito alle
stelle il nuovo curato; e a loro s’unirono anche quelli cui piaceva
fare delle lunghe dormite in chiesa, e pei quali don Innocente faceva
delle prediche con testi in latino e lunghe che non finivan più. Ma poi
don Innocente s’era messo a far la cera brusca a chi lodava il vecchio
curato; e diceva che d’ora in avanti bisognava fare, in tutto, tutto
all’opposto: diceva, tra l’altre, che non voleva più veder arretrati
sul registro della Cura, che voleva rincarare i fitti, e rimetter
l’usanza di certe regalie per non addormentare, come faceva don
Cornelio, lo zelo dei parrocchiani. Allora i fittaioli, e qualche altro
parrocchiano, presero a abbaruffarsi con chi lodava il curato e il suo
zelo; principiarono così a formarsi i due partiti, i quali si odiarono
subito, tanto per cominciare.
Ora poi c’era di più. Tutto Orobio, proprio nei giorni in cui c’era
arrivato il Valassina, e un paesello vicino, erano in fermento in
grazia d’una novità ideata da don Innocente; il quale aveva stabilito
di fare nella prima settimana d’aprile, una gran processione che doveva
percorrere tutto il territorio del comune allo scopo di scacciare dai
campi gl’insetti, i topi, e gli spiriti maligni. La maggior parte dei
campagnoli d’Orobio, su questo punto, lodava il curato, e stupiti
tutti come a don Cornelio non fosse mai venuta una così bella idea,
si preparavano a seguire in bel numero la processione. Ma quelli del
paese vicino, risaputa la novità, cominciarono ad allarmarsene. Gli
insetti, i topi, e gli spiriti maligni, cacciati da Orobio sarebbero
scappati in casa loro: era chiaro. E siccome il loro curato, per
prudenza, non voleva mettersi in contrasto con don Innocente, così
essi si preparavano per quel giorno, con dei buoni randelli, a tener
lontani dal proprio territorio chi voleva far loro un così bel regalo.
Essi poi non mancavano di qualche alleato anche in Orobio; a capo dei
quali c’era, s’intende, il sindaco che s’era subito messo in moto per
illuminare le menti, e non ristava dal catechizzar tutti da mattina a
sera nelle osterie, sulle piazze, per le strade. — Volete, — diceva, —
rimettere in uso una funzione dell’antichità celebrando il risveglio
della natura? Sono con voi, eccomi pronto a una passeggiata civile! Ma
questa funzione medioevale del curato è il trionfo dell’ignoranza e
della superstizione! Cosa dirà l’Italia? — E se vedeva nell’uditorio
qualcuno che avesse un prato o un campiello sul monte, allora
soggiungeva: — E chi vi garantisce che qualche spirito, qualche diavolo
scappato dal piano non vada poi a mettersi di casa più in su! — A
questi discorsi chi si faceva più timoroso, e chi più iroso: tutti
discutevano, tutti si accaloravano; talchè lo speziale, per rimanere
nell’imparzialità, non si lasciava più vedere.
Donna Fulvia quand’ebbe sentite le notizie di Orobio portatele
dal Valassina, dopo uno sfogo di esclamazioni, or di lode, or di
raccapriccio, prese una risoluzione. Il caso era grave, ed erano quindi
indispensabili il proprio intervento, e la propria autorità; a lei
toccava dar man forte a don Innocente, inaugurare un nuovo ordine di
cose, incoraggire i pusillanimi, premiare i buoni, e chiuder la bocca
ai tristi lasciandoli confusi per sempre. Persuasa che per ottenere
tante belle cose in una volta sarebbe bastata la sua presenza, decise
di partir subito per Orobio; decisione che le tornava tanto più
opportuna perchè s’era intesa con la Superiora che Cristina sarebbe
stata ricevuta in convento appunto in quei giorni; e a lei i distacchi
e le commozioni facevan tanto male.
Mentre donna Fulvia usciva dal portone del suo palazzo in carrozza, con
la Cleofe e con _Fleurette_, per avviarsi alla stazione, un giovane
di nostra conoscenza, Enrico, che da mezz’ora passeggiava dinanzi a
quel portone a passi lenti, incerti, preso da una subita risoluzione
entrava nel palazzo per avviare colla portinaia un discorso che aveva
pensato e ripensato come se dovesse presentarsi a un ministro. Enrico
era arrivato a Milano il giorno innanzi; la casa inglese a cui era
addetto, aveva acquistato un opificio in Lombardia, l’opificio di cui
doveva essere egli il direttore, e gli aveva ingiunto di partire con
sir Arturo per Milano a sbrigarci alcune faccende prima di recarsi al
suo posto. Quell’avvenire sognato come una lontana speranza, per tanti
anni, traverso tante ore interminabili, uniformi di lavoro, era giunto;
quel giorno così lungamente sospirato, era venuto; era suo. E un così
bel giorno non doveva portargli qualch’altra buona nuova? la migliore
di tutte! Il cuore gli diceva di sì, ma il cuore questa volta s’era
sbagliato. Appena arrivato, era corso alla posta sapendo che ci avrebbe
trovate delle lettere di don Cornelio, e ne trovò infatti due. Le
lettere di don Cornelio gli fecero passar subito tutta la consolazione
di poco prima; una era malinconica, sfiduciata, e piena di consigli di
rassegnazione; l’altra gl’ingiungeva pressantemente, e con una certa
ansietà, di cercar nuove di Cristina senza perder tempo, e come meglio
poteva; poi di scrivergli subito tutto ciò che era venuto a sapere. Era
con questa lettera in mano, e tutto agitato, che Enrico, non sapendo
che fare, era arrivato di passo in passo dinanzi al portone di donna
Fulvia, e s’era deciso subitamente ad entrarci come vide uscirne una
carrozza.
La portinaia, silenziosa come un muro quando donna Fulvia era in casa,
dava la stura alle parole appena la vedeva scantonare, e tanto più se
scantonava per andare alla stazione. Enrico dunque non ebbe bisogno
di ricorrere agli artifizi del discorso per sapere in pochi minuti
un monte di notizie; quella tra l’altre che Cristina, dopo essere
stata fidanzata col figlio d’un barone, s’era decisa a entrare in un
convento; da dove, aveva detto la portinaia del convento, sarebbe
presto ripartita per una delle più lontane città.
Enrico sbalordito, ansante, era corso a buttarsi nelle braccia del suo
amico Arturo, e a domandargli consiglio. Sir Arturo, innanzi tutto, gli
osservò che bisognava aspettare il corriere di Londra per sapere se gli
affari permettevano di occuparsi di quella spiacevole combinazione.
Poi, come fu arrivato il corriere, e come ebbe lette una dozzina di
lettere, gli partecipò che bisognava aspettare ancora alcuni giorni
prima di andare a prender possesso dell’opificio, e che quindi poteva
benissimo nel frattempo dare un’occhiata ai propri interessi. Il parer
suo in proposito, senza responsabilità e senza impegno, se lo voleva
sentire, era questo: fosse pur vero ciò che gli avevan detto, non
c’era nulla d’urgente dal momento che donna Fulvia era partita per la
campagna; ma bisognava intanto venir in chiaro di tutto, ed impedire
all’occorrenza, in quanto fosse possibile, un fatto qualunque che
pregiudicasse l’avvenire. Per far ciò ci voleva il vecchio curato.
Bisognava dunque indurre don Cornelio a venire a Milano, e a parlare
con Cristina.
Ciò voleva dire far subito una corsa a Santa Maria della Neve. Per
quanto Enrico si sentisse poco incoraggiato dalle lettere malinconiche
e sfiduciate di don Cornelio, pure il pensiero di rivedere il suo
protettore e di poterne avere qualche consiglio, lo decise a partire e
a pigliare il giorno seguente quella stessa strada d’Orobio sulla quale
lo aveva preceduto donna Fulvia.
Donna Fulvia giungeva a Orobio in buon punto, cioè tre giorni prima
della domenica fissata da don Innocente per la sua funzione. In paese
c’era una crescente inquietudine. Quelli che avevano desiderato la
funzione cominciavano già a dire che una funzione simile in Orobio la
ci voleva, ma che però sarebbe stato meglio principiar un altr’anno. Il
sindaco, che per protestare contro la funzione aveva organizzata con
quelli del paese vicino la sua passeggiata civile, aveva poi scritto
al sotto Prefetto che mandasse i carabinieri per impedire una cosa e
l’altra.
Don Innocente, che, avendo risapute le voci che correvano, era un po’
perplesso, prese un coraggio da leone come seppe l’arrivo di donna
Fulvia. Corse subito da lei, e per tre giorni fu veduto entrare più
volte nel palazzo, e restarci per delle ore. Poi, dopo aver dati i
suoi ordini alla confraternita, una sera all’ora dei vespri annunziò
in chiesa che la mattina seguente sarebbe andato a benedir le campagne
seguìto dai confratelli e dal popolo in processione.
Era la prima domenica di aprile. Le campane d’Orobio, sonando alla
distesa come nei giorni di solennità, chiamarono il popolo alle
funzioni festive un’oretta prima del solito, perchè poi la processione
potesse essere di ritorno al mezzogiorno, ch’era l’ora del desinare;
e la gente usciva dalle case, avviandosi alla chiesa, o spargendosi
per le strade e per le campagne, in fretta e di buona voglia, invitata
anche da un bel sole che inaugurava la primavera. Il sindaco che aveva
dato ritrovo a molti, per quella mattina, nell’osteria del paese, non
ci trovò che tre o quattro amici; gli altri avevano preferito di fare
la passeggiata civile ciascuno per proprio conto. Dopo uno sfogo contro
l’inerzia dei patriotti, anche il sindaco se ne andò a spasso per
conto suo. Parecchi poi si avviarono verso il sagrato della chiesa per
vedere la sfilata della processione, o per seguirla o per canzonarla, a
seconda dei casi.
Don Innocente cantò messa, ma da solo. Don Luigi era partito da un
pezzo; e don Prospero e un altro cappellano che egli aveva invitati
per la funzione, s’erano scusati dicendo però che sarebbero venuti
più tardi al desinare. Finita la messa, don Innocente fece un po’ di
predica sulla necessità di liberare il mondo dai filosofi moderni, e
le campagne dagli insetti, ch’erano altrettanti spiriti maligni; poi,
deposta la pianeta e indossata la cotta, con l’aspersorio in mano e il
suo _Manuale exorcistarum_ sotto braccio, uscì di chiesa accompagnato
da un chierico che teneva il secchiolino, e facendosi seguire dalla
confraternita e dal popolo.
Il suono delle campane che si diffondeva lietamente per la valle,
il bel cielo limpido, l’aria primaverile, facevan contrasto con la
cera scura e con la tetra funzione di don Innocente. Quella giornata
splendida di sole, ch’era tutta un inno di allegrezza e di fiducia, non
pareva proprio fatta per le maledizioni e per gli scongiuri.
La processione s’avviò per la strada dove sorge il palazzo Orsenigo. Il
palazzo era parato a festa; a ogni finestra c’era un bel tappeto, e dal
terrazzino, che stava sopra il portone, scendeva un gran drappo rosso
di seta su cui c’era ricamato nel mezzo la cifra di donna Fulvia, con
tanto di corona, e circondata dagli emblemi della passione di nostro
Signore, proprio come se nostro Signore avesse sofferto specialmente
per donna Fulvia: un bel lavoro insomma tutto nuovo, sfoggiato per la
prima volta e fatto appunto da quelle Suore tra le quali, quel giorno
stesso, era andata a stare Cristina. Tutti si fermavano a guardare
in su; e quando passò la processione, ci fu del disordine nelle file
perchè ciascuno, pur camminando, prima guardava in alto, poi guardava
indietro, andando addosso a chi gli stava dinanzi, o sui piedi a chi
veniva dopo; e tutti poi si davano degli urtoni a vicenda. Donna Fulvia
che se ne stava tutta sola sul terrazzino in aria di compunzione e
di compiacenza, sorrideva con indulgenza a quel po’ di disordine,
e lasciava capire che perdonava, anche alla confraternita, quella
distrazione di cui eran causa lei e il suo bel drappo. Don Innocente
quando passò sotto il terrazzino cercò, tutto in una volta, di riverire
donna Fulvia, di ammirare il drappo, di conservare la divozione e di
non parer distratto. Non era facile; ma donna Fulvia aveva compreso, e
gli ricambiò quei sentimenti con alcuni cenni del capo che parevano di
riverenza, ma ch’eran soprattutto di approvazione e di protezione.
Don Innocente gongolava; ma la faccenda cominciò presto a intorbidarsi.
Parecchi dei più arrabbiati, o de’ più burloni, del partito contrario
s’eran messi qua e là, di fianco alla processione, a attaccar discorso
con quelli ch’erano in fila, motteggiando e facendo di tanto in
tanto qualche sonora fischiata. Molti allora impacciati e vergognosi
cominciarono a uscir di fila; e appena messi con quelli che poco prima
li avevano canzonati, si facevan coraggio e canzonavano anche loro.
Così i motteggi, le conversazioni ad alta voce e le fischiate andavan
crescendo; e mano mano andava crescendo anche il numero di quelli che,
a ogni nuova strada, scantonavano e se ne tornavano a casa loro. Don
Innocente che sulle prime aveva voluto mostrarsi impassibile, cominciò
a perdere la pazienza. — Bricconacci, villani, scomunicati! — cominciò
a gridar sul muso a qualcuno de’ più sfacciati, uscendo improvvisamente
di fila anche lui. Poi tirava innanzi più serio di prima; ma subito
dopo passando dalla compunzione al piglio minaccioso: — Verrà ad
alloggiare a casa vostra il diavolo!... verrà ad alloggiare! — gridava
alzando l’aspersorio. Allora i monelli scappavano, e si faceva un po’
di silenzio. Ma il brusio, le fischiate e le conversazioni ripigliavan
presto.
— Il più bello lo si ha a veder poi, — esclamavano alcuni — lo si ha
a vedere quando sarete fuori pei campi, e quando vi vedranno venire
quelli degli altri paesi!
— Sicuro, — gridavano gli altri — e chi è in ballo ballerà! Legnate a
buon mercato... e cazzotti per niente!
Allora parecchi della processione cominciarono a ragionarla con
quelli che n’eran fuori. — La funzione è bella, bellissima, non c’è a
dire; ma bisognava andar tutti d’accordo, oh questo poi sì! in questo
avete ragione anche voialtri. Bisognava esser tutti in compagnia,
anche quelli dei paesi vicini, per farle scappar lontano le cattive
influenze, e non mandarsele addosso l’un con l’altro!
Nel ragionare si fermavano; la processione intanto andava innanzi,
e chi c’era rimasto fuori non ci tornava più. Altri poi, vedendo
due carabinieri che piano piano venivano loro incontro, piano piano
voltaron le spalle per non andare in direzione opposta della forza.
La processione, che s’era andata in tal modo via via assottigliando,
giunta alle viottole della campagna non si componeva più che di
una metà della confraternita e di una cinquantina d’altri che la
seguivano. Don Innocente appena si vide sbarazzato dei burloni e dei
timidi, e circondato solo dai più fedeli e dai più risoluti, prese
maggior coraggio; e, fatta una breve fermata, rivolse alla comitiva un
discorsetto rabbioso per accalorare gli animi e ribadire lo zelo. Lo
scopo fu facilmente raggiunto, e le parole di don Innocente vennero
accolte da una calorosa approvazione e da esclamazioni piene di
propositi audaci. Or ch’erano soli e alla larga, si sentivano tutti
rinfrancati e capaci di farla vedere a chississia. A un cenno del
curato la comitiva fece silenzio, e tirò innanzi ora allargandosi,
ora procedendo un poco alla rinfusa, or facendo qualche fermata, e or
borbottando da capo tra gli _amen_ e gli _ora pro nobis_, qualche nuova
minaccia contro i burloni di poco prima. Parecchi poi, più curiosi e
più coraggiosi, s’erano mano mano fatti intorno a don Innocente per
vedere come faceva a far l’esorcismo; e don Innocente dava ogni tanto
qualche spiegazione a questi e al chierico, che tremava tutto per la
paura.
“_Conjuro et adjuro te maligne et ingratissime et sporcissime
spiritus_, — continuava don Innocente tenendo l’aspersorio alzato, e
leggendo nel suo Manuale degli esorcismi — _conjuro te, insidiator,
superbe, mendax, immunde Belzebù_... questo è il peggiore di tutti, ma
adesso lo acconcio io....„ e lesse due pagine di seguito del Manuale.
Poi rimboccati i calzoni per non imbrattarsi, andò a mettersi in mezzo
a un campo di patate. — Ora eccoci al fatto nostro: _Exorcismus contra
dæmones minores, contra vermes, mures, locustas, et alia animalia
devastantia fruges, fructus_...[2] — e ricominciò a leggere or forte,
or sottovoce, tutto intento al Manuale per non sbagliarsi.
Don Innocente era così assorto nella lettura del suo latino, che
non s’accorse d’un improvviso cambiamento di scena ch’era intanto
avvenuto intorno a lui, e poco distante da lui. Era comparsa una nuova
comitiva, e la sua aveva subitamente cessato di guardar l’esorcismo, di
chiacchierare e di dir la corona. La nuova comitiva era ben diversa e
ben più numerosa; era una comitiva di contadini d’altri paesi, sbucati
di qua e di là saltando fosse e scavalcando siepi, che venivano con
randelli, correggiati, forconi, e con un certo piglio che non era
quello con cui andavano di solito a battere il grano o a rammontare il
fieno!