XXII.

Il Valassina era tornato da Orobio non solo con le informazioni per

il marchese, ma aveva portate secretamente a donna Fulvia un sacco di

notizie, e di notizie non troppo buone. Le faccende in paese andavan

maluccio. Il nuovo curato, don Innocente, aveva preso possesso della

Cura da un paio di settimane, e già s’eran formati in paese due partiti

che si guardavano in cagnesco. Fin dai primi giorni don Innocente s’era

messo a riformare la Confraternita; diceva che avrebbe ristabilite

le processioni lontane, le merende e i beveraggi, e andava in giro

con gran zelo a benedir stalle e pollai. Quelli della Confraternita,

delle vacche malate, e dei polli con la pipita, portaron subito alle

stelle il nuovo curato; e a loro s’unirono anche quelli cui piaceva

fare delle lunghe dormite in chiesa, e pei quali don Innocente faceva

delle prediche con testi in latino e lunghe che non finivan più. Ma poi

don Innocente s’era messo a far la cera brusca a chi lodava il vecchio

curato; e diceva che d’ora in avanti bisognava fare, in tutto, tutto

all’opposto: diceva, tra l’altre, che non voleva più veder arretrati

sul registro della Cura, che voleva rincarare i fitti, e rimetter

l’usanza di certe regalie per non addormentare, come faceva don

Cornelio, lo zelo dei parrocchiani. Allora i fittaioli, e qualche altro

parrocchiano, presero a abbaruffarsi con chi lodava il curato e il suo

zelo; principiarono così a formarsi i due partiti, i quali si odiarono

subito, tanto per cominciare.

Ora poi c’era di più. Tutto Orobio, proprio nei giorni in cui c’era

arrivato il Valassina, e un paesello vicino, erano in fermento in

grazia d’una novità ideata da don Innocente; il quale aveva stabilito

di fare nella prima settimana d’aprile, una gran processione che doveva

percorrere tutto il territorio del comune allo scopo di scacciare dai

campi gl’insetti, i topi, e gli spiriti maligni. La maggior parte dei

campagnoli d’Orobio, su questo punto, lodava il curato, e stupiti

tutti come a don Cornelio non fosse mai venuta una così bella idea,

si preparavano a seguire in bel numero la processione. Ma quelli del

paese vicino, risaputa la novità, cominciarono ad allarmarsene. Gli

insetti, i topi, e gli spiriti maligni, cacciati da Orobio sarebbero

scappati in casa loro: era chiaro. E siccome il loro curato, per

prudenza, non voleva mettersi in contrasto con don Innocente, così

essi si preparavano per quel giorno, con dei buoni randelli, a tener

lontani dal proprio territorio chi voleva far loro un così bel regalo.

Essi poi non mancavano di qualche alleato anche in Orobio; a capo dei

quali c’era, s’intende, il sindaco che s’era subito messo in moto per

illuminare le menti, e non ristava dal catechizzar tutti da mattina a

sera nelle osterie, sulle piazze, per le strade. — Volete, — diceva, —

rimettere in uso una funzione dell’antichità celebrando il risveglio

della natura? Sono con voi, eccomi pronto a una passeggiata civile! Ma

questa funzione medioevale del curato è il trionfo dell’ignoranza e

della superstizione! Cosa dirà l’Italia? — E se vedeva nell’uditorio

qualcuno che avesse un prato o un campiello sul monte, allora

soggiungeva: — E chi vi garantisce che qualche spirito, qualche diavolo

scappato dal piano non vada poi a mettersi di casa più in su! — A

questi discorsi chi si faceva più timoroso, e chi più iroso: tutti

discutevano, tutti si accaloravano; talchè lo speziale, per rimanere

nell’imparzialità, non si lasciava più vedere.

Donna Fulvia quand’ebbe sentite le notizie di Orobio portatele

dal Valassina, dopo uno sfogo di esclamazioni, or di lode, or di

raccapriccio, prese una risoluzione. Il caso era grave, ed erano quindi

indispensabili il proprio intervento, e la propria autorità; a lei

toccava dar man forte a don Innocente, inaugurare un nuovo ordine di

cose, incoraggire i pusillanimi, premiare i buoni, e chiuder la bocca

ai tristi lasciandoli confusi per sempre. Persuasa che per ottenere

tante belle cose in una volta sarebbe bastata la sua presenza, decise

di partir subito per Orobio; decisione che le tornava tanto più

opportuna perchè s’era intesa con la Superiora che Cristina sarebbe

stata ricevuta in convento appunto in quei giorni; e a lei i distacchi

e le commozioni facevan tanto male.

Mentre donna Fulvia usciva dal portone del suo palazzo in carrozza, con

la Cleofe e con _Fleurette_, per avviarsi alla stazione, un giovane

di nostra conoscenza, Enrico, che da mezz’ora passeggiava dinanzi a

quel portone a passi lenti, incerti, preso da una subita risoluzione

entrava nel palazzo per avviare colla portinaia un discorso che aveva

pensato e ripensato come se dovesse presentarsi a un ministro. Enrico

era arrivato a Milano il giorno innanzi; la casa inglese a cui era

addetto, aveva acquistato un opificio in Lombardia, l’opificio di cui

doveva essere egli il direttore, e gli aveva ingiunto di partire con

sir Arturo per Milano a sbrigarci alcune faccende prima di recarsi al

suo posto. Quell’avvenire sognato come una lontana speranza, per tanti

anni, traverso tante ore interminabili, uniformi di lavoro, era giunto;

quel giorno così lungamente sospirato, era venuto; era suo. E un così

bel giorno non doveva portargli qualch’altra buona nuova? la migliore

di tutte! Il cuore gli diceva di sì, ma il cuore questa volta s’era

sbagliato. Appena arrivato, era corso alla posta sapendo che ci avrebbe

trovate delle lettere di don Cornelio, e ne trovò infatti due. Le

lettere di don Cornelio gli fecero passar subito tutta la consolazione

di poco prima; una era malinconica, sfiduciata, e piena di consigli di

rassegnazione; l’altra gl’ingiungeva pressantemente, e con una certa

ansietà, di cercar nuove di Cristina senza perder tempo, e come meglio

poteva; poi di scrivergli subito tutto ciò che era venuto a sapere. Era

con questa lettera in mano, e tutto agitato, che Enrico, non sapendo

che fare, era arrivato di passo in passo dinanzi al portone di donna

Fulvia, e s’era deciso subitamente ad entrarci come vide uscirne una

carrozza.

La portinaia, silenziosa come un muro quando donna Fulvia era in casa,

dava la stura alle parole appena la vedeva scantonare, e tanto più se

scantonava per andare alla stazione. Enrico dunque non ebbe bisogno

di ricorrere agli artifizi del discorso per sapere in pochi minuti

un monte di notizie; quella tra l’altre che Cristina, dopo essere

stata fidanzata col figlio d’un barone, s’era decisa a entrare in un

convento; da dove, aveva detto la portinaia del convento, sarebbe

presto ripartita per una delle più lontane città.

Enrico sbalordito, ansante, era corso a buttarsi nelle braccia del suo

amico Arturo, e a domandargli consiglio. Sir Arturo, innanzi tutto, gli

osservò che bisognava aspettare il corriere di Londra per sapere se gli

affari permettevano di occuparsi di quella spiacevole combinazione.

Poi, come fu arrivato il corriere, e come ebbe lette una dozzina di

lettere, gli partecipò che bisognava aspettare ancora alcuni giorni

prima di andare a prender possesso dell’opificio, e che quindi poteva

benissimo nel frattempo dare un’occhiata ai propri interessi. Il parer

suo in proposito, senza responsabilità e senza impegno, se lo voleva

sentire, era questo: fosse pur vero ciò che gli avevan detto, non

c’era nulla d’urgente dal momento che donna Fulvia era partita per la

campagna; ma bisognava intanto venir in chiaro di tutto, ed impedire

all’occorrenza, in quanto fosse possibile, un fatto qualunque che

pregiudicasse l’avvenire. Per far ciò ci voleva il vecchio curato.

Bisognava dunque indurre don Cornelio a venire a Milano, e a parlare

con Cristina.

Ciò voleva dire far subito una corsa a Santa Maria della Neve. Per

quanto Enrico si sentisse poco incoraggiato dalle lettere malinconiche

e sfiduciate di don Cornelio, pure il pensiero di rivedere il suo

protettore e di poterne avere qualche consiglio, lo decise a partire e

a pigliare il giorno seguente quella stessa strada d’Orobio sulla quale

lo aveva preceduto donna Fulvia.

Donna Fulvia giungeva a Orobio in buon punto, cioè tre giorni prima

della domenica fissata da don Innocente per la sua funzione. In paese

c’era una crescente inquietudine. Quelli che avevano desiderato la

funzione cominciavano già a dire che una funzione simile in Orobio la

ci voleva, ma che però sarebbe stato meglio principiar un altr’anno. Il

sindaco, che per protestare contro la funzione aveva organizzata con

quelli del paese vicino la sua passeggiata civile, aveva poi scritto

al sotto Prefetto che mandasse i carabinieri per impedire una cosa e

l’altra.

Don Innocente, che, avendo risapute le voci che correvano, era un po’

perplesso, prese un coraggio da leone come seppe l’arrivo di donna

Fulvia. Corse subito da lei, e per tre giorni fu veduto entrare più

volte nel palazzo, e restarci per delle ore. Poi, dopo aver dati i

suoi ordini alla confraternita, una sera all’ora dei vespri annunziò

in chiesa che la mattina seguente sarebbe andato a benedir le campagne

seguìto dai confratelli e dal popolo in processione.

Era la prima domenica di aprile. Le campane d’Orobio, sonando alla

distesa come nei giorni di solennità, chiamarono il popolo alle

funzioni festive un’oretta prima del solito, perchè poi la processione

potesse essere di ritorno al mezzogiorno, ch’era l’ora del desinare;

e la gente usciva dalle case, avviandosi alla chiesa, o spargendosi

per le strade e per le campagne, in fretta e di buona voglia, invitata

anche da un bel sole che inaugurava la primavera. Il sindaco che aveva

dato ritrovo a molti, per quella mattina, nell’osteria del paese, non

ci trovò che tre o quattro amici; gli altri avevano preferito di fare

la passeggiata civile ciascuno per proprio conto. Dopo uno sfogo contro

l’inerzia dei patriotti, anche il sindaco se ne andò a spasso per

conto suo. Parecchi poi si avviarono verso il sagrato della chiesa per

vedere la sfilata della processione, o per seguirla o per canzonarla, a

seconda dei casi.

Don Innocente cantò messa, ma da solo. Don Luigi era partito da un

pezzo; e don Prospero e un altro cappellano che egli aveva invitati

per la funzione, s’erano scusati dicendo però che sarebbero venuti

più tardi al desinare. Finita la messa, don Innocente fece un po’ di

predica sulla necessità di liberare il mondo dai filosofi moderni, e

le campagne dagli insetti, ch’erano altrettanti spiriti maligni; poi,

deposta la pianeta e indossata la cotta, con l’aspersorio in mano e il

suo _Manuale exorcistarum_ sotto braccio, uscì di chiesa accompagnato

da un chierico che teneva il secchiolino, e facendosi seguire dalla

confraternita e dal popolo.

Il suono delle campane che si diffondeva lietamente per la valle,

il bel cielo limpido, l’aria primaverile, facevan contrasto con la

cera scura e con la tetra funzione di don Innocente. Quella giornata

splendida di sole, ch’era tutta un inno di allegrezza e di fiducia, non

pareva proprio fatta per le maledizioni e per gli scongiuri.

La processione s’avviò per la strada dove sorge il palazzo Orsenigo. Il

palazzo era parato a festa; a ogni finestra c’era un bel tappeto, e dal

terrazzino, che stava sopra il portone, scendeva un gran drappo rosso

di seta su cui c’era ricamato nel mezzo la cifra di donna Fulvia, con

tanto di corona, e circondata dagli emblemi della passione di nostro

Signore, proprio come se nostro Signore avesse sofferto specialmente

per donna Fulvia: un bel lavoro insomma tutto nuovo, sfoggiato per la

prima volta e fatto appunto da quelle Suore tra le quali, quel giorno

stesso, era andata a stare Cristina. Tutti si fermavano a guardare

in su; e quando passò la processione, ci fu del disordine nelle file

perchè ciascuno, pur camminando, prima guardava in alto, poi guardava

indietro, andando addosso a chi gli stava dinanzi, o sui piedi a chi

veniva dopo; e tutti poi si davano degli urtoni a vicenda. Donna Fulvia

che se ne stava tutta sola sul terrazzino in aria di compunzione e

di compiacenza, sorrideva con indulgenza a quel po’ di disordine,

e lasciava capire che perdonava, anche alla confraternita, quella

distrazione di cui eran causa lei e il suo bel drappo. Don Innocente

quando passò sotto il terrazzino cercò, tutto in una volta, di riverire

donna Fulvia, di ammirare il drappo, di conservare la divozione e di

non parer distratto. Non era facile; ma donna Fulvia aveva compreso, e

gli ricambiò quei sentimenti con alcuni cenni del capo che parevano di

riverenza, ma ch’eran soprattutto di approvazione e di protezione.

Don Innocente gongolava; ma la faccenda cominciò presto a intorbidarsi.

Parecchi dei più arrabbiati, o de’ più burloni, del partito contrario

s’eran messi qua e là, di fianco alla processione, a attaccar discorso

con quelli ch’erano in fila, motteggiando e facendo di tanto in

tanto qualche sonora fischiata. Molti allora impacciati e vergognosi

cominciarono a uscir di fila; e appena messi con quelli che poco prima

li avevano canzonati, si facevan coraggio e canzonavano anche loro.

Così i motteggi, le conversazioni ad alta voce e le fischiate andavan

crescendo; e mano mano andava crescendo anche il numero di quelli che,

a ogni nuova strada, scantonavano e se ne tornavano a casa loro. Don

Innocente che sulle prime aveva voluto mostrarsi impassibile, cominciò

a perdere la pazienza. — Bricconacci, villani, scomunicati! — cominciò

a gridar sul muso a qualcuno de’ più sfacciati, uscendo improvvisamente

di fila anche lui. Poi tirava innanzi più serio di prima; ma subito

dopo passando dalla compunzione al piglio minaccioso: — Verrà ad

alloggiare a casa vostra il diavolo!... verrà ad alloggiare! — gridava

alzando l’aspersorio. Allora i monelli scappavano, e si faceva un po’

di silenzio. Ma il brusio, le fischiate e le conversazioni ripigliavan

presto.

— Il più bello lo si ha a veder poi, — esclamavano alcuni — lo si ha

a vedere quando sarete fuori pei campi, e quando vi vedranno venire

quelli degli altri paesi!

— Sicuro, — gridavano gli altri — e chi è in ballo ballerà! Legnate a

buon mercato... e cazzotti per niente!

Allora parecchi della processione cominciarono a ragionarla con

quelli che n’eran fuori. — La funzione è bella, bellissima, non c’è a

dire; ma bisognava andar tutti d’accordo, oh questo poi sì! in questo

avete ragione anche voialtri. Bisognava esser tutti in compagnia,

anche quelli dei paesi vicini, per farle scappar lontano le cattive

influenze, e non mandarsele addosso l’un con l’altro!

Nel ragionare si fermavano; la processione intanto andava innanzi,

e chi c’era rimasto fuori non ci tornava più. Altri poi, vedendo

due carabinieri che piano piano venivano loro incontro, piano piano

voltaron le spalle per non andare in direzione opposta della forza.

La processione, che s’era andata in tal modo via via assottigliando,

giunta alle viottole della campagna non si componeva più che di

una metà della confraternita e di una cinquantina d’altri che la

seguivano. Don Innocente appena si vide sbarazzato dei burloni e dei

timidi, e circondato solo dai più fedeli e dai più risoluti, prese

maggior coraggio; e, fatta una breve fermata, rivolse alla comitiva un

discorsetto rabbioso per accalorare gli animi e ribadire lo zelo. Lo

scopo fu facilmente raggiunto, e le parole di don Innocente vennero

accolte da una calorosa approvazione e da esclamazioni piene di

propositi audaci. Or ch’erano soli e alla larga, si sentivano tutti

rinfrancati e capaci di farla vedere a chississia. A un cenno del

curato la comitiva fece silenzio, e tirò innanzi ora allargandosi,

ora procedendo un poco alla rinfusa, or facendo qualche fermata, e or

borbottando da capo tra gli _amen_ e gli _ora pro nobis_, qualche nuova

minaccia contro i burloni di poco prima. Parecchi poi, più curiosi e

più coraggiosi, s’erano mano mano fatti intorno a don Innocente per

vedere come faceva a far l’esorcismo; e don Innocente dava ogni tanto

qualche spiegazione a questi e al chierico, che tremava tutto per la

paura.

“_Conjuro et adjuro te maligne et ingratissime et sporcissime

spiritus_, — continuava don Innocente tenendo l’aspersorio alzato, e

leggendo nel suo Manuale degli esorcismi — _conjuro te, insidiator,

superbe, mendax, immunde Belzebù_... questo è il peggiore di tutti, ma

adesso lo acconcio io....„ e lesse due pagine di seguito del Manuale.

Poi rimboccati i calzoni per non imbrattarsi, andò a mettersi in mezzo

a un campo di patate. — Ora eccoci al fatto nostro: _Exorcismus contra

dæmones minores, contra vermes, mures, locustas, et alia animalia

devastantia fruges, fructus_...[2] — e ricominciò a leggere or forte,

or sottovoce, tutto intento al Manuale per non sbagliarsi.

Don Innocente era così assorto nella lettura del suo latino, che

non s’accorse d’un improvviso cambiamento di scena ch’era intanto

avvenuto intorno a lui, e poco distante da lui. Era comparsa una nuova

comitiva, e la sua aveva subitamente cessato di guardar l’esorcismo, di

chiacchierare e di dir la corona. La nuova comitiva era ben diversa e

ben più numerosa; era una comitiva di contadini d’altri paesi, sbucati

di qua e di là saltando fosse e scavalcando siepi, che venivano con

randelli, correggiati, forconi, e con un certo piglio che non era

quello con cui andavano di solito a battere il grano o a rammontare il

fieno!

Il curato d'Orobio · 第 26 / 33 题