Era principiato il nuovo anno, e in casa di donna Fulvia tutto
procedeva con la consueta uniformità, monotona e severa come quella
d’un monastero, quando donna Fulvia, un dopo pranzo, annunziò una
gran novità. Rivolgendosi a Cristina, con una affabilità insolita, le
disse d’aver pensato a lei in quei giorni per procurarle un po’ di
svago nel carnevale: “cosa ben giusta e necessaria per la gioventù.„
Poi soggiunse che i divertimenti avrebbero avuto un carattere tutto
familiare, ma pure sarebbero stati anche maggiori di quelli che si
usavano un tempo quand’era ragazza lei; che cioè una volta alla
settimana, l’avrebbe condotta di sera in casa del barone e della
baronessa Brocchetti, dove avrebbe trovate delle fanciulle della sua
età; e che una volta la settimana poi avrebbe tenuto conversazione
anche in casa propria, con gioco della tombola, e con una serata di
bussolotti in fine del carnevale.
Quell’annunzio fu così improvviso e così impreveduto, che a due brave
persone, che giocavano in quel momento a tarocchi col padre Felice e
col Valassina, caddero persin le carte di mano, per cui si dovette
andar a monte, e mescolar di nuovo il mazzo. Cristina accolse le
parole della zia con gratitudine e con gioia. Presentì vagamente che
rotto il ghiaccio di quella vita uniforme le si sarebbe presentata,
forse, l’occasione d’avere una qualche nuova di Enrico, e di vedere
per qualche spiraglio traverso quel buio che le si era fatto tutto
all’ingiro, da quando era tornata in città, e che la opprimeva in un
modo tormentoso, insoffribile. Sperò che un mutamento nelle abitudini
d’ogni giorno, per quanto piccolo, le avrebbe reso più facile il
vincere la grande suggezione che le dava la zia, e le pareva già che
sarebbe venuto anche il giorno in cui le avrebbe aperto il suo cuore.
Infine, bisogna pur dirlo, le dava una secreta contentezza anche il
pensiero di prendersi un po’ di spasso, e di andare ai divertimenti e
alle conversazioni della città, di cui aveva sentito dire tante belle
cose, e che l’immaginazione poi le aveva di tanto ingranditi.
Un’altra secreta soddisfazione, tutta insolita e nuova, l’ebbe il
giorno in cui ci furono i preparativi per condurla alla conversazione
di casa Brocchetti. C’era stata, una settimana prima, una lunga
discussione, tra donna Fulvia e sua figlia, sull’abbigliamento di
Cristina per la sera in cui sarebbe stata condotta in società. Cristina
ne aveva capito poco, anche perchè nella discussione c’erano stati
qua e là dei punti misteriosi, in cui donna Fulvia, o aveva parlato
a mezza voce, o aveva sorvolato ammiccando a sua figlia, o aveva
pronunziato un qualche sì incerto, o qualche no asciutto, come chi sta
negoziando delle concessioni. Finalmente, venuto il giorno degli ultimi
preparativi, dopo un andirivieni di ambasciate, capitò la sarta della
marchesa Bianca con un bell’abito semplice ma elegantissimo, e che
indosso a Cristina strappò subito delle esclamazioni soddisfatte tanto
alla sarta quanto alla marchesa. Cristina, intanto che la zia s’era
tirata in disparte tutta sopra pensiero, si guardò nello specchio, e
quasi non riconobbe sè stessa. Era la prima volta che si vedeva così
bene abbigliata, e nel vedersi tanto bella ne arrossì tutta, e rimase
quasi confusa. Donna Fulvia se ne accorse, saltò di mezzo con impeto, e
ordinò subito alla sarta delle correzioni e dei palliativi; diede sulla
voce a sua figlia, e non si lasciò rimuovere questa volta nè da ragioni
nè da esclamazioni. Cristina, che non aveva portato dai suoi monti
il pensiero di farsi bella, ne sentì in quel momento la tentazione
per la prima volta. L’aria affannata della zia, la discussione sul
suo abbigliamento, e il gran caso che se ne faceva, le diedero
improvvisamente un sentimento nuovo, che non era precisamente quello
dell’ambizione o della vanità, ma ch’era però la coscienza di sentirsi
un qualcosa più di prima, di sentire in sè stessa una nuova forza, e
anche un nuovo coraggio, in faccia alla zia, in faccia a tutti. Donna
Fulvia che non s’accorse, s’intende, di questo risultato, continuò a
discutere, a correggere e a modificare, fin sull’uscio, prima di andare
in casa Brocchetti.
In casa Brocchetti oltre al barone, quell’ometto complimentoso e brutto
di cui abbiamo già fatto la conoscenza, c’era la baronessa, una donnona
alta e grossa, piena di acciacchi, e che non si moveva quasi mai
dalla sua poltrona, tutta intenta da mattina a sera a far faldelle, a
deplorare i tempi, e a combinar matrimoni. Poi c’erano i figliuoli. La
baronessa si vantava di averli coltivati a uno a uno fuori dell’aria
mondana, come in una stufa; e infatti erano venuti su lunghi, sottili,
giallognoli, e col collo un po’ torto come arbusti in cerca d’un raggio
di sole. Con l’intromissione di donna Fulvia ne aveva ammogliati due,
ed ora ne aveva altri tre nel vivaio. L’arte della baronessa per
maritare quei suoi figliuoli, così bruttini, era quella di lasciarli
veder poco, di circondarli d’una riputazione di figliuoli perfetti,
e di offrirli poi nei momenti in cui c’era abbondanza di fanciulle e
scarsità di mariti. Il maggiore di quelli che c’erano in casa, e che
si chiamava Checchino, non aveva che vent’anni. Veramente la baronessa
avrebbe voluto aspettare un par d’anni ancora prima di dichiararlo
disponibile; ma da quando il barone era venuto a confidarle quelle
prime toccatine avute da donna Fulvia, figurarsi! un parentado simile!
aveva subito mutati i suoi disegni, e aveva presa la direzione secreta
dell’affare, dando giorno per giorno le sue prescrizioni al marito,
il quale, in questi casi specialmente, era solito ubbidire appuntino.
Di prescrizione in prescrizione, si era venuti tra donna Fulvia e il
barone a quegli accordi che sappiamo per passare il carnevale. Lo scopo
ultimo e vero di quegli accordi non era stato ancor detto formalmente,
ma era sottinteso. I ritrovi del carnevale dovevano servire ai due
futuri sposi per vedersi di tanto in tanto da un capo all’altro d’un
salotto, ossia come diceva la baronessa, per conoscersi reciprocamente.
In quaresima poi i genitori, con improvvisa consolazione, e con la
debita sorpresa, avrebbero accolto, auspice un amico comune, il felice
progetto e concluso il matrimonio.
Le prime volte che Cristina fu condotta in casa Brocchetti ci fu ben
poco di notevole. Il barone e la baronessa accoglievano Cristina con
quattro complimentucci, ch’eran tutti un dolciume e sempre gli stessi,
poi si mettevano ai tavolini da giuoco, e non le dicevan altro. Ai
tavolini da giuoco c’erano i pesci grossi della conversazione; ci
sedevano oltre il barone e la baronessa, donna Fulvia, qualche vecchia
signora, qualche consigliere giubilato, e ci passavano un paio d’ore a
borbottare e a rimbeccarsi tra loro, intanto che i pesciolini, ossia
Cristina e due o tre altre fanciulle, se ne stavano in disparte con un
lavoro d’ago o di ricamo in mano, scambiando sottovoce qualche parola
di tanto in tanto. Se alle volte capitava in visita qualcuno che non
fosse dei soliti, anche questo si metteva presso uno dei tavolini, ci
stava in silenzio una mezz’oretta a veder gli altri a giocare, poi se
ne andava. Tale, su per giù, era la conversazione di casa Brocchetti.
Cristina cominciava a pensare che i divertimenti della città non
eran poi gran cosa, quando una sera la baronessa fece l’improvvisata
d’un maestrino al pianoforte, e di qualche invitato di più; poi fece
fare un po’ di largo nel salotto, e permise alle fanciulle di far
due salti. E fu una grande improvvisata davvero. Cose simili in casa
Brocchetti non se n’eran vedute mai! Dopo quella sera, la baronessa
permise i due salti regolarmente una volta la settimana; e Cristina
che ballava con passione, ci si divertiva di cuore, ballando più che
poteva, senza fermarsi, senza riavere il fiato, e fin ballando con
l’altre fanciulle quando i ballerini erano stanchi. I ballerini, oltre
Checchino e i due Brocchetti più piccoli, eran cinque o sei giovanetti
scelti prudentemente, e un vecchietto tutto arzillo che era stato, un
tempo, ballerino della baronessa, e che dopo aver fatto ballare due
generazioni ora continuava colla terza. Il ballerino meno fortunato
era Checchino; le fanciulle quando lo vedevan venire, lo scansavano;
poi facevano tra loro delle risate senza che gli altri ne capissero
il perchè. A Checchino succedeva spesso, quando giuocavan la partita,
di addormentarsi nel salotto e di russare fortemente. La baronessa
allora si affrettava a dire che Checchino si levava tanto di buon’ora,
e che studiava troppo; ma una volta una delle fanciulle che facevan
crocchio tra loro aveva detto piano a Cristina, e alle altre, che
Checchino era.... era un asino. Non è a dire quanto rider ne avesser
fatto secretamente in quel momento, e da quanta voglia di ridere
fosser prese, da allora in poi, ogni volta che compariva Checchino.
Checchino, per di più era un ballerino disgraziato. Non gli riusciva
mai di mettersi d’accordo nè con la ballerina, nè con la musica, nè con
la battuta, e si metteva di solito a ballar la polka quando suonavano
il valzer, e a ballare il valzer quando suonavano la polka. E ci si
ostinava, trascinando con violenza la ballerina, la quale un po’ ci si
adattava, un po’ si ribellava, e così era in complesso un affannarsi
di tutt’e due da far pietà. Fu in una di queste lotte che a Checchino,
mentre una sera ballava con Cristina, scivolò un piede. Barcollò, si
riprese, perdette l’equilibrio, e andò con le gambe in aria. Cristina
riuscì a svincolarsene, e a rimaner ritta, ma fu presa da una di quelle
voglie di ridere che non si ferman più. Si mordeva le labbra, si turava
la bocca con la pezzuola; ma intanto vedeva le amiche che ridevano
anch’esse in disparte, e dava daccapo in un nuovo scoppio di risa. La
zia, come furono a casa, ne la sgridò, e l’ammonì molto seriamente a
mostrarsi d’allora in poi più rispettosa e cortese verso quel giovane,
ch’era uno dei migliori che mai si potessero immaginare. Dopo quella
sera in casa Brocchetti si ballò meno, e Checchino non ballò più.
Le serate della baronessa erano alternate con quelle di donna Fulvia,
nel cui salotto, secondo il programma, una volta la settimana si
giuocava a tombola, e ci venivano, oltre i pochi amici soliti di
casa, il barone coi suoi figli e con parte della sua conversazione,
invitativi straordinariamente. Queste serate procedevano un po’
noiosette per tutti, e anche per Cristina, la quale, passata quella
prima novità era tornata pensierosa e malinconica. Aveva sperato
vagamente col veder gente nuova, di risapere qualcosa di Enrico;
aveva creduto che chi sa quanti, solo a nominare Orobio, le avrebber
date le nuove del suo paesello e del curato! Ci si era anche provata
timidamente, qualche volta; ma non ne aveva trovato uno che conoscesse
il suo paese neanche di nome. Le sue inquietudini, le sue angosce ora
principiavano a tornarle nell’anima vive come prima, e con minori
speranze; daccapo era tornata inquieta, distratta, e assorta in un
unico pensiero. Il Valassina che, senza farsi scorgere e con l’aria
di chi è sempre lontano da tutto le mille miglia, spiava tutto e
vedeva tutto, si accorse che Crestina cominciava a far meno caso
dei divertimenti della zia, e che qualcosa d’altro, che non era il
Checchino di sicuro, si faceva strada nel cuore di lei, o vi ripigliava
il posto di prima. Fin dinanzi alle cartelle della tombola la vedeva
distratta e svogliata! E più d’una volta, quando tirava i numeri aveva
osservato con impazienza che Cristina non li marcava, o li marcava
sbagliando. “Le frulla il cervello a quella ragazza!„ aveva detto tra
sè; e principiò a sospettare che i pensieri di Cristina non fossero
assorti nei terni della lotteria, ma galoppassero piuttosto dietro quel
giovane che viaggiava lontano.
Pensò di accertarsene. Gli parve che cogliendo Cristina d’improvviso,
in uno di quei suoi momenti di distrazione, con una notizia che facesse
al caso e con una domanda buttata lì di sorpresa, gli sarebbe riuscito,
fissandola bene, di leggerle fino nel fondo dell’anima. Una notizia
che pareva fatta apposta il Valassina l’aveva; detto fatto, si decise
di metterla subito a profitto prima che Cristina venisse a saperla in
altro modo, e ci fosse poi preparata.
Giocavano una sera, seduti alla solita tavola della lotteria,
donna Fulvia, il barone Brocchetti, la marchesa Bianca, alquanto
assonnata, Checchino accanto a Cristina, il Valassina, tre o quattro
altri giocatori attenti e compresi, e il vecchietto arzillo di casa
Brocchetti. Il vecchietto teneva il cartellone ed estraeva lui i
numeri, accompagnandoli ogni volta con qualche motto che a un dipresso
facesse rima, e che poi senz’altro doveva far ridere. Al caminetto, un
po’ discosto dai giocatori, c’era il marchese Ettore, che leggicchiava
un giornale, e scambiava di tanto in tanto qualche parola col padre
Felice, il quale gli stava di faccia seduto in poltrona.
— _Trentatrè!... non si marca se non c’è!_ — gridava tutto ilare, con
una voce un po’ nasale, il vecchietto, mostrando la pallottolina su cui
c’era il numero.
— L’ho io, l’ho io! — saltò su Checchino.
— Oh, che numeracci! — brontolava donna Fulvia.
— Ambo! — esclamava un terzo.
— Si verifichi, lei sbaglia sempre! — replicava tutto rosso in faccia
Checchino, che non si animava se non quando giocava alla lotteria.
— _Vent’otto!_ — ripigliava il vecchietto. — _A bella ragazza un bel
giovanotto!_
— Ma cosa dice mai! — esclamava donna Fulvia, — Lei ne ha sempre delle
sue.... giudizio, giudizio!
— _Quarantasei!_
— Oh, questa volta poi non voglio rime!
— _Gentil signora.... come vuol lei!_
— Bravo, bravissimo! — esclamaron tutti.
— Sempre pronto, sempre allegro. È inutile; per questo gioco ci vuol
proprio lei! — conchiuse il barone Brocchetti.
La prima tombola fu vinta contemporaneamente da due giocatori.
Checchino, che non era uno di questi, pretendeva che c’era stato
uno sbaglio, per cui ci fu una lunga discussione, e poi una lunga
verificazione. Nel frattempo il Valassina aveva osservato Cristina
attentamente, parendogli che fosse più pensierosa, più impaziente del
solito, e balenatogli in mente il suo disegno, pensò che quello era il
momento opportuno per mandarlo senz’altro ad effetto.
— E così, signor marchese, che cos’ha trovato di nuovo stasera ne’
pubblici fogli? — prese a dire il Valassina dirigendosi al marchese
Ettore. — Ci son notizie della Cura d’Orobio?
— No davvero, caro signor Valassina. Sono da mezz’ora nella questione
d’Oriente, ma d’Orobio non c’è sillaba. C’è dunque una questione
d’Orobio?... Dica, dica; lei ha, mi pare, delle notizie ch’io non ho!
— Oh, nulla d’importanza! — riprese sorridendo il Valassina. — Non ha
letto giorni fa, signor marchese, quel che c’era nella gazzetta della
provincia?... tra le notizie della Curia? dov’era detto che il curato
d’Orobio....
— Muta aria?
— Oh! dunque le notizie le sa anche lei?
— L’ho risaputa, questa, da qualcuno ma non l’ho letta. E ce n’è altre?
— È appunto quello che domandavo a lei. Nella gazzetta c’era che don
Cornelio Sacchi, a quanto si diceva, doveva essere nominato canonico
del Duomo; ma che invece poi avrebbe avuta, forse, si diceva, un’altra
destinazione; e che la nomina a curato d’Orobio sarebbe sempre, a
quanto si diceva, caduta su una degna persona che non si poteva finora
nominare....
— Andiamo, andiamo, attento signor Valassina... non vede che
ricominciamo il gioco! — saltò su, interrompendolo, donna Fulvia a cui
non garbava in quel momento un simile discorso.
— Si incomincia col numero _sette_! — gridava il vecchietto. — Oh
vedono che bel numero! l’hanno quasi tutti. E lei, Cristina, non lo
marca?... _Numero sette, donna Cristina!... è un po’ distratta la
signorina!_
Altro che distratta! Distratta era stata tutta quella sera, ma in
quel momento le era salita una vampa al viso, non vedeva più nulla,
e non ascoltava che le parole del Valassina. Questi che se n’era
subito accorto, contento, contentone di quel primo risultato, pensò di
affrontare all’occorrenza anche le occhiate di donna Fulvia, ma di non
lasciar cadere il discorso.
— Fin da questo autunno, — riprese il Valassina voltandosi verso il
marchese, — dicevano che don Cornelio avesse l’intenzione di lasciar
Orobio....
— E per qual motivo? — domandò il marchese.
— Precisamente non saprei.... avrà forse voluto mettersi in riposo....
ora tanto più che....
— Attento signor Valassina, — gridava il vecchietto, — non vede che
siamo già ai terni?... _e or con questo sessantotto.... la partita va
di galoppo!_ La rima non era riuscita, ma per fortuna Checchino fece
in quel momento un’esclamazione di gioia che permise al vecchietto di
gabellare anche questa.
— Ora tanto più, dicevo.... — riprese il Valassina torcendo il collo
verso il marchese, — che quel giovane.... un certo giovane di cui il
signor marchese avrà forse sentito parlare....
— Ma Valassina! Valassina! Questa sera lei è d’una distrazione!... e
con le sue chiacchiere ci confonde la testa a tutti! — saltò su di
nuovo donna Fulvia, e in tuono più brusco di prima.
— Ah, sì, sì.... so di chi vuol parlare.... — disse il marchese Ettore
dopo aver scambiata qualche parola col padre Felice. — E dunque cosa è
avvenuto di quel giovane?
— Mille scuse, donna Fulvia, — riprese il Valassina, — rispondo una
parola al marchese poi non fiato più.
Cristina, tutta agitata, non vedeva più i numeri delle cartelle, e non
ne marcava più uno. Checchino che se n’era accorto, e ch’era lì lì per
far tombola, stava zitto, e n’era tutto giulivo.
— Le voci che girano sul conto di quel giovane son molte, — continuò
il Valassina. — A Orobio, pare, non ci tornerà più.... ma poi ne dicon
tante!... Però la più sicura, a quanto si sa, è che siasi stabilito in
Inghilterra e che anzi vi abbia preso moglie....
— Non è vero! — esclamò risolutamente Cristina. E in quello stesso
momento si sentì la voce concitata di Checchino, che esclamava tutto
glorioso: Tombola! Tombola!
Donna Fulvia, lanciando occhiate inquiete al Valassina per farlo
tacere, cercò prontamente di deviare l’attenzione dei giocatori,
tossendo, alzando la voce, agitandosi e dando l’aire a Checchino, il
quale senza saperlo le veniva in aiuto colla sua gioia chiassosa. Ma il
Valassina, sicuro di farsi perdonar dopo, non tacque; e per battere il
ferro intanto ch’era caldo replicò subito a Cristina: — Mi scusi, ma io
credo invece che quella notizia sia vera verissima. Come potrebbe lei
sostenermi il contrario? Sentirò volontieri quello che ne sa lei!...
— Io so, — riprese Cristina tutta concitata, e volendo giustificare la
sua esclamazione di prima, — io so ch’egli ha promesso a una fanciulla
d’Orobio.... È un giovane d’onore! lo conosco fin da bambina... egli
non mancherà alla fede data!
A quelle parole ci fu un momento di silenzio generale, in cui Cristina
vide rivolti verso di sè gli occhi maravigliati di tutti. Essa avrebbe
voluto giustificar subito anche quella sua giustificazione, avrebbe
voluto che le domandassero ancora qualcosa, ma nessuno non le domandò
più nulla. I più non ne avevano capito niente, ma qualcuno ne aveva
capito fin troppo. Il Valassina, ch’era tra questi, fu il primo a
rompere il ghiaccio e a rimettere la conversazione in carreggiata,
riconducendola alla tombola di Checchino. Il marchese s’era messo a
guardar Cristina con l’occhialetto; e dalla sua poltrona cominciò a
guardarla più che potè con l’attenzione d’un osservatore che, fatta
una scoperta improvvisa, va cercando nuovi dati per la riprova.
Il padre Felice s’era limitato a tirar due o tre prese di tabacco
più rumorosamente del solito: e donna Fulvia che nelle circostanze
difficili sapeva tutto posporre, come diceva anche lei, al proprio
decoro, finse di non aver udito nulla; continuò ad occuparsi de’ suoi
invitati, coi quali fu anche più complimentosa del solito, e in cuor
suo promise a sè stessa che _quella signorina_ avrebbe la mattina dopo
reso uno stretto conto di ciò che aveva detto.
Cristina, prima ancora che tutti se ne fossero andati, scomparve dal
salotto, e si ritirò nella propria camera. Per quella notte non chiuse
occhio, e continuò a ripensare a quelle ultime parole del Valassina.
Che Enrico non tornasse più, che Enrico si fosse maritato.... eran
fiabe! N’era sicura; non aveva angustie, non aveva sospetti! Ed
era lieta e fiera in cuor suo d’aver difeso Enrico, d’aver buttato
in faccia quel _non è vero_ al Valassina, parendole con questo
d’aver chiusa a lui e a tutti la bocca per sempre. Ma le angustie
ed i sospetti l’assalivano invece nel ripensare alle parole che il
Valassina, e il marchese, avevan dette a proposito di don Cornelio.
“Che don Cornelio avesse lasciato Orobio? che fosse andato altrove? che
a Orobio non ci fosse proprio più?... L’avevan detto in un tono così
sicuro!...„ E nel riandare le cose udite Cristina sentiva scendersi
in cuore un presentimento tormentoso che le toglieva ogni forza per
ribatterle e per dire a sè stessa che non eran vere.
“In fin de’ conti c’è don Cornelio ad Orobio!„ soleva esclamare
Cristina tra sè quando, nei momenti di scoramento e di timore, voleva
tagliar corto, e correre col pensiero ad un conforto che non le falliva
mai. “Ma se a Orobio don Cornelio non ci fosse più!...„ andava ora
ripetendo; e quelle parole le davano un senso di paura, le davano tutto
l’accasciamento dell’abbandono e della solitudine.
Per saperne qualcosa anche noi, circa quelle notizie del signor
Valassina, daremo subito una corsa a Orobio, e là faremo un passo
indietro per riprender meglio il filo dei nostri piccoli avvenimenti.