XIX.

Una sera, sulla fine del mese di gennaio, don Cornelio tornando a casa,

dopo la solita visita a qualche malato o a qualche povero, trovò per

strada il procaccia che lo fermò levandosi di tasca un piego per lui. —

Oh, oh, un letterone così grande proprio per me! — E data al procaccia

la buona sera, affrettò il passo e andò diviato a disuggellare il piego

in cucina, dove la sorella stava appunto sorvegliando la pentola in cui

coceva la minestra per la cena.

— Una lettera della Curia.... — prese a dire don Cornelio intanto che

cercava di decifrare lo scritto al lume della candela. — Eh, eh.... è

monsignor Vicario che mi scrive... oh troppa bontà... troppo onore...

troppo cerimonioso monsignor Vicario!... — E giunto a piè di pagina

voltò il foglio, la cui prima faccia era occupata da un periodo solo,

tutto a incisi, pieni d’una degnazione paterna e complimentosa.

— Oh, cosa può voler da me monsignor Vicario?... — riprese il curato

dopo aver letta e riletta la seconda parte della lettera. — Vuol

parlare, consultarsi, conferire a voce con me... conferire sopra che

cosa?

— Sarà per il giubileo, o per le missioni! — saltò su la signora

Angelica.

— O piuttosto che la Curia avesse deciso d’assegnar qualcosa di più a

Santa Maria della Neve, e di mandarci almeno un buon cappellano, come

le ho proposto io?... Eh sicuro! ne ho scritte delle lettere per Santa

Maria della Neve alla Curia! Un letterone anche pochi giorni fa.... e

ora capisco che hanno avuto il loro effetto. Non può esser altro, e ne

son proprio contento. Però se mi potevano risparmiare questo viaggio....

— Oh, ma è un bell’onore!...

— Obbligatissimo, ma è anche una gragnuola di maggio, come diciam noi,

per un povero curato! Che mi canzoni! due giorni per andare e tornare,

due giorni di fermata.... il calesse, la locanda!... E non è che non le

sappiano alla Curia le nostre miserie.... ma certe cose altro è saperle

altro è provarle!... Si fa per dire, veh! perchè, dico la verità, per

fare un po’ di bene a quei poveracci di Santa Maria, venderei ben

volentieri anche....

— Oh no, no, per carità, ci vorrebbe altro! Non ne hai venduta

abbastanza della roba? — esclamò la signora Angelica, che scodellava

la minestra, interrompendolo e restando col ramaiuolo alzato, come per

fermargli la parola.

— Basta, basta.... ci penseremo domani.... ma bisogna battere il ferro

intanto che è caldo, e doman l’altro mi metterò in viaggio.

Il giorno dopo don Cornelio, tutto di buon umore, dandosi di tanto in

tanto una fregatina di mani, e non pensando ad altro che a Santa Maria

della Neve, fece i suoi preparativi per il viaggio, aiutato dalla

sorella, la quale fu tutta in faccende, perchè almeno avesse a partire

un po’ ravviato e in buon arnese. I preparativi della partenza anche

questa volta non andaron lisci. La signora Angelica, che in simili

circostanze non pareva più lei, e mostrava un coraggio da leone, ebbe

più d’una volta a borbottar col curato, e a farlo fare a modo suo.

Nell’abito nuovo fatto cinque anni prima, ci trovò uno strappo, e lui

non le aveva detto nulla: d’un bel par di guanti di lana nera, che gli

aveva fatti non era ancora un mese, ne aveva perduto uno: e per non

aver dato retta a lei a tempo, era sul punto di dover entrare in città

con un nicchio vecchio e sbertucciato. Don Cornelio prometteva che ne

avrebbe comperato uno nuovo prima di presentarsi a Monsignore, ma la

signora Angelica gli credeva poco, e non era affatto tranquilla. Il

guaio più grosso scoppiò a proposito delle fibbie. Il curato s’ostinava

a voler partire colle sole ghette, ed andava esclamando: — In questa

stagione! un prete di montagna! Credi, che Monsignore non sappia che

c’è tanta neve nella valle? — E la signora Angelica replicava: — Come?

quando s’ha un par di fibbie d’argento come quelle che t’ha regalate il

povero conte Maurizio, se non le si sfoggiano nelle occasioni, domando

io cosa s’ha a farne? — E la discussione si fece tanto calorosa che

la signora Angelica perdè la pazienza, e andò senz’altro a cercar le

fibbie nel cassettone del curato. Le cercò, frugò da per tutto, e non

avendole trovate, venne a piantarsi dinanzi al fratello in atto di

domandargli dove le avesse riposte. Don Cornelio, fattosi tutto rosso

in faccia, come un bambino colto in fallo, biasciando le parole prese

a dire: — Sai.... quella povera donna.... la Marta.... che rimase

vedova con quei bambini.... le ho vendute. — Angelica chinò il capo,

non disse più nulla, e passando il dorso della mano sugli occhi andò a

rinchiudere il cassettone; poi tutta affaccendata e silenziosa si mise

a dare un’ultima mano alla sacca di viaggio.

Don Cornelio partì la mattina seguente nel solito legnetto del paese,

dopo aver detto la messa di buon’ora. Assicurò la sorella e don Luigi

che non sarebbe rimasto fuori che tre giorni; disse quattro parole a

_Ugolino_ per persuaderlo che le visite ai Monsignori non erano affar

suo, e che questa volta bisognava restar a casa; poi tutto contento

montò nel legnetto e partì. Faceva freddo, tirava vento, ci si gelava

in quel legnetto, ma don Cornelio tutto intento a ruminar discorsi

non se ne accorgeva neppure. Pensava e ripensava a tutte le cose che

avrebbe detto il giorno dopo a Monsignore; le metteva in ordine; ne

fissava i punti principali, e concludeva che più convincenti di così

non potevano essere. Poi col pensiero correva al momento in cui sarebbe

tornato a casa glorioso e trionfante; prometteva a sè stesso di far

subito una corsa a Santa Maria della Neve, e gli pareva già d’esser in

mezzo a quei suoi poveracci a dir loro le buone nuove che portava dalla

città. Le lunghe ore del viaggio gli passarono senza accorgersene; era

già arrivato, e non aveva ancora finito di discorrerla tra sè.

Ben più lunghe dovettero poi parere le ore a chi lo aspettava di

ritorno. Passarono i tre giorni, venne la sera del quarto, e don

Cornelio non era ancora tornato. Don Luigi andava di tanto in tanto

sulla strada per incontrarlo, spiava da lontano, domandava a chi

veniva se avesse veduto il curato, ma inutilmente. Or piovigginava,

or nevicava, e don Luigi e Angelica si consolavano dicendo: “con

questo tempaccio ha fatto benone a non mettersi in viaggio„; poi si

lasciavano con una certa inquietudine in cuore, e don Luigi riapriva

il suo ombrello e tornava a far quattro passi sulla strada. Il

sindaco che aveva risaputa la chiamata alla Curia e la partenza di

don Cornelio, era venuto un par di volte per domandar s’era tornato,

e anche lui non era quieto, e per di più lo andava ripetendo. Il

legnetto che riconduceva don Cornelio, non fu veduto spuntar da

lontano che al tramonto del quinto giorno. Il legnetto veniva

penosamente, con le ruote che sprofondavano nella neve e nel fango; il

vetturino sonnecchiava, e il cavallo faceva delle fermate frequenti

e meditabonde. Don Cornelio che se ne stava tutto rannicchiato e

intirizzito, come vide da lontano il campanile della sua chiesa balzò

dal legnetto, e con passo concitato e frettoloso s’avviò a fare a

piedi le ultime miglia del suo viaggio. Cadeva un fitto nevischio,

portato a tratti turbinosamente dal vento che scendeva rabbioso dalle

vicine vette dei monti; e don Cornelio camminava scoprendosi ogni

tanto il capo e passando una mano ne’ capelli, come quando tornava a

casa accaldato, sotto a un cielo sereno. Camminava a capo basso, e

quando un colpo improvviso di vento gelato gli faceva sollevare il

viso, mandava uno sguardo al campanile della sua chiesa che gli stava

dinanzi in fine della strada; lo guardava fisso, e la sua faccia allora

prendeva l’espressione di un acuto dolore; allora mandava qualche lungo

sospiro, e pronunziava a voce alta qualche parola, or di dolore, or di

rassegnazione, con cui pareva volesse allontanare un pensiero costante

e tormentoso. “Meglio così! meglio così!„ esclamava “così sia.... e

ne sia lodato il cielo!...„ Ma in quella rassegnazione c’era tanta

mestizia che avrebbe mosso ancor più a pietà chi lo avesse ascoltato.

Gli ultimi chiarori del crepuscolo eran scomparsi, quando don Cornelio,

intirizzito, inzuppato di mota e di neve, si trovò a un tratto nelle

braccia di don Luigi che, veduto il legnetto da lontano, era corso

incontro tutto giulivo al curato.

Si pensi con quante esclamazioni, e con che subisso di domande

l’accogliessero, oltre don Luigi, la sorella e il sindaco, il quale da

due sere veniva ad aspettarlo piantandosi in cucina, piacesse o non

piacesse alla signora Angelica. Don Cornelio che avrebbe preferito

risponder a tempo e luogo, e a tutti e tre separatamente, cercò di

sviarli con qualche risposta evasiva, ed occupandoli intanto tutti e

tre a fargli una fiammata, ad asciugargli i panni, e ad ammannirgli la

cena. — Oh, adesso diteci su qualcosa!... — andava ripetendo ogni tanto

la signora Angelica. — Cos’ha detto Monsignore a vedervi arrivare con

questo tempaccio?

— Oh, sì proprio un tempaccio.... — ripeteva don Cornelio.

— E dite un po’.... — ripigliava Angelica poco dopo. — Dicono che

Monsignore sia così una brava persona! e che abbia poi un’aria così

veneranda!...

— Non prendo altro, — rispondeva don Cornelio dopo una pausa — questo

freddo mi ha tolto la fame. Bevo ancora un bicchier di vino, poi vado a

letto.

— Eh, ma prima bisogna pur raccontarci qualche notizia della città —

saltò su il sindaco. — Non vede che siamo qui tutti ansiosi di saper

qualcosa!...

— Cosa volete che vi dica? In città ci sono arrivato colla pioggia, e

sono ripartito con la neve. Un ventaccio poi!... figuratevi che... —

E cominciò a raccontare le piccole peripezie del suo viaggio, ma si

capiva che pensava intanto a tutt’altro. Era impacciato, abbattuto

e pronto a stizzirsi coi suoi interlocutori; i quali intanto lo

guardavano stupiti, si rammentavano di tutto il buon umore con cui

cinque giorni prima era partito, e si persuadevano in cuor loro sempre

più che qualcosa di nuovo c’era; che c’era una novità di sicuro, una

novità che il curato stentava a dire, qualche brutta novità, insomma.

Non pensarono che appunto per questo fosse meglio lasciarlo in pace; ma

furon presi tutti e tre da una grande impazienza di farlo parlare. Il

sindaco, meno riguardoso degli altri, cominciò a fargli cinque o sei

domande alla fila, poi saltando il fosso senza saperlo. — Insomma, —

conchiuse; — ce lo porta questo curato per Santa Maria della Neve?...

— Sì! — rispose risolutamente don Cornelio, deciso a finirla anche lui.

— Sì, sì, ve lo porto. Il curato per Santa Maria è fatto! Tra otto

giorni ci andrà a prender possesso!

— Oh! — esclamarono in coro gli altri tre; — E si può sapere chi sia?

— Io! — esclamò don Cornelio alla sua volta. — Sì, io! — E rizzandosi

si mise a camminare tutto concitato per la cucinetta, intanto che gli

altri lo guardavano stupefatti, perplessi. — Sicuro, ci vado io! —

riprese dopo alcuni minuti di silenzio, e cercando di rimettersi in

calma. — L’avete voluta la notizia? Eccola!... Già ve l’avrei detta

domani a tutti perchè è cosa fatta, nè c’è più rimedio.... e poi non

si poteva fare diversamente.... Dunque bisogna mettere il cuore in

pace... Sicuro che a mutar di paese dopo trent’anni.... è un pensiero

che trafigge l’anima!... Ma sarà per il meglio.... bisogna rassegnarsi

e pensare che ci sono anche quei poveracci di Santa Maria....

Angelica e don Luigi guardavano il curato con gli occhi spalancati, ed

eran presi alla strozza da un nodo che impediva loro di parlare e quasi

di riavere il fiato. Il sindaco, dopo il primo stupore s’era fatto

tutto acceso in faccia, e fissando il curato come un colpevole côlto

a far legna su quel del comune. — Ah! avevo capito io che c’era del

mistero! — cominciò a dire. — Dunque lei ci pianta! Ma bene!... Cosa le

han fatto di male quei di Orobio per piantarli così sui due piedi?

— Ma che piantare! — riprese don Cornelio.

— Una delle due: o è lei che ci pianta, o è la Curia che lo manda via,

o qualcuno le ha fatto un tiro!

— Niente di tutto questo....

— È il Vicario che la manda via!

— Il Vicario è stato gentilissimo, è stato con me d’una degnazione...

d’una gentilezza....

— Allora è stato proprio lui!... Lei è l’uomo della buona fede, e

laggiù alla Curia son tutti volponi dal primo all’ultimo.... volpi

vecchie, che quando annasano un pulcino...

— Non dica spropositi!... Voler parlare e non saperne niente....

— Oh, dica su, dica su! Sentiremo! Vedremo!

— Sì, ma mi lasci parlare. Monsignor Vicario, m’ha fatto entrar subito,

m’ha fatto sedere accanto a lui, m’ha dette tante cose che proprio

restai lì confuso....

— Tutto cortesia, tutto mellifluo.... già, già.... mi par di

vederlo.... E in conclusione?

— Mi lasci parlare. E, in conclusione, voleva che venissi in città,

e mi offriva un posto ora vacante, di canonico in Duomo. — Troppo

onore, troppo onore! — esclamai io. — Ma le pare, Monsignore?... non

sono posti per me; io non sono che un povero prete campagnolo! — Ma

Monsignore insisteva, e allora, aprendogli il mio cuore, gli dissi

che, sebbene vecchio, mi sentivo ancora tanto in forza per continuare

a fare il curato, che amavo vivere in mezzo ai contadini, in mezzo ai

poveri, che in città sarei morto di malinconia, e che proprio davvero

quel canonicato del Duomo non l’avrei accettato mai. Monsignore diventò

a un tratto tutto pensieroso, fece la faccia seria, anzi un pochino

accigliata a dire la verità.... ma già l’avevo contrariato forse un po’

troppo. Io allora, mutando discorso, gli parlai di Santa Maria della

Neve, e finii col domandargli se si poteva sperare che ci destinasse

qualche bravo soggetto. Monsignore mi disse di no, e anzi mi fece

proprio persuaso che per ora almeno bisognava abbandonare affatto la

speranza. Si pensi se ne rimanessi mortificato!... Eravamo là senza

parole tutt’e due, quando Monsignore, rompendo il ghiaccio prese a

dirmi che mi voleva fare una confidenza; sempre però con quella faccia

seria, che mi metteva suggezione. Mi domandò come mai mi fossi fatto

prendere in urto da una famiglia molto rispettabile, e da una gran dama.

— Ah, ci siamo! — borbottò tra sè il sindaco.

— Da una gran dama tutta pietà e carità venuta da poco nel paese di

Orobio. Mi confidò che alla Curia c’erano dei ragguagli in proposito

sfavorevoli per me s’intende, e che da molti mi si faceva una partaccia.

— Ah, bricconi!

— Che insomma su di me s’era addensato un temporale, e che m’aveva

chiamato anche per sentire le mie giustificazioni. Giustificarmi! La

cosa mi sembrava tanto facile che non mi mancaron le parole; e lì per

lì raccontai per filo e per segno quel che c’era stato tra me e donna

Fulvia, e quei pochi fatterelli di quest’autunno. Mi pareva d’essermi

giustificato più del necessario; ma se ho a dirla, Monsignore non si

rasserenò neanche per questo; e come ebbi finito, crollò il capo....

poi, fissandomi seriamente, mi disse asciutto asciutto: — “Peccato...

è una disgrazia; ma non ci vedrei altro rimedio; ed è perciò che non

essendoci disponibile nella diocesi una parrocchia adattata a lei,

le aveva offerto il posto che abbiamo vacante in Duomo. Peccato!...

Quell’egregia famiglia non metterà più piede in Orobio, certamente;

me ne duole per quel povero paese che stava per ricevere de’ grandi

benefizi, dei benefizi veramente eccezionali!... Basta si consulti

colla propria coscienza... e ci pensi.„ — Che colpo furono per me

quelle parole! Era poi un piovere sul bagnato, perchè anch’io più d’una

volta avevo detto a me stesso: “se donna Fulvia mi vede di mal occhio,

non è meglio che me ne vada.... e che lasci libero il campo a chi può

far del bene più di me?„ Rimasi lì turbato, confuso, senza aprir bocca,

finchè Monsignore levatosi in piedi mi congedò dicendo: — “Torni tra

due giorni. Ci pensi; mi porti una buona nuova... venga a dirmi che il

canonicato del nostro Duomo ha trovato il suo titolare.„

— Ah bricconi! — gridò questa volta il sindaco scattando. — Lo sapevo

io!... donna Fulvia e quel _collo torto!_... Che tiro da maestri!

Angelica piangeva, e don Luigi cercava di confortarla dicendole qualche

parola sotto voce. Don Cornelio, che s’era fatto in quel momento tutto

acceso in faccia, asciugandosi la fronte e gli occhi, dopo una pausa

continuò: — Che notte! che notte ho passato! La prima luce del mattino

mi trovò ancora vestito e col lume acceso. Allora stanco, sfinito,

caddi in ginocchio, e domandai al Cielo una risoluzione. La risoluzione

venne, pronta, irrevocabile. Avrei voluto correre subito da Monsignore,

ma dovetti aspettar due giorni, e lottare ancora contro quel tormento

che avevo appena soffocato nell’anima. Passati i due giorni mi

presentai a Monsignore: “Dunque l’abbiamo tra i nostri canonici?„ mi

domandò. “No,„ gli risposi, “vado a Santa Maria della Neve.„ Monsignore

sulle prime non voleva credere, poi voleva che ci riflettessi ancora;

ma questa volta mi sentivo meno timido anch’io, e lo pregai di non

insistere, lo pregai di non turbare la mia risoluzione, di lasciarmi

partir subito, e di farmi aver subito la lettera di nomina.

Angelica diede in un nuovo e più dirotto scoppio di pianto, e il

sindaco sbattè a terra rabbiosamente il cappello a cencio che aveva tra

le mani.

— Oh! se ho sbagliato, non sgridatemi, — esclamò don Cornelio — perchè

ho sofferto troppo!

Ci fu un lungo silenzio, finchè il sindaco, ripreso il suo cappello, se

lo ficcò in capo fino agli occhi, e si rizzò dicendo: — Buona notte! —

Andò fin sull’uscio, poi tornò indietro. — Ma questa poi non la mando

giù! — esclamò girando tutto concitato per la cucinetta. — Cercheremo

qualche cosa anche nella legge se occorre.... e se nella legge non ci

sarà nulla, allora poi la vedremo! Oh, se ne vedranno delle belle!

Perchè questa è una prepotenza!... Noi non le vogliamo le elemosine di

quella vecchia strega....

— Oh, per carità, non dite spropositi! — saltò su don Cornelio.

— Lo so, lo so, lei è capace di pigliarne anche le difese! Basta, non

le dirò altro in questo momento, perchè rispetto troppo il suo dolore;

ma anche lei ha commesso una grande.... e a cascarci in questa trappola

ci voleva proprio....

— Meno male, se la pigli pure con me.

— Non me la piglio con lei, ma qualcuno la pagherà! E prima che un

altro curato metta i piedi in questo paese!...

— Cosa vorrebbe fare? — gli domandò in tono severo don Cornelio. — Mi

vuol dare anche lei delle nuove afflizioni! E sceglie proprio questo

momento?

— Io non voglio.... io non dico niente — riprese il sindaco. — Quello

che voglio è che il nostro curato rimanga con noi! — E tutto commosso

strinse vigorosamente don Cornelio nelle sue braccia. Poi si calcò

di nuovo il cappello sul capo, e diede a tutti la buona notte. Ma

sull’uscio si fermò ancora, come non potesse passar quella soglia. —

No, questa non la mando giù! — gridò voltandosi indietro e alzando il

braccio in atto di minaccia.

— Mio buon amico ne la prego! — esclamò don Cornelio, — la prego a

esser prudente! a esser calmo!

— Sono calmissimo. Ma se la dovrem vedere questa prepotenza in

Orobio.... oh, allora si vedranno anche delle legnate! — E se ne andò

precipitosamente.

Il curato d'Orobio · 第 23 / 33 题