Alcuni giorni dopo, la carrozza di donna Fulvia, in completo assetto di
viaggio, usciva di buon’ora dal portone del palazzo, e s’avviava per la
strada maestra d’un trotto ancor più pacato e solenne di quello delle
gite o delle trottate consuete. Nella carrozza, accanto a donna Fulvia,
c’era la marchesa Bianca, e sedevano davanti Cristina e la cameriera
che teneva in grembo _Fleurette_, ravvolta in uno scialletto. Donna
Fulvia aveva la faccia ancor più raggrinzita del solito; e Cristina
aveva nascosta la sua dietro un velo fitto, perchè non le vedessero
in quel momento la commozione del suo animo. Per quanto Cristina
fosse oramai abituata alle risoluzioni improvvise della zia, e delle
quali la zia non soleva dar troppi conti, pure questa volta era tutta
agitata e non sapeva scacciare i tristi pensieri che venivano, come un
temporalaccio, a offuscarle quel bel cielo che due giorni prima sul
viale del monte, le era parso così sereno e promettente. Essa partiva;
partiva quel giorno stesso in cui aveva sognato di vedere Enrico
accolto in casa della zia, e accolto come suo sposo; partiva senza
averlo neppur riveduto, senza aver più saputo nulla di nulla, senza
avere neppur salutato don Cornelio, senz’aver dato un bacio alla buona
signora Angelica!
Il giorno prima, donna Fulvia aveva avuto una visita improvvisa e
breve di don Innocente. Nessuno in casa ci aveva badato, perchè da
qualche tempo eran soliti tutti a vedere don Innocente fare a donna
Fulvia di queste visite brevi, e nelle ore che non eran quelle de’ suoi
ricevimenti: anzi ai ricevimenti lo vedevano ben di rado. Non erano
affar suo; ci si giuocava, tra l’altre, con certe carte così pulite che
gli mettevano suggezione; e poi non c’era caso di vederci un bicchiere
di vino. Don Innocente veniva nella giornata a dare a donna Fulvia le
notiziette raccolte ne’ suoi giri per i paeselli e per le sacristie, ci
metteva all’occorrenza un po’ di frangia e un po’ di commenti del suo,
e poi se ne andava con la faccia ilare, o compunta, a seconda della
faccia che gli aveva fatto donna Fulvia. Questa volta la notizietta
era ch’era stato veduto in un legnetto, che andava nella direzione di
Orobio, “quel giovane di cui si prendeva cura don Cornelio, e che don
Cornelio aveva mandato in paesi lontani con scandalo di tutti i buoni.„
Dopo quella visita aveva fatto chiamare in fretta il padre Felice, e
poco dopo aveva annunziato che un affare la chiamava a Milano, e che
dovevano partir tutti la mattina seguente.
Nel fare i preparativi per la partenza tutti in casa si eran domandati
l’un l’altro cos’era successo; e stringendosi nelle spalle, erano
andati ripetendosi l’un l’altro la risposta asciutta e alquanto
misteriosa di donna Fulvia. Cristina era corsa tutta affannata
ad interrogarne la cugina, e anche questa non aveva saputo darle
che la stessa risposta. E ora Cristina cercava di persuadersi che
quella risposta fosse la vera; ma intanto aveva una grande angoscia
nell’animo; e mentre la carrozza si allontanava da Orobio, guardava
traverso lo sportello, con un senso di dolore e di invidia, i viandanti
che risalivano la valle, i contadini chinati sulle vanghe, i poverelli
che stendevano la mano, fin le piante, i camperelli, le siepi che mano
mano lasciava dietro di sè.
Una certa curiosità di conoscere il motivo di quella partenza
improvvisa l’aveva anche il marchese Ettore, e appunto in quell’ora
stessa cercava di risaperne qualcosa dal padre Felice, il quale se ne
schermiva nel miglior modo, non parendogli quello il momento opportuno
per parlare. Il padre Felice e il marchese viaggiavano insieme in un
legno separato. Avevano preceduto donna Fulvia, e non facevano che per
un tratto la stessa strada, dovendo essi a un certo punto della valle
prender quella che conduce alla città capoluogo della provincia. Il
padre Felice aveva detto d’esserci chiamato da qualche suo affaruccio;
e il marchese, che non si dilettava troppo dei viaggi in famiglia,
aveva trovato anch’esso il suo pretesto, ch’era quello di dare
un’occhiata alla città, che non rivedeva da un pezzo, e dove c’erano
dei monumenti e delle cose d’arte che, a sentirlo, gli stavano tanto a
cuore. I due compagni di viaggio giunti alla città si separarono. Il
marchese, dopo aver gironzato il giorno appresso entrando in qualche
bottega d’antiquario e comperando un po’ di ciarpe vecchie, ripartì la
sera per Milano. Il padre Felice invece vi si trattenne otto o dieci
giorni, che impiegò in visite, in paroline, in discorsi, con pesci
grossi s’intende, tutto a inchini e sorrisi sempre eguali, come li
sa fare un buon diplomatico, sia che si tratti di metter pace, o di
addensar su qualcuno un temporale. Così, quando ritornò a Milano, potè
intrattenere a lungo donna Fulvia sui favorevoli risultati della sua
missione, che questa volta crediamo non fosse quella di metter pace.
La venuta di Enrico e la partenza di donna Fulvia non erano per Orobio
due avvenimenti così piccoli da passare inosservati. Il mistero e la
curiosità, ch’ebbe sempre molte attrattive per gli abitanti d’Orobio,
non mancarono anche questa volta di eccitare gli animi e di dar materia
a discorsi che non finivan più. C’era chi diceva d’aver veduto Enrico
entrare in paese a piedi, e chi in carrozza; chi sapeva di positivo che
la persona arrivata non era Enrico, e chi, senza pronunziarsi nella
questione, asseriva d’averlo veduto partire in un legnetto, di notte,
dopo la partenza di donna Fulvia. E anche sulla partenza di donna
Fulvia quanti commenti non si facevano, e quante non se ne dicevano!
Il sentimento generale era quello di sentirsi tutti, con la partenza
di donna Fulvia, come un gran peso giù dallo stomaco: pareva a tutti
di respirare un po’ più liberamente. E sì che donna Fulvia non era
che al principio della sua missione, come diceva lei, e che tutto il
bene che doveva fare in Orobio non l’aveva che incominciato. Questo
bene l’avevano aspettato tutti a bocca aperta, ma ci avevan sentito
subito un certo sapore così acido che aveva tolto a tutti la voglia di
gustarne dell’altro. Anche in Orobio donna Fulvia per beneficare non
posava da mattina a sera; beneficava per forza, e guai a chi non ne
volesse sapere. Anche in Orobio donna Fulvia strapazzava tutti per il
loro bene; correva a dare ai poveri sussidi, e lavate di capo; e fin
le medicine che portava agli ammalati, non le parevano salutari se non
accompagnate da una solenne ramanzina. Anche in Orobio non le era mai
parso d’aver fatto completamente il suo dovere, se non quando avesse
accompagnato un beneficio con la mortificazione di qualcuno. Tutti
dunque tirarono un gran sospiro quando seppero che quella provvidenza
del paese era partita colla famiglia e coi bauli.
Anche nella bottega dello speziale per parecchie sere non si parlò
d’altro. Lo speziale pretendeva d’aver tutto preveduto fin dal primo
giorno in cui donna Fulvia era arrivata in paese, e diceva che anche
da certe ordinazioni e da certe ricette aveva subito arguito con che
carattere si avrebbe avuto a fare. Quella partenza non era per lui
che un fenomeno flogistico. La parola era capita poco, ma i suoi
ascoltatori se ne accontentavano, e avevan l’aria di convenirne. Tutti
poi, di tanto in tanto, guardavano in faccia al sindaco, il quale ne
sapeva quanto gli altri, e taceva. Il sindaco era andato due o tre
volte da don Cornelio per venir in chiaro di qualche cosa, ma aveva
sempre trovato l’uscio chiuso. Alla fine s’era imbattuto nella signora
Angelica dalla quale aveva udito che il curato era a Santa Maria della
Neve. La signora Angelica però era stata veduta andar in chiesa e
accendere un lumicino alla Madonna. Dunque qualcosa ci doveva essere.
Ecco perchè il sindaco meditava e taceva.
Santa Maria della Neve era un povero villaggio della parte alta della
valle, a più che mille metri sul livello del mare, e dove abitavano, o
meglio facevan capo, dugento famiglie circa di pastori, che nell’estate
si spargevano per i pascoli montani, e nell’inverno si rintanavano in
un gruppo di casucce, intorno ad una chiesetta che appunto dava loro il
nome. Santa Maria della Neve da parecchi anni era senza curato; dopo
l’ultimo che c’era morto, non se n’era ancor trovato uno da mandarci.
Era una cura che aveva in tutto dugentocinquanta lire di rendita e
un magro orticello; gl’incerti poi erano un po’ di cacciole, qualche
capretto, e qualche bracciata di legna che i parrocchiani portavano
al curato quando benediva una bestia ammalata, battezzava un figlio
maschio, o faceva un po’ di scuola nell’inverno. Don Cornelio che vi
andava di tanto in tanto, e vi mandava ogni domenica il suo coadiutore,
o qualche prete dei dintorni, aveva detto a don Luigi che questa
volta gli occorreva di andarci lui, ed era partito sul far dell’alba
accompagnato da _Ugolino_, che lo precedeva tranquillo e serio, come
soleva fare quando capiva che le circostanze richiedevano così. Era
partito desideroso di restar solo per qualche giorno, perchè questa
volta si sentiva accasciato più di quanto non gli fosse mai capitato
in vita sua. Gli ultimi fatti, la ripulsa di donna Fulvia, la venuta
di Enrico, gli avevan fatto passare delle brutte ore, e gli avevan
lasciato un grande abbattimento nell’animo. Ai dolori della vita non
era nuovo; ma questa volta non sentiva più in sè quella vigoria che
in circostanze anche più gravi aveva avuto sempre, e per sè e per gli
altri. Egli stesso stupiva di sè medesimo, e nel salire per l’erta
che menava a Santa Maria della Neve, non ritrovava più neanche la sua
buona gamba; la strada gli pareva più faticosa, il suo passo s’era
fatto più lento e più grave. Più volte s’era fermato, s’era seduto,
e asciugandosi la fronte aveva detto, pieno di scoraggiamento: “Sei
vecchio, vecchio, povero Cornelio!... La mia missione quaggiù è
finita... c’è qualcosa che me lo dice!„
A Santa Maria della Neve si fermò cinque o sei giorni, e per la
prima volta dopo tanti anni ritornò alla sua cura a malincuore. Quei
casolari, quella chiesetta, quei pastori, avevano avuto per lui
un’insolita attrattiva. La sua anima afflitta ci aveva respirata la
pace; e il suo cuore scoraggito, ma ch’era sempre pur quello, ci aveva
trovato uno spiraglio da cui aveva come intravveduto un nuovo campo
dove gli rimaneva ancora un po’ di bene da fare. Non è a dire poi
quante feste non gli facessero quei montanari che lo vedevano per la
prima volta trattenersi parecchi giorni in mezzo a loro. E don Cornelio
se ne staccò con dolore, conservando in un cantuccio del cuore il
nome di Santa Maria della Neve come un’invocazione di pace, e di cure
benefiche e contente.
Mentre don Cornelio guardava mestamente il cielo da Santa Maria della
Neve, come dalla sua ultima tappa, Enrico dal ponte d’un battello,
che viaggiava da Genova a Napoli, guardava il cielo anch’esso con
l’occhio fisso e desolato. Ma il suo cielo aveva un vasto orizzonte,
e la sua disperazione era pur quella de’ giovani, in fondo alla quale
c’è spesso tutto un mondo di speranze. Da quel momento in cui, con
l’animo straziato, aveva dovuto ripartire da Orobio, Enrico non aveva
fatto che richiamare le parole di don Cornelio, il triste annunzio che
gli aveva dato, e i suoi conforti mesti e sfiduciati. Le richiamava a
una a una quelle parole e le meditava: ci trovava in tutte la conferma
inesorabile della sua disgrazia; pensava che per lui la era finita,
che speranze non ce n’eran più, che il meglio era morire.... ma poi
concludeva che nessuno al mondo gli avrebbe tolto Cristina. E allora
tutti i suoi pensieri riprendevano la strada delle speranze; sognava
mille casi, mille combinazioni che potessero mutare quella triste
realtà; e faceva disegni e propositi, come se già gli si fosse aperto
uno spiraglio di avvenimenti più lieti. Ma i nuovi sogni svanivan
presto, e dietro loro stava sempre la triste realtà, immobile, intera.
Enrico doveva rimanere a Napoli, col suo compagno, due mesi; e si pensi
se gli dovevano parer lunghi. Egli aveva confidato tutto, anche i suoi
ultimi casi, a sir Arturo; e il suo unico sollievo nelle poche ore di
riposo era quello di ripetergli la sua storia dolorosa, rifacendola
ogni volta da capo, confidandogli le sue angosce, e domandandogli
consigli e conforti. Ma i conforti di sir Arturo, brevi ed asciutti,
non eran quelli che avrebbe voluto Enrico: “Star fermo nel proposito
fatto, diceva sir Arturo, ed aspettare; aspettare anche vent’anni
calmo e lavorando.„ Allora Enrico scriveva delle lunghe lettere a don
Cornelio; ma anche queste non ricevevano che delle tarde risposte,
affettuose e meste, piene di buoni consigli, ma senza nessuna di
quelle notizie ch’egli aveva più ansiosamente domandate, senza una
notizia sola di Cristina. “Star fermo ed aspettare„ gli tornava a dire
sir Arturo; e Enrico, ripetendo queste parole a sè stesso, cercava
imporsi per qualche tempo un poco di calma, ma poi alla fine dava in
uno scoppio di pianto. Un giorno però sir Arturo venne a dargli una
nuova che gli ridestò tutti i suoi sogni, tutti i suoi disegni, e a
mettergli il cuore in festa. Gli disse che passati i due mesi, sul
finir dell’anno, sarebbero andati a Livorno, e che poco dopo sarebbero
ripartiti per l’alta Italia, e forse per Milano.
Anche per Cristina quei due mesi di novembre e di dicembre non furono
meno mesti e meno pieni di angosce. Dopo il ritorno in città, essa era
tornata alla solita vita casalinga e monotona, e tutto in casa di donna
Fulvia aveva ripreso l’andamento uniforme di prima. Cristina ascoltava
attentamente ogni parola, osservava ogni atto di donna Fulvia e degli
altri tutti della famiglia, senza che le riuscisse mai di scovrir nulla
di ciò che era tanto ansiosa di sapere. Alle volte le era parso che la
zia fosse preoccupata un poco più del solito; ma nè lei, nè nessuno di
casa, dal giorno in cui erano tornati in città, non avevan più nominato
nè Orobio nè don Cornelio, come se non fossero mai esistiti.
Don Cornelio, in quell’ultimo dialogo scabroso che c’era stato tra
lui e donna Fulvia, non aveva avuto nè il tempo nè il coraggio di
dire che Cristina sapeva quale incarico gli avesse dato Enrico, e che
ne aspettava la risposta con eguale ansietà. Ripensandoci, dopo la
partenza di donna Fulvia, ne aveva avuto rimorso, poi gli era anche
sembrato che gli rimanesse ancora un dovere da compire verso Cristina,
il dovere doloroso di confortarla alla rassegnazione. Ma come compirlo?
Pensò al padre Felice che s’era mostrato tanto cortese con lui, e
che gli pareva fatto apposta per una missione delicata e amichevole.
Detto fatto, gli scrisse una lunga lettera raccontandogli tutto alla
distesa, incaricandolo di dire ogni cosa a donna Fulvia, e pregandolo,
infine, di far le sue veci presso Cristina per disporla, se proprio era
necessario, al sacrifizio. Il padre Felice consegnò subito la lettera
del curato a donna Fulvia, e si pensi che esclamazioni, che chiasso!
Ma poi, tornata la calma, donna Fulvia, dopo molte consultazioni, finì
col seguire il consiglio del padre Felice, ch’era quello di non dir
nulla a Cristina, di contenersi come se non sapesse nulla di nulla, di
mostrarsi con lei sempre più dolce e affettuosa, e di pigliar tempo;
il qual tempo, abituato com’è a farne dimenticar tante delle cose
a questo mondo, si sarebbe presa anche questa piccola briga di far
dimenticare a Cristina una fuggevole fantasia da ragazzi. A rispondere
a don Cornelio, a tenerlo a bada, e a rimandarlo soddisfatto con poco,
ci avrebbe pensato lui, il padre Felice; cosa che non gli pareva molto
difficile.
Cristina dunque aveva un bel stare attorno alla zia; la zia era
muta come una statua, e l’interrogarla, o il farla parlare, in
simili casi, non era un affar da nulla. Cristina aveva da principio
pensato di scrivere di nascosto a don Cornelio, ma poi non ne aveva
avuto il coraggio. Per un pezzo aveva sperato che un bel giorno le
sarebbero arrivate improvvisamente tante belle notizie, tutte in
una volta: e aspettava il bel giorno; ma i giorni passavano tutti
eguali, lasciandola tutti nell’eguale ansietà. Poi aveva anche un gran
progetto; quello d’aprir l’animo suo con la cugina, di confidarle ogni
cosa, e di invocare la sua protezione e i suoi consigli. Ci si era
anche provata, ma s’era fermata subito scoraggita e dubbiosa. Più d’una
volta aveva principiato a parlare dei giorni della sua infanzia, di
suo padre, del buon curato, del suo paesello; ma la cugina l’ascoltava
con l’aria annoiata, e come chi ha cose di ben altra importanza per la
testa. E infatti, non appena Cristina faceva una pausa, la marchesa
Bianca senza lasciarla finire, entrava di botto nel campo prediletto
de’ suoi discorsi sulle amiche, sulle mode, sulle mille cosucce della
città; e, se era in vena anch’essa di fare delle confidenze, le
confidava in secreto i suoi progetti di _toilettes_ per il carnevale.
Allora Cristina, triste e sfiduciata, tornava sola ai suoi pensieri; e
di tanto in tanto, con gli occhi pieni d’una espressione supplichevole,
guardava senz’avvedersene or l’uno or l’altro.... ma nessuno la
capiva, nessuno le rispondeva. Un giorno, era fin scesa di corsa, e di
nascosto, nel cortile, per interrogare un carrettaio ch’era arrivato
da Orobio. — Ah, cosa c’è di nuovo a Orobio? — le aveva risposto il
carrettaio. — C’è neve a bizzeffe! E le ova poi! da che c’è la strada
ferrata in provincia, fin due soldi l’uno si pagano!... Il curato sta
benone, benone tutti.... ma gran mortalità nelle galline! — E così era
finita anche quella poca speranza nel carrettaio.