Durante la trottata, donna Fulvia non aperse bocca; fu pensierosa e
accigliata per tutta la sera, non fece la partita, e si ritirò presto.
Il giorno dopo cercò de’ pretesti per non uscire, ed insistette
vivamente con suo genero e con sua figlia perchè se ne andassero
soli. Il marchese uscì in carrozza; Bianca preferì di passeggiare con
Cristina, e uscite tutte e due da una porticina in fondo al giardino,
presero la vecchia strada del paese che costeggia il monte, e dalla
quale si va a un bel poggio erboso, per un viottolo, traverso una selva
di castagni, e seguendo un ruscello. Era la passeggiatina prediletta
della marchesa Bianca, e ch’essa chiamava la sua “passeggiata
romantica.„ Aveva anzi un abbigliamento speciale, per quella
passeggiata, che le andava proprio benino e che le piaceva tanto; un
abbigliamento di foggia montanina, fatto apposta per le solitudini, per
quelle specialmente dove si incontra un mondo di gente. Peccato che lì
non ci si incontrasse proprio nessuno; ma come prevederle tutte! Anche
quella volta dunque la marchesa Bianca s’accinse a risalire il ruscello
appoggiata a un sottile e leggiero _alpenstok_ a cerchietti d’argento e
a nappette di seta, e con un libro sotto il braccio; un romanzo tutto a
spasimi d’amore, che leggicchiava da un mese, a poco a poco, e dicendo
ch’era tanto commovente, e tanto interessante.
Donna Fulvia rimasta sola fece chiamare il padre Felice, e diede
l’ordine di dire a chiunque venisse che in quel giorno non riceveva
nessuno. Col padre Felice poi rimase in colloquio per più di due ore,
e parlando sottovoce perchè neanche i muri la potessero udire. Anche
don Cornelio s’era rinchiuso quel giorno nel suo studiolo, dicendo
alla sorella che aveva bisogno di restare per qualche ora tranquillo;
e la signora Angelica che non conosceva ancora la brutta novità, aveva
fatto con gran premura rispettar la consegna, persuasa che il curato
stava studiando qualche panegirico d’impegno. Il povero don Cornelio
veramente non aveva da studiare che la risposta da mandare a Enrico,
e s’era messo a fare e rifare più d’una volta una lettera in cui,
pur dicendogli la verità, avrebbe voluto rendergliela un poco meno
amara e sconfortata. Povero don Cornelio! Egli, che in quel momento
era triste e scorato come non l’era stato mai, non pensava che a un
dolore, al dolore d’Enrico; non aveva che una preoccupazione, quella di
risparmiare all’animo d’Enrico lo sconforto profondo che già sentiva
nel proprio. — “Almeno l’avessi qui, vicino a me, quel figliuolo!„
diceva tra sè. “Me lo piglierei sotto il braccio, e a poco a poco, gli
direi tutto senza dargli il colpo in una volta.... un colpo simile,
all’improvviso! Ma c’è da perder la testa.... e la fiducia nella
vita, che è ben triste per lui, così giovane! Quella bella fiducia,
sicura e baldanzosa, che ci fa veder l’avvenire, a quell’età, come
un campo nostro, e ci anima a seminarlo tutto, come se proprio lo
dovessimo mietere tutto!... Povero figliuolo!... Fosse capitato anche
di peggio, ma addosso a me, che.... sono ormai all’ultim’ora!... Oh
la mia povera speranza di render felici questi figlioli, e di render
quest’ultimo ufficio alla memoria del mio unico amico!... Oh la mia
povera missione!.... Come potrò durarla io in questo paese?.... E non
sarò io un ostacolo.... ai benefici di donna Fulvia?„ — Poi scotendosi
ritornava subito a quel figliuolo. — “Se l’avessi qui! se gli potessi
parlare! Perchè c’è de’ conforti che la voce soltanto li sa dare.
Ma una lettera! Sia pure una risma di carta, è sempre carta! E poi
salterà le pagine, andrà in fondo, andrà alla conclusione, senza
essere preparato da una parola prudente.... da un conforto.... da un
abbraccio. Ma tant’è; e avanti con questa cartaccia!„
Don Cornelio avrebbe penato meno in quelle ore se avesse potuto
immaginarsi che Enrico era in viaggio, e che proprio in quel punto
aveva già intravvisto il campanile d’Orobio. Enrico, dopo aver mandato
quel suo telegramma a don Cornelio aveva ricevuto nel giorno stesso
da Londra una lettera di sir James che gli ordinava di ripartire
sollecitamente per Napoli. Impaziente, inquieto com’era da parecchi
giorni, si crucciava di doversi allontanare ancora di più, prima di
avere quella risposta che doveva dare la certezza e il riposo alle sue
speranze. Dopo un _sì_, gli pareva di poter andare, allegro e felice,
anche in capo al mondo, perchè tutto il mondo sarebbe diventato suo.
Ma con quell’incertezza! C’erano ancora alcuni affari da sbrigare a
Genova, e non avrebbe potuto partire, anche a far presto, che tra
cinque o sei giorni. Gli venne un’idea, e la comunicò subito al suo
compagno di viaggio, il figlio di sir James, al quale del resto aveva
già confidato tutto l’animo suo. Sir Arturo approvò l’idea, che non era
altro che di fare una corsa a Orobio; ed anzi lo incoraggiò moltissimo,
dicendogli che la calma è indispensabile, e che bisogna riaverla subito
se per caso la si perde.
Enrico partì da Genova quella sera stessa, e il giorno dopo giunse
da Milano a quella stazione dove scendono i viaggiatori che vanno a
Orobio. Passò la notte in una borgata vicina, e la mattina seguente
ripartì in un legnetto, col quale piano piano, e rinfrescando un
par di volte, giunse a vista del suo paesello press’a poco nel
momento in cui don Cornelio finiva la lettera, e la marchesa Bianca
e Cristina cominciavano la passeggiata. Per arrivare alla casa del
curato gli bisognava attraversar tutto il paese, incontrar chi sa
quanti, e rispondere a chi sa quante interrogazioni; si immaginò
che tutti l’avrebber fermato, e che tutti gli avrebber letto negli
occhi la ragione di quella sua improvvisa venuta; si fece tutto rosso
anticipatamente, e, detto fatto, prese una risoluzione.
La risoluzione fu di scender dal legnetto prima di arrivare in paese, e
d’andare a piedi alla casa del curato, seguendo la strada vecchia e i
viottoli della costa del monte, dove era più facile il non imbattersi
in anima viva.
Quanti pensieri, quante memorie non gli risvegliavano que’ ciottoli
a uno a uno! A ogni passo gli pareva d’imbattersi in un vecchio
amico; erano ora un tronco spaccato d’un antico castagno, ora un filo
d’acqua che schizzava da un canaletto, or la siepe d’un praticello,
or la scorciatoia nota e sicura; e quell’edera, quelle felci, que’
fiorellini, che s’eran rinnovati sui medesimi cespi, egli andava
mano mano riconoscendoli, e gli parevano amici che l’aspettassero
per richiamargli i begli anni passati, e dargli tacitamente un primo
saluto di Cristina. Buoni e cortesi amici! Quel silenzio poi, quella
immobilità d’ogni cosa, gli davano un senso di riposo e di pace
che, dopo la vita romorosa della città, gli scendeva ancor più caro
nell’animo, e lo forzava a rallentare que’ passi che poco prima erano
così impazienti e frettolosi. Quelle viottole gli parevan più belle
delle strade di Londra, e ogni tanto, senza avvedersene, si fermava a
riconoscere uno di quei tanti amici, e a respirare una larga boccata di
quell’aria sottile e profumata che scendeva dalla montagna.
“Brezzolina gentile!„ esclamò a un tratto Enrico fermandosi, e
sorridendo. “Come ti affiderei volontieri un bacio se tu mi dicessi
che nello scendere al piano andrai a susurrare tra i corridoi d’un
palazzo, o a stormire tra le frasche d’un giardino.... No, no non te lo
affiderei„ soggiunse poi subito “non ne avrei il coraggio!„ E in quel
momento le frasche stormirono intorno a lui, ma con un romorìo insolito
e che pareva quello del fruscìo d’una veste, o dei passi leggeri d’un
capriolo sull’erbe selvatiche. Enrico stette a sentire, si guardò in
giro, e vide a pochi passi Cristina che scendeva traverso i cespugli
per raggiungere anch’essa la vecchia stradicciuola del paese.
— Cristina!
— Oh! — E non seppero dir altro; ma si vennero incontro correndo, si
presero la mano, si fecero tutt’e due rossi rossi in faccia, e rimasero
impacciati come se le piante all’ingiro avessero in quel momento
spalancato tanto d’occhi. Ci fu un minuto di silenzio, che fu presto
rotto da una nuova esclamazione che esprimeva meglio, questa volta,
la sorpresa e la gioia. Enrico cominciò a spiegare come avesse preso
quella strada, senza ancor dire perchè ci fosse venuto; e Cristina
che, aiutata da lui, era scesa intanto sulla viottola, gli andava
dicendo anch’essa come mai fosse lì, e l’invitava a seguirla verso
un praticello poco distante dove l’avrebbe presentato alla marchesa
Bianca, e dove avrebber fatte insieme un monte di chiacchiere lunghe e
belle.
Enrico obbedì, e si mosse mandando innanzi i passi più lentamente
che poteva, guardando in silenzio or Cristina or i ciottoli della
stradella. Poi a un tratto si fece coraggio, e prese a dire: — Oh ma io
ho qui sul cuore un monte di cose che vorrei dire.... che non so se le
potrei dir tutte, neanche tra noi soli; a quattr’occhi.... Ma se poi mi
vedrò dinanzi questa signora marchesa che non conosco....
— Mia cugina non è fatta per dar soggezione; è buona, mi vuol bene, è
poi tanto gentile....
— Gentilissima, me lo immagino, ma m’immagino anche che, quando me la
vedrò dinanzi, io non saprò aprir bocca, e rimarrò lì....
— Ah, se poi il signor Enrico è venuto da Londra apposta per non dir
nulla! — esclamò ridendo Cristina.
— La signora Cristina dice bene!... ma tant’è, e quasi non so aprir
bocca e mi confondo in questo momento stesso in cui siam soli. Una
volta è vero non succedeva così. Questa costiera, queste viottole,
mi ricordan bene come mi pareva facile un tempo il dire ogni mio
secretuccio, il fare lì per lì le mie confidenze alla signorina che
ci veniva con me. Ma in allora queste viottole le facevo con quella
signorina saltellando e rincorrendoci.... e con quella signorina ci
davamo del _tu_.
— E il _tu_, nell’andarsene, intascò i secretucci, portò via le
confidenze.... È un bel cattivo il signor _tu!_.... Ma ne fu castigato,
e ora gli si può dire che s’è fatto senza di lui....
— Oh! come? In che modo?
Cristina si fermò, ebbe un momento di esitazione, e poi abbassando gli
occhi soggiunse: — Un mese fa lei ha scritto da Londra una lettera
a don Cornelio per dargli una buona nuova.... se ne rammenta?....
In quella lettera c’era un suo secreto.... c’era il richiamo d’un
desiderio del mio povero babbo....
— E quella lettera....
— L’ho letta. — E sugli occhi fattisi a un tratto rossi rossi, le
spuntarono improvvisamente due lacrime.
Enrico le vide, e capì il dolce secreto di quella improvvisa
commozione. L’imbarazzo e le incertezze di poco prima sgombrarono in un
subito dal suo animo, e vi sentì scendere una calma sicura e felice.
— Quella lettera la rammento, — riprese Enrico — o dirò meglio rammento
tutta la gioia di quel giorno in cui la scrissi. Era una gioia grande,
piena di speranze e di sogni che si succedevano l’uno più bello
dell’altro. Quella gioia, mi ricordo si faceva a momenti anche cattiva;
e allora m’assalivano mille dubbi, mille timori e un’ansietà che mi
faceva battere i polsi forte, forte.... e mi faceva soffrire. Ma
ritornava poi subito, la mia gioia, bella e serena come prima. Presi
la penna, scrissi quella lettera; non ricordo più quello che scrissi,
ma ricordo.... che m’impazientivo di non sapermi esprimer bene con don
Cornelio.... e che non era a lui che scrivevo in quel momento!
Cristina gli rispose con un bel sorriso, e s’avviò di nuovo per la
viottola, ma d’un passo più lento di prima.
— Non rammento quello che scrissi... — continuò Enrico camminando
vicino a Cristina — ma cosa potevo dire in una povera letteruccia? A
dire quello che c’è nel mio cuore, a dirlo tutto! ci vorranno tutti i
giorni della mia vita.... L’avvenire saprà parlare per me.... saprà
parlare nella buona come nella cattiva fortuna....
— Oh per quelli che si voglion bene non ci può essere cattiva fortuna!
— osservò Cristina.
— Sì, sì, è vero, e posso ben dirlo io! — esclamò con entusiasmo
Enrico. — Ma se don Cornelio m’avesse risposto — riprese poi subito
con una certa ingenuità — ne potrei essere ancor più sicuro. Ma perchè
non m’ha ancor risposto? Ero un po’ sulle spine a dir la verità. Ne
ho fatti dei pensieri! O c’è un intoppo, perchè di peggio non voglio
pensare, o c’è una bella sorpresa.... Oh Cristina, lei forse lo sa!....
ma anche lei tace, come don Cornelio.... Oh non sia cattiva, mi dica,
mi dica!
Cristina che a questo punto non capì più nulla, si fece a interrogare
anch’essa con istanza, con curiosità; e riseppe, raggiante e commossa,
quale incarico Enrico avesse dato a don Cornelio, e quale risposta
aspettasse ansiosamente dalla zia.
— Fu ieri, ieri! — saltò su Cristina con un grido di gioia — che don
Cornelio parlò alla zia! Ci andò di mattina, che è un’ora insolita per
lui, e ci stette un gran pezzo; me lo ha detto mia cugina Bianca.... —
E s’interruppe, rimanendo a un tratto sopra pensiero, e come colpita
da un ricordo molesto. — Nulla, nulla, oh non sarà nulla, sarà una
combinazione, — continuò poi, rispondendo a Enrico che s’era accorto
di quel cambiamento improvviso, e la interrogava con insistenza e
con ansietà. — Gli è che a mia cugina è parso che don Cornelio fosse
alquanto conturbato, che avesse la faccia diversa dal solito.... ma
mia cugina potrebbe anche aver veduto male! — E tanto lei che Enrico
continuarono la loro strada per qualche minuto in silenzio.
— Ecco come un nulla basta alle volte a far nascere i più tristi
pensieri, — prese a dire Enrico. — Sicuro; io non ci avevo quasi
neanche pensato!.... Se donna Fulvia non volesse!... Se don Cornelio,
mentr’io gli corro incontro tutto in festa, m’accogliesse colla faccia
malinconica di chi ha una triste novella nel cuore....
— Oh cattivo, cattivo, cattivo!... Che pensieri son questi! Di queste
brutte cose non ne possono succedere, no!
— Non son possibili, non ne possono succedere, nevvero?
— E come mai dovrebbero essere possibili? La zia.... è tanto seria,
è vero, ha le sue ubbie, ma poi mi vuol bene.... E il bene che m’ha
fatto? Oh se non c’era don Cornelio, non sarei arrivata da sola a
comprendere tutta la grandezza del benefizio che ho ricevuto! Aveva
ragione don Cornelio di dirmi che ora toccava a me a ricambiarlo,
quel benefizio, nel nome santo del babbo, anche a costo di qualunque
sacrifizio, e lo promisi, lo giurai....
— Oh, Cristina!
— No, no, Enrico, non mi faccia quegli occhi spaventati! non ci fu
bisogno di nessun sacrifizio. Ho lasciato, è vero, il caro paesello,
la gente a cui volevo bene, i bei prati, le belle montagne.... e
ora sono un uccellino in gabbia.... ecco tutto!.... avrei rimorso
a dire di più. Ed è possibile che chi m’ha fatto tanto bene fin
qui, non voglia compire la sua opera santa.... — E dopo un momento
d’esitazione, riprese timidamente — col dare il suo consenso a ciò che
fu un desiderio di mio padre.... a un desiderio, oh non c’è nessun
male nevvero, a dirlo? a un desiderio mio... e che mi pare ogni giorno
di sentir più fortemente.... e che m’accompagna sempre.... fino a
diventare alle volte tormentoso, a diventar tanto cattivo, da farmi
piangere?... Eppure, anche quando è cattivo, non lo so mandar via,
perchè mi è tanto caro....
— Oh la buona ispirazione che m’ha condotto qui! È dunque scritto in
cielo ch’io l’avrò questa felicità! Oh come è bella la vita! Io me la
vedo già dinanzi lieta, felice, tutta lucente d’un sole... che viene
dalla mia anima.... e che è il mio amore. Oh sì, Cristina, lasci che le
dica questa parola... questa parola che il cuore mi va ripetendo senza
posa.... e che presto griderò alta, a tutti, fin che avrò vita.
— E la diremo insieme.... ma allora poi ce la diremo sotto voce
all’orecchio, e sarà anche più bella.... Oh, la voce di Bianca! mia
cugina mi chiama....
— Cristina, Cristina! — esclamò Enrico pigliandole la mano, e
serrandola con passione nelle sue. — Dunque è vero? è proprio vero? non
le è discaro l’amor mio... un po’ di bene me lo vuole?...
— E me lo domanda?
— Oh sì! nulla nulla al mondo mi potrà strappare la mia felicità, lo
giuro! nessuno mi potrà rubare il mio bell’avvenire, il mio bene, non è
vero Cristina?
— Vuole che giuri anch’io? — gli rispose Cristina con un bel sorriso
e stringendogli la mano alla sua volta, nelle sue manine, più forte
che potè. — Or venga con me, spicciamoci, son due passi, lo voglio
presentare a mia cugina....
Enrico avrebbe preferito scansarsene, e balbettò qualche _ma_ e qualche
_se_, ma non era più in tempo. Un passo dopo l’altro, eran arrivati
senza accorgersene al poggio dove la marchesa Bianca s’era fermata
a leggicchiare una pagina del suo romanzo, seduta su un rialzo del
prato, intanto che Cristina s’era allontanata cercando qualche ultimo
fiorellino d’autunno. Quando Enrico e Cristina comparvero sul poggio,
la marchesa Bianca, che aveva chiuso il suo libro da un pezzo, s’era
rizzata in piedi, e si disponeva a muovere incontro alla cugina, dopo
averla chiamata un par di volte. La sua sorpresa nel veder Cristina
accompagnata da uno sconosciuto non fu poca, ma non le fu neanche
discara. A colpo d’occhio capì ch’era un giovine per bene; le parve
anche al portamento, al vestito, che fosse un forestiero, forse un
inglese; pensò subito che finalmente c’era un pubblico per il suo
abbigliamento, tanto carino, e sentì in cuor suo un gran conforto
per questo atto di giustizia. Cristina fece subito alla cugina la
presentazione di Enrico, dicendole in poche parole chi fosse, e per
qual caso si fossero trovati poco prima sulla medesima stradicciuola.
La marchesa Bianca accolse benissimo Enrico, capitato così
opportunamente, e sentendo che veniva da Londra principiò a parlargli
in inglese, e continuò per un pezzo, sebbene Cristina le avesse anche
detto ch’era d’Orobio. Gli chiese dell’ultima _season_ e delle mode; e
Enrico si levò d’imbarazzo dicendole che non aveva veduto nulla di più
bello della _toilette_ che aveva dinanzi in quel momento. La marchesa
si persuase ancor di più d’aver a che fare con una persona di molto
buon gusto, e di molta intelligenza, e lo trattò subito con quelle
maniere gentili che teneva in serbo per i casi speciali. Enrico, che,
anche parlando con la marchesa Bianca, parlava senza avvedersene con
Cristina, rispondeva e discorreva con un’amabilità e con un’eloquenza
che venivano dal cuore, e che aumentavano sempre più la soddisfazione
della marchesa. La quale, dopo aver protratta più che potè, quella
conversazione finì col conchiudere, tra sè stessa, con un giudizio
definitivo, che quel giovine era veramente degno d’aver fatto la sua
conoscenza.
Arrivati al cancello del giardino, Enrico si accomiatò, e la marchesa
Bianca, nel salutarlo, lo invitò a passare una qualche serata in casa
di sua madre, offrendosi essa stessa di presentarlo a suo marito e a
donna Fulvia.
Si pensi con quanta allegrezza in cuore rientrò in casa Cristina; e
con quanta consolazione, con quanti buoni presentimenti, e con quale
ansietà corresse Enrico alla casa di don Cornelio!