XVI.

Durante la trottata, donna Fulvia non aperse bocca; fu pensierosa e

accigliata per tutta la sera, non fece la partita, e si ritirò presto.

Il giorno dopo cercò de’ pretesti per non uscire, ed insistette

vivamente con suo genero e con sua figlia perchè se ne andassero

soli. Il marchese uscì in carrozza; Bianca preferì di passeggiare con

Cristina, e uscite tutte e due da una porticina in fondo al giardino,

presero la vecchia strada del paese che costeggia il monte, e dalla

quale si va a un bel poggio erboso, per un viottolo, traverso una selva

di castagni, e seguendo un ruscello. Era la passeggiatina prediletta

della marchesa Bianca, e ch’essa chiamava la sua “passeggiata

romantica.„ Aveva anzi un abbigliamento speciale, per quella

passeggiata, che le andava proprio benino e che le piaceva tanto; un

abbigliamento di foggia montanina, fatto apposta per le solitudini, per

quelle specialmente dove si incontra un mondo di gente. Peccato che lì

non ci si incontrasse proprio nessuno; ma come prevederle tutte! Anche

quella volta dunque la marchesa Bianca s’accinse a risalire il ruscello

appoggiata a un sottile e leggiero _alpenstok_ a cerchietti d’argento e

a nappette di seta, e con un libro sotto il braccio; un romanzo tutto a

spasimi d’amore, che leggicchiava da un mese, a poco a poco, e dicendo

ch’era tanto commovente, e tanto interessante.

Donna Fulvia rimasta sola fece chiamare il padre Felice, e diede

l’ordine di dire a chiunque venisse che in quel giorno non riceveva

nessuno. Col padre Felice poi rimase in colloquio per più di due ore,

e parlando sottovoce perchè neanche i muri la potessero udire. Anche

don Cornelio s’era rinchiuso quel giorno nel suo studiolo, dicendo

alla sorella che aveva bisogno di restare per qualche ora tranquillo;

e la signora Angelica che non conosceva ancora la brutta novità, aveva

fatto con gran premura rispettar la consegna, persuasa che il curato

stava studiando qualche panegirico d’impegno. Il povero don Cornelio

veramente non aveva da studiare che la risposta da mandare a Enrico,

e s’era messo a fare e rifare più d’una volta una lettera in cui,

pur dicendogli la verità, avrebbe voluto rendergliela un poco meno

amara e sconfortata. Povero don Cornelio! Egli, che in quel momento

era triste e scorato come non l’era stato mai, non pensava che a un

dolore, al dolore d’Enrico; non aveva che una preoccupazione, quella di

risparmiare all’animo d’Enrico lo sconforto profondo che già sentiva

nel proprio. — “Almeno l’avessi qui, vicino a me, quel figliuolo!„

diceva tra sè. “Me lo piglierei sotto il braccio, e a poco a poco, gli

direi tutto senza dargli il colpo in una volta.... un colpo simile,

all’improvviso! Ma c’è da perder la testa.... e la fiducia nella

vita, che è ben triste per lui, così giovane! Quella bella fiducia,

sicura e baldanzosa, che ci fa veder l’avvenire, a quell’età, come

un campo nostro, e ci anima a seminarlo tutto, come se proprio lo

dovessimo mietere tutto!... Povero figliuolo!... Fosse capitato anche

di peggio, ma addosso a me, che.... sono ormai all’ultim’ora!... Oh

la mia povera speranza di render felici questi figlioli, e di render

quest’ultimo ufficio alla memoria del mio unico amico!... Oh la mia

povera missione!.... Come potrò durarla io in questo paese?.... E non

sarò io un ostacolo.... ai benefici di donna Fulvia?„ — Poi scotendosi

ritornava subito a quel figliuolo. — “Se l’avessi qui! se gli potessi

parlare! Perchè c’è de’ conforti che la voce soltanto li sa dare.

Ma una lettera! Sia pure una risma di carta, è sempre carta! E poi

salterà le pagine, andrà in fondo, andrà alla conclusione, senza

essere preparato da una parola prudente.... da un conforto.... da un

abbraccio. Ma tant’è; e avanti con questa cartaccia!„

Don Cornelio avrebbe penato meno in quelle ore se avesse potuto

immaginarsi che Enrico era in viaggio, e che proprio in quel punto

aveva già intravvisto il campanile d’Orobio. Enrico, dopo aver mandato

quel suo telegramma a don Cornelio aveva ricevuto nel giorno stesso

da Londra una lettera di sir James che gli ordinava di ripartire

sollecitamente per Napoli. Impaziente, inquieto com’era da parecchi

giorni, si crucciava di doversi allontanare ancora di più, prima di

avere quella risposta che doveva dare la certezza e il riposo alle sue

speranze. Dopo un _sì_, gli pareva di poter andare, allegro e felice,

anche in capo al mondo, perchè tutto il mondo sarebbe diventato suo.

Ma con quell’incertezza! C’erano ancora alcuni affari da sbrigare a

Genova, e non avrebbe potuto partire, anche a far presto, che tra

cinque o sei giorni. Gli venne un’idea, e la comunicò subito al suo

compagno di viaggio, il figlio di sir James, al quale del resto aveva

già confidato tutto l’animo suo. Sir Arturo approvò l’idea, che non era

altro che di fare una corsa a Orobio; ed anzi lo incoraggiò moltissimo,

dicendogli che la calma è indispensabile, e che bisogna riaverla subito

se per caso la si perde.

Enrico partì da Genova quella sera stessa, e il giorno dopo giunse

da Milano a quella stazione dove scendono i viaggiatori che vanno a

Orobio. Passò la notte in una borgata vicina, e la mattina seguente

ripartì in un legnetto, col quale piano piano, e rinfrescando un

par di volte, giunse a vista del suo paesello press’a poco nel

momento in cui don Cornelio finiva la lettera, e la marchesa Bianca

e Cristina cominciavano la passeggiata. Per arrivare alla casa del

curato gli bisognava attraversar tutto il paese, incontrar chi sa

quanti, e rispondere a chi sa quante interrogazioni; si immaginò

che tutti l’avrebber fermato, e che tutti gli avrebber letto negli

occhi la ragione di quella sua improvvisa venuta; si fece tutto rosso

anticipatamente, e, detto fatto, prese una risoluzione.

La risoluzione fu di scender dal legnetto prima di arrivare in paese, e

d’andare a piedi alla casa del curato, seguendo la strada vecchia e i

viottoli della costa del monte, dove era più facile il non imbattersi

in anima viva.

Quanti pensieri, quante memorie non gli risvegliavano que’ ciottoli

a uno a uno! A ogni passo gli pareva d’imbattersi in un vecchio

amico; erano ora un tronco spaccato d’un antico castagno, ora un filo

d’acqua che schizzava da un canaletto, or la siepe d’un praticello,

or la scorciatoia nota e sicura; e quell’edera, quelle felci, que’

fiorellini, che s’eran rinnovati sui medesimi cespi, egli andava

mano mano riconoscendoli, e gli parevano amici che l’aspettassero

per richiamargli i begli anni passati, e dargli tacitamente un primo

saluto di Cristina. Buoni e cortesi amici! Quel silenzio poi, quella

immobilità d’ogni cosa, gli davano un senso di riposo e di pace

che, dopo la vita romorosa della città, gli scendeva ancor più caro

nell’animo, e lo forzava a rallentare que’ passi che poco prima erano

così impazienti e frettolosi. Quelle viottole gli parevan più belle

delle strade di Londra, e ogni tanto, senza avvedersene, si fermava a

riconoscere uno di quei tanti amici, e a respirare una larga boccata di

quell’aria sottile e profumata che scendeva dalla montagna.

“Brezzolina gentile!„ esclamò a un tratto Enrico fermandosi, e

sorridendo. “Come ti affiderei volontieri un bacio se tu mi dicessi

che nello scendere al piano andrai a susurrare tra i corridoi d’un

palazzo, o a stormire tra le frasche d’un giardino.... No, no non te lo

affiderei„ soggiunse poi subito “non ne avrei il coraggio!„ E in quel

momento le frasche stormirono intorno a lui, ma con un romorìo insolito

e che pareva quello del fruscìo d’una veste, o dei passi leggeri d’un

capriolo sull’erbe selvatiche. Enrico stette a sentire, si guardò in

giro, e vide a pochi passi Cristina che scendeva traverso i cespugli

per raggiungere anch’essa la vecchia stradicciuola del paese.

— Cristina!

— Oh! — E non seppero dir altro; ma si vennero incontro correndo, si

presero la mano, si fecero tutt’e due rossi rossi in faccia, e rimasero

impacciati come se le piante all’ingiro avessero in quel momento

spalancato tanto d’occhi. Ci fu un minuto di silenzio, che fu presto

rotto da una nuova esclamazione che esprimeva meglio, questa volta,

la sorpresa e la gioia. Enrico cominciò a spiegare come avesse preso

quella strada, senza ancor dire perchè ci fosse venuto; e Cristina

che, aiutata da lui, era scesa intanto sulla viottola, gli andava

dicendo anch’essa come mai fosse lì, e l’invitava a seguirla verso

un praticello poco distante dove l’avrebbe presentato alla marchesa

Bianca, e dove avrebber fatte insieme un monte di chiacchiere lunghe e

belle.

Enrico obbedì, e si mosse mandando innanzi i passi più lentamente

che poteva, guardando in silenzio or Cristina or i ciottoli della

stradella. Poi a un tratto si fece coraggio, e prese a dire: — Oh ma io

ho qui sul cuore un monte di cose che vorrei dire.... che non so se le

potrei dir tutte, neanche tra noi soli; a quattr’occhi.... Ma se poi mi

vedrò dinanzi questa signora marchesa che non conosco....

— Mia cugina non è fatta per dar soggezione; è buona, mi vuol bene, è

poi tanto gentile....

— Gentilissima, me lo immagino, ma m’immagino anche che, quando me la

vedrò dinanzi, io non saprò aprir bocca, e rimarrò lì....

— Ah, se poi il signor Enrico è venuto da Londra apposta per non dir

nulla! — esclamò ridendo Cristina.

— La signora Cristina dice bene!... ma tant’è, e quasi non so aprir

bocca e mi confondo in questo momento stesso in cui siam soli. Una

volta è vero non succedeva così. Questa costiera, queste viottole,

mi ricordan bene come mi pareva facile un tempo il dire ogni mio

secretuccio, il fare lì per lì le mie confidenze alla signorina che

ci veniva con me. Ma in allora queste viottole le facevo con quella

signorina saltellando e rincorrendoci.... e con quella signorina ci

davamo del _tu_.

— E il _tu_, nell’andarsene, intascò i secretucci, portò via le

confidenze.... È un bel cattivo il signor _tu!_.... Ma ne fu castigato,

e ora gli si può dire che s’è fatto senza di lui....

— Oh! come? In che modo?

Cristina si fermò, ebbe un momento di esitazione, e poi abbassando gli

occhi soggiunse: — Un mese fa lei ha scritto da Londra una lettera

a don Cornelio per dargli una buona nuova.... se ne rammenta?....

In quella lettera c’era un suo secreto.... c’era il richiamo d’un

desiderio del mio povero babbo....

— E quella lettera....

— L’ho letta. — E sugli occhi fattisi a un tratto rossi rossi, le

spuntarono improvvisamente due lacrime.

Enrico le vide, e capì il dolce secreto di quella improvvisa

commozione. L’imbarazzo e le incertezze di poco prima sgombrarono in un

subito dal suo animo, e vi sentì scendere una calma sicura e felice.

— Quella lettera la rammento, — riprese Enrico — o dirò meglio rammento

tutta la gioia di quel giorno in cui la scrissi. Era una gioia grande,

piena di speranze e di sogni che si succedevano l’uno più bello

dell’altro. Quella gioia, mi ricordo si faceva a momenti anche cattiva;

e allora m’assalivano mille dubbi, mille timori e un’ansietà che mi

faceva battere i polsi forte, forte.... e mi faceva soffrire. Ma

ritornava poi subito, la mia gioia, bella e serena come prima. Presi

la penna, scrissi quella lettera; non ricordo più quello che scrissi,

ma ricordo.... che m’impazientivo di non sapermi esprimer bene con don

Cornelio.... e che non era a lui che scrivevo in quel momento!

Cristina gli rispose con un bel sorriso, e s’avviò di nuovo per la

viottola, ma d’un passo più lento di prima.

— Non rammento quello che scrissi... — continuò Enrico camminando

vicino a Cristina — ma cosa potevo dire in una povera letteruccia? A

dire quello che c’è nel mio cuore, a dirlo tutto! ci vorranno tutti i

giorni della mia vita.... L’avvenire saprà parlare per me.... saprà

parlare nella buona come nella cattiva fortuna....

— Oh per quelli che si voglion bene non ci può essere cattiva fortuna!

— osservò Cristina.

— Sì, sì, è vero, e posso ben dirlo io! — esclamò con entusiasmo

Enrico. — Ma se don Cornelio m’avesse risposto — riprese poi subito

con una certa ingenuità — ne potrei essere ancor più sicuro. Ma perchè

non m’ha ancor risposto? Ero un po’ sulle spine a dir la verità. Ne

ho fatti dei pensieri! O c’è un intoppo, perchè di peggio non voglio

pensare, o c’è una bella sorpresa.... Oh Cristina, lei forse lo sa!....

ma anche lei tace, come don Cornelio.... Oh non sia cattiva, mi dica,

mi dica!

Cristina che a questo punto non capì più nulla, si fece a interrogare

anch’essa con istanza, con curiosità; e riseppe, raggiante e commossa,

quale incarico Enrico avesse dato a don Cornelio, e quale risposta

aspettasse ansiosamente dalla zia.

— Fu ieri, ieri! — saltò su Cristina con un grido di gioia — che don

Cornelio parlò alla zia! Ci andò di mattina, che è un’ora insolita per

lui, e ci stette un gran pezzo; me lo ha detto mia cugina Bianca.... —

E s’interruppe, rimanendo a un tratto sopra pensiero, e come colpita

da un ricordo molesto. — Nulla, nulla, oh non sarà nulla, sarà una

combinazione, — continuò poi, rispondendo a Enrico che s’era accorto

di quel cambiamento improvviso, e la interrogava con insistenza e

con ansietà. — Gli è che a mia cugina è parso che don Cornelio fosse

alquanto conturbato, che avesse la faccia diversa dal solito.... ma

mia cugina potrebbe anche aver veduto male! — E tanto lei che Enrico

continuarono la loro strada per qualche minuto in silenzio.

— Ecco come un nulla basta alle volte a far nascere i più tristi

pensieri, — prese a dire Enrico. — Sicuro; io non ci avevo quasi

neanche pensato!.... Se donna Fulvia non volesse!... Se don Cornelio,

mentr’io gli corro incontro tutto in festa, m’accogliesse colla faccia

malinconica di chi ha una triste novella nel cuore....

— Oh cattivo, cattivo, cattivo!... Che pensieri son questi! Di queste

brutte cose non ne possono succedere, no!

— Non son possibili, non ne possono succedere, nevvero?

— E come mai dovrebbero essere possibili? La zia.... è tanto seria,

è vero, ha le sue ubbie, ma poi mi vuol bene.... E il bene che m’ha

fatto? Oh se non c’era don Cornelio, non sarei arrivata da sola a

comprendere tutta la grandezza del benefizio che ho ricevuto! Aveva

ragione don Cornelio di dirmi che ora toccava a me a ricambiarlo,

quel benefizio, nel nome santo del babbo, anche a costo di qualunque

sacrifizio, e lo promisi, lo giurai....

— Oh, Cristina!

— No, no, Enrico, non mi faccia quegli occhi spaventati! non ci fu

bisogno di nessun sacrifizio. Ho lasciato, è vero, il caro paesello,

la gente a cui volevo bene, i bei prati, le belle montagne.... e

ora sono un uccellino in gabbia.... ecco tutto!.... avrei rimorso

a dire di più. Ed è possibile che chi m’ha fatto tanto bene fin

qui, non voglia compire la sua opera santa.... — E dopo un momento

d’esitazione, riprese timidamente — col dare il suo consenso a ciò che

fu un desiderio di mio padre.... a un desiderio, oh non c’è nessun

male nevvero, a dirlo? a un desiderio mio... e che mi pare ogni giorno

di sentir più fortemente.... e che m’accompagna sempre.... fino a

diventare alle volte tormentoso, a diventar tanto cattivo, da farmi

piangere?... Eppure, anche quando è cattivo, non lo so mandar via,

perchè mi è tanto caro....

— Oh la buona ispirazione che m’ha condotto qui! È dunque scritto in

cielo ch’io l’avrò questa felicità! Oh come è bella la vita! Io me la

vedo già dinanzi lieta, felice, tutta lucente d’un sole... che viene

dalla mia anima.... e che è il mio amore. Oh sì, Cristina, lasci che le

dica questa parola... questa parola che il cuore mi va ripetendo senza

posa.... e che presto griderò alta, a tutti, fin che avrò vita.

— E la diremo insieme.... ma allora poi ce la diremo sotto voce

all’orecchio, e sarà anche più bella.... Oh, la voce di Bianca! mia

cugina mi chiama....

— Cristina, Cristina! — esclamò Enrico pigliandole la mano, e

serrandola con passione nelle sue. — Dunque è vero? è proprio vero? non

le è discaro l’amor mio... un po’ di bene me lo vuole?...

— E me lo domanda?

— Oh sì! nulla nulla al mondo mi potrà strappare la mia felicità, lo

giuro! nessuno mi potrà rubare il mio bell’avvenire, il mio bene, non è

vero Cristina?

— Vuole che giuri anch’io? — gli rispose Cristina con un bel sorriso

e stringendogli la mano alla sua volta, nelle sue manine, più forte

che potè. — Or venga con me, spicciamoci, son due passi, lo voglio

presentare a mia cugina....

Enrico avrebbe preferito scansarsene, e balbettò qualche _ma_ e qualche

_se_, ma non era più in tempo. Un passo dopo l’altro, eran arrivati

senza accorgersene al poggio dove la marchesa Bianca s’era fermata

a leggicchiare una pagina del suo romanzo, seduta su un rialzo del

prato, intanto che Cristina s’era allontanata cercando qualche ultimo

fiorellino d’autunno. Quando Enrico e Cristina comparvero sul poggio,

la marchesa Bianca, che aveva chiuso il suo libro da un pezzo, s’era

rizzata in piedi, e si disponeva a muovere incontro alla cugina, dopo

averla chiamata un par di volte. La sua sorpresa nel veder Cristina

accompagnata da uno sconosciuto non fu poca, ma non le fu neanche

discara. A colpo d’occhio capì ch’era un giovine per bene; le parve

anche al portamento, al vestito, che fosse un forestiero, forse un

inglese; pensò subito che finalmente c’era un pubblico per il suo

abbigliamento, tanto carino, e sentì in cuor suo un gran conforto

per questo atto di giustizia. Cristina fece subito alla cugina la

presentazione di Enrico, dicendole in poche parole chi fosse, e per

qual caso si fossero trovati poco prima sulla medesima stradicciuola.

La marchesa Bianca accolse benissimo Enrico, capitato così

opportunamente, e sentendo che veniva da Londra principiò a parlargli

in inglese, e continuò per un pezzo, sebbene Cristina le avesse anche

detto ch’era d’Orobio. Gli chiese dell’ultima _season_ e delle mode; e

Enrico si levò d’imbarazzo dicendole che non aveva veduto nulla di più

bello della _toilette_ che aveva dinanzi in quel momento. La marchesa

si persuase ancor di più d’aver a che fare con una persona di molto

buon gusto, e di molta intelligenza, e lo trattò subito con quelle

maniere gentili che teneva in serbo per i casi speciali. Enrico, che,

anche parlando con la marchesa Bianca, parlava senza avvedersene con

Cristina, rispondeva e discorreva con un’amabilità e con un’eloquenza

che venivano dal cuore, e che aumentavano sempre più la soddisfazione

della marchesa. La quale, dopo aver protratta più che potè, quella

conversazione finì col conchiudere, tra sè stessa, con un giudizio

definitivo, che quel giovine era veramente degno d’aver fatto la sua

conoscenza.

Arrivati al cancello del giardino, Enrico si accomiatò, e la marchesa

Bianca, nel salutarlo, lo invitò a passare una qualche serata in casa

di sua madre, offrendosi essa stessa di presentarlo a suo marito e a

donna Fulvia.

Si pensi con quanta allegrezza in cuore rientrò in casa Cristina; e

con quanta consolazione, con quanti buoni presentimenti, e con quale

ansietà corresse Enrico alla casa di don Cornelio!

Il curato d'Orobio · 第 20 / 33 题