Due giorni dopo la festa di S. Luca, sul far della sera, il procaccia
del capoluogo del mandamento, venne a cercare di don Cornelio, girando
per tutto il paese con una lettera in mano. — Questo è un telegramma!
— esclamò lo speziale: e in fatti sulla busta era stampato così. A
Orobio i telegrammi non capitano di frequente, e l’ultimo l’aveva
ricevuto appunto sei mesi prima lo speziale; circostanza ch’egli
non mancò di richiamare nel raccontare il fatto di quell’improvvisa
venuta del procaccia, poichè per quella sera in paese il telegramma
di don Cornelio fu l’argomento principale delle conversazioni e della
curiosità di tutti.
Il telegramma era di Enrico, e veniva da Genova. Enrico, arrivato a
Genova pochi giorni prima, aveva creduto di trovarci subito una lettera
di don Cornelio in cui fosse detto che la sua domanda alla zia di
Cristina era stata fatta, ch’era stata gradita, e che dovesse ripartire
per Orobio senza perder tempo. Non avendoci trovato nulla, aveva
scritto di nuovo a don Cornelio un letterone di sei facciate, tutto
impazienza, tutto ansietà; ma il letterone, arrivato un par di giorni
prima della festa di S. Luca, era rimasto senza risposta; e Enrico, a
cui ogni giorno pareva un secolo, aveva telegrafato a don Cornelio per
domandargli, col linguaggio ansante e risoluto d’un telegramma, cosa
c’era di nuovo e quando doveva partire.
Quel telegramma, ch’era il primo che don Cornelio riceveva in vita
sua, diede il tratto alla bilancia. Don Cornelio come s’è veduto, non
l’avrebbe voluta far così subito quell’imbasciata a donna Fulvia;
poi, dopo che la sorella aveva mostrata a Cristina quella tal lettera
d’Enrico, gli era parso che bisognasse far presto; e ora finalmente
che c’era entrato di mezzo anche il telegrafo, e che aveva parlato a
quel modo, non ebbe più dubbi, e si decise per il subito. A dargli
più coraggio gli venivano in aiuto i discorsi fatti col padre Felice
durante quella passeggiata del giorno prima di S. Luca. Riandava quelle
parole a una a una, e gli pareva che proprio non ci fosse da dubitare.
Il padre Felice in mezzo ai molti discorsi fatti gli aveva toccato qua
e là dell’avvenire di Cristina. Aveva pronunziata, più d’una volta,
la parola matrimonio; gli aveva detto che donna Fulvia cominciava
a pensarci, e gli aveva fatto capire alla fine, tra un subisso di
complimenti, che forse.... quanto prima.... tra loro tre, si sarebbero
fatti de’ discorsi su quell’argomento. Parole di tal fatta, e d’una
persona tanto circospetta, dovevano pur significare qualcosa!
Don Cornelio, fatta la decisione, s’avviò la mattina dopo, pieno di
coraggio e col soprabito delle feste, verso il palazzo di donna Fulvia
allungando un poco la strada per ripensar bene alle parole con le quali
avrebbe attaccato il discorso. Donna Fulvia, quando le comparve dinanzi
don Cornelio, se ne stava sola nel suo gabinetto, vicina al tavolino da
lavoro e con gli occhiali sul naso. Era l’ora in cui, dopo la colazione
e dopo quattro chiacchiere in salotto, donna Fulvia si ritirava nel suo
gabinetto o a far la lettura, o a far filaccia e maglie per i poveri,
fino al momento della trottata. In quel punto era alle prese con la
spalla d’un corsetto, fatto con degli avanzi di lana tutta a nodi, e
ch’era uno dei molti cilici di beneficenza che preparava ai poveri per
l’inverno. Sembrava tutta assorta nel suo lavoro, ma ogni momento le
bisognava disfare un giro, o riprendere delle maglie scappate, tanto
il suo pensiero era lontano da quell’infelice a cui era destinato il
corsetto. I suoi pensieri erano tutti rivolti agli avvenimenti del
giorno di S. Luca; era la predica di don Cornelio, erano i convitati
e il pranzo, eran le scene della strada, che le ribollivano in testa
e le facevano or stringere or crescere quelle maglie capitate in così
mal punto. Ma soprattutto ce l’aveva con don Cornelio. Ognuno di quei
fatti doveva necessariamente avere la sua causa, ed essa ne trovava
una, un’unica per tutti bell’e pronta nella sua mente. Era cioè
chiaro, chiarissimo, che la colpa di tutto era tutta di don Cornelio.
Per fortuna che tra i molti pensieri, le era venuto alla fine anche
quello del matrimonio di Cristina, e che, proprio nel momento in cui
le vennero ad annunziare la visita di don Cornelio, i suoi occhi erano
andati a fermarsi su una lettera che le stava dinanzi sul tavolino, una
lettera tutta complimenti ricevuta quella mattina dal barone Brocchetti.
— Donna Fulvia mi perdonerà.... — cominciò a dire don Cornelio nel
venire innanzi — ma, se per caso, le fossi capitato in un momento poco
opportuno....
Donna Fulvia lo interruppe invitandolo a sedere con un gesto, e con un
— S’accomodi, signor curato — che pronunziò con sussiego, ma cercando
di raddolcire la voce.
— Tante grazie, tante grazie. Dunque.... se non la disturbo.... se
mi può concedere.... — prese a dire don Cornelio, ricercando il filo
del discorso che aveva preparato. — È da qualche tempo che sentivo il
dovere, che cercavo l’occasione, di parlarle a quattr’occhi un poco a
lungo, d’una faccenda.... ma.....
— Dica, dica.
— Lei sa quanto mi stia a cuore sua nipote Cristina; lei sa quali
doveri io senta d’avere verso di essa, e in nome di quale sacra
memoria....
— Lasciamo il _sacro_ da parte.
— Insomma.... — riprese don Cornelio, un po’ sconcertato, e cambiando
tasto — insomma, l’ho veduta crescere, mi ci interesso, le voglio
bene, e sarebbe per me una gran soddisfazione del cuore se potessi far
qualcosa per quella figliola; qualcosa che potesse piacere, s’intende,
a donna Fulvia che vorrei pure veder rimeritata per i tanti suoi
benefici....
— E che cosa vorrebbe fare? — chiese con miglior grazia donna Fulvia, a
cui balenaron subito in mente le informazioni datele dal padre Felice.
— Non è ch’io voglia.... ma, quando donna Fulvia credesse venuto il
momento di pensare alla felicità di Cristina.... quando credesse di
pensare al suo collocamento.... — E qui don Cornelio fece una pausa,
guardando prima di andare innanzi, la faccia di donna Fulvia. Quella
faccia, con sua maraviglia, era divenuta a un tratto tutta serena e
rabbonita, quale non l’aveva veduta mai.
— Veramente.... — disse donna Fulvia — non potrei dire che questo
pensiero non mi sia venuto; mah! son cose difficili!...
— Oh, non in questo caso! — esclamò don Cornelio, a cui la faccia di
donna Fulvia dava in quel momento un gran coraggio. — Lei non avrà che
a dire un sì!
— Lo crede? le par tutto così facile?
— Le difficoltà ci potevan essere, e quante! Ma ormai... lo creda a me,
quando lei lo voglia, tutto è fatto.
— Lei dunque ne è molto sicuro!
— Sicuro, sicurissimo!... E anzi.... donna Fulvia non ha bisogno di me,
ma al caso ci penso io.... sono ai suoi ordini.
— Ebbene, caro signor curato — prese a dire donna Fulvia dopo un
momento di silenzio, con un fare confidente e mellifluo ch’era per
don Cornelio una gran novità. — Ebbene sì, io avrò bisogno di lei. Al
matrimonio di Cristina ci sto pensando.... ci sto pensando!.... Ma
per disporre l’animo della ragazza a un atto così importante, così
inaspettato, vorrei aver l’aiuto, la cooperazione, e diciamolo, anche i
consigli di una persona come lei, che per il duplice carattere, quello
vogliam dire del suo ministero e quello della protezione e autorità
già esercitata sulla fanciulla, può eventualmente avere la sua parte
di benefica influenza nell’ottenere quei giusti apprezzamenti che non
sempre appaiono agli occhi inesperti della gioventù. — Tirò il fiato,
fece una pausa, poi, come se interrompesse il filo dei pensieri,
domandò a un tratto a don Cornelio: — Mi dica un po’, ha veduto forse
questa mattina il padre Felice? e le fu detto per caso qualcosa in
confidenza? È il padre Felice che l’ha mandata qui?
— Signora no. Il padre Felice oggi non l’ho veduto.... Ma quanto
all’aver saputo qualcosa in confidenza....
— Oh, oh, come? da chi?
— Come! da chi!.... — esclamò don Cornelio pieno di coraggio e di
impazienza parendogli che tutto andasse a gonfie vele. — Lei ha mille
ragioni, e mi scusi se non gliel’ho ancor detto, e se non le ho parlato
subito a cuore aperto. Ma gli è che mi bisognava farle prima un poco
di storia. In poche parole però le avrò detto tutto, se ha la bontà di
ascoltarmi.
Don Cornelio narrò brevemente a donna Fulvia una parte di quanto
sappiamo anche noi. Le toccò dei progetti e dei desideri del conte
Maurizio a proposito del suo pupillo e di Cristina: le parlò del
bell’animo di Enrico, della serietà de’ suoi propositi, del suo affetto
per Cristina, dell’impiego ora avuto, e della sua sorte assicurata. Don
Cornelio nel calore del discorso non s’era accorto che donna Fulvia
intanto aveva mutato faccia, e che con una furia crescente andava
scavalcando le maglie del suo lavoro, facendo un gran pottiniccio. Se
ne sarà accorto poi quel tale che avrà dovuto infilare le maniche di
quel corsetto. Quando don Cornelio venne a dire delle ultime lettere
ricevute da Enrico, e dell’incarico avuto, donna Fulvia che scoppiava,
diede un balzo, e buttò il lavoro sul tavolino, esclamando: — Basta,
basta, ho capito; io non la posso lasciar continuare!
Don Cornelio la fissò pieno di sorpresa, e con l’espressione di
domandarle il perchè di quel mutamento così grande, così improvviso.
Donna Fulvia si ricompose, guardò il curato col fare severo d’un
personaggio offeso nella sua dignità, poi gli disse:
— I suoi progetti sono un’assurdità. Si vede che lei non ha il concetto
di quelle convenienze sociali alle quali devono attenersi certe
famiglie. Figurarsi! Gli argomenti che mi ha detto in favore del suo
protetto, son tutta roba che basta a provarmi la sconvenienza d’un
simile progetto. All’avvenire di mia nipote.... lasci a chi tocca il
pensarci. Non si pigli troppe brighe, signor curato.... di quelle
voglio dire che non c’entrano nel suo ministero, perchè poi le une
fanno dimenticare le altre!
— Vuol forse dire, donna Fulvia, ch’io dimentichi i miei doveri?
— Voglio dire di non attribuirsene, in questo e in altri casi, di
quelli che non le spettano.
— Come?
— Come! come! — E qui, ora che quel resto di diga che frenava ancora
il suo mal animo verso don Cornelio era rotta, non le parve vero di
buttar fuori a rifascio, come venivano, quelle accuse, quei rimproveri,
quel dispetto, che aveva tenuti chiusi dentro di sè fino allora. — Come
quando lei, per dirne una, in compagnia del sindaco, e d’altra simil
gente, che farebbe bene di lasciare nel loro brodo, si inframmette in
tante cose che sappiam noi....
— Ma si spieghi....
— Oh lei mi capisce benissimo. Le sue idee del resto son conosciute.
E i suoi atti, tirando pure un velo sul quarantotto, ognun li vede.
E poi non l’ha detto anche lei nella sua predica di S. Luca! che lei
vuol conciliare governo e religione! Figurarsi! che vuol conciliare i
dissidi, lei da solo! quasi non sapesse che non bastano più da soli
neanche i Concili ecumenici! Che vuol metter insieme il Vangelo con
la libertà, col popolo, e col progresso! proprio come dicon certi
tali, come avrebbe detto anche il Cavour, il suo amico! Cosa deve dire
il popolo che ascolta le sue prediche? Quelle prediche nelle quali
non si sente mai una parola contro la perversità dei tempi, mai una
maledizione! Sta bene l’amore; ma e i flagelli? Quelle bandiere poi
del governo, per dirne una, sulla porta della chiesa, sul campanile,
e alla finestra di casa sua, sono.... diciamolo pure, scandali! E
quelle bandiere degli operai fin sull’altare, fin nella processione....
accompagnate poi da gente... con delle facce!... le paion cose da
nulla? Cosa ne dovevano pensare i fedeli? Cosa ne doveva pensare quel
buon clero venuto per essere edificato, e per edificare?... — E qui
donna Fulvia, a cui balenò forse in mente il suo pranzo, fece una pausa
involontaria.
— E lei, signora, avrebbe preferito di saperli all’osteria quegli
operai, quelle bandiere, invece di vederli presso l’altare? — esclamò
don Cornelio con calore; ma poi riprese subito con la solita bonarietà:
— Quanto alle facce.... sicuro, ce n’è delle brutte, ma poveracci! son
facce annerite nelle officine, o dal sole; bruttissime, quando sudano
e bestemmiano; ma che a me paion belle quando, nella mia chiesetta,
guardano in su, e le vedo illuminate da un raggio di speranza. Povera
gente! Cosa vuole che io maledica? ch’io flagelli? A flagellarli ci
pensano la gragnuola, le malattie, gli stenti, la fame; e vuole che li
flagelli anch’io nella loro chiesetta? Non deve avere questa povera
gente un luogo, un’ora di tanto in tanto, dove il loro pensiero si
riposi, e sia sicuro di trovarci la pace e la speranza? Oh li ho
sentiti anch’io nelle città, quei predicatori che dice lei, quelli dei
fulmini! Ma i loro fedeli poi, dopo i fulmini della mattina, vanno
a teatro la sera; e i miei poverelli invece vanno a letto, e non
domandano d’andarci che con una fetta di polenta, e con la coscienza
tranquilla. Sì, insegno loro ad amare la religione e la patria, la
Chiesa e il Governo, perchè in questa massima semplice trovano la norma
sicura de’ loro doveri. Dovrei io turbare la mente di questi buoni
campagnoli con delle questioni che ignorano, e che non comprenderebbero
mai? Dovrei mettere nei loro animi una disputa sui loro doveri, per
metterci così l’alternativa della scelta? Mi sbaglierò.... ma che
vuole? se un povero coscritto fantaccino, dei nostri di Orobio, scrive
ai suoi vecchi tutto lieto d’aver pregato in San Pietro, e d’aver
gridato, viva il Re e la Regina... io ne godo, ne godo fino alle
lacrime. Ecco perchè non avrei pensato mai, proprio mai, che quelle
bandiere sull’altare potessero essere uno scandalo!....
— Oh lo sappiamo, lo sappiamo.... per lei non è scandalo neanche il
celebrare in chiesa le feste della rivoluzione e del Governo.
— La festa nazionale, vuol dire? Lo scandalo in questi paeselli sarebbe
se i signori, quelli almeno che son chiamati così, facessero le feste
della patria, e gli altri quelle della chiesa; e che si dicesse che c’è
un’Italia per i ricchi e una religione per i poveri! Questo sarebbe
lo scandalo, a parer mio; e le confesso che ci ho proprio messo ogni
studio perchè, almeno nel mio paesello, questo scandalo non ci fosse!
— Proprio, insomma, come dicevo io, che le questioni della Chiesa le
vuol risolvere lei!... Alla buon’ora!
— Ma le pare? Io sono un povero curato di campagna, e non cerco di
risolvere che quello che spetta a me, in questo cantuccio, dove mi ha
messo la Provvidenza. Il mio dovere è di far del bene a tutti nella
mia Cura, secondo i bisogni della loro coscienza e della loro vita. Ed
è ciò che cerco di fare, in tutto quello che posso, alla buona, alla
meglio. Ecco perchè, donna Fulvia, ho osato parlarle del matrimonio di
sua nipote.... Mi è parso che ci fosse anche qui del bene da fare....
mi è parso d’avere un dovere da compire.
— Le è parso; ma è un dovere tutto mio, gliel’ho già detto, e può
bastare.
— Lei non poteva conoscere la volontà del padre di Cristina, non poteva
conoscere....
— Ebbene ora conosco tutto, e parliamo d’altro.
— Ma ci rifletta. Quei due figliuoli... son cresciuti insieme, sono
fatti per amarsi.
— Mia nipote non si permetterà mai di amare nessuno senza il mio
permesso. E poi, e poi, signor curato, che discorsi son questi! Ma le
pare?.... Intanto non usciamo di carreggiata; già è lo stesso, e poichè
s’è cominciato gliele voglio dir tutte! In questo paese le cose vanno
male, molto male; lo dicono, e lo vedo. Lo dicono qui, e lo dicono
fuori dove sono osservati con stupore i suoi portamenti, tanto diversi
da quelli di tutti i curati di questa valle. Qui vediamo il curato
amico di soggetti pericolosi, qui scarsezza di funzioni, abbandono di
pie costumanze....
— Di quali?
— Le benedizioni delle messi, le processioni per le campagne....
— Come se ne facevano per far scappare i grilli e le formiche! Oh donna
Fulvia!
— I pellegrinaggi ai santuari....
— Che duravan fin due e tre giorni, con una turba d’uomini, di donne,
di giovinotti, di ragazze, tutti alla rinfusa.... Sì, sì, li ho veduti
quei pellegrinaggi e li ho aboliti, e mi permetta di non dirgliene il
perchè!
— Oh lei ha quasi abolita anche la confraternita! Le ha levati i
diritti, i privilegi, i proventi....
— Il cacio e il boccal di vino. Bisognava vederle alle volte certe
funzioni! Era un piglia piglia; erano sbornie... perfino ai funerali.
— Insomma, se lei non mi vuol capire è meglio che la finiamo. Mi basta
il dirle una volta per sempre che se son venuta in questo paese, e se
abbiam fatto quel che lei sa, è perchè abbiamo una missione da compire,
e la compiremo....
— Oh allora compiamola insieme....
— O muti lei, o.... io già non muto!
— Compiamola insieme, e cominciamo fin da oggi. Non mi voglio scolpare,
non la voglio contraddire, il tempo e la conoscenza del paese le
dissiperanno le cattive prevenzioni, le mostreranno la verità. Ma
cominciamo fin da oggi a compire insieme la nostra missione col rendere
felici questi due figliuoli.
— Non torniamo su questo argomento!
— Donna Fulvia mi ascolti! Ci pensi! Condanni pur me se vuole, ma non
condanni questi figliuoli. Lei non può volere la loro infelicità! Lei
non conosce Enrico, lei non può ancora giudicare! Dia tempo, ci pensi!
Io non le dimando che di indugiare, di riflettere, di non respingere
oggi la mia preghiera; e verrà forse il giorno in cui la sua coscienza
sarà lieta d’aver fatta un’opera buona di più. Donna Fulvia io la
prego, e la scongiuro anche in nome.... in nome almeno de’ miei capelli
bianchi, in nome dell’abito che porto....
In quel punto entrò un servitore ad annunziare che la carrozza era
pronta. Donna Fulvia si rizzò dalla poltrona, e fece al curato un cenno
colla mano come a dirgli che doveva congedarsi da lui. Si levò in piedi
anche don Cornelio, e rimase in silenzio dinanzi a donna Fulvia con
l’espressione supplichevole, ansiosa, con cui aveva pronunziate le
ultime parole. Donna Fulvia dovette pur rispondere; e il dispetto le
ridiede quel coraggio che le parole di don Cornelio le avevan tolto per
un momento.
— È meglio per lei e per me che cessi questa penosa conversazione, e
che non ci si ritorni più. Le convenienze mie e della mia famiglia son
cose che riguardano me, e che non intendo lasciar discutere e risolvere
dagli altri. E poi, è inutile dissimularlo, c’è tra me e lei in molti
argomenti una differenza di principii... e se non ho la pretesa di
discutere i suoi, ho però quella di non cedere nei miei. Quanto al suo
progetto, o incarico che si voglia, ne la prego, non ne parli più. È
cosa impossibile, assurda, e che, glielo dico una volta per sempre,
non potrà verificarsi nè ora nè mai. Siamo intesi, e la riverisco....
Eccomi, eccomi, vado a metter lo scialle e vengo subito. — Quest’ultime
parole eran rivolte da donna Fulvia alla marchesa Bianca ch’era
comparsa allora in sull’uscio dicendo: — È attaccato, e siamo pronti
tutti.