XIV.

I preti, che donna Fulvia, dopo essersi consultata con don Innocente,

aveva invitati a pranzo per la festa di S. Luca eran diciotto. La

notizia s’era sparsa, per tutta la valle; e dai paesi vicini eran

venuti de’ curiosi per vedere quella novità del gran pranzo, pur

sapendo di restarne a bocca asciutta. Questa volta dunque per S.

Luca c’era gente più del solito, per quanto la festa d’Orobio fosse

sempre una delle più frequentate, e anzi facesse dire ogni anno agli

invidiosi degli altri paesi “gli è perchè S. Luca coincide col mercato

delle castagne.„ Alla festa di don Cornelio, come la chiamavan ne’

paesi vicini, dove pure il curato d’Orobio era ben veduto ed amato,

eran venuti, come di solito, alcuni sindaci e alcune società d’operai

con le loro bandiere e con que’ quattro sonatori che, tra di loro, si

chiamavan la banda. Alla venuta delle società e delle bandiere, il

sindaco d’Orobio aveva voluto dare questa volta una maggior importanza.

Era andato a riceverle, aveva scambiato degli evviva patriottici, e

aveva invitati parecchi a bere all’osteria, per contrapporre, come

diceva lui, una solennità civile al pranzo di donna Fulvia.

I particolari della festa eran stati fissati da donna Fulvia la quale

voleva farne gli onori, ma senza troppo incomodarsi, e senza mutare le

proprie abitudini. Alla mattina dunque, dopo l’ora della sua colazione,

ci doveva essere la messa cantata, poi la predica, la cioccolata

al celebrante, la processione, il pranzo alle tre, e i vespri alle

cinque. Non tutti gl’invitati conoscevano queste disposizioni, le

quali, soprattutto sul punto dell’orario, si allontanavano non poco

dalle usanze dei loro paesi; per cui, molto prima che le funzioni

cominciassero, si vedevan per le strade di Orobio parecchi de’ preti

invitati che, con un grande ombrello sotto il braccio, gironzellavano

un po’ sconcertati del contrattempo, pigliandosela con chi non gli

aveva prevenuti, e bisticciandosi con la serva che li seguiva, e che li

aveva consigliati a non far colazione. Gli invitati arrivaron tutti.

Uno solo mandò a dire, proprio quella mattina stessa, che l’avessero

per iscusato perchè s’era sentito male la notte; e questo era il

predicatore incaricato del panegirico. Nientemeno! Don Cornelio fu in

un bell’impiccio. Fra gl’intervenuti non c’era da far scelta; e così,

lì su due piedi, dovette pensare a supplir lui, e a mettere insieme

alla meglio quattro parole per la circostanza.

Venuta l’ora delle funzioni, donna Fulvia uscì dal palazzo accompagnata

da sua figlia, dal genero, dal padre Felice e da Cristina, la quale

s’era tirato un velo fitto sugli occhi come se tutti le avessero

dovuto leggere in viso la sua commozione. Dietro donna Fulvia veniva

la Cleofe, che teneva in braccio _Fleurette_; e dietro la Cleofe

venivano i servitori, due dei quali portavano dei cuscini di velluto

per gl’inginocchiatoi di casa Orsenigo. Donna Fulvia attraversò la

folla de’ curiosi, che facevan ala, con quel contegno che soleva

assumere quando voleva incutere serietà e compunzione; e la folla,

richiudendosi dietro di lei, si rovesciò in chiesa a spintoni, a

gomitate, a motteggi, intanto che una scampanellata annunziava il

cominciare della messa grande. Arrivata poi la messa al Vangelo, don

Cornelio salì sul pulpito; riandò un momento le cose pensate poco

prima, e prese a parlare, come soleva, alla buona, con calore, senza

latino, per quanto ne spiacesse alla Cleofe, ma in modo che anche

i più semplici lo capissero e ne avessero un ammaestramento. Parlò

di S. Luca evangelista, ricordò gl’insegnamenti del Vangelo; e a

proposito dell’amor del prossimo, toccando l’argomento delle rivalità

e delle guerricciuole tra famiglie e tra paeselli, si congratulò di

veder riunita nella sua chiesetta gente d’ogni parte della valle.

Rivolgendosi infine al gruppo d’operai che stavano intorno alle loro

bandiere, chiuse il discorso con alcune calde parole sulla santità

del soccorrersi a vicenda, e sull’amplesso ch’egli invocava tra la

religione e la patria.

_Fleurette_, che in quel punto aveva veduto poco discosto i due

occhietti di _Ugolino_, si mise ad abbaiare. Donna Fulvia, scambiati

ch’ebbe essa pure col padre Felice un’occhiata e un sospiro, si

rizzò in piedi; e il prete che diceva la messa ricominciò a cantare,

accompagnato dai suoni d’un organo sfiatato.

Finita la messa, cominciò la processione. Donna Fulvia rimase in

chiesa, perchè le processioni essa le seguiva mentalmente, e ci mandava

invece la servitù. Sua figlia Bianca ricondusse a casa Cristina, che

si sentiva poco bene; e il marchese Ettore le accompagnò pensando che

la fratellanza predicata da don Cornelio poteva essere una bella cosa,

ma soprattutto all’aria aperta. Il padre Felice rimase in chiesa, un

po’ pregando e un po’ mormorando sottovoce con donna Fulvia contro

il curato, in mezzo al rumor confuso, che veniva dal di fuori, delle

campane che suonavano alla distesa, degli spari de’ mortaletti, delle

voci dei preti e delle confraternite che cantavano, delle bande che

stonavano, delle grida di chi vendeva sul mercato e degli strilli d’un

clarino che chiamava la gente a veder la foca.

Finite le funzioni, i diciotto invitati di donna Fulvia, dopo aver

gironzellato di nuovo per un paio d’ore guardando ogni tanto l’orologio

del campanile, come videro la lancetta avvicinarsi alle tre, un dopo

l’altro si avviarono al palazzo. Donna Fulvia cominciò a ricevere i

primi con un contegno pieno di dignità e di deferenza per far veder

loro ch’era abituata a ricevere de’ prelati: ma i suoi invitati, o

rimanevan sull’uscio vergognosi e impacciati senza rispondere, o

sudici e impolverati si lasciavano andar sulle seggiole, asciugandosi

il sudore, e deponendo sui tavolini de’ cappelli bisunti. Donna

Fulvia, alquanto contrariata, dava di lungo a uno nella speranza che

chi veniva fosse migliore. Ma chi veniva valeva l’altro: se uno era

impacciato, l’altro era rozzo; se il vestito d’uno era rappezzato,

quello dell’altro era rifinito; e chi parlava, faceva dar la preferenza

a chi taceva. Donna Fulvia che si rammentava dei preti di quella valle

veduti un tempo quando ci veniva da ragazza, andava ora facendo, come

trasognata, dei confronti. Si rammentava che quelli d’allora eran

tutt’altra cosa, e avrebbe voluto saperne il perchè. Il perchè c’era,

ma essa era lontana le mille miglia dall’immaginarselo, e buttava tutta

la colpa addosso a chi glieli aveva scelti dal mazzo. Ciò poi che la

stizziva di più era di non vederne tra i presenti uno, uno solo, che

paresse migliore, o poco da meno, del curato d’Orobio. Ma perchè?....

Non ci fossero stati almeno de’ testimoni! Ma c’era il padre Felice che

osservava e taceva; c’era don Cornelio che aveva l’aria impaziente,

e c’era sua figlia Bianca che a ogni nuovo venuto arricciava il naso

un poco di più, e si teneva un poco di più in disparte. Di buon umore

non c’era che il marchese Ettore, il quale passava dall’uno all’altro

degli invitati dirigendo a tutti qualche domanda, e cercando d’attaccar

discorso, con un fare tra il familiare e il canzonatorio che non

riusciva nuovo a donna Fulvia, e che la metteva tanto più di malumore.

Finalmente un servitore venne a annunziare che il pranzo era servito;

e si pensi con quanta premura e con quanto appetito, si mettessero

a tavola i convitati che, soliti a desinare a mezzogiorno, avevan

sentito questa volta, quasi tutti a digiuno, batter le tre. Il marchese

Ettore volle vicino a sè don Prospero, che gli aveva dato subito

nell’occhio, e gli era parso che promettesse più degli altri in materia

di chiacchiere e di buon umore. La marchesa Bianca si rifugiò tra sua

madre e Cristina; don Innocente si mise accanto al padre Felice, e gli

altri sedettero alla rinfusa cercando in fretta un buon posto, un posto

cioè lontano dai padroni di casa. Il pranzo cominciò, e continuò per un

paio di portate nel più profondo silenzio. L’appetito e la suggezione

toglievano la parola ai convitati, e fin don Prospero non rispondeva

che con de’ risolini al marchese, il quale lo andava stuzzicando con

delle domande e con delle facezie, intanto che gli riempiva senza

interruzione il bicchiere.

La parlantina cominciò a metà del pranzo; e prima che si arrivasse

all’arrosto non c’era più uno che tacesse. Tutti parlavano in una

volta; chi raccontava una storiella al vicino, il quale poi la ripeteva

a tutti ad alta voce; chi chiamava o rispondeva da un capo all’altro

della tavola, chi motteggiava, e chi rideva sgangheratamente. Il

baccano andava sempre crescendo, e non aveva tregua che al comparire

d’una nuova portata, per ripigliare subito dopo più forte di prima. Il

solo che non fiatasse era don Luigi. S’era seduto, per sua disgrazia,

proprio in faccia a donna Fulvia, e sotto la suggezione di que’

due occhi non osava aprir bocca quasi neanche per pranzare. Anche

donna Fulvia vedendo la cattiva piega che prendeva il suo pranzo di

_riparazione_, s’era fatta silenziosa; e sulla sua fronte si andavano

accavallando le rughe, come le nubi sul cielo prima d’un grosso

temporale. Don Cornelio, che la guardava sott’occhio, cercava di

tanto in tanto di moderare qualche parlatore troppo chiassoso, ma era

inutile; il marchese stesso, che se ne divertiva sempre di più, correva

subito a portar legna al foco se appena ne vedeva il bisogno.

— Ah, adesso si comincia a star meglio! — esclamò don Prospero, che da

quando s’era accomodata la salvietta passandone uno dei lembi dietro

il collare di margheritine celesti, non aveva levati gli occhi dal

piatto, che per servirsi tre volte a ogni portata. — Si comincia a star

meglio....

— Bravo don Prospero... e se mi permette... — Così dicendo, il marchese

gli riempiva il bicchiere.

— Altro che permettere! Questo Valpolicella vale un Perù.

— E don Prospero gli fa onore!

— Che vuole? Siamo due vecchi amici, io e il Valpolicella! peccato che

ci incontriamo di rado! Ah! ah!

— Allora un altro bicchierino.

— Cerimonie, cerimonie... grazie, signor marchese.... Questo sarà alla

sua salute, perchè fin qui è andato giù alla mia, ah! ah!... Proprio

eccellente, vecchione, legittimo.... e quando lo dico io!...

— Ah! lei se ne intende? Oh guardi! si direbbe, a vederla, che lei non

beve che acqua.

— Acqua? ah, ah! In casa mia han sempre fatto tutti l’oste....

— E l’acqua la fan bere agli altri.

— Bravo, signor marchese; si vede che lei se ne intende del mestiere!

Ma scherzi a parte, del vino n’ho visto a maneggiar molto, e n’ho

maneggiato anch’io....

— Anche lei?

— Sicuro; e come si fa? Il Benefizio è magro; non mi dà che trecento

lire l’anno: si benedice qualche bestia perchè non si rompa le corna,

e tutto finisce lì. Se avessi anch’io come don Cornelio i miei

villeggianti! oh allora è un tutt’altro affare. C’è d’autunno quella

messetta ben pagata, c’è quel pranzetto tutte le domeniche, c’è alle

volte la risorsa d’un bravo funeralone....

— Ch’è una bella risorsa, ne convengo... non per i villeggianti.

— Oh, più tardi che si può, s’intende, ma c’è sempre la speranza.

Invece io....

— A proposito, torniamo al vino; lei mi diceva...

— Che n’ho maneggiato, eh sicuro! I miei fratelli fanno l’oste, e

qualche affaruccio lo faccio anch’io. Alle sagre ci vado con le mie

mostre, e qualcosuccia si fa. Oggi, per esempio, ecco qua.... — E

intanto levava di tasca una bottiglietta da saggio vuota. — Ci avevo un

vinettino che non è dispiaciuto; un vinettino, se vuole, di confidenza,

ma....

— Ma sincero.

— Precisamente; e quando il vino è sincero, allora uno può sempre dire:

comando io. Dico bene?

— Benissimo. E vini bianchi ne tiene?

— Sempre: adesso abbiamo un agretto leggero del paese, che a digiuno

è un _non plus ultra_. Ne abbiamo anche uno di collina, sopraffino,

d’abbocato gentile; poi abbiamo....

— Del Champagne Crémant Impérial?

— Ah, lei vuol dire quel dolcino spumante che va su per il naso? No,

no; il vino deve andare per in giù, non per in su. Me l’han fatto

assaggiare una volta il Champagne, proprio di quel vero d’Asti, ma ho

detto subito che non era roba per noi.... Una volta si teneva qualche

cosa anche per l’avventore che non sa bere, ma adesso non ne teniamo

più.

In quel punto era cessato improvvisamente quel rumore di forchette, di

piatti e di voci che assordavano, e tutti s’eran rivolti ad ascoltare

un certo don Giosuè che dopo aver fatto ridere i suoi vicini con quelle

quattro storielle che soleva ripetere da per tutto dove andava, s’era

fitto in capo di far raccontare da don Cornelio a tutta la tavolata

quella sua avventura del quarantotto, quella del Croato. Don Cornelio

se n’era schermito e don Giosuè s’era messo lui a raccontare quel tanto

che ne aveva risaputo, aggiungendoci una qualche goffaggine del suo,

per far rider meglio la brigata. Don Cornelio gli dava sulla voce,

ma era inutile; l’uditorio teneva per don Giosuè, applaudendolo in

ragione che ne diceva di più sciocche. Anche donna Fulvia che, fin

lì, stecchita, in sussiego e senz’aprir bocca, aveva avuto l’aria di

non udir nulla di quanto si diceva intorno a lei, questa volta s’era

messa a prestar attenzione. Indispettita da quel baccano, e mortificata

in cuor suo di non aver potuto fino allora levar gli occhi su don

Cornelio, non le parve vero di potergli guardare in faccia questa

volta anche lei, e di dirgli poi con un fare addolorato, appena don

Giosuè ebbe finita la storiella tra le risate degli uditori: — Male,

malissimo, signor curato, e mi stupisco che si raccontino di queste

storie sul suo conto.

— Si stupisca piuttosto — rispose don Cornelio — di chi le racconta a

questo modo.

— Eh, eh, — saltò su don Innocente, il quale fino a quel punto non

aveva fatto che mangiare, e far dei sorrisi di riconoscenza ora a donna

Fulvia e ora al padre Felice. — Don Cornelio è sempre diplomatico!

basta dire che era uno degli amici del Cavour!

— Un amico del Cavour? lei, don Cornelio! — chiese subito donna Fulvia,

guardandolo di nuovo con stupore. — Ogni giorno se ne sente una nuova!

— Amico del Cavour! — non potè a meno di esclamare anche il padre

Felice.

— Come, lei signor curato, era amico del conte di Cavour? oh non lo

sapevamo! Ci racconti, signor curato, ci racconti.... — prese a dire, e

continuò con insistenza, il marchese Ettore, intanto che gli occhi di

tutti si rivolgevano su don Cornelio.

Il povero don Cornelio che fino a quel giorno, come abbiam visto,

s’era dato l’illusione d’essere stato poco meno che un amico anche

lui del gran Ministro, ora tutto confuso, facendosi rosso in viso,

e ricercando meglio nella sua memoria, finì col rispondere che

l’asserzione di don Innocente non era vera; e perchè gli si credesse

meglio, e anche per non sconfessar la sua ammirazione, soggiunse che

non aveva mai avuto un così grande onore. Tutti allora furono persuasi

che qualcosa di vero ci doveva essere; e i più senza badar oltre nè

a don Innocente che insisteva, nè a don Cornelio che rettificava,

tornarono alle occupazioni di prima, e ci tornarono con quel crescendo

che contraddistingue di solito un finale.

— Anche amico del Cavour! — aveva nel frattempo ripetuto un par di

volte donna Fulvia, mandando, con una certa compiacenza ironica,

delle occhiate al padre Felice: e il marchese fingendo la più ingenua

curiosità, si divertì per un pezzetto ancora ad aizzar don Innocente,

a farlo parlare, a tener viva la disputa, lasciando tranquillo per un

momento don Prospero, il quale se ne approfittò per far passare nelle

ampie tasche del suo soprabito un pezzo di cacio, una fetta di torta,

una manata di mandorle, e da ultimo quattro amaretti.

Con gli amaretti il pranzo era finito, e donna Fulvia si alzò. I

convitati fecero altrettanto; non tutti insieme però, perchè alcuni

vollero prima assaporare un ultimo sorso, e qualche altro dovette prima

fare più d’un tentativo per rimettersi in piedi. Don Prospero colse

l’occasione per riempire di Valpolicella la sua bottiglina, dicendo al

marchese, il quale se n’era avveduto e voleva scoppiar dalle risa: —

Questo lo porto a casa per memoria.

Il pranzo era durato più di due ore, e le cinque eran battute da un

pezzo. Don Cornelio, intanto che nel salotto veniva servito il caffè,

svincolatosi da don Innocente e dal marchese, si accostò a don Luigi,

e gli disse all’orecchio che andasse a far sonar subito i Vespri. Fu

una buona precauzione, perchè lo schiamazzo aveva ripreso nel salotto

più forte di prima, e donna Fulvia cominciava a perder la pazienza. Ai

primi rintocchi delle campane don Cornelio si accomiatò, fece in fretta

i suoi convenevoli, si raccomandò ai preti che si spicciassero, e andò

diviato in chiesa. I più della brigata fecero sulle prime l’orecchio

del mercante, ma donna Fulvia fece l’atto di muoversi e bisognò andare.

Peccato! A un tavolino era cominciata una partita a primiera; don

Giosuè, in mezzo a cinque o sei de’ più chiassosi, stava raccontando

una storiella al marchese; don Prospero sprofondato in una poltrona

russava tranquillamente; e un certo don Matteo stava per accender la

pipa.

Donna Fulvia salutò i suoi convitati complessivamente piegando il

capo a destra e a sinistra, con un certo sussiego, ritta in mezzo al

salotto, e nell’attitudine di dire: favoriscano d’andarsene. E l’uno

dopo l’altro se ne andarono tutti; chi tacendo come c’era venuto, e

chi, diventato più espansivo, impappinandosi in un complimento che

rimaneva a metà.

Appena “le ebber levato l’incomodo„ come avevano detto i più

complimentosi, donna Fulvia fece un gran respiro; ma le contrarietà

di quella giornata non erano ancor finite. Si mosse anch’essa poco

dopo per andare in chiesa, e affacciatasi al portone vide, dinanzi al

palazzo, un brusio di gente che, motteggiando o ridendo, or faceva

ressa intorno a qualcuno, or si affollava in un punto della strada,

or si apriva facendo ala, e tutta con l’aria allegra di chi gode e si

diverte. “Oh cos’è questa novità?„ pensò donna Fulvia “cosa fa questa

gente, questa ragazzaglia che dovrebbe esser tutta ai Vespri?„ E

s’avviò non senza difficoltà verso la chiesa, attraversando lentamente

quella folla di curiosi e di buontemponi, i quali tutti eran troppo

occupati a ridere a crepapancia per accorgersi di donna Fulvia e farle

largo. Cosa fosse questa novità, e perchè ridessero quei buontemponi,

donna Fulvia se lo sentì vociare intorno da ogni parte nel fare il suo

tragitto. Era gente venuta, come a un divertimento, a vedere i preti

uscire dal gran pranzo, chi per semplice curiosità dopo aver veduta la

foca, chi per ridere, e chi per dare la baia. Parecchi, usciti allora

allora dall’osteria, aiutavano a rendere il divertimento più chiassoso;

chi mezzo brillo con un motteggio sull’intemperanza dei preti; chi col

naso rosso additando un qualche curato che l’avesse anche più rosso.

E non è a dire che questo spasso procedesse da per tutto liscio e

senza contrasti. Alcuni di que’ preti ai quali la gente dava la baia,

cercavan di svignarsela; ma altri rimbeccavano e rispondevano per le

rime.

Si pensi dunque quante non ne sentì donna Fulvia in quel breve tratto

di strada, e quante non ne riseppe poi il giorno dopo dal Valassina,

dalla Cleofe, e dagli altri suoi confidenti; poichè il giorno dopo

in Orobio non si fece che parlar del pranzo, dell’uscita dei preti

dal palazzo, delle scene avvenute, delle facezie dette, e di certi

due scappellotti somministrati da don Matteo, quel della pipa. Don

Cornelio, arrabbiato, afflitto per lo scandalo, avrebbe voluto almeno

che non se ne parlasse più. Pregò, sgridò, ma con poco frutto. La

storiella andò subito in giro anche per i paeselli della valle, e

per un pezzo fu il tema allegro dei discorsi in ogni casa e in ogni

bettola. Tale fu la fine del gran pranzo, col quale donna Fulvia aveva

creduto di dare una lezione a don Cornelio, di edificare il popolo e di

rialzare il clero.

Il curato d'Orobio · 第 18 / 33 题