I preti, che donna Fulvia, dopo essersi consultata con don Innocente,
aveva invitati a pranzo per la festa di S. Luca eran diciotto. La
notizia s’era sparsa, per tutta la valle; e dai paesi vicini eran
venuti de’ curiosi per vedere quella novità del gran pranzo, pur
sapendo di restarne a bocca asciutta. Questa volta dunque per S.
Luca c’era gente più del solito, per quanto la festa d’Orobio fosse
sempre una delle più frequentate, e anzi facesse dire ogni anno agli
invidiosi degli altri paesi “gli è perchè S. Luca coincide col mercato
delle castagne.„ Alla festa di don Cornelio, come la chiamavan ne’
paesi vicini, dove pure il curato d’Orobio era ben veduto ed amato,
eran venuti, come di solito, alcuni sindaci e alcune società d’operai
con le loro bandiere e con que’ quattro sonatori che, tra di loro, si
chiamavan la banda. Alla venuta delle società e delle bandiere, il
sindaco d’Orobio aveva voluto dare questa volta una maggior importanza.
Era andato a riceverle, aveva scambiato degli evviva patriottici, e
aveva invitati parecchi a bere all’osteria, per contrapporre, come
diceva lui, una solennità civile al pranzo di donna Fulvia.
I particolari della festa eran stati fissati da donna Fulvia la quale
voleva farne gli onori, ma senza troppo incomodarsi, e senza mutare le
proprie abitudini. Alla mattina dunque, dopo l’ora della sua colazione,
ci doveva essere la messa cantata, poi la predica, la cioccolata
al celebrante, la processione, il pranzo alle tre, e i vespri alle
cinque. Non tutti gl’invitati conoscevano queste disposizioni, le
quali, soprattutto sul punto dell’orario, si allontanavano non poco
dalle usanze dei loro paesi; per cui, molto prima che le funzioni
cominciassero, si vedevan per le strade di Orobio parecchi de’ preti
invitati che, con un grande ombrello sotto il braccio, gironzellavano
un po’ sconcertati del contrattempo, pigliandosela con chi non gli
aveva prevenuti, e bisticciandosi con la serva che li seguiva, e che li
aveva consigliati a non far colazione. Gli invitati arrivaron tutti.
Uno solo mandò a dire, proprio quella mattina stessa, che l’avessero
per iscusato perchè s’era sentito male la notte; e questo era il
predicatore incaricato del panegirico. Nientemeno! Don Cornelio fu in
un bell’impiccio. Fra gl’intervenuti non c’era da far scelta; e così,
lì su due piedi, dovette pensare a supplir lui, e a mettere insieme
alla meglio quattro parole per la circostanza.
Venuta l’ora delle funzioni, donna Fulvia uscì dal palazzo accompagnata
da sua figlia, dal genero, dal padre Felice e da Cristina, la quale
s’era tirato un velo fitto sugli occhi come se tutti le avessero
dovuto leggere in viso la sua commozione. Dietro donna Fulvia veniva
la Cleofe, che teneva in braccio _Fleurette_; e dietro la Cleofe
venivano i servitori, due dei quali portavano dei cuscini di velluto
per gl’inginocchiatoi di casa Orsenigo. Donna Fulvia attraversò la
folla de’ curiosi, che facevan ala, con quel contegno che soleva
assumere quando voleva incutere serietà e compunzione; e la folla,
richiudendosi dietro di lei, si rovesciò in chiesa a spintoni, a
gomitate, a motteggi, intanto che una scampanellata annunziava il
cominciare della messa grande. Arrivata poi la messa al Vangelo, don
Cornelio salì sul pulpito; riandò un momento le cose pensate poco
prima, e prese a parlare, come soleva, alla buona, con calore, senza
latino, per quanto ne spiacesse alla Cleofe, ma in modo che anche
i più semplici lo capissero e ne avessero un ammaestramento. Parlò
di S. Luca evangelista, ricordò gl’insegnamenti del Vangelo; e a
proposito dell’amor del prossimo, toccando l’argomento delle rivalità
e delle guerricciuole tra famiglie e tra paeselli, si congratulò di
veder riunita nella sua chiesetta gente d’ogni parte della valle.
Rivolgendosi infine al gruppo d’operai che stavano intorno alle loro
bandiere, chiuse il discorso con alcune calde parole sulla santità
del soccorrersi a vicenda, e sull’amplesso ch’egli invocava tra la
religione e la patria.
_Fleurette_, che in quel punto aveva veduto poco discosto i due
occhietti di _Ugolino_, si mise ad abbaiare. Donna Fulvia, scambiati
ch’ebbe essa pure col padre Felice un’occhiata e un sospiro, si
rizzò in piedi; e il prete che diceva la messa ricominciò a cantare,
accompagnato dai suoni d’un organo sfiatato.
Finita la messa, cominciò la processione. Donna Fulvia rimase in
chiesa, perchè le processioni essa le seguiva mentalmente, e ci mandava
invece la servitù. Sua figlia Bianca ricondusse a casa Cristina, che
si sentiva poco bene; e il marchese Ettore le accompagnò pensando che
la fratellanza predicata da don Cornelio poteva essere una bella cosa,
ma soprattutto all’aria aperta. Il padre Felice rimase in chiesa, un
po’ pregando e un po’ mormorando sottovoce con donna Fulvia contro
il curato, in mezzo al rumor confuso, che veniva dal di fuori, delle
campane che suonavano alla distesa, degli spari de’ mortaletti, delle
voci dei preti e delle confraternite che cantavano, delle bande che
stonavano, delle grida di chi vendeva sul mercato e degli strilli d’un
clarino che chiamava la gente a veder la foca.
Finite le funzioni, i diciotto invitati di donna Fulvia, dopo aver
gironzellato di nuovo per un paio d’ore guardando ogni tanto l’orologio
del campanile, come videro la lancetta avvicinarsi alle tre, un dopo
l’altro si avviarono al palazzo. Donna Fulvia cominciò a ricevere i
primi con un contegno pieno di dignità e di deferenza per far veder
loro ch’era abituata a ricevere de’ prelati: ma i suoi invitati, o
rimanevan sull’uscio vergognosi e impacciati senza rispondere, o
sudici e impolverati si lasciavano andar sulle seggiole, asciugandosi
il sudore, e deponendo sui tavolini de’ cappelli bisunti. Donna
Fulvia, alquanto contrariata, dava di lungo a uno nella speranza che
chi veniva fosse migliore. Ma chi veniva valeva l’altro: se uno era
impacciato, l’altro era rozzo; se il vestito d’uno era rappezzato,
quello dell’altro era rifinito; e chi parlava, faceva dar la preferenza
a chi taceva. Donna Fulvia che si rammentava dei preti di quella valle
veduti un tempo quando ci veniva da ragazza, andava ora facendo, come
trasognata, dei confronti. Si rammentava che quelli d’allora eran
tutt’altra cosa, e avrebbe voluto saperne il perchè. Il perchè c’era,
ma essa era lontana le mille miglia dall’immaginarselo, e buttava tutta
la colpa addosso a chi glieli aveva scelti dal mazzo. Ciò poi che la
stizziva di più era di non vederne tra i presenti uno, uno solo, che
paresse migliore, o poco da meno, del curato d’Orobio. Ma perchè?....
Non ci fossero stati almeno de’ testimoni! Ma c’era il padre Felice che
osservava e taceva; c’era don Cornelio che aveva l’aria impaziente,
e c’era sua figlia Bianca che a ogni nuovo venuto arricciava il naso
un poco di più, e si teneva un poco di più in disparte. Di buon umore
non c’era che il marchese Ettore, il quale passava dall’uno all’altro
degli invitati dirigendo a tutti qualche domanda, e cercando d’attaccar
discorso, con un fare tra il familiare e il canzonatorio che non
riusciva nuovo a donna Fulvia, e che la metteva tanto più di malumore.
Finalmente un servitore venne a annunziare che il pranzo era servito;
e si pensi con quanta premura e con quanto appetito, si mettessero
a tavola i convitati che, soliti a desinare a mezzogiorno, avevan
sentito questa volta, quasi tutti a digiuno, batter le tre. Il marchese
Ettore volle vicino a sè don Prospero, che gli aveva dato subito
nell’occhio, e gli era parso che promettesse più degli altri in materia
di chiacchiere e di buon umore. La marchesa Bianca si rifugiò tra sua
madre e Cristina; don Innocente si mise accanto al padre Felice, e gli
altri sedettero alla rinfusa cercando in fretta un buon posto, un posto
cioè lontano dai padroni di casa. Il pranzo cominciò, e continuò per un
paio di portate nel più profondo silenzio. L’appetito e la suggezione
toglievano la parola ai convitati, e fin don Prospero non rispondeva
che con de’ risolini al marchese, il quale lo andava stuzzicando con
delle domande e con delle facezie, intanto che gli riempiva senza
interruzione il bicchiere.
La parlantina cominciò a metà del pranzo; e prima che si arrivasse
all’arrosto non c’era più uno che tacesse. Tutti parlavano in una
volta; chi raccontava una storiella al vicino, il quale poi la ripeteva
a tutti ad alta voce; chi chiamava o rispondeva da un capo all’altro
della tavola, chi motteggiava, e chi rideva sgangheratamente. Il
baccano andava sempre crescendo, e non aveva tregua che al comparire
d’una nuova portata, per ripigliare subito dopo più forte di prima. Il
solo che non fiatasse era don Luigi. S’era seduto, per sua disgrazia,
proprio in faccia a donna Fulvia, e sotto la suggezione di que’
due occhi non osava aprir bocca quasi neanche per pranzare. Anche
donna Fulvia vedendo la cattiva piega che prendeva il suo pranzo di
_riparazione_, s’era fatta silenziosa; e sulla sua fronte si andavano
accavallando le rughe, come le nubi sul cielo prima d’un grosso
temporale. Don Cornelio, che la guardava sott’occhio, cercava di
tanto in tanto di moderare qualche parlatore troppo chiassoso, ma era
inutile; il marchese stesso, che se ne divertiva sempre di più, correva
subito a portar legna al foco se appena ne vedeva il bisogno.
— Ah, adesso si comincia a star meglio! — esclamò don Prospero, che da
quando s’era accomodata la salvietta passandone uno dei lembi dietro
il collare di margheritine celesti, non aveva levati gli occhi dal
piatto, che per servirsi tre volte a ogni portata. — Si comincia a star
meglio....
— Bravo don Prospero... e se mi permette... — Così dicendo, il marchese
gli riempiva il bicchiere.
— Altro che permettere! Questo Valpolicella vale un Perù.
— E don Prospero gli fa onore!
— Che vuole? Siamo due vecchi amici, io e il Valpolicella! peccato che
ci incontriamo di rado! Ah! ah!
— Allora un altro bicchierino.
— Cerimonie, cerimonie... grazie, signor marchese.... Questo sarà alla
sua salute, perchè fin qui è andato giù alla mia, ah! ah!... Proprio
eccellente, vecchione, legittimo.... e quando lo dico io!...
— Ah! lei se ne intende? Oh guardi! si direbbe, a vederla, che lei non
beve che acqua.
— Acqua? ah, ah! In casa mia han sempre fatto tutti l’oste....
— E l’acqua la fan bere agli altri.
— Bravo, signor marchese; si vede che lei se ne intende del mestiere!
Ma scherzi a parte, del vino n’ho visto a maneggiar molto, e n’ho
maneggiato anch’io....
— Anche lei?
— Sicuro; e come si fa? Il Benefizio è magro; non mi dà che trecento
lire l’anno: si benedice qualche bestia perchè non si rompa le corna,
e tutto finisce lì. Se avessi anch’io come don Cornelio i miei
villeggianti! oh allora è un tutt’altro affare. C’è d’autunno quella
messetta ben pagata, c’è quel pranzetto tutte le domeniche, c’è alle
volte la risorsa d’un bravo funeralone....
— Ch’è una bella risorsa, ne convengo... non per i villeggianti.
— Oh, più tardi che si può, s’intende, ma c’è sempre la speranza.
Invece io....
— A proposito, torniamo al vino; lei mi diceva...
— Che n’ho maneggiato, eh sicuro! I miei fratelli fanno l’oste, e
qualche affaruccio lo faccio anch’io. Alle sagre ci vado con le mie
mostre, e qualcosuccia si fa. Oggi, per esempio, ecco qua.... — E
intanto levava di tasca una bottiglietta da saggio vuota. — Ci avevo un
vinettino che non è dispiaciuto; un vinettino, se vuole, di confidenza,
ma....
— Ma sincero.
— Precisamente; e quando il vino è sincero, allora uno può sempre dire:
comando io. Dico bene?
— Benissimo. E vini bianchi ne tiene?
— Sempre: adesso abbiamo un agretto leggero del paese, che a digiuno
è un _non plus ultra_. Ne abbiamo anche uno di collina, sopraffino,
d’abbocato gentile; poi abbiamo....
— Del Champagne Crémant Impérial?
— Ah, lei vuol dire quel dolcino spumante che va su per il naso? No,
no; il vino deve andare per in giù, non per in su. Me l’han fatto
assaggiare una volta il Champagne, proprio di quel vero d’Asti, ma ho
detto subito che non era roba per noi.... Una volta si teneva qualche
cosa anche per l’avventore che non sa bere, ma adesso non ne teniamo
più.
In quel punto era cessato improvvisamente quel rumore di forchette, di
piatti e di voci che assordavano, e tutti s’eran rivolti ad ascoltare
un certo don Giosuè che dopo aver fatto ridere i suoi vicini con quelle
quattro storielle che soleva ripetere da per tutto dove andava, s’era
fitto in capo di far raccontare da don Cornelio a tutta la tavolata
quella sua avventura del quarantotto, quella del Croato. Don Cornelio
se n’era schermito e don Giosuè s’era messo lui a raccontare quel tanto
che ne aveva risaputo, aggiungendoci una qualche goffaggine del suo,
per far rider meglio la brigata. Don Cornelio gli dava sulla voce,
ma era inutile; l’uditorio teneva per don Giosuè, applaudendolo in
ragione che ne diceva di più sciocche. Anche donna Fulvia che, fin
lì, stecchita, in sussiego e senz’aprir bocca, aveva avuto l’aria di
non udir nulla di quanto si diceva intorno a lei, questa volta s’era
messa a prestar attenzione. Indispettita da quel baccano, e mortificata
in cuor suo di non aver potuto fino allora levar gli occhi su don
Cornelio, non le parve vero di potergli guardare in faccia questa
volta anche lei, e di dirgli poi con un fare addolorato, appena don
Giosuè ebbe finita la storiella tra le risate degli uditori: — Male,
malissimo, signor curato, e mi stupisco che si raccontino di queste
storie sul suo conto.
— Si stupisca piuttosto — rispose don Cornelio — di chi le racconta a
questo modo.
— Eh, eh, — saltò su don Innocente, il quale fino a quel punto non
aveva fatto che mangiare, e far dei sorrisi di riconoscenza ora a donna
Fulvia e ora al padre Felice. — Don Cornelio è sempre diplomatico!
basta dire che era uno degli amici del Cavour!
— Un amico del Cavour? lei, don Cornelio! — chiese subito donna Fulvia,
guardandolo di nuovo con stupore. — Ogni giorno se ne sente una nuova!
— Amico del Cavour! — non potè a meno di esclamare anche il padre
Felice.
— Come, lei signor curato, era amico del conte di Cavour? oh non lo
sapevamo! Ci racconti, signor curato, ci racconti.... — prese a dire, e
continuò con insistenza, il marchese Ettore, intanto che gli occhi di
tutti si rivolgevano su don Cornelio.
Il povero don Cornelio che fino a quel giorno, come abbiam visto,
s’era dato l’illusione d’essere stato poco meno che un amico anche
lui del gran Ministro, ora tutto confuso, facendosi rosso in viso,
e ricercando meglio nella sua memoria, finì col rispondere che
l’asserzione di don Innocente non era vera; e perchè gli si credesse
meglio, e anche per non sconfessar la sua ammirazione, soggiunse che
non aveva mai avuto un così grande onore. Tutti allora furono persuasi
che qualcosa di vero ci doveva essere; e i più senza badar oltre nè
a don Innocente che insisteva, nè a don Cornelio che rettificava,
tornarono alle occupazioni di prima, e ci tornarono con quel crescendo
che contraddistingue di solito un finale.
— Anche amico del Cavour! — aveva nel frattempo ripetuto un par di
volte donna Fulvia, mandando, con una certa compiacenza ironica,
delle occhiate al padre Felice: e il marchese fingendo la più ingenua
curiosità, si divertì per un pezzetto ancora ad aizzar don Innocente,
a farlo parlare, a tener viva la disputa, lasciando tranquillo per un
momento don Prospero, il quale se ne approfittò per far passare nelle
ampie tasche del suo soprabito un pezzo di cacio, una fetta di torta,
una manata di mandorle, e da ultimo quattro amaretti.
Con gli amaretti il pranzo era finito, e donna Fulvia si alzò. I
convitati fecero altrettanto; non tutti insieme però, perchè alcuni
vollero prima assaporare un ultimo sorso, e qualche altro dovette prima
fare più d’un tentativo per rimettersi in piedi. Don Prospero colse
l’occasione per riempire di Valpolicella la sua bottiglina, dicendo al
marchese, il quale se n’era avveduto e voleva scoppiar dalle risa: —
Questo lo porto a casa per memoria.
Il pranzo era durato più di due ore, e le cinque eran battute da un
pezzo. Don Cornelio, intanto che nel salotto veniva servito il caffè,
svincolatosi da don Innocente e dal marchese, si accostò a don Luigi,
e gli disse all’orecchio che andasse a far sonar subito i Vespri. Fu
una buona precauzione, perchè lo schiamazzo aveva ripreso nel salotto
più forte di prima, e donna Fulvia cominciava a perder la pazienza. Ai
primi rintocchi delle campane don Cornelio si accomiatò, fece in fretta
i suoi convenevoli, si raccomandò ai preti che si spicciassero, e andò
diviato in chiesa. I più della brigata fecero sulle prime l’orecchio
del mercante, ma donna Fulvia fece l’atto di muoversi e bisognò andare.
Peccato! A un tavolino era cominciata una partita a primiera; don
Giosuè, in mezzo a cinque o sei de’ più chiassosi, stava raccontando
una storiella al marchese; don Prospero sprofondato in una poltrona
russava tranquillamente; e un certo don Matteo stava per accender la
pipa.
Donna Fulvia salutò i suoi convitati complessivamente piegando il
capo a destra e a sinistra, con un certo sussiego, ritta in mezzo al
salotto, e nell’attitudine di dire: favoriscano d’andarsene. E l’uno
dopo l’altro se ne andarono tutti; chi tacendo come c’era venuto, e
chi, diventato più espansivo, impappinandosi in un complimento che
rimaneva a metà.
Appena “le ebber levato l’incomodo„ come avevano detto i più
complimentosi, donna Fulvia fece un gran respiro; ma le contrarietà
di quella giornata non erano ancor finite. Si mosse anch’essa poco
dopo per andare in chiesa, e affacciatasi al portone vide, dinanzi al
palazzo, un brusio di gente che, motteggiando o ridendo, or faceva
ressa intorno a qualcuno, or si affollava in un punto della strada,
or si apriva facendo ala, e tutta con l’aria allegra di chi gode e si
diverte. “Oh cos’è questa novità?„ pensò donna Fulvia “cosa fa questa
gente, questa ragazzaglia che dovrebbe esser tutta ai Vespri?„ E
s’avviò non senza difficoltà verso la chiesa, attraversando lentamente
quella folla di curiosi e di buontemponi, i quali tutti eran troppo
occupati a ridere a crepapancia per accorgersi di donna Fulvia e farle
largo. Cosa fosse questa novità, e perchè ridessero quei buontemponi,
donna Fulvia se lo sentì vociare intorno da ogni parte nel fare il suo
tragitto. Era gente venuta, come a un divertimento, a vedere i preti
uscire dal gran pranzo, chi per semplice curiosità dopo aver veduta la
foca, chi per ridere, e chi per dare la baia. Parecchi, usciti allora
allora dall’osteria, aiutavano a rendere il divertimento più chiassoso;
chi mezzo brillo con un motteggio sull’intemperanza dei preti; chi col
naso rosso additando un qualche curato che l’avesse anche più rosso.
E non è a dire che questo spasso procedesse da per tutto liscio e
senza contrasti. Alcuni di que’ preti ai quali la gente dava la baia,
cercavan di svignarsela; ma altri rimbeccavano e rispondevano per le
rime.
Si pensi dunque quante non ne sentì donna Fulvia in quel breve tratto
di strada, e quante non ne riseppe poi il giorno dopo dal Valassina,
dalla Cleofe, e dagli altri suoi confidenti; poichè il giorno dopo
in Orobio non si fece che parlar del pranzo, dell’uscita dei preti
dal palazzo, delle scene avvenute, delle facezie dette, e di certi
due scappellotti somministrati da don Matteo, quel della pipa. Don
Cornelio, arrabbiato, afflitto per lo scandalo, avrebbe voluto almeno
che non se ne parlasse più. Pregò, sgridò, ma con poco frutto. La
storiella andò subito in giro anche per i paeselli della valle, e
per un pezzo fu il tema allegro dei discorsi in ogni casa e in ogni
bettola. Tale fu la fine del gran pranzo, col quale donna Fulvia aveva
creduto di dare una lezione a don Cornelio, di edificare il popolo e di
rialzare il clero.