IX.

Donna Fulvia, dopo l’arrivo di Cristina, fu sottosopra non poco per

parecchi giorni. Era a momenti tutta eccitata, poi cadeva sopraffatta e

prostrata, nè più le bastavano i conforti del padre Felice. Si sarebbe

detto che avesse accolto in casa, non un’innocente fanciulla d’Orobio,

ma una selvaggia venuta di fresco dall’Africa. Il problema del rifare

da capo un’educazione viziata, secondo lei, da chi sa quanti errori;

il pensiero della sua pace perduta, e quello di mille guai immaginari,

formavano insieme una fantasmagoria di cose, un incubo, che non le

davan tregua, e che finivano per lo meno col darle l’emicrania, e

col far correre una dozzina di volte al giorno la Cleofe, ch’era la

cameriera, con tutte le boccettine della spezieria omeopatica di casa.

Donna Fulvia, insomma, era persuasa che le fosse cascato il mondo

addosso; e nel considerare la molteplicità dei problemi che le stavan

dinanzi e la complicazione di ciascun d’essi, disperava per sè, e

quindi per chississia, di trovarcene il bandolo.

Con sua grande sorpresa però, e quasi con un pochino di dispetto,

dovette accorgersi, un paio di settimane dopo, che qualcuno di quei

problemi, ai quali essa aveva appena osato pensare, o non comparivano,

o si scioglievano da sè senza bisogno, quasi, di badarci. “Chi sa

in seguito!„ le toccava già di dire; ma intanto in casa sua tutto

andava liscio come prima. Cristina era contenta, anzi maravigliata di

tutto. Abituata alla vita modesta e casalinga di campagna, cresciuta

con le massime e le abitudini di suo padre, che erano semplici e

austere, trovava, con molta compiacenza di donna Fulvia, che in casa

della zia tutto era buono, tutto era bello, e che le distrazioni e i

divertimenti erano fin troppi. I divertimenti consistevano in qualche

trottata, in qualche giretto per i magazzini di mode con la marchesa,

o in qualche lunga e sfarzosa funzione in Duomo, condottavi dalla

zia. Ma per Cristina erano novità maravigliose anche queste; erano,

ognuna, un divertimento. In cuor suo Cristina non aveva che un cruccio;

quello che nessuno le parlava mai di suo padre; che nessuno pareva

dividere il suo grande e recente dolore. Don Cornelio le aveva detto

di certi dissapori che c’erano stati in famiglia, e a questo proposito

le aveva raccomandata una gran prudenza, assicurandola che il tempo

avrebbe portato un rimedio anche a ciò. Per cui Cristina teneva il suo

doppio dolore tutto chiuso in sè stessa; e quando proprio non poteva

più trattenere le lacrime, allora correva a nasconderle nella sua

cameretta. Ma poi era così compresa di riconoscenza verso la zia, era

così ferma nel proposito di ricambiare il bene ricevuto con qualunque

sacrifizio, e nel mantenere questa sua promessa, questo suo giuramento,

ci metteva così pienamente tutto il suo entusiasmo giovanile,

che subito faceva forza a sè stessa; e ripensando fiduciosa alle

raccomandazioni di don Cornelio, rinchiudeva gelosamente nell’animo

ogni pensiero malinconico, ogni pensiero che pigliasse la strada de’

suoi monti. Tutto il suo impegno era quello di mostrarsi contenta,

premurosa, riconoscente. Quando aveva detto a don Cornelio “glielo

giuro„ s’era immaginata di dover compire subito qualcosa di eroico;

ed ora, vedendo che il sacrifizio era quello di non scorrazzare per

i campi, di vivere un pochino in soggezione, e di tener chiusi in sè

stessa, per allora, il suo dolore e i suoi pensieri, le pareva quasi

di non pagar per intero il benefizio ricevuto. Tra i suoi pensieri

ce n’era pur uno recente, ma che ogni giorno si faceva più vivo,

più assiduo, e le suscitava in secreto ora un’ansia penosa, ora una

moltitudine vaga di gioie e di speranze. Era il pensiero d’Enrico. Ma

questo pensiero, Cristina, non durava fatica a tenerlo celato perchè

le faceva subito correr le fiamme al viso; essa non avrebbe voluto che

se ne avvedesse alcuno, all’infuori, diceva, di don Cornelio... perchè

anche don Cornelio voleva a _lui_ tanto bene. E poi, sarebbe stato un

peccato disturbare un così bel pensiero che ritornava ogni volta con

una nuova e più cara speranza. “La zia, pensava Cristina, tra pochi

mesi sarebbe andata a Orobio, ci sarebbe rimasta un pezzo, ci sarebbe

tornato anche Enrico, la zia l’avrebbe conosciuto, gli avrebbe voluto

bene... oh, n’era sicura!... e poi....„ E poi Cristina ripigliava la

via dei sogni, dei bei sogni dorati.

Nell’animo di donna Fulvia, come abbiam detto, era andata formandosi,

a poco a poco, una calma relativa, e quasi non ci rimaneva più che una

sola cagione di dispiacere e di angustia: vogliam dire la bellezza di

Cristina. Procurava ben essa di metterci sopra lo spegnitoio, tenendo

con mano ferma la direzione del vestito e delle acconciature di

Cristina, e correggendo a questo proposito prontamente le imprudenze di

sua figlia Bianca; ma le misure, per quanto energiche, valevan poco.

Donna Fulvia temeva ogni giorno più che il male fosse inguaribile;

sicchè su questo punto continuava ad essere in allarme, e a consultarsi

col padre Felice.

A donna Fulvia piaceva di parer piena di sopraccapi e di disgrazie;

piaceva l’aver delle afflizioni da confidare, e su cui sfogarsi per

essere compassionata e confortata. Una qualche afflizione trovava

sempre modo d’averla. Non è a dire quindi quante lettere desolate

avesse scritte a suo genero, il marchese Chiaravalle, ch’era a Roma,

quando le capitò di dover ritirare Cristina in casa; ciò che per lei

era stato un sopraccapo davvero. A quelle lettere il marchese aveva

risposto con i soliti conforti e con i soliti complimenti, ch’erano il

formulario, in questi casi, d’ogni sua lettera alla suocera. Ma poche

settimane dopo, il marchese, con sua maraviglia, cominciò a ricevere

dalla suocera qualche lettera in cui le afflizioni apparivano alquanto

mitigate, ciò ch’era una gran novità; e n’ebbe fin una in cui Cristina

era chiamata col nome di _seconda figlia_, preceduto da un semplice

_quasi_. Fu allora che allo stupore del marchese tenne dietro subito un

altro stupore non piccolo, quello di donna Fulvia, la quale a un tratto

ricevette una lettera dal genero che la avvisava del suo ritorno prima

del tempo fissato.

Il marchese Ettore Chiaravalle, prima del tempo fissato non tornava

mai; specialmente, bisogna dirlo, quando viaggiava senza moglie e senza

suocera. Egli non s’era deciso a prender moglie se non quando gli era

proprio parso di non aver più nulla a chiedere alla propria libertà:

allora s’era anche creduto rassegnato ai vari legami accessori che

tengon dietro al legame indissolubile; aveva tutto preveduto, tutto

calcolato; ma poi, a matrimonio fatto, s’era accorto che il conto non

gli tornava esattamente. Gli mancava almeno un mesetto all’anno d’una

boccata d’aria libera, di quella d’un tempo; e bisognava trovar modo

di farcela stare. De’ pretesti dunque ce n’eran sempre: eran pretesti

d’una evidenza e d’una serietà inappuntabili; pretesti preceduti

da un consiglio chiesto alla suocera o da una confidenza fattale;

pretesti, insomma, che ogni volta davan l’aria al marchese di partire a

malincuore e pregato. Oltre il pretesto estivo d’una qualche bagnatura

particolare, c’era quasi ogni anno un pretesto invernale, ch’era quello

or d’un affare improvviso, or d’una visita a qualche cospicua famiglia

o a qualche personaggio dei molti, coi quali il marchese era entrato in

dimestichezza negli anni passati gironzellando per l’Italia e fuori.

La dimestichezza coi personaggi, e soprattutto con certi personaggi,

era ciò che toccava il cuore di donna Fulvia in un modo particolare,

e che accresceva in lei il gran concetto in cui teneva suo genero.

Figurarsi! saper suo genero amico e in corrispondenza diretta coi più

rinomati campioni di quelle idee ch’erano le sole buone di questo

mondo, le idee sue! Non è a dire dunque quanto donna Fulvia favorisse

certi viaggetti e certe visite del marchese Ettore; e come questi non

mancasse mai mai al suo ritorno di portare alla suocera una notizia, un

consiglio, una parolina di quelle che consolavano per un pezzo, e che

le davano presso parecchi una grande autorità. Lo zelo però del genero,

e quello della suocera, non erano dello stesso conio. Sulla bandiera

del marchese c’eran scritti, è vero, de’ principii molto severi, e

c’eran tutte le buone massime d’un governo antico; ma a sè stesso poi

aveva concesse tutte le franchigie e tutte le costituzioni moderne. Le

massime d’un tempo le trovava d’un gusto più distinto, più elegante,

perchè non erano del gusto dei più; ma nel seguirle non voleva noie,

e non passava mai il limite de’ suoi comodi; perchè poi sul punto

dello scomodarsi, o del seccarsi, egli non ammetteva transazioni.

Così, quando gli fece comodo un bel giorno di prender moglie, aveva

chiuso un occhio sul casato modesto del signor Sacchi, e guardato con

l’altro la figlia unica di donna Fulvia; ed ora, se si scomodava a

tornar da Roma prima del tempo fissato, era perchè gli tornava meno

comoda questa comparsa di Cristina in casa, e ancor meno comodo quel

nome di _seconda figliola_ letto nelle lettere della suocera. Il

marchese giustificò facilmente con sua moglie e con la suocera il suo

improvviso ritorno; convenne subito con sua moglie che la cuginetta era

tanto carina, e approvò sua suocera per quanto aveva fatto, lodando il

suo atto generoso fino a commuoverla, che non era facile; poi prese

a dichiararsi in famiglia il protettore di Cristina, e a tenerla

allegra ogni tanto con qualche motto allegro o con qualche storiella,

che, venuti da lui, eran lasciati passare con indulgenza e tolleranza

anche da donna Fulvia. Ma non era tornato sol per questo, e non lasciò

passare inoperoso il suo tempo. Quel mesetto rubato alle occupazioni

dell’estero, come le chiamava lui, lo occupò ad osservare e a meditare

in casa. E pare che in questi studi avesse a confidente e a guida il

padre Felice, perchè non lo si era veduto mai prima tanto assiduo,

tanto intimo con lui.

Era appunto passato un mese dopo il ritorno del marchese Ettore,

quando una sera donna Fulvia, trovandosi sola col padre Felice, aveva

avviato un lungo discorso a proposito di fanciulle, non sappiam bene

se del Giappone o della China, per le quali trovava urgente un’Opera

Pia che provvedesse ai loro onesti collocamenti. Il padre Felice era

stato quella sera paziente e taciturno, anche più del solito, seguendo

attentamente i discorsi di donna Fulvia, e manifestandole la sua piena

approvazione con frequenti cenni del capo, intanto che gustava qualche

presa di tabacco. Ma infine, come gli parve che l’argomento principale

fosse esaurito, cominciò, pur seguendo sempre il filo del discorso,

a ricondurre donna Fulvia a poco a poco in paesi più vicini. E donna

Fulvia lo compiaceva alla sua volta con una deferenza, ch’era in

ragione delle approvazioni avute poco prima.

— Donna Fulvia, può davvero dar consigli a tutti in proposito; — diceva

il padre Felice continuando il discorso sull’argomento dei matrimoni. —

Con quanta saviezza, con quanta ponderazione, non ha saputo combinare

il matrimonio di sua figlia! con quanto tatto e con quanta fortuna ne

ha combinati tant’altri! È una sapienza tutta sua.... se lo lasci dire

perchè, lei lo sa, io parlo sempre franco, anche a costo di dispiacere.

Qui donna Fulvia, a confermare indirettamente quello che diceva il

padre Felice, richiamò a proposito dei matrimoni fatti da lei, più

d’una circostanza di quelle ripetute le mille volte, ma che don Felice

ascoltò come gli fossero nuove.

— Ed ora, — continuò il padre Felice, — ora vedremo, m’immagino presto,

una nuova prova di sapienza e di prudenza, quale nessuno saprebbe

dare, a proposito d’un altro matrimonio.... Problema difficile! Il

matrimonio.... lei mi capisce.... di Cristina....

Donna Fulvia trattenne a stento una esclamazione, e don Felice continuò:

— Oh che la sua modestia non s’offenda, ma a me par già di leggere

nel di lei animo le profonde riflessioni da lei fatte sulla grave sua

responsabilità, e le sapienti combinazioni che avrà già maturate! Oh io

me le immagino, le veggo, e le ammiro! Qual complicazione di doveri che

ben pochi comprenderebbero, quante difficoltà alle quali a quest’ora

avrà felicemente pensato e provveduto! Oh ne vedremo i risultati ben

presto!...

Donna Fulvia s’era fatta tutta rossa in viso, e senza quel preambolo

si sarebbe rizzata di scatto anche dinanzi al padre Felice. Maritar

Cristina? Una bagattella! Una cosa che non le era neanche passata per

la mente! Altro che scattare! Ma quella complicazione di doveri e

quella sapienza delle proprie risoluzioni, di cui le aveva parlato il

padre Felice, l’avevano trattenuta, confusa, e riempita a un tempo di

amor proprio e di curiosità. Aveva però dato un leggero sussulto quando

udì la parola _presto_, che in fatto di matrimonio, per lei che s’era

maritata dopo i trent’anni, suonava come un’eresia.

— Mi son permesso di dir _presto_, — continuò il padre Felice che

s’era avveduto del movimento di donna Fulvia, — perchè parmi di avere

indovinato anche questo suo desiderio. Donna Fulvia, ben giustamente

non ama che le fanciulle si maritino troppo presto.... oh ne ha mille

ragioni! guai, guai! Ma ci sono delle circostanze eccezionalissime in

cui i doveri d’una madre, o di chi ne tiene il posto, suggeriscono

ben diversamente. E questo è il caso. Oh sono anche in ciò pienamente

d’accordo con lei. Ella ha compiuto un atto molto nobile e generoso

quando, con grave sacrifizio, ha accomodate le sgraziate faccende

del conte Maurizio, e ne ha raccolta in casa la figlia. Nella sua

modestia ella dice di non aver compiuto che un dovere.... ma lasci

che io l’ammiri!... e lasci pure ch’io la lodi altamente. Ma non meno

altamente la lodo vedendo quanto ella senta un altro dovere, un dovere

che va innanzi a tutti, rammentandosi cioè ch’ella ha una figlia sua,

e che questa figlia ha un marito. È un gentiluomo perfetto il marito,

chi non lo sa? Dalla sua bocca non uscirà mai una parola che accenni

agli interessi di sua moglie, affinchè nessuno creda che li confonda

coi propri, oh ne possiamo esser sicuri! Ma capisco, appunto per ciò,

i doveri specialissimi di delicatezza di donna Fulvia. La delicatezza

è molta nel marchese di Chiaravalle, ma non è sentita meno altamente

nella casa dei conti d’Orsenigo!

Donna Fulvia che fino allora era stata combattuta tra l’impazienza e

la riverenza verso il padre Felice, a quelle ultime parole fu vinta,

e sentì salire fino agli occhi una fiamma d’entusiasmo ch’era, non

lo sapeva bene, se per chi le parlava, o per sè stessa, alla quale

erano attribuiti così nobili sentimenti. Chinò la testa in atto di

ringraziare modestamente, e lasciò che il padre Felice continuasse,

impaziente ora di sentire la fine.

— Donna Fulvia pensa, se ben m’appongo, — continuò il padre Felice, —

che una dimora molto prolungata di Cristina in questa casa, possa far

nascere delle aspettative fallaci, dico bene? e possa lasciar credere

che donna Fulvia voglia, oltre il primo benefizio, farne degli altri;

far ciò insomma ch’ella non deve, e non vuole. Una lunga dimora in casa

creerebbe infatti nuovi e maggiori impegni, nuove responsabilità... E

poi, non si sa mai quel che può nascere; quale indole, quali capricci

possano svilupparsi nella fanciulla.... cosa possa succedere nella

famiglia... insomma, donna Fulvia vuol prevedere! prevedere! Sono

questi i pensieri di donna Fulvia, oh io glieli leggo in fronte! e

quanto a me, li lodo e li applaudo proprio di cuore. Lei ha pienamente

ragione; Cristina va maritata presto, il più presto possibile. Quanto

al trovare uno sposo.... oh comprendo! questo è il pensiero che ancor

trattiene donna Fulvia, e che la rende pensierosa, incerta... Quest’è

infatti il punto più difficile.... ma a donna Fulvia, a donna Fulvia

soltanto, riuscirà facile anche questo. Ella ha un tatto invidiabile

nelle faccende delicate; sa trovare subito il bandolo, e allora il

resto viene da sè. Cristina, naturalmente, non deve portar dote; ma è

bene che ciò sia risaputo subito perchè non ci siano malintesi. Essa ha

la dote d’un bel nome, il nome d’una famiglia tanto illustre; ed è la

nipote d’una così gran dama.... oh è inutile! me lo lasci dire.... e

vedrà quanti si faranno innanzi per incontrare un così gran parentado!

Ma facciasi pure innanzi chicchessia, lo sposo deve essere cercato e

trovato da lei, donna Fulvia, soltanto da lei.... in qualche famiglia

delle nostre, s’intende, sia in Milano, sia in provincia.... ma scelto

da lei.... Quando poi sia ben dichiarato che la sposa non porta dote,

allora qualsiasi dono non farà che mettere in nuova luce la nota e

splendida generosità di donna Fulvia.... Oh, ma cosa mai dico io

adesso! Mi perdoni, m’imbarcavo in argomenti in cui io son profano, e

lei è maestra.... E mi perdoni anche tutte queste mie chiacchiere....

ma ne incolpi la sua bontà, il mio interessamento per la famiglia....

e un po’ anche il mio amor proprio. Sì, anche questo. Le cose or dette

io le vado indovinando, le vado leggendo da qualche tempo nel di lei

animo, e il mio amor proprio non ha saputo resistere alla tentazione di

farmi con lei vanaglorioso della mia perspicacia. Oh la vanagloriaccia!

Donna Fulvia rispose a mezza voce, e un poco imbarazzata, con qualche

parola di ringraziamento e di complimento, col fare di chi si tiene

in riserbo, ma non nega. Qua e là, e anche alla fine, avrebbe voluto

venir fuori con qualche brava rimbeccata; ma quel discorso l’aveva a

mano mano avvinta in certe spire da cui non aveva saputo svincolarsi.

Per più giorni non ebbe altro per il capo, e fu di malumore e aspra più

del solito; ma a poco a poco finì con l’entrare nelle idee del padre

Felice, e col persuadersi anche che qualcuna di queste l’avesse proprio

pensata lei. Da quel punto fu tutta in orgasmo a far combinazioni, a

far progetti, a cercar nella sua mente lo sposo. E lo trovò. Sulle

prime si tenne abbottonata anche con don Felice; e nel dirgli un giorno

col fare misterioso che anche la scelta, quant’a lei, era bell’e fatta,

gli domandava con compiacenza e con una certa ironia: — L’avrebbe per

avventura indovinata anche questa, don Felice? — E don Felice col fare

umile rispondeva: — Ho indovinato una volta, e basta. Non si burli,

donna Fulvia, della mia vanagloria.

Il curato d'Orobio · 第 13 / 33 题