— Il portinaio le ha lasciato far le scale senza dirle nulla? —
domandò a don Cornelio un vecchio servitore venuto a aprirgli l’uscio
dell’anticamera.
— Sì, mi ha detto che donna Fulvia a quest’ora non riceve visite, e
veramente lo sapevo; ma siccome poi m’ha anche detto che è in casa....
— È in casa, ma non c’è, — rispose con gravità il servitore.
Don Cornelio non capì, ma non osò confessare la propria ignoranza.
Poi fattosi coraggio riprese: — L’affare è..., che vengo da lontano
appositamente chiamato da donna Fulvia. Anzi mi faccia il piacere di
dire alla signora che c’è qui il curato d’Orobio, con la nipote.
— Ah! ho capito; e com’è così, venga pure innanzi, — disse il servitore
guardando il curato e Cristina con una certa curiosità. — Vado ad
annunziarli. S’accomodi intanto signor curato.... si accomodino.
Don Cornelio e Cristina sedettero su una cassapanca, sulla cui
spalliera c’era dipinto lo stemma di casa Orsenigo; e rimasero ad
aspettare, guardando intanto all’ingiro per l’ampio stanzone, e facendo
tra loro qualche chiacchiera sottovoce. A un tratto videro aprirsi
un uscio, e si levarono in piedi tutt’e due. Entrò, tutto solo, un
cagnolino inglese, dal pelo lungo, grassotto e serio, facendo col
passo lento e stentato dei piccoli giri come se cercasse qualcosa, e
mandando traverso i peli, che gli coprivan gli occhi, qualche occhiata
ai due forestieri. Cristina fece una risata, e don Cornelio chiamò quel
personaggio con un pst e con un nome di fantasia. Il cagnolino diede
una brontolata, come dire che non permetteva scherzi; e senza voltarsi
se ne andò dall’uscio da cui era venuto.
Ci fu una seconda pausa, non breve, ma senza avvenimenti. Finalmente
s’aprì un uscio di nuovo, e questa volta comparve una persona che
per l’età, per il vestito, ch’era severo ma non senza una certa
pretensione, e pel contegno che voleva esser dignitoso, c’era, per chi
veniva da Orobio, da pigliarla sulle prime per donna Fulvia. Ma non era
invece che la sua cameriera; e dietro a lei era ricomparso il cagnetto
inglese, il quale senza scostarsele dai lembi del vestito, fissava
questa volta i due forestieri con quella audacia che danno le forti
protezioni.
— Dunque loro sono... il signor curato, e la nipote della mia
padrona... — cominciò a dire la cameriera. — Male, male, venire a
quest’ora. Dopo mezzogiorno donna Fulvia non riceve che qualche
personaggio di riguardo che non voglia venire nelle ore delle visite.
Adesso, per esempio, c’è don Felice, anzi il padre Felice, come si
dovrebbe dire.... Per le visite fuor dell’ordinario, e per la gente
di campagna, che pur ce ne abbiamo, non c’è, diremo così, che un’ora
rubata.... e cioè dopo la colazione fino a mezzogiorno. Basta....
basta, donna Fulvia le fa dire, per mezzo mio di aspettare un momento.
E intanto la signorina venga con me, perchè c’è la marchesina Bianca,
la figlia della mia signora, la quale desidera vederla subito. Venga
con me signorina.... Silenzio lei, signora _Fleurette_, non me ne
faccia delle sue. — Queste ultime parole erano per il cagnetto, o a
dir meglio per la cagnetta, la quale vedendo muoversi i due forestieri
aveva cominciato a modo suo un rabbuffo. — Il signor curato — continuò
la cameriera, — può venir nel salotto, e s’accomodi pure, finchè la
signora lo farà chiamare.
Don Cornelio un poco impacciato, non seppe far altro che rispondere:
— Benissimo, benissimo — e lasciarsi condurre nel salotto dicendo a
Cristina: — Va pure, ci saluteremo dopo. — Cristina diede un’ultima
occhiata a don Cornelio coi suoi due grand’occhi celesti che s’eran
fatti improvvisamente gonfi e rossi; e, senza poter proferire una
parola, se ne andò, seguendo la cameriera.
Il salotto dov’era rimasto don Cornelio era quello in cui donna Fulvia
riceveva le visite una volta la settimana. L’aveva addobbato il signor
Sacchi all’epoca del suo primo matrimonio, e da cinquant’anni non c’era
stato mutato nulla, neanche il posto d’una seggiola. Tutto quello che
ci si vedeva era collocato in bell’ordine e in simmetria: se su un
tavolino, alla destra, c’era un vasetto con accanto una strenna, c’eran
pure a sinistra equidistanti il vasetto e la strenna. Le seggiole
con le spalliere piccole, riquadrate e coperte d’un damasco giallo,
impallidito nell’ozio, eran disposte torno torno al salotto; meno
però quelle che erano in fazione presso i tavolini, e che ci stavan
fisse e simmetriche come sentinelle in un giorno di parata. Intorno
ai tavolini si vedevano anche alcune seggiole a bracciuoli, ch’erano
come una concessione stata fatta ai nuovi tempi, ossia alle poltrone;
ma una concessione di quelle che concedono il meno possibile. In giro
poi alle pareti si vedevano anche, alternati alle sedie, due canapè,
due scaffali a palchetti con le vetrate, e due senza; e finalmente un
tavolino con la lastra di marmo, su cui c’eran due paniere di fiori
finti sotto campane di vetro, e su cui posava un’alta spera che faceva
riscontro alla spera del caminetto. Al caminetto il signor Sacchi aveva
provveduto di certo in un momento di poesia giovanile; e ci si vedeva
un orologio di bronzo dorato che raffigurava uno scoglio, sul quale una
farfalletta dall’ali d’argento, mossa dal pendolo, si faceva or vicina
or lontana a un amorino, che era lì, in atto di pigliarla, ma che da
cinquant’anni non la pigliava mai.
Quei mobili, quell’addobbo, avevano un’aria così severa e solenne
che don Cornelio, compreso da una certa soggezione, non aveva osato
sedersi, sebbene avesse dovuto aspettare una buona mezz’ora. Per
passare il tempo, s’era messo a contemplare quattro ritratti che
c’erano alle pareti, in simmetria s’intende, due dei quali dovevano
essere di certo i ritratti del signor Sacchi e di donna Fulvia. E su
quest’ultimo s’era fermato specialmente, per far la conoscenza in
anticipazione della padrona di casa, e per trovare l’ispirazione del
discorso da farle. L’aveva guardata e studiata un pezzetto, ed era
passato a contemplar la farfalla e l’amorino, quando a un tratto s’aprì
un uscio, e la cameriera di poco prima venne a dirle che donna Fulvia
lo aspettava nel suo gabinetto.
Donna Fulvia, quando entrò nel gabinetto don Cornelio, era sola e
seduta a un tavolino di lavoro.
“È proprio quella del quadro„ pensò don Cornelio riconoscendo certi
quattro ricci corti e grossi che le stavano, a due a due, di fianco ai
polsi a far di sostegno a una cuffietta; e ch’erano i rappresentanti
posticci dei ricci veri d’una volta, quelli del ritratto.
— Mi scuserà se l’ho fatto aspettare, ma la colpa non è mia — prese a
dire donna Fulvia.
— La colpa è tutta mia — rispose subito don Cornelio, che ci si era
preparato. — Tutta mia, perchè il signor Valassina infatti m’aveva
detto che....
— Allora, basta così, la si accomodi signor curato — e gli indicò, a
due passi da lei, una seggiola con lo schenale ricurvo, e coi braccioli
formati dall’ali e da due colli di cigni, le cui teste scendevano
ripiegate e pensierose.
— È proprio col cuore commosso, ch’io devo innanzi tutto.... — riprese
don Cornelio.
— Un momento, un momento, pigliamo le cose con ordine. Lei dunque è il
signor curato d’Orobio, e si chiama, se non mi sbaglio, don Cornelio....
— Precisamente, e guardi un po’ che bella combinazione! mi chiamo
Sacchi anch’io.... —
— Andiamo avanti.
— Ma come dico sempre io, — soggiunse don Cornelio facendosi tutto
ilare — ci sono i sacchi vuoti e i sacchi pieni....
— Andiamo avanti, andiamo avanti, — rispose asciutta donna Fulvia;
poi dopo una pausa continuò. — Le dirò dunque che ho ricevuto una
lunga lettera dal mio Valassina, e che sono al fatto, in parte, dello
stato deplorabile di cose, che.... quel tapino, mi limito a dir
così.... —
Don Cornelio chinò gli occhi a terra, e non rispose.
— Nè mi stupirei che ci fosse di peggio, — continuò donna Fulvia, —
perchè Valassina mi scrive di non voler aggiungere commenti visto lo
_stato di decesso in cui il conte si trova_. Dice così. Ma già mi
immagino tutto. E doppiamente poi mi rattristo quando penso che anche
il paese di Orobio deve trovarsi in condizioni morali ben tristi dopo
simili esempi.
— Oh donna Fulvia, questo poi non lo pensi!
— Non voglio far torto a lei, ma so ciò che mi dico.
— E spero che si ricrederà quando verrà in Orobio. Ci venga presto!
— Sicuro che ci dovrò venire — e fece un gran sospiro. — Quasi non ne
avessi abbastanza dei doveri da compire in Milano, adesso mi casca
sulle braccia tutto un paese!
— È certo che per lei, che è tanto caritatevole — riprese don Cornelio
trattenendo la sua pazienza a due mani — del bene da fare ne troverà da
per tutto.
— Tutto un paese mi casca sulle braccia!
— Tutto, proprio tutto, voglio sperare di no... ce lo divideremo per
metà....
— Le son freddure! — Fece una pausa, poi riprese: — Signor curato io la
dovrò interrogare su molte, su moltissime cose.
— E io sono a’ suoi comandi.
— Ma che! Adesso lei deve tornare al suo paese, perchè il pastore sta
bene vicino all’ovile. Ma andiamo avanti. Ho veduto la fanciulla.
Misericordia! Ho capito a colpo d’occhio che c’è tutto, tutto da fare.
— La di lei missione, buona signora, è certamente molto delicata; ma
voglio sperare... anzi son sicuro che gliela renderà facile l’indole
della fanciulla. Oh quando la conoscerà! Fu cresciuta in un povero
villaggio, è vero; ma la sua educazione non fu trascurata. La sua
indole poi....
— Potrebbe darsi che avesse sortito l’indole di mia madre....
— Come vuol lei, ma non ne conobbi mai di migliori. Il cuore di quella
fanciulla, i sentimenti del suo animo, la sua squisita sensibilità...
— Piano, piano, con tutta questa roba... è qui appunto che comincia
il guaio. Basta, vedremo; intanto l’ho lasciata in conferenza con don
Felice, un religioso, un degno amico di casa, perchè me ne sappia
subito dire qualcosa. Ma già, non per contradirla, signor curato, ci
sarà tutto, tutto da fare.
— Oh se sapessi, mamma! — esclamò in quel punto la vocina d’una persona
che entrava nel gabinetto in fretta e facendo un gran fruscio con le
vesti. — Se sapessi! C’è tutto, tutto da fare.
— Ti presento il signor curato d’Orobio — disse allora donna Fulvia a
sua figlia. — Signor curato, le presento mia figlia la marchesa Bianca
Chiaravalle.
Il curato si alzò, e fece un inchino profondo e impacciato alla
marchesa, la quale gli rese il saluto, un poco in fretta e in
distrazione, con una piegatina di capo piuttosto affettata, e con un
sorrisetto gentile, ch’erano il suo modo abituale di salutar tutti.
— Oh non ti puoi figurare, mamma, c’è tutto, ma tutto da fare. Corro
subito subito dalla sarta, poi dovrò andare in cinque o sei botteghe
almeno.... Per fortuna che avevo trattenuta la carrozza!
— Piano, piano, mia cara; sono affari questa volta in cui ci devo
entrare io sola.
— Oh ma sai che io mi ci diverto tanto!
— Lei si diverta pure, signora figliola, coi cappellini e coi vestiti
suoi. Ora si tratta d’una faccenda ben diversa. Il figurino delle mode,
questa volta, lo devo e lo voglio far io.
— A proposito — interruppe don Cornelio — siam partiti in fretta, e
Cristina non ha portato con sè che un bauletto....
— Oh l’ho veduto — saltò su ridendo la marchesa.
— Ma c’è dell’altra roba ancora... — soggiunse il curato.
— Oh, non importa, — rispose la marchesa, continuando a sorridere. Ma
donna Fulvia la interruppe dicendole: — Dunque Bianca siamo intese.
— Ebbene, dirò alla sarta che venga da te e ti farò mandar le stoffe
a casa. C’è una bottega nuova di bruno, dove ci ho già vedute mille
coserelle per lutto grave che sono un amore, una delizia!
— Ah se ci vai per tuo conto è un altro affare. Ma quanto alla ragazza,
siamo intese... che vossignoria c’entri il meno possibile!
— Buon giorno mamma; signor curato, buon giorno. — E ripetuta la
piegatina di capo, col sorrisetto, la marchesa Bianca se ne andò.
— Alla ragazza — continuò donna Fulvia — dovrò pensar io, in tutto. È
una nuova, una grande responsabilità che m’è piombata addosso, ma è
dover mio... e andiamo avanti. Non ho ancora fatto il mio piano, ma lo
farò.... — E tirò un gran sospiro. — Come le dissi, avrei molte e molte
domande da farle, signor curato! ed è un peccato che non ce ne sia il
tempo, per ora.... È un peccato, perchè francamente le dirò che ci
son molte cose che non mi so spiegare... e ce n’è anche nella lettera
ch’ella mi scrisse.... La stessa amicizia, diciamolo pure, tanto
intrinseca tra lei, sacerdote e curato, e lo sgraziato defunto, a cui
Dio perdoni... me la spiego pochissimo!...
— Gliela spiegherà il tempo, che fu giustamente chiamato galantuomo. Le
parti giuste per tutti, della ragione e del torto, oh il tempo le sa
fare; e in quel silenzio che si fa intorno ai poveri morti, o presto
o tardi, si leva la voce della giustizia e della verità.... Insomma,
venga, venga presto a Orobio, donna Fulvia! L’ho anch’io un gran
bisogno di discorrerla a lungo con lei. Di molte cose, di molte, ne son
sicuro! ella si ricrederà....
— E forse di molte, voglio sperare, si ricrederà anche lei — interruppe
in tuono alquanto brusco donna Fulvia. Poi, dopo un minuto di silenzio,
e con la voce un po’ più raddolcita riprese: — Mi favorisca quest’oggi
a pranzo, così potrà anche salutar la fanciulla prima di ripartire, se
lo desidera. Pranzo alle quattro; glielo dico una volta per sempre; era
anche l’ora del mio povero marito....
— Grazie, mille grazie, e ci verrei ben volentieri... onoratissimo...
ma devo ripartire con la corsa delle tre, per essere domattina a casa.
Anzi bisognerà che mi spicci; per cui, se me lo permette, saluto
volentieri una volta ancora Cristina, poi le dovrò chieder licenza....
Mentre don Cornelio e donna Fulvia s’alzavano, s’aprì lentamente un
uscio, e comparve un nuovo personaggio, un prete di statura alta,
col fare tra il modesto e il dignitoso, e con l’abito fine, d’un bel
nero nuovo, da far invidia a don Cornelio; il quale anzi osservò che
quell’abito era d’una foggia un pochino diversa da quella usata di
solito dagli altri preti della città. Don Felice, ch’era il nuovo
venuto, rispose a un inchino profondo che gli fece don Cornelio, con
un sorriso mellifluo e con un’occhiata lunga e profonda, senza aprir
bocca. Donna Fulvia diede una tirata di campanello, e poco dopo entrava
nel gabinetto Cristina, con la cameriera e con _Fleurette_.
I saluti furono complimentosi, ma spicci. Don Cornelio andò diviato
alla locanda, poi alla stazione. Arrivò alla sera al capoluogo della
sua provincia, e la mattina seguente di buon’ora ripartì per Orobio.
Non è a dire di quante domande lo tempestassero sulla gita a Milano,
su donna Fulvia, su Cristina, in casa e fuori di casa, la signora
Angelica, il sindaco e tutti i personaggi grandi e piccoli del paese.
— Benone, benone, è andato proprio tutto benone — rispondeva a tutti
don Cornelio. E per quanto facessero, nessuno riuscì a cavargli di
bocca una parola di più.