X.

Durante l’estate il signor Valassina era venuto parecchie volte in

Orobio. Poi c’era capitato un ingegnere; poi s’eran veduti degli operai

del capoluogo della provincia, e s’era saputo finalmente che nel

palazzo Orsenigo si facevano delle novità, delle grandi novità, per

l’arrivo di donna Fulvia. Si diceva che donna Fulvia sarebbe venuta

a passar l’autunno in Orobio, con Cristina, con tutta la famiglia,

con molta servitù, e con molti invitati. Più d’una volta parecchi del

paese, e anche don Cornelio, avevano osato fare qualche interrogazione

al signor Valassina; il quale lasciava dire, lasciava credere, ma

si teneva alquanto abbottonato; e s’era arrivati così ai primi di

settembre, alla vigilia cioè dell’arrivo di donna Fulvia, senza che si

sapesse nulla di preciso.

Il marchese Ettore e sua moglie avevano passato l’estate alle

bagnature; e donna Fulvia, a seconda d’un disegno fatto già da due

mesi, aveva aspettato che tornassero prima di andare a Orobio. Il

disegno poi era di non ricondur subito Cristina nella casa paterna

di Orobio, d’affidarla intanto a sua figlia Bianca perchè la tenesse

con sè in una sua villa di Brianza, e di andare sola a Orobio per

principiarvi ciò ch’essa chiamava la _sua missione_. Che missione

dovesse essere la sua, precisamente non lo sapeva, ma era sicura che

ce n’era una; e si accingeva a partire per Orobio come un missionario

che va tra i selvaggi, disposta anche al martirio, ma non alla menoma

contraddizione, s’intende. L’estate, donna Fulvia, lo aveva impiegato

a dare le prime tinte e i necessari ritocchi a quell’abbozzo che

aveva improvvisato nella sua mente, circa il matrimonio di Cristina,

e di cui s’era vantata col padre Felice come di un disegno finito. Il

concetto del disegno non era poi tanto peregrino; ma nella testa di

donna Fulvia ogni più semplice idea diventava una matassa che la faceva

sudare a dipanarla. Tra le sue conoscenze c’era la famiglia d’un certo

barone Brocchetti, un ometto ricco e brutto, gran nemico del mondo

e delle sue pompe, e devotissimo a donna Fulvia. Ogni tanto in casa

Brocchetti veniva su, lungo lungo, come un asparagio, un baroncino

con la faccia un po’ sciocca e con le orecchie a ventola. Di questi

asparagi donna Fulvia ne aveva già colti due; e sotto i suoi auspici

s’eran combinati due matrimoni. Ora ce n’era pronto un terzo, il quale

veniva a taglio per Cristina. Il barone Brocchetti, ch’era ricco, per

rendere più facilmente negoziabili i suoi Brocchettini aveva confidato

a donna Fulvia che non avrebbe domandato un soldo di dote per le spose

de’ suoi figli: e a donna Fulvia non era parso vero di mettere anche

il matrimonio tra le Opere pie, e di avere sotto mano dei mariti di

beneficenza.

Il mondo diceva che quei due primi matrimoni dei Brocchetti, fatti da

lei, andavano a rotoli; ma essa li proclamava una perfezione, e il

parer suo aveva sempre per lei una gran superiorità su quello degli

altri. Tutto dunque la incoraggiava. E poi non l’aveva detto anche il

padre Felice che il maritar Cristina senza dote era non solo un’idea

luminosa, ma un dovere?

Quando donna Fulvia ruminava qualcosa di nuovo, i suoi di casa, e gli

amici più familiari, lo capivan subito. E questa volta uno dei primi

ad accorgersene fu appunto il barone Brocchetti; il quale, vedendosi

per di più fatto segno di speciali attenzioni, si fece anch’esso a buon

conto più assiduo, più devoto, più sviscerato con donna Fulvia. E donna

Fulvia, vedendo quel raddoppiamento di devozione, si persuase tanto più

della bontà del suo pensiero, e mostrandosi sempre più confidente col

barone, cominciò a fargli degli elogi di Cristina, e a chiedergli conto

spesso di quel caro giovanetto ch’era il suo terzo figliuolo. Al barone

balenò alla fine l’istessa idea, ma non osò farci allusione conoscendo

l’umor difficile di donna Fulvia. Questa poi un giorno, e fu la vigilia

della sua partenza per Orobio, salutando il barone con espansione

maggiore del solito, e stringendogli la mano, gli disse che maturava

delle novità, “nè ci sarebbe da stupire, aveva soggiunto, se avessi al

mio ritorno una confidenza da farle.„ Il barone aveva risposto con un

inchino, e con un cenno umile del capo, come a dire che sarebbe sempre

stato pronto all’ubbidienza.

In quei giorni anche don Cornelio aveva per il capo una novità, che gli

faceva pensare tanto più all’avvenimento di cui si parlava da mattina

a sera in Orobio, quello cioè del vicino arrivo di donna Fulvia. La

novità era una lettera di Enrico; una lettera che aveva messo don

Cornelio tutto in festa, e gli aveva dato una consolazione, un buon

umore di quelli ch’egli non sapeva nascondere. E in fatti non aveva

potuto far a meno di darla subito a leggere, quella lettera, alla

sorella. Delle lettere, Enrico, dopo la sua partenza, ne aveva mandate

a don Cornelio un subisso. Eran lettere tutte piene di buone notizie,

di speranze, di progetti che maturavano; e se c’era qualche volta anche

il suo po’ di mestizia, era di quella de’ suoi ventitrè anni, dietro

il cui velo traspariva un bel sole lucente. Il nome di Cristina poi

c’era sempre, messo lì come a caso, alle volte solo in un poscritto,

alle volte anche cancellato; eran lettere d’amore insomma, ma con

l’indirizzo a don Cornelio. Questa volta però c’era qualche cosa di

più. Ma sentiamolo lui.

“_Stimatissimo e carissimo don Cornelio_.

“Giorni sono sir Arturo, che è il figlio maggiore di sir James, mi

disse: “Dunque, caro Enrico, tra un mese si va in Italia noi due;

è un affare deciso.„ Credetti che scherzasse. Ma oggi sir James,

lui stesso, il capo della casa, mi fece chiamare, mi confermò la

notizia dicendomi di che cosa si tratta, e tracciandomi con poche

parole, asciutte ma precise, i miei doveri. Gli avrei buttate le

braccia al collo, tanto mi balzava il core per la consolazione. Ma

sir James ha la faccia così severa! e poi, s’era rimessi subito

gli occhiali, ed era tornato alla firma della corrispondenza.

Uscii dal suo gabinetto, rosso in faccia come un cocomero, e mi

sento ancora salir le fiamme in questo momento in cui le scrivo.

È il primo minuto che m’ho di libertà in tutta la giornata, e

prima di andar a desinare voglio proprio scriverle, mio caro,

mio buon don Cornelio, tutto quello che m’ha detto sir James. La

mia carriera è assicurata; la meta è raggiunta, o dirò meglio è

oltrepassata perchè non avevo mai sperato tanto. I miei sogni....

oh don Cornelio, mi permetta che dica il mio bel sogno! il sogno

che m’ho dinanzi giorno e notte, ora potrà diventare una realtà.

Io non le osavo prima d’ora parlar di Cristina che timidamente,

e forse lei non sa quanto l’ami. Le dissi è vero, l’ultima volta

che fui a Orobio, che io amavo Cristina, ma non seppi dirle tutta

l’immensità del mio affetto. Oh io l’amo molto di più! Ora ho il

coraggio di dirglielo, e non già perchè glielo dico da lontano e

mentre lei non mi guarda.... ma perchè ora posso confessare l’amor

mio apertamente, ma perchè ora Cristina potrà diventar mia!

“Mia!... E Cristina lo vorrà?... Questo è il solo dubbio che turba

tutta la mia contentezza. Ma poi penso, io ho un amico. C’è don

Cornelio! don Cornelio saprà dire a Cristina quanto sia grande il

mio affetto, quanto la voglio render felice.... le saprà rendere

più accetto il mio desiderio in nome d’un desiderio che le sarà

sacro. Oh se sapesse, don Cornelio, quale dolce commozione, quanto

conforto, quanta forza, lei m’ha dato il giorno in cui mi confidava

che il conte Maurizio, il mio secondo padre, m’avrebbe volontieri

affidata per sempre la sua Cristina! Mi ripeta, mi ripeta quelle

parole.... oh don Cornelio! le ripeta, le ripeta ora anche a

Cristina!

“Io voglio sperare che sarà contenta anche la signora zia di

Cristina, dopo che lei le avrà parlato, e l’avrà assicurata che io

posso offrire a sua nipote un avvenire buono e sicuro.

“Oh quante cose deve fare don Cornelio per me! Io non riuscirei

forse da solo a farne neppur una. Ma lei ha il cuore così grande!

“Mi scriva, mi consigli, mi diriga. La stringo al cuore stretto

stretto, anzi le salto al collo come quando ero fanciullo, e le

mando tanti baci.

“Ora aspetterò una sua lettera, e m’ho già la febbre

dell’impazienza addosso.

“Mi saluti tanto tanto la signora Angelica. Le dica che mi ricordo

sempre di lei.... poi le faccia indovinare la buona notizia. Ne

avrà un gran piacere di sicuro, perchè è tanto buona, e poi mi vuol

bene, e ne vuole tanto a Cristina.

“Il suo ENRICO.„

“_PS_. Oh don Cornelio, mi perdoni! m’accorgo rileggendo la

lettera che ho dimenticato di scriverle le parole che mi ha dette

sir James. Gliele scriverò domani tutte, fino ad una; le ho così

impresse che non scappano. Intanto le dirò in fretta di che cosa

si tratta. La Casa vuole allargare in Italia i suoi traffici, e vi

manda sir Arturo in missione per un anno. Io lo devo accompagnare,

e dopo un anno mi sarà affidata la rappresentanza della Casa in

Italia. Avrò uno stipendio di 400 sterline; e più tardi, se me lo

saprò meritare, anche un tanto nei guadagni. Mi par di sognare. Ma

son desto, e come son desto! E _Ugolino?_ Mille carezze anche a

_Ugolino_.„

Dopo la lettura di questa lettera, don Cornelio s’era stropicciati gli

occhi per accertarsi d’esser desto anche lui. Poi s’era lasciato andare

alla più schietta allegria; aveva chiamata la sorella, aveva riletta la

lettera a voce alta, facendo ora una esclamazione, ora un commento, e

poco era mancato che non ne facesse parte a tutti gli amici del paese.

Poi, riflettutoci un po’, aveva persuaso la sorella, la quale scoppiava

dalla consolazione, che bisognava lasciar maturare le cose, che

bisognava aspettar l’arrivo di donna Fulvia, di Cristina, e fors’anche

quello d’Enrico, e che per il momento non si doveva far parola della

lettera con nessuno. Poi quel giorno stesso aveva risposto a Enrico

congratulandosi con lui; assicurandolo che avrebbe fatto dal canto suo

quanto si poteva, ingiungendogli però di non far nulla, ogni volta che

si trattava di Cristina, senza avernelo consultato; e raccomandandogli

infine di condursi con calma e con circospezione, e di tener tutta per

sè fino al momento opportuno la sua giustissima allegrezza.

All’allegrezza intanto don Cornelio aveva lasciato libero il corso per

conto proprio; cosa che faceva stupire grandemente il sindaco, il quale

non comprendendo la ragione di quell’improvvisa allegria, aggrottava le

ciglia e gli borbottava:

— È per la venuta di donna Fulvia che lei si frega le mani?

— E perchè no! — rispondeva don Cornelio.

— Vedrà, vedrà! ho già le mie informazioni io!... una vecchiaccia

aristocratica.

— Del bene però ne ha fatto. E poi vien Cristina.... la rivedo tanto

volontieri quella buona figliola!

Anche la signora Angelica non sapeva star nella pelle. “Cos’ha la

signora Angelica?„ domandava la gente del paese, e tutti le si facevan

d’attorno. “Viene Cristina, viene Cristina!„ rispondeva la signora

Angelica, e poi fuggiva per non esser costretta a dire di più.

Venne finalmente il giorno dell’arrivo di donna Fulvia. A Orobio non

s’era venuto a saperlo di preciso che il giorno innanzi; e c’eran

stati, a questo proposito, discussioni, dispiaceri, capannelli, e

chiacchiere da non finirla più. Che si dovesse fare a donna Fulvia

un ricevimento coi fiocchi, lo dicevan tutti; bisognava dimostrarle

riconoscenza pei benefici fatti, tanto più che ne poteva fare degli

altri. Ma poi chi voleva la banda, chi le campane, chi i mortaletti, e

chi non voleva niente di tutto ciò. Questi ultimi, ch’erano i lettori

d’un giornaletto arrabbiato della provincia, avrebbero pur voluto un

ricevimento solenne, ma fatto in modo, se si poteva, che nessuno se

n’accorgesse. La conclusione fu che non si fece nulla. Quando donna

Fulvia arrivò, c’eran per strada molti curiosi a vederla passare, e tre

o quattro meglio vestiti, con don Cornelio alla testa, ad aspettarla

sotto il portico del palazzo. Il sindaco non s’era lasciato vedere; e

lo speziale, dopo averci pensato un poco, s’era deciso d’andarci, ma in

modo da arrivare quando gli altri ne ritornavano.

Arrivata la carrozza, e aperto lo sportello dal servitore sceso di

cassetta, uscì per il primo il signor Valassina, poi la cameriera con

in braccio _Fleurette_, e per ultima scese donna Fulvia. Don Cornelio

allungò il collo cercando con gli occhi Cristina, ma Cristina non c’era.

Donna Fulvia aveva l’aria di malumore, era stanca, accaldata. Don

Cornelio, ch’era rimasto a un tratto mortificato e un po’ con la

faccia lunga, cominciò a biascicare qualche parola di complimento; ma

donna Fulvia non si diede gran premura d’ascoltare perchè era intenta

a far levare dalla carrozza un monte di scialli, di borsettine, e di

sacchette. Don Cornelio stava per ricominciare il suo complimento,

quando si sentirono tutt’a un tratto dei guaiti acuti di _Fleurette_

che faceva _caino_, _caino_, scappando affannosamente. Cos’era, cos’era

stato? _Fleurette_, appena fuori di carrozza, aveva adocchiato nella

corte _Ugolino_, venuto anch’esso al ricevimento dietro don Cornelio,

e gli si era fatta vicina ringhiando. _Ugolino_ che non era in vena di

galanterie, aveva risposto con una mossa come di chi volta le spalle,

e _Fleurette_ se n’era approfittata per addentargli la coda. _Ugolino_

non era un accattabrighe, ma, per l’onor dei cani del paese, non

tollerava scherzi, specialmente da cani forestieri. Si pensi quindi che

pettinata era toccata a _Fleurette_. Donna Fulvia, la cameriera, il

servitore, furono addosso in un attimo al povero _Ugolino_, il quale fu

appena in tempo di raccomandarsi alle gambe e di infilare la porta.

— Ne ho già visti tre o quattro di questi cagnacci, nell’attraversare

il paese! — esclamò donna Fulvia in tuono arrabbiato e secco. — Ma

saprò dare i miei ordini. Cani per le strade non se ne devono veder più!

La missione di donna Fulvia era incominciata.

Don Cornelio non osò prender le difese di _Ugolino_ per non confessarsi

in quel momento conoscente del reo; fece i suoi saluti, che furono

ricambiati da donna Fulvia con una cortesia un poco asciutta e

rannuvolata; poi lui, e quei quattro che aveva in compagnia, rifecero i

loro inchini, impacciati più di prima, e si accomiatarono.

La signora Angelica, ch’era venuta fino al portone del palazzo per aver

più presto le nuove di Cristina, e anche con la speranza in cuor suo di

vederla, si fece subito incontro al fratello.

— E Cristina? Cristina?

— Cristina.... non c’è.... per ora.... — rispose don Cornelio un po’

distratto e imbarazzato avviandosi verso casa.

— Ma come! Ma perchè non è venuta?... Dite su, e verrà presto? Cosa

v’ha detto donna Fulvia?...

— Oh, quante domande!... Sicuro che Cristina dovrà ben venire,

fors’anche presto.... ma poi non ho avuto il tempo, lì per lì, di far

tante chiacchiere con donna Fulvia.

— Oh che benedett’uomo che siete voi alle volte....

— E che benedetta donna che siete anche voi! Donna Fulvia era

stanca.... da non poterne più, e volevate che la tenessi lì, in

corte per un’ora, e la sottoponessi a un interrogatorio? Un po’ di

discrezione, un po’ di creanza la ci vuole! Donna Fulvia poi non

riparte domattina. C’è tempo da domandargliene delle cose!

Angelica tacque, ma non pareva troppo persuasa.

— Oh, a proposito, — riprese — cos’è successo? Ho visto _Ugolino_

scappar fuori dal portone, e via di gambe senza darmi retta...

— _Ugolino_ è un asino!

— Oh cos’ha fatto?

— Mi va ad abbaruffarsi con la cagnolina di donna Fulvia. Domando io se

quello era il momento! se c’è prudenza, se c’è criterio!

— La colpa non sarà sua, ne son sicura, perchè l’ho visto in tante

circostanze.

— Intanto per un po’ di giorni il signor _Ugolino_ se ne starà in casa.

Badateci bene anche voi!

— Oh, ma questa poi è un’esagerazione! — osò dire Angelica facendosi

tutta rossa.

— So io quel che mi dico... una ragazzata la si compatisce... ma questa

volta me l’ha fatta grossa....

— Oh don Cornelio già di ritorno! — esclamava intanto il farmacista

facendosegli incontro. — M’avviavo appunto per presentare, unitamente a

lei, i miei omaggi alla signora donna Fulvia.

— Sarà per un’altra volta.

— Oh certamente.... e che cosa le ha detto donna Fulvia?

— Tanti saluti a tutti, tanti saluti. — Ed entrò in casa, intanto che

il farmacista stava pensando un’altra domanda.

Il curato d'Orobio · 第 14 / 33 题