Tra le istruzioni che il signor Valassina aveva date a don Cornelio,
c’era anche quella di non condurre Cristina dalla zia la sera stessa
dell’arrivo a Milano, perchè di sera donna Fulvia teneva conversazione.
Doveva condurgliela il giorno seguente, a suo piacimento, purchè non
fosse dopo il mezzogiorno, nè prima delle undici di mattina. Don
Cornelio che voleva ripartire subito per la sua Cura, non era stato
malcontento in cuor suo d’aver qualche ora per una giratina in città.
Da quanti anni non vedeva Milano! C’era passato, l’ultima volta,
tornando dal Piemonte in una giornata d’autunno del 1848. Che brutte
giornate eran quelle! Com’era squallida e desolata Milano! La piazza
d’armi era tutto un accampamento; sui bastioni non si vedevano che
carriaggi, artiglierie, e barconi per ponti; nei giardini pubblici
accampava un reggimento d’ussari; e nelle piazze o nelle corti di
qualche palazzo abbandonato, drappelli di croati dormivan sulla paglia,
o facevano il rancio....
Figuriamoci ora come gli allargasse il cuore quel Milano senza croati!
Aveva poi una gran curiosità di vedere gli abbellimenti e le cose
nuove che s’eran fatte negli ultimi anni; abbellimenti e novità di cui
aveva letto delle ampollose descrizioni su un giornale del capoluogo
della sua provincia; un giornale che per fare la guerra al sindaco
gli buttava in faccia ogni mattina le maraviglie di Milano. L’avrebbe
fatto spianare Milano, quel sindaco! E dire che ogni tanto aveva dovuto
mandare ai milanesi indirizzi e complimenti.
Ecco dunque, di buon mattino, don Cornelio e Cristina in giro per
Milano, ora fermandosi a bocca aperta, ora smarrendo la strada e
domandando timidamente qualche indicazione a chi passava.
Don Cornelio, per prima cosa, volle vedere la statua di Cavour,
del suo amico Cavour, e rimase a contemplarla più che potè. “Un
poco ingrossato, ma è lui!„ esclamava. “Con una carta in mano...
proprio tal quale l’ho veduto quella mattina. Allora però aveva gli
occhiali.... Eh! se ci fosse ancora! quest’è la volta ch’egli rivedeva
il curato d’Orobio!„ Stette in contemplazione più che potè, ma il
tempo incalzava; e voleva pur dare una capatina in Duomo, e vedere la
Galleria.
Ma lasciamoli girare in pace; e intanto che don Cornelio e Cristina
fanno venir l’ora della visita, andiamoci prima noi da donna Fulvia,
per vederla e per dirne qualcosa di più di quel che ne sapesse don
Cornelio.
Donna Fulvia, bisogna dirlo per sua giustificazione, era nata il giorno
della battaglia di Waterloo. In quel giorno le Grazie atterrite da
Marte non avevano potuto evidentemente occuparsi di lei; ed essa era
venuta al mondo senza alcuno dei loro doni.
Sua madre aveva avuto un bel predicare che la bellezza d’una fanciulla
non consiste nelle forme più o meno aggraziate, o peggio ancora
in un bel visetto, e che il bel viso non è la bellezza _vera_, ma
un qualcosa di pericoloso, un qualcosa da fuggire. I giovanotti
fuggivano, ma da sua figlia; preferivano la bellezza _falsa_, e Fulvia
rimaneva senza marito. Questa diversità di opinioni aveva finito col
lasciare nell’animo di Fulvia una viva amarezza, seguita poi da una
rassegnazione astiosa, e dal disprezzo affettato per le gioie di questo
mondo. Tutto ciò non era proprio fatto per darle in compenso quel dono
di cui aveva tanto bisogno, il dono della gentilezza e della bontà. Un
breve momento di serenità e di speranza lo ebbe nel quarantotto. Fulvia
in allora aveva passata la trentina, ma i tempi erano così promettenti!
Quell’amplesso universale, quella fraternità, diedero anche a lei un
momento di fede in tempi migliori. Fece coccarde, fece fila pei feriti,
fece cartucce; fu tutto inutile. Fratelli sì, ma mariti no. Dopo questo
nuovo disinganno anche il malumore e la mala grazia fecero una nuova
tappa; le comparve una prima grinza in viso, e quelle dell’animo non si
contarono più.
Fu poco dopo, che Fulvia incominciò a bisticciarsi anche col fratello
Maurizio, mettendosi contro di lui che si ostinava a restar esule e a
cospirare. La madre, la vecchia contessa, accigliata e severa forse
fin dalle fasce, era compresa di orrore a veder suo figlio nella
rivoluzione, tanto più quando la rivoluzione era vinta; e gli intimava
ogni giorno un pronto ritorno a casa, e una pronta disillusione
del passato. Fulvia intervenne in quel dissidio non coll’ulivo, ma
con l’aceto. Si unì di rinforzo alla madre nei rimproveri e nelle
maledizioni; pensò di guarire il fratello di quel malaccio dell’amor
patrio, con una cura regolare di sarcasmi; e in punto a quella gran
lotta che aveva sconvolto da poco mezza l’Europa, dichiarò, in quanto a
lei, la propria alleanza definitiva coi vincitori. E figuriamoci se non
doveva esser così! Intanto che trionfavano da capo tutte quelle cause
perse di poco prima, trionfò anche la sua. Fulvia trovò marito. Quelli
dunque eran davvero i tempi migliori, i tempi delle cause giuste! Il
marito era un vedovo alquanto vecchino, brutto, e co’ suoi acciacchi,
ma ricco; codino poi quanto ci voleva per rapire i due cuori in una
volta, quello della figlia e quello della madre.
Questo marito si chiamava semplicemente il signor Sacchi; ma Fulvia
continuò a farsi chiamare _donna_ Fulvia, e a non veder di malocchio
che i suoi dipendenti la chiamassero, come prima, la contessina. Al
diminutivo non badava in contemplazione del sostantivo. Neanche il
signor Sacchi non era fatto per insegnar con l’esempio la tolleranza
delle opinioni o la dolcezza del carattere. Le sue opinioni erano, come
il baverone del suo soprabito, inaccessibili a qualsiasi novità: il
suo carattere era duro come il cravattone in cui pareva affogato; e la
sua vita era compassata e precisa come la sua parrucchina. Fulvia lo
circondò del proprio rispetto e del proprio gradimento. Persuasa che
gli affetti per esser veri dovevano esser rigidi, si persuase che il
suo matrimonio era una perfezione. Convinta che bisognava uniformarsi
alla volontà del marito, specialmente quando questa era anche la
propria, fu del parere che in casa Sacchi non ci fosse nulla nè da
togliere nè da aggiungere. Così incominciò la vita coniugale di donna
Fulvia, e così continuò, finchè lo permisero gli avvenimenti, senza che
vi fosse mutato un ette mai. Questa vita metodica, uniforme, che si
conduceva in casa Sacchi si aggirava essenzialmente sopra tre perni:
su un po’ d’opere, cioè, di beneficenza e di pietà, passate al vaglio
di donna Fulvia; su una conversazione serale di ecclesiastici e di
uomini di sussiego, passati al vaglio del signor Sacchi; e su una buona
tavola, passata al vaglio di ambedue.
Gli avvenimenti, che senza mutare di troppo la vita di donna Fulvia ne
incresparono a intervalli la superficie dal giorno del suo matrimonio
a quello in cui la vedremo noi, furono la morte di sua madre, la
nascita d’una figlia e le sue nozze vent’anni dopo; poi la morte del
signor Sacchi. Ora le era capitata la morte del fratello, che era una
increspatura maggiore delle altre per aver dovuto chiamar Cristina.
Alla morte del signor Sacchi, avvenuta già da parecchi anni, si poteva
supporre che donna Fulvia concedesse un po’ di vacanza alla propria
rigidezza. Ma fu tutt’altro; si fece rigida e angolosa per due.
Raddoppiò, è vero, anche le opere buone; ed anzi come ebbe maritata
la figlia, si diede tutta all’amor del prossimo, ma ad un amore che
pungeva da tutte le parti. Si sarebbe detto che amare il prossimo fosse
per lei una mortificazione come il digiunare.
Le sue beneficenze erano molte, ma eran quelle che andavano
rigorosamente a’ versi a lei. Anche i casi pietosi e le sventure
dovevano essere di suo gusto; e se non lo erano, c’era da buscarsi
una strapazzata a parlarne. Un errore del cuore la faceva montar su
tutte le furie; un caso troppo commovente non lo voleva ascoltare;
una disgrazia d’un genere nuovo non la ammetteva perchè superflua;
una disgrazia non pensata da lei la riteneva impossibile. Ma se le
beneficenze eran di suo gusto e le disgrazie di suo gradimento,
allora principiava in lei lo zelo per il prossimo. Allora era tutta
in faccende; promoveva collette, patronati, associazioni, opere pie;
vuotava la borsa e visitava anche in persona i suoi afflitti e i suoi
poverelli, ma soprattutto quando aveva una qualche lavata di capo da
dare. La lavata di capo le pareva il condimento indispensabile della
beneficenza. La vita di donna Fulvia, insomma, era tutta piena di opere
caritatevoli; ma non era raro il caso che qualcuno esclamasse: oh se
donna Fulvia fosse un po’ meno benefica!
Un contrapposto completo di donna Fulvia era stato appunto suo fratello
il conte Maurizio. La bontà era per lui un culto, l’indulgenza un
dovere. Entusiasta del bene e d’ogni progresso, pieno d’una fede
vaga nell’umanità, non c’erano inganni, o disinganni in cui fosse
cascato, che avessero potuto scuotere la fermezza dolce e calma de’
suoi sentimenti. Il conte Maurizio non aveva fatto che sognare i tempi
nuovi; e ogni sua gioia era nell’averli veduti; mentre donna Fulvia
s’era messa a due mani per tenerli indietro, e non c’era riuscita. Per
l’uno sarebbe stata una gran colpa il non averci, potendolo, avuto
parte; per l’altra era un gran colpevole chi solamente gli aveva
desiderati.
Fermi e entusiasti ambedue, lui dolcemente, e lei duramente, non eran
fatti per dimenticare mai nulla del passato, e per dirsi: “finiamola
una buona volta.„ Quegli stessi avvenimenti domestici, dolorosi o
lieti, che in casi simili sono spesso le occasioni del riconciliarsi,
per loro due eran stati causa di nuovi urti e di nuovi dissapori.
Da moltissimi anni non si vedevano più. Il conte Maurizio se ne
crucciava, e sperava sempre che la luce dei nuovi tempi sarebbe
penetrata anche nell’anima della sorella. Donna Fulvia aveva messo il
cuore in pace; di suo fratello non voleva più sentir parlare, e tutt’al
più lo raccomandava nelle proprie orazioni insieme ai traviati e ai
naviganti in mare.
Ora pur troppo, non le mancava più che di raccomandarlo coi poveri
morti. Bisogna però dire che questa volta avesse capito che oltre di
ciò, le rimanesse qualch’altra cosa da fare. C’era stata infatti la
risoluzione di puntellare il patrimonio sfasciato del fratello, c’era
stato l’invio del signor Valassina a Orobio, e la pronta chiamata di
Cristina. “Questi son fatti, e sono una brava riparazione!„ concludeva
tra sè don Cornelio, il quale intanto che girondolava per Milano, o
guardava in su alle aguglie del Duomo, pensava continuamente alla
visita che doveva fare tra poco a donna Fulvia. “Di puntigli e di
ripicchi è pieno il mondo, ma poi vengono le disgrazie a darci di
frego!... Però son proprio curioso di vederla questa signora zia...
sebbene me la immagini... aspretta sì, ma nel fondo buona. L’umore,
c’è da aspettarselo, non sarà dei più facili. Benedetto affare questo
dell’umore! L’umor nero, imbroncito, che secca tanto a tutti, dovrebbe
seccare anche a chi lo ha. Ma nossignori! C’è chi se lo tien di conto,
e che ci gode!„
L’affar dell’umore era l’ultimo punto scuro, l’ultimo dubbio che
rimanesse a don Cornelio, per cui gli parve dover suo di dare a
Cristina qualche ammaestramento sugli umori diversi della gente di
questo mondo. E lo fece come furon tornati alla locanda, prima di
avviarsi alla casa di donna Fulvia, non avendo voluto disturbare,
durante la passeggiata, l’ammirazione di Cristina per le belle cose,
tutte nuove per lei, che andava vedendo, e che le facevano esclamare ad
ogni passo: oh mi par proprio di veder le scene d’una lanterna magica!
— La t’è piaciuta la lanterna magica? Belle, nevvero, quelle scene!...
Ora poi col diventar milanese, ne vedrai anche le figurine. Ma a queste
poi ci dovrai guardare con attenzione, con prudenza, con giudizio,
perchè quando si dice gente nuova, si dice umori nuovi, e se le
persone son cento, son cento gli umori.... — Così don Cornelio un po’
scherzando, e un po’ sul serio, avviò quel discorso che gli premeva
tanto, sugli umori del prossimo, tenendo a buon conto un po’ foschi i
colori per tornare a Orobio senza rimorsi. Avrebbe voluto anche darle
qualche altro avvertimento; avrebbe voluto, insomma, far le parti di
un padre, e pigliare il posto del povero amico che sentiva rivivere in
quel momento nel suo cuore; ma certi avvertimenti, certi consigli che
gli venivan sulle labbra lo facevan titubare, e quasi arrossire. Non si
sentì risoluto che nel richiamare ancora una volta a Cristina, a modo
di conclusione, il grande benefizio che le faceva donna Fulvia.
— Insomma... insomma, tu hai dei grandi doveri verso la zia, e
lascia che te li ricordi ancora una volta. Pensa dunque a tutto il
benefizio che la zia sta per fare a te, al nome di tuo padre, e al
nostro paesello, al quale, non è vero? vogliamo tutt’e due tanto bene!
Pensaci sempre... non dimenticartelo mai! Che se poi la zia... si sa, è
innanzi negli anni... avrà le sue idee, le sue ubbie, sarà forse d’umor
difficile... Ebbene cos’è mai?
— Oh nulla, nulla — interruppe Cristina che incominciava a intenerirsi.
— Dunque... se anche ci fosse della pazienza da esercitare, o un
qualche sacrifizio da compiere....
— Oh, lo giuro, lo giuro! lo compirò.
— Così va bene! brava figliola, siamo intesi; torno a casa contento con
la tua promessa, e non parliamone più.
— Le scriverò, don Cornelio....
— Ma sicuro! e io ti scriverò tutte le notizie di Orobio; oh vedrai che
letteroni!
— Con le notizie di tutti, nevvero?
— E poi ci vedremo presto.
— Oh crede che la zia mi condurrà presto a Orobio?
— Credo di sì, a quanto ho saputo dal signor Valassina. Ma poi lascia
fare a me, ne parlo subito con la zia, e me lo faccio promettere. Va
bene? Oh sentirai.... E ora andiamo.
— Mi saluti, tanto tanto, la signora Angelica; le dica che le mando
ancora tanti baci. E mi mandi le nuove di tutti... di tutti... anche
di....
— Anche d’_Ugolino_? sicuro povero _Ugolino_...!
Veramente Cristina voleva dir tutt’altro; ma fu contenta anch’essa,
come don Cornelio, di sviare la commozione coi saluti per _Ugolino_.
— Misericordia, è passato il mezzogiorno! — esclamò don Cornelio dopo
aver guardato l’orologio. — E il signor Valassina che m’aveva tanto
raccomandato...! Andiamo, andiamo Cristina.
Scesero di corsa nella corte della locanda, e fatta venire una
cittadina, don Cornelio disse al cocchiere il nome di una strada e il
numero d’una porta; poi si raccomandò alla sua buona grazia perchè ve
li conducesse in fretta. Per arrivare alla casa di donna Fulvia, ch’era
in una strada vecchia e tranquilla d’un quartiere remoto, ci volle un
buon quarto d’ora: don Cornelio ebbe quindi il tempo di pensare a un
complimentuccio, e Cristina di ritornare sull’argomento delle lettere,
e di pronunziare il nome d’Enrico.