VI.

Don Cornelio, dopo le sue famose camminate del quarantotto, de’ viaggi

non ne aveva fatti più; non era andato neanche più in là del capoluogo

della provincia. Ora il dover partire, così tutt’a un tratto, per

Milano, nientemeno! e senz’aver avuto il tempo di pensarci su, era

stato un scombussolìo per don Cornelio! E i preparativi della partenza,

per di più, non erano andati così lisci da riconciliarlo coi viaggi.

Aveva avuto, innanzi tutto, un guaio con la sorella. La signora

Angelica, all’annunzio della partenza di Cristina e del fratello, era

stata tutta compresa, oltre che dalla commozione, anche dal pensiero

che il suo curato dovendo presentarsi in una casa di gran signori,

e in Milano, non vi dovesse poi andar male in arnese e sfigurarvi.

Aveva dunque pensato subito a un certo cassettone, di cui teneva lei

gelosamente la chiave, e dove ci stavano da parecchi anni alcuni capi

di vestiario ancor nuovi aspettando una occasione straordinaria.

Angelica andò difilato ad aprire il cassettone, girò la chiave coi

dovuti riguardi... impallidì, tirò le cassette precipitosamente, alzò

gli occhi al cielo, frugò da per tutto.... Non c’era più nulla, tutto

era scomparso! Angelica, a cui non eran nuove queste sorprese, non

si perdette in congetture, non andò lontano a cercare il colpevole.

In altre circostanze consimili si era contentata di brontolare, o

di mandare qualche lungo sospiro di rassegnazione; ma questa volta

andò proprio sulle furie, e tutta rossa in faccia corse a cercare suo

fratello per dirgli di santa ragione il fatto suo. Il colpevole, il

solito colpevole di questi furti domestici, era proprio don Cornelio;

il quale, di tanto in tanto, in casa sua rubava; rubava la propria

roba e con un’arte matricolata ch’era la disperazione della sorella.

Ogni tanto eravamo a queste. C’era un povero, c’era un ammalato che

non aveva da coprirsi..., don Cornelio aspettava che la sorella fosse

uscita di casa, poi quatto quatto frugava per le stanze, apriva un

armadio, forzava un cassettone, pigliava un qualche capo di vestiario,

lo nascondeva sotto la veste, e via. — Ah, quel benedett’omo, quel

benedett’omo! — esclamava Angelica quando se ne spassionava con

qualche amica. — Me lo dicesse almeno! Della roba smessa, de’ cenci

per i poveri in una casa ce n’è sempre... Ma signor no! Se c’è un capo

novo si può esser sicuri che mi piglia proprio quello! E di tutto

piglia; lenzuoli, coltroni, fino una materassa m’ha fatto sparire! — E

pretendeva che una volta, nella fretta del rubare, il curato le avesse

fatto sparire anche una cuffia, di cui però aveva dovuto indennizzarla

con una nuova. La ramanzina questa volta fu delle più solenni, e non fu

breve. Don Cornelio se la pigliò in silenzio, e senza scusarsi, come

chi riconosce il proprio fallo.

Ma siccome la ramanzina non aveva fatto riavere alla signora Angelica

gli abiti scomparsi, così il temporale tirò innanzi, anche dopo quello

scroscio, con un brontolìo sordo e che non finiva più. A togliere

d’imbarazzo don Cornelio capitava, è vero, ogni minuto qualcuno; ma o

eran de’ seccatori che venivano per scuriosirsi, o era il Valassina che

tirandolo in disparte, aveva un qualche nuovo ammonimento da dargli sul

modo di comportarsi e di parlare con donna Fulvia. Allora gli pareva

meno male di rimandarli tutti in santa pace, con le buone e presto. Ma

appena se n’erano andati tornava a sentir la voce della sorella che,

in un canto della stanza nel preparargli la sacca, andava brontolando

da sè, ma in tono di rimprovero per qualcuno: — Bella figura! andare a

Milano coi calzoni usati, e col panciotto sfilacciato... bella figura!

cosa diranno i Milanesi? — E don Cornelio, per confortarsi, brontolava

da sè alla sua volta: “Quando metterò il piede sul predellino della

vettura, oh! sarà un gran bel momento!„

Ma fu meno bello anche quel momento. — Che soprattutto nessuno sappia

l’ora della partenza! — aveva detto risolutamente don Cornelio; ma a

vederlo partire c’era tutto il paese. Chi era venuto per dargli il buon

viaggio, e per salutar Cristina; chi per curiosità, per vedere come si

faceva a partir per Milano; chi per dargli una lettera da ricapitare;

chi per dirgli di salutar qualcuno caso mai l’incontrasse per strada.

C’era il sindaco, il Valassina, lo speziale, don Luigi, tutti insomma;

non ci mancava che il dottore, perchè c’era in campagna un branco di

pernici che stavan per partire anch’esse. Una parola bisognava pur

risponderla a tutti; bisognava far coraggio a Cristina e alla sorella,

che piangevan nell’andito della casa, e non si decidevano a passar la

soglia: e bisognava anche darla a intendere a Ugolino, che non sapeva

capacitarsi di dover restare a casa. Il momento della partenza durò

quasi un’ora; e don Cornelio, da prima impaziente e poi rassegnato,

andava dicendo tra sè e sè: “Quando sarò a dieci miglia da Orobio, oh

quello sì sarà un gran bel momento!„

Finalmente il legnetto partì. Il legnetto doveva fare un’ora di

strada per condurre a una borgata da cui poi partiva la diligenza,

che in tre o quattro ore, a seconda delle gambe dei cavalli e della

sete del vetturino, arrivava allo sbocco della valle, dove c’era una

stazione della strada di ferro. Quella prima oretta di viaggio in

legno non passò male. Cristina s’era andata man mano rasserenando,

e all’espressione piena di dolore di poco prima glien’era succeduta

un’altra, ora pensierosa ora distratta, ora illuminata da qualche

subito raggio di buon umore. Don Cornelio, contento in cuor suo che

le cose andassero meno male di quello che aveva temuto, cercava a

proposito di tutto d’attaccar discorso con Cristina dicendole il nome

dei paeselli di cui eran sparse le falde dei monti, e raccontandole

qualche storiella del passato, o qualcosuccia da ridere se ce n’era. E

siccome, a furia di indicazioni e di buona volontà, si poteva scorgere

da lontano un punto bianco, ch’era quel paesello dove aveva veduto

nel 1859 il conte di Cavour, così, tanto per discorrere, raccontò

anche a Cristina la sua famosa avventura, accompagnandola, in forma di

soliloquio, con tutte quelle riflessioni ch’era andato mettendo insieme

da quell’epoca in poi. — Se fosse ancora vivo quell’ometto!... oh,

quest’era proprio la volta, poichè mi son messo in viaggio, che andavo

a fargli visita! Scommetto che m’avrebbe riconosciuto!... L’ho qui

tutto in mente il discorso che gli avrei voluto fare, a proposito anche

di noi poveri preti, e certe cose che gli avrei voluto suggerire... a

meno che non le avesse pensate prima lui, quell’ometto, e non le avesse

anche fatte!...

Anche Cristina dal canto suo viaggiava col pensiero, come don Cornelio,

ma in tutt’altra direzione. Il cuore le si era messo a battere forte

forte come s’era trovata in quel medesimo legnetto, e su quella

medesima strada, dove aveva veduto partire, pochi giorni prima, Enrico.

Le era parso subito di voler bene al legnetto, al vetturino, alla

strada, e a tutto quello che si vedeva. Avrebbe voluto, di tanto in

tanto, ripensare alla zia da cui era aspettata, e alla signora Angelica

che aveva lasciata tutta in lacrime; ma il pensiero era inchiodato lì;

e se pigliava il volo era per andarsene al bel paese smagliante di

luce e di fiori, il paese fantastico d’un avvenire che la sua mente

illuminava di presentimenti felici e di trepide speranze.

Ma bisogna dire che in quei paesi Cristina ci fosse stata proprio

ricondotta dal legnetto, perchè come l’ebbe lasciato, e si trovò nella

diligenza, quell’espressione luminosa del suo viso si intorbidò, e a

poco a poco scomparve sotto un velo fitto di malinconia. Don Cornelio

se ne accorse, e avrebbe voluto ricorrere da capo alla parlantina

a cui dava tutto il merito se le cose erano andate bene fin lì. Ma

questa volta c’era un ostacolo. Nella diligenza erano entrati due altri

personaggi, che noi già conosciamo, don Innocente e don Prospero:

e il nostro curato che non aveva voglia in quel momento d’attaccar

discorso con loro, e di dover rispondere a chi sa quante domande, dopo

averli salutati e dopo aver scambiata qualche parola, s’era messo a

legger l’uffizio. Don Innocente e don Prospero, pieni di curiosità,

avevano continuato per un poco a guardare ora il curato, ora Cristina,

scambiandosi delle occhiate d’intelligenza tra loro; poi s’eran messi

a discorrere sotto voce dei loro affarucci. Don Prospero parlava d’un

contratto che andava a fare per l’osteria del _Pomo d’Oro_; poi faceva

a don Innocente delle riflessioni sul palato dell’_avventore_; e gli

raccontava la storia d’un vino che aveva preso il forte, il torbido

e la muffa, tutt’insieme, ma che lui aveva medicato così bene che

l’_avventore_ se l’era bevuto fino all’ultimo bicchiere, e con che

gusto! Un affarone! Don Innocente ascoltava l’amico con compiacenza, e

approvava tutto con la solita compunzione; diceva d’esser venuto con

gran piacere per fargli compagnia, per prendere una boccata d’aria...

— “e per fare, se gli capitasse, una partita alle bocce in quattro„ —

soggiungeva forse don Prospero in cuor suo.

Don Cornelio avrebbe lasciato andare innanzi le cose per un pezzo così;

ma con la coda dell’occhio vedeva Cristina che tutta rincantucciata

si faceva sempre più malinconica, e pareva presa da un grande

accasciamento. Ripensò al rimedio della parlantina che gli pareva

diventasse urgente oramai; chiuse il breviario, e si guardò intorno

cercando un qualche pretesto per attaccar discorso. Intanto a Cristina

gli occhi s’eran fatti rossi rossi, e le scendevano de’ grossi

goccioloni sul grembo. Don Cornelio allora non potè più tenersi, fece

un ultimo sforzo, e dopo aver guardato dagli sportelli all’ingiro per

la campagna diede a un tratto in una tal risata che fece spalancar gli

occhi de’ suoi compagni di viaggio, e gli attirò più domande che non

gliene occorressero. La conversazione così fu in un subito avviata.

— È a quella svolta, nevvero, che si va alle Cascine Vecchie? — prese a

dire don Cornelio, e continuava a ridere.

— Per l’appunto, — rispose don Prospero. — Ma... eh, eh! ce n’è della

strada per arrivarci!

— Lo so, lo so... ma che vuole, tutto ciò che mi rammenta le Cascine

Vecchie mi fa subito ripensare alla mia famosa avventura. L’avranno ben

risaputa anche loro la mia avventura del croato! Come? no?

— Ma sì, ma sì... — riprese don Prospero. — Mi pare bene d’averla

sentita raccontare... un gran pezzo fa....

— Eh, sicuro, son passati.... Misericordia! quanti anni.

— A ogni modo me la dica... che forse la rammento.

— La vogliono sentire?... Eh, per quel che s’ha a fare! e poi con

le chiacchiere s’accorcia la strada.... Stammi a sentire anche tu,

Cristina, ma poi non darmi la baia veh! come hanno fatto per un pezzo

mia sorella e i miei amici d’una volta. Dunque... eravamo nel 1848,

sulla fine di marzo, precisamente in quei giorni in cui gli Austriaci

facevan fagotto, e alzavano i tacchi in fretta e in furia, cacciati a

schioppettate dalle città, e inseguiti coi forchetti nei villaggi...

quando, s’intende, capitavano in pochi e sbandati. Qualche giorno

prima di partire come cappellano coi volontari della valle, ero venuto

appunto fino alle Cascine Vecchie con qualche curato dei dintorni e

con qualche prete, dei quali, poveretti! non ce n’è più uno al mondo.

S’era venuti in tutta fretta insieme a dei signori della città, anzi

nelle loro carrozze, essendosi risaputo che c’eran dei prigionieri

e dei feriti per le strade e nelle stalle de’ contadini. — “Ora che

il barbaro è sconfitto per sempre„ come si diceva in allora “guai

a chi gli torce un capello!„ — Arriviamo alle Cascine Vecchie, e

cosa vediamo? In un capannone, su poca paglia, stavan dieci o dodici

poveri feriti, boemi quasi tutti, languenti, assetati, che facevan

pietà; e sulla strada, in mezzo a uno sciame di contadini, alcuni

prigionieri legati come salami. — “Oibò, legati a quel modo!„ gridò

subito un signore ch’era con noi “Il prigioniero è sacro per il

crociato italiano!... Ehi, mamelucchi, _volere mangiare?_... Qua, con

me, andiamo dal fornaio... e viva Pio nono!„ — I feriti furon messi

con gran cura nelle carrozze. — “_Io star ungherese_,„ gridavano tutti

questi poveri diavoli. — Andate là, andate là — si rispondeva loro;

— l’italiano libero e indipendente non fa distinzione tra i poveri

feriti!„ — In poco tempo furon tutti medicati alla meglio, rifocillati,

e condotti via; a eccezione però d’un povero croato, lungo come un

campanile, brutto come un demonio....

— Eh, demonio, poteva anche esserlo — disse tra i denti don Innocente.

— Nessuno lo volle. Era ferito a una mano, non gravemente, ma aveva

la cera cupa e malinconica più di tutti. Non rispondeva, non chiedeva

nulla. Povero diavolaccio! Ne ebbi una gran compassione, e dissi: me

lo prendo io. Fu un affar difficile sulle prime a addomesticarlo; non

voleva lasciar vedere la ferita, non voleva bere, non voleva mangiare.

Gli diedi un sigaro dicendogli pipa, per farmi capire, ma mi rispose

con un grugnito. Allora levai di tasca qualche soldo, e glieli misi

sotto il muso gridando forte: kreuzer, kreuzer; cominciò a capire, e se

li prese. Insomma a poco a poco, e con una gran pazienza, lo persuasi

che nessuno gli avrebbe fatto del male, che l’avrei fatto guarire, e

che venisse di buon animo con me. Gli altri intanto eran partiti, ed io

ero rimasto solo. Eccomi dunque in strada col mio croato, e a braccetto

per di più, perchè il poveraccio pareva molto stracco. Per condurlo in

città, allo spedale, ci volevano, a camminar piano, un par d’orette. Si

va, si va... e dopo mezz’ora incomincia a piovere. Affretto il passo,

e piglio traverso la campagna le scorciatoie; ma eravamo al tramonto,

il cielo si faceva sempre più buio, e la pioggia più fitta. Non avevo

ombrello, e presto eccoci, io e il mio _padre compagno_, bagnati,

inzuppati, che ci si poteva spremere come due spugne. Quando Dio volle,

trovammo un capannone per ricoverarci. Vi entrammo; e lì cominciai

a scuotermi l’acqua di dosso, levandomi il cappello, il soprabito e

l’abito per farli asciugare: altrettanto, a quanto mi parve, si mise

a fare il mio compagno, del quale ciò che vedevo meglio, in quella

mezza oscurità, eran due occhiacci che mi guardavano fissi e che

scintillavano come quelli d’un gatto.

— Il demonio, il demonio! — borbottava tra sè don Innocente.

— Quando a un tratto... dopo avere, per un minuto solo, voltate le

spalle agli occhiacci, cosa vedo? vedo l’amico che pian piano se ne

va coi miei abiti sotto il braccio. In un salto gli sono addosso...

l’afferro appena fuori del capannone... ricevo uno spintone, e anche

un buon pugno... Sdrucciolo, vado colle gambe all’aria... e lui via,

gridando: _paga Pio Nono!_

— L’ho detto io! era proprio il demonio! — esclamò don Innocente

spaventato.

— Ma c’è di più, c’è di più, state a sentire! — diceva don Prospero, il

quale aveva già fatto capire di ricordarsi ora perfettamente di tutti i

particolari di quella storia.

— Mi rialzo, gli corro dietro... eh, sì, lo prenda chi può!... Povero

don Cornelio!... Rientro nel capannone, mi guardo intorno con l’aiuto

d’un fiammifero, e al posto dei miei vestiti ci trovo... il cappotto, e

il berretto del croato!... Avessi almeno avuto il cappello da prete, il

mio nicchio! ma quella mattina m’ero messo un cappello a cencio. Oh, mi

sarebbe piaciuto vederlo il croato col nicchio!

Cristina cominciava a ridere.

— Intanto s’era fatto notte, tirava un ventaccio freddo, pioveva

dirottamente, a diluvio... ero in maniche di camicia....

— E allora? — domandò Cristina.

— Allora... infilo il cappotto... e bisognava vedermi, un’ora dopo,

rientrare in casa (fortuna che abitavo fuori di città!) quatto quatto,

dalla parte dell’orto, vestito da croato!... Bisognava vedere in

quel momento mia sorella, e un mio amico, un burlone per di più, che

m’aspettavano!... L’avventura fu risaputa, e si pensi che ridere, che

ridere se ne fece!

Don Cornelio rideva di nuovo, e tanto più di gusto perchè anche

Cristina dava in scoppi di risa schietti, lunghi, che facevano in quel

momento il più bel contrasto sulle sue gote pallide e ancor lucide

per le lacrimucce di prima. Don Prospero, che non solo si rammentava

dell’avventura narrata da don Cornelio, ma pretendeva di saperla anche

meglio di lui, s’era messo a correggerla e a completarla con delle

varianti udite al _Pomo d’Oro_, e delle quali rideva rumorosamente

per proprio conto. Don Innocente, che aveva ascoltata la narrazione

torcendo la bocca, ma facendole poi fare un sorriso stentato quando i

suoi occhi si incontravano in quelli di don Cornelio, ora, tanto per

prender parte alla conversazione anche lui, concludeva col dire che il

caso non era nuovo, ma che con un buon esorcismo, come lo insegna il

padre Candido Brugnolo, il croato avrebbe forse potuto fuggire... ma

con gli abiti da prete, no di certo.

La diligenza si fermò. Don Prospero e don Innocente erano arrivati al

paesello a cui eran diretti, e, salutati quelli che rimanevano, scesero

a far nuovi saluti a un omaccione grosso e paffuto che veniva loro

incontro dalla soglia d’una bettoluccia. Pochi minuti dopo la diligenza

tirò innanzi; e tirò innanzi anche don Cornelio con la parlantina

che gli era riuscita così bene fin lì; tirò innanzi più che potè,

cercando con qualche nuova barzelletta di tener vivo il buon umore di

Cristina, finchè la diligenza arrivò in capo alla valle dove c’era

la stazione della strada di ferro. Quelle ore passate tra le scosse

e i rimbalzi della diligenza, viaggiando di fianco, e su cuscini che

parevano imbottiti di piuoli, dovevano pur lasciare a Cristina e a don

Cornelio una cara memoria. Le ricordarono per un pezzo quelle ore! E

don Cornelio non ne trovò più, per fare una buona risata schietta e di

gusto.

In vagone fu una tutt’altra cosa. Ci si stava a zeppo; tutte facce

nuove; e i nostri due viaggiatori si sedettero accanto, un poco

impacciati e in soggezione sotto gli occhi di quei loro vicini che

li fissavano, e che tutti, con l’eguale curiosità e con l’eguale

espressione sciocca, non ristavano dal contemplare il prete di campagna

e la bella fanciulla. Rimasero così rincantucciati e silenziosi per un

paio d’ore fino a Milano. A quei curiosi però non badarono a lungo,

perchè il filo dei vecchi pensieri venne presto a ricondurli tutt’e

due ben lontani di lì. Cristina aveva ritrovato il filo dei pensieri

ridenti, delle vaghe speranze, e di quei sogni che ricomparivano e

sfumavano per ripigliar nuove forme, come nuvolette dorate. A don

Cornelio invece era accaduto l’opposto; e sulla sua faccia allegra di

poco prima eran comparse ora certe rughe che gli si vedevano soltanto

quando aveva qualche pensiero che gli dava fastidio. La sua mente

infatti era tutta concentrata in quel momento in un pensiero molesto;

un pensiero che in quei giorni gli era venuto innanzi più volte, ma

che l’aveva sempre rimandato perchè per i pensieri molesti, diceva,

c’è tempo d’avanzo. Ma ora gli era parso che fosse proprio arrivato

il momento di fermarcisi sopra. Don Cornelio pensava a quella signora

a cui doveva presentarsi il giorno dopo; a quella signora cui doveva

affidar Cristina, e dalla quale ne doveva dipendere l’avvenire, il

destino. Richiamava nella sua memoria quel poco che il conte Maurizio

gliene aveva detto, e quel di più ch’egli ne aveva pensato, vedendo

l’amico suo rannuvolarsi ogni volta che si veniva su quel discorso, e

passar volentieri a parlar d’altro. Si ricordava che il conte Maurizio

e donna Fulvia, sua sorella, da un gran pezzo non si vedevan più,

non si scrivevano più; sapeva che tra loro non c’era buon sangue,

ch’eran d’indole diversa, che non l’avevano mai pensata a un modo,

che i tempi e gli avvenimenti stessi gli avevano divisi sempre più;

sapeva finalmente che una volta c’eran stati tra loro de’ grossi

guai, e che in allora donna Fulvia aveva lanciato contro il fratello

la sua scomunica maggiore, dichiarando che non l’avrebbe voluto mai

più rivedere. “Ed è proprio a quella signora„ pensava don Cornelio

nel riandare questi ricordi “ch’io vado ora ad affidare la figlia del

conte Maurizio!... Ma già sfido io a far diversamente; anzi, è una

provvidenza, questa, venuta proprio dal Cielo. E poi, che Cristina

dovesse partir per Milano subito subito, è stata la prima condizione

dettami dal signor Valassina... e con quale abbondanza di verbi

imperativi!... Quel signor Valassina, che nessuno mi senta, non m’è

piaciuto proprio punto. Potrebbe anche darsi che quel tanto di mala

grazia melata, ch’era un gusto a sentirlo, ce l’abbia messa del suo.

Oh, lo scommetterei! perchè poi donna Fulvia se fa una così buona

azione dev’essere anche una brava signora!... I suoi torti, e grossi,

li deve aver avuti.... non ne posso dubitare; ma chi sa? a quest’ora si

è pentita, e li vuol riparare. Questioni di puntiglio... questioni di

carattere....„ E qui don Cornelio si accorse di aver toccato un cattivo

tasto, e si fece pensieroso più di prima. “Il carattere!„ riprese poi

tra sè e sè, dopo una lunga pausa. “Ti par cosa da poco il carattere?

Certi caratteracci, per esempio, a doverseli godere, e peggio ancora

a doverci star sotto.... Un carattere, per venire al caso nostro, col

quale il conte Maurizio, che era tanto buono, non aveva mai potuto

intendersela neanche da lontano, dev’essere un carattere... sul fare

di quello del mio croato che a fargli del bene rispondeva a pugni....

Povera Cristina!... Oh, ma cosa vado io mai a fantasticare! Perchè

s’ha proprio da pensare al peggio? perchè rodersi l’anima fuor di

ragione, senza costrutto, senza un motivo... come fa il nostro sindaco,

tal quale... io che lo canzono sempre! Andiamo, andiamo... bando ai

cattivi giudizi, e non pensiamo male del prossimo!... Che soprattutto

poi Cristina non mi veda con la faccia scura, in questo momento;

sarebbe capace di darmi in uno scoppio di pianto, qui, in mezzo a tutta

questa gente... Non ci mancherebbe altro! Mi sta forse osservando...

misericordia!„ E mandò a Cristina un’occhiata alla sfuggita.

Cristina dormiva tranquillamente.

“Oh beata gioventù!„ esclamò in cuor suo don Cornelio rasserenandosi.

Il curato d'Orobio · 第 10 / 33 题