Don Cornelio, dopo le sue famose camminate del quarantotto, de’ viaggi
non ne aveva fatti più; non era andato neanche più in là del capoluogo
della provincia. Ora il dover partire, così tutt’a un tratto, per
Milano, nientemeno! e senz’aver avuto il tempo di pensarci su, era
stato un scombussolìo per don Cornelio! E i preparativi della partenza,
per di più, non erano andati così lisci da riconciliarlo coi viaggi.
Aveva avuto, innanzi tutto, un guaio con la sorella. La signora
Angelica, all’annunzio della partenza di Cristina e del fratello, era
stata tutta compresa, oltre che dalla commozione, anche dal pensiero
che il suo curato dovendo presentarsi in una casa di gran signori,
e in Milano, non vi dovesse poi andar male in arnese e sfigurarvi.
Aveva dunque pensato subito a un certo cassettone, di cui teneva lei
gelosamente la chiave, e dove ci stavano da parecchi anni alcuni capi
di vestiario ancor nuovi aspettando una occasione straordinaria.
Angelica andò difilato ad aprire il cassettone, girò la chiave coi
dovuti riguardi... impallidì, tirò le cassette precipitosamente, alzò
gli occhi al cielo, frugò da per tutto.... Non c’era più nulla, tutto
era scomparso! Angelica, a cui non eran nuove queste sorprese, non
si perdette in congetture, non andò lontano a cercare il colpevole.
In altre circostanze consimili si era contentata di brontolare, o
di mandare qualche lungo sospiro di rassegnazione; ma questa volta
andò proprio sulle furie, e tutta rossa in faccia corse a cercare suo
fratello per dirgli di santa ragione il fatto suo. Il colpevole, il
solito colpevole di questi furti domestici, era proprio don Cornelio;
il quale, di tanto in tanto, in casa sua rubava; rubava la propria
roba e con un’arte matricolata ch’era la disperazione della sorella.
Ogni tanto eravamo a queste. C’era un povero, c’era un ammalato che
non aveva da coprirsi..., don Cornelio aspettava che la sorella fosse
uscita di casa, poi quatto quatto frugava per le stanze, apriva un
armadio, forzava un cassettone, pigliava un qualche capo di vestiario,
lo nascondeva sotto la veste, e via. — Ah, quel benedett’omo, quel
benedett’omo! — esclamava Angelica quando se ne spassionava con
qualche amica. — Me lo dicesse almeno! Della roba smessa, de’ cenci
per i poveri in una casa ce n’è sempre... Ma signor no! Se c’è un capo
novo si può esser sicuri che mi piglia proprio quello! E di tutto
piglia; lenzuoli, coltroni, fino una materassa m’ha fatto sparire! — E
pretendeva che una volta, nella fretta del rubare, il curato le avesse
fatto sparire anche una cuffia, di cui però aveva dovuto indennizzarla
con una nuova. La ramanzina questa volta fu delle più solenni, e non fu
breve. Don Cornelio se la pigliò in silenzio, e senza scusarsi, come
chi riconosce il proprio fallo.
Ma siccome la ramanzina non aveva fatto riavere alla signora Angelica
gli abiti scomparsi, così il temporale tirò innanzi, anche dopo quello
scroscio, con un brontolìo sordo e che non finiva più. A togliere
d’imbarazzo don Cornelio capitava, è vero, ogni minuto qualcuno; ma o
eran de’ seccatori che venivano per scuriosirsi, o era il Valassina che
tirandolo in disparte, aveva un qualche nuovo ammonimento da dargli sul
modo di comportarsi e di parlare con donna Fulvia. Allora gli pareva
meno male di rimandarli tutti in santa pace, con le buone e presto. Ma
appena se n’erano andati tornava a sentir la voce della sorella che,
in un canto della stanza nel preparargli la sacca, andava brontolando
da sè, ma in tono di rimprovero per qualcuno: — Bella figura! andare a
Milano coi calzoni usati, e col panciotto sfilacciato... bella figura!
cosa diranno i Milanesi? — E don Cornelio, per confortarsi, brontolava
da sè alla sua volta: “Quando metterò il piede sul predellino della
vettura, oh! sarà un gran bel momento!„
Ma fu meno bello anche quel momento. — Che soprattutto nessuno sappia
l’ora della partenza! — aveva detto risolutamente don Cornelio; ma a
vederlo partire c’era tutto il paese. Chi era venuto per dargli il buon
viaggio, e per salutar Cristina; chi per curiosità, per vedere come si
faceva a partir per Milano; chi per dargli una lettera da ricapitare;
chi per dirgli di salutar qualcuno caso mai l’incontrasse per strada.
C’era il sindaco, il Valassina, lo speziale, don Luigi, tutti insomma;
non ci mancava che il dottore, perchè c’era in campagna un branco di
pernici che stavan per partire anch’esse. Una parola bisognava pur
risponderla a tutti; bisognava far coraggio a Cristina e alla sorella,
che piangevan nell’andito della casa, e non si decidevano a passar la
soglia: e bisognava anche darla a intendere a Ugolino, che non sapeva
capacitarsi di dover restare a casa. Il momento della partenza durò
quasi un’ora; e don Cornelio, da prima impaziente e poi rassegnato,
andava dicendo tra sè e sè: “Quando sarò a dieci miglia da Orobio, oh
quello sì sarà un gran bel momento!„
Finalmente il legnetto partì. Il legnetto doveva fare un’ora di
strada per condurre a una borgata da cui poi partiva la diligenza,
che in tre o quattro ore, a seconda delle gambe dei cavalli e della
sete del vetturino, arrivava allo sbocco della valle, dove c’era una
stazione della strada di ferro. Quella prima oretta di viaggio in
legno non passò male. Cristina s’era andata man mano rasserenando,
e all’espressione piena di dolore di poco prima glien’era succeduta
un’altra, ora pensierosa ora distratta, ora illuminata da qualche
subito raggio di buon umore. Don Cornelio, contento in cuor suo che
le cose andassero meno male di quello che aveva temuto, cercava a
proposito di tutto d’attaccar discorso con Cristina dicendole il nome
dei paeselli di cui eran sparse le falde dei monti, e raccontandole
qualche storiella del passato, o qualcosuccia da ridere se ce n’era. E
siccome, a furia di indicazioni e di buona volontà, si poteva scorgere
da lontano un punto bianco, ch’era quel paesello dove aveva veduto
nel 1859 il conte di Cavour, così, tanto per discorrere, raccontò
anche a Cristina la sua famosa avventura, accompagnandola, in forma di
soliloquio, con tutte quelle riflessioni ch’era andato mettendo insieme
da quell’epoca in poi. — Se fosse ancora vivo quell’ometto!... oh,
quest’era proprio la volta, poichè mi son messo in viaggio, che andavo
a fargli visita! Scommetto che m’avrebbe riconosciuto!... L’ho qui
tutto in mente il discorso che gli avrei voluto fare, a proposito anche
di noi poveri preti, e certe cose che gli avrei voluto suggerire... a
meno che non le avesse pensate prima lui, quell’ometto, e non le avesse
anche fatte!...
Anche Cristina dal canto suo viaggiava col pensiero, come don Cornelio,
ma in tutt’altra direzione. Il cuore le si era messo a battere forte
forte come s’era trovata in quel medesimo legnetto, e su quella
medesima strada, dove aveva veduto partire, pochi giorni prima, Enrico.
Le era parso subito di voler bene al legnetto, al vetturino, alla
strada, e a tutto quello che si vedeva. Avrebbe voluto, di tanto in
tanto, ripensare alla zia da cui era aspettata, e alla signora Angelica
che aveva lasciata tutta in lacrime; ma il pensiero era inchiodato lì;
e se pigliava il volo era per andarsene al bel paese smagliante di
luce e di fiori, il paese fantastico d’un avvenire che la sua mente
illuminava di presentimenti felici e di trepide speranze.
Ma bisogna dire che in quei paesi Cristina ci fosse stata proprio
ricondotta dal legnetto, perchè come l’ebbe lasciato, e si trovò nella
diligenza, quell’espressione luminosa del suo viso si intorbidò, e a
poco a poco scomparve sotto un velo fitto di malinconia. Don Cornelio
se ne accorse, e avrebbe voluto ricorrere da capo alla parlantina
a cui dava tutto il merito se le cose erano andate bene fin lì. Ma
questa volta c’era un ostacolo. Nella diligenza erano entrati due altri
personaggi, che noi già conosciamo, don Innocente e don Prospero:
e il nostro curato che non aveva voglia in quel momento d’attaccar
discorso con loro, e di dover rispondere a chi sa quante domande, dopo
averli salutati e dopo aver scambiata qualche parola, s’era messo a
legger l’uffizio. Don Innocente e don Prospero, pieni di curiosità,
avevano continuato per un poco a guardare ora il curato, ora Cristina,
scambiandosi delle occhiate d’intelligenza tra loro; poi s’eran messi
a discorrere sotto voce dei loro affarucci. Don Prospero parlava d’un
contratto che andava a fare per l’osteria del _Pomo d’Oro_; poi faceva
a don Innocente delle riflessioni sul palato dell’_avventore_; e gli
raccontava la storia d’un vino che aveva preso il forte, il torbido
e la muffa, tutt’insieme, ma che lui aveva medicato così bene che
l’_avventore_ se l’era bevuto fino all’ultimo bicchiere, e con che
gusto! Un affarone! Don Innocente ascoltava l’amico con compiacenza, e
approvava tutto con la solita compunzione; diceva d’esser venuto con
gran piacere per fargli compagnia, per prendere una boccata d’aria...
— “e per fare, se gli capitasse, una partita alle bocce in quattro„ —
soggiungeva forse don Prospero in cuor suo.
Don Cornelio avrebbe lasciato andare innanzi le cose per un pezzo così;
ma con la coda dell’occhio vedeva Cristina che tutta rincantucciata
si faceva sempre più malinconica, e pareva presa da un grande
accasciamento. Ripensò al rimedio della parlantina che gli pareva
diventasse urgente oramai; chiuse il breviario, e si guardò intorno
cercando un qualche pretesto per attaccar discorso. Intanto a Cristina
gli occhi s’eran fatti rossi rossi, e le scendevano de’ grossi
goccioloni sul grembo. Don Cornelio allora non potè più tenersi, fece
un ultimo sforzo, e dopo aver guardato dagli sportelli all’ingiro per
la campagna diede a un tratto in una tal risata che fece spalancar gli
occhi de’ suoi compagni di viaggio, e gli attirò più domande che non
gliene occorressero. La conversazione così fu in un subito avviata.
— È a quella svolta, nevvero, che si va alle Cascine Vecchie? — prese a
dire don Cornelio, e continuava a ridere.
— Per l’appunto, — rispose don Prospero. — Ma... eh, eh! ce n’è della
strada per arrivarci!
— Lo so, lo so... ma che vuole, tutto ciò che mi rammenta le Cascine
Vecchie mi fa subito ripensare alla mia famosa avventura. L’avranno ben
risaputa anche loro la mia avventura del croato! Come? no?
— Ma sì, ma sì... — riprese don Prospero. — Mi pare bene d’averla
sentita raccontare... un gran pezzo fa....
— Eh, sicuro, son passati.... Misericordia! quanti anni.
— A ogni modo me la dica... che forse la rammento.
— La vogliono sentire?... Eh, per quel che s’ha a fare! e poi con
le chiacchiere s’accorcia la strada.... Stammi a sentire anche tu,
Cristina, ma poi non darmi la baia veh! come hanno fatto per un pezzo
mia sorella e i miei amici d’una volta. Dunque... eravamo nel 1848,
sulla fine di marzo, precisamente in quei giorni in cui gli Austriaci
facevan fagotto, e alzavano i tacchi in fretta e in furia, cacciati a
schioppettate dalle città, e inseguiti coi forchetti nei villaggi...
quando, s’intende, capitavano in pochi e sbandati. Qualche giorno
prima di partire come cappellano coi volontari della valle, ero venuto
appunto fino alle Cascine Vecchie con qualche curato dei dintorni e
con qualche prete, dei quali, poveretti! non ce n’è più uno al mondo.
S’era venuti in tutta fretta insieme a dei signori della città, anzi
nelle loro carrozze, essendosi risaputo che c’eran dei prigionieri
e dei feriti per le strade e nelle stalle de’ contadini. — “Ora che
il barbaro è sconfitto per sempre„ come si diceva in allora “guai
a chi gli torce un capello!„ — Arriviamo alle Cascine Vecchie, e
cosa vediamo? In un capannone, su poca paglia, stavan dieci o dodici
poveri feriti, boemi quasi tutti, languenti, assetati, che facevan
pietà; e sulla strada, in mezzo a uno sciame di contadini, alcuni
prigionieri legati come salami. — “Oibò, legati a quel modo!„ gridò
subito un signore ch’era con noi “Il prigioniero è sacro per il
crociato italiano!... Ehi, mamelucchi, _volere mangiare?_... Qua, con
me, andiamo dal fornaio... e viva Pio nono!„ — I feriti furon messi
con gran cura nelle carrozze. — “_Io star ungherese_,„ gridavano tutti
questi poveri diavoli. — Andate là, andate là — si rispondeva loro;
— l’italiano libero e indipendente non fa distinzione tra i poveri
feriti!„ — In poco tempo furon tutti medicati alla meglio, rifocillati,
e condotti via; a eccezione però d’un povero croato, lungo come un
campanile, brutto come un demonio....
— Eh, demonio, poteva anche esserlo — disse tra i denti don Innocente.
— Nessuno lo volle. Era ferito a una mano, non gravemente, ma aveva
la cera cupa e malinconica più di tutti. Non rispondeva, non chiedeva
nulla. Povero diavolaccio! Ne ebbi una gran compassione, e dissi: me
lo prendo io. Fu un affar difficile sulle prime a addomesticarlo; non
voleva lasciar vedere la ferita, non voleva bere, non voleva mangiare.
Gli diedi un sigaro dicendogli pipa, per farmi capire, ma mi rispose
con un grugnito. Allora levai di tasca qualche soldo, e glieli misi
sotto il muso gridando forte: kreuzer, kreuzer; cominciò a capire, e se
li prese. Insomma a poco a poco, e con una gran pazienza, lo persuasi
che nessuno gli avrebbe fatto del male, che l’avrei fatto guarire, e
che venisse di buon animo con me. Gli altri intanto eran partiti, ed io
ero rimasto solo. Eccomi dunque in strada col mio croato, e a braccetto
per di più, perchè il poveraccio pareva molto stracco. Per condurlo in
città, allo spedale, ci volevano, a camminar piano, un par d’orette. Si
va, si va... e dopo mezz’ora incomincia a piovere. Affretto il passo,
e piglio traverso la campagna le scorciatoie; ma eravamo al tramonto,
il cielo si faceva sempre più buio, e la pioggia più fitta. Non avevo
ombrello, e presto eccoci, io e il mio _padre compagno_, bagnati,
inzuppati, che ci si poteva spremere come due spugne. Quando Dio volle,
trovammo un capannone per ricoverarci. Vi entrammo; e lì cominciai
a scuotermi l’acqua di dosso, levandomi il cappello, il soprabito e
l’abito per farli asciugare: altrettanto, a quanto mi parve, si mise
a fare il mio compagno, del quale ciò che vedevo meglio, in quella
mezza oscurità, eran due occhiacci che mi guardavano fissi e che
scintillavano come quelli d’un gatto.
— Il demonio, il demonio! — borbottava tra sè don Innocente.
— Quando a un tratto... dopo avere, per un minuto solo, voltate le
spalle agli occhiacci, cosa vedo? vedo l’amico che pian piano se ne
va coi miei abiti sotto il braccio. In un salto gli sono addosso...
l’afferro appena fuori del capannone... ricevo uno spintone, e anche
un buon pugno... Sdrucciolo, vado colle gambe all’aria... e lui via,
gridando: _paga Pio Nono!_
— L’ho detto io! era proprio il demonio! — esclamò don Innocente
spaventato.
— Ma c’è di più, c’è di più, state a sentire! — diceva don Prospero, il
quale aveva già fatto capire di ricordarsi ora perfettamente di tutti i
particolari di quella storia.
— Mi rialzo, gli corro dietro... eh, sì, lo prenda chi può!... Povero
don Cornelio!... Rientro nel capannone, mi guardo intorno con l’aiuto
d’un fiammifero, e al posto dei miei vestiti ci trovo... il cappotto, e
il berretto del croato!... Avessi almeno avuto il cappello da prete, il
mio nicchio! ma quella mattina m’ero messo un cappello a cencio. Oh, mi
sarebbe piaciuto vederlo il croato col nicchio!
Cristina cominciava a ridere.
— Intanto s’era fatto notte, tirava un ventaccio freddo, pioveva
dirottamente, a diluvio... ero in maniche di camicia....
— E allora? — domandò Cristina.
— Allora... infilo il cappotto... e bisognava vedermi, un’ora dopo,
rientrare in casa (fortuna che abitavo fuori di città!) quatto quatto,
dalla parte dell’orto, vestito da croato!... Bisognava vedere in
quel momento mia sorella, e un mio amico, un burlone per di più, che
m’aspettavano!... L’avventura fu risaputa, e si pensi che ridere, che
ridere se ne fece!
Don Cornelio rideva di nuovo, e tanto più di gusto perchè anche
Cristina dava in scoppi di risa schietti, lunghi, che facevano in quel
momento il più bel contrasto sulle sue gote pallide e ancor lucide
per le lacrimucce di prima. Don Prospero, che non solo si rammentava
dell’avventura narrata da don Cornelio, ma pretendeva di saperla anche
meglio di lui, s’era messo a correggerla e a completarla con delle
varianti udite al _Pomo d’Oro_, e delle quali rideva rumorosamente
per proprio conto. Don Innocente, che aveva ascoltata la narrazione
torcendo la bocca, ma facendole poi fare un sorriso stentato quando i
suoi occhi si incontravano in quelli di don Cornelio, ora, tanto per
prender parte alla conversazione anche lui, concludeva col dire che il
caso non era nuovo, ma che con un buon esorcismo, come lo insegna il
padre Candido Brugnolo, il croato avrebbe forse potuto fuggire... ma
con gli abiti da prete, no di certo.
La diligenza si fermò. Don Prospero e don Innocente erano arrivati al
paesello a cui eran diretti, e, salutati quelli che rimanevano, scesero
a far nuovi saluti a un omaccione grosso e paffuto che veniva loro
incontro dalla soglia d’una bettoluccia. Pochi minuti dopo la diligenza
tirò innanzi; e tirò innanzi anche don Cornelio con la parlantina
che gli era riuscita così bene fin lì; tirò innanzi più che potè,
cercando con qualche nuova barzelletta di tener vivo il buon umore di
Cristina, finchè la diligenza arrivò in capo alla valle dove c’era
la stazione della strada di ferro. Quelle ore passate tra le scosse
e i rimbalzi della diligenza, viaggiando di fianco, e su cuscini che
parevano imbottiti di piuoli, dovevano pur lasciare a Cristina e a don
Cornelio una cara memoria. Le ricordarono per un pezzo quelle ore! E
don Cornelio non ne trovò più, per fare una buona risata schietta e di
gusto.
In vagone fu una tutt’altra cosa. Ci si stava a zeppo; tutte facce
nuove; e i nostri due viaggiatori si sedettero accanto, un poco
impacciati e in soggezione sotto gli occhi di quei loro vicini che
li fissavano, e che tutti, con l’eguale curiosità e con l’eguale
espressione sciocca, non ristavano dal contemplare il prete di campagna
e la bella fanciulla. Rimasero così rincantucciati e silenziosi per un
paio d’ore fino a Milano. A quei curiosi però non badarono a lungo,
perchè il filo dei vecchi pensieri venne presto a ricondurli tutt’e
due ben lontani di lì. Cristina aveva ritrovato il filo dei pensieri
ridenti, delle vaghe speranze, e di quei sogni che ricomparivano e
sfumavano per ripigliar nuove forme, come nuvolette dorate. A don
Cornelio invece era accaduto l’opposto; e sulla sua faccia allegra di
poco prima eran comparse ora certe rughe che gli si vedevano soltanto
quando aveva qualche pensiero che gli dava fastidio. La sua mente
infatti era tutta concentrata in quel momento in un pensiero molesto;
un pensiero che in quei giorni gli era venuto innanzi più volte, ma
che l’aveva sempre rimandato perchè per i pensieri molesti, diceva,
c’è tempo d’avanzo. Ma ora gli era parso che fosse proprio arrivato
il momento di fermarcisi sopra. Don Cornelio pensava a quella signora
a cui doveva presentarsi il giorno dopo; a quella signora cui doveva
affidar Cristina, e dalla quale ne doveva dipendere l’avvenire, il
destino. Richiamava nella sua memoria quel poco che il conte Maurizio
gliene aveva detto, e quel di più ch’egli ne aveva pensato, vedendo
l’amico suo rannuvolarsi ogni volta che si veniva su quel discorso, e
passar volentieri a parlar d’altro. Si ricordava che il conte Maurizio
e donna Fulvia, sua sorella, da un gran pezzo non si vedevan più,
non si scrivevano più; sapeva che tra loro non c’era buon sangue,
ch’eran d’indole diversa, che non l’avevano mai pensata a un modo,
che i tempi e gli avvenimenti stessi gli avevano divisi sempre più;
sapeva finalmente che una volta c’eran stati tra loro de’ grossi
guai, e che in allora donna Fulvia aveva lanciato contro il fratello
la sua scomunica maggiore, dichiarando che non l’avrebbe voluto mai
più rivedere. “Ed è proprio a quella signora„ pensava don Cornelio
nel riandare questi ricordi “ch’io vado ora ad affidare la figlia del
conte Maurizio!... Ma già sfido io a far diversamente; anzi, è una
provvidenza, questa, venuta proprio dal Cielo. E poi, che Cristina
dovesse partir per Milano subito subito, è stata la prima condizione
dettami dal signor Valassina... e con quale abbondanza di verbi
imperativi!... Quel signor Valassina, che nessuno mi senta, non m’è
piaciuto proprio punto. Potrebbe anche darsi che quel tanto di mala
grazia melata, ch’era un gusto a sentirlo, ce l’abbia messa del suo.
Oh, lo scommetterei! perchè poi donna Fulvia se fa una così buona
azione dev’essere anche una brava signora!... I suoi torti, e grossi,
li deve aver avuti.... non ne posso dubitare; ma chi sa? a quest’ora si
è pentita, e li vuol riparare. Questioni di puntiglio... questioni di
carattere....„ E qui don Cornelio si accorse di aver toccato un cattivo
tasto, e si fece pensieroso più di prima. “Il carattere!„ riprese poi
tra sè e sè, dopo una lunga pausa. “Ti par cosa da poco il carattere?
Certi caratteracci, per esempio, a doverseli godere, e peggio ancora
a doverci star sotto.... Un carattere, per venire al caso nostro, col
quale il conte Maurizio, che era tanto buono, non aveva mai potuto
intendersela neanche da lontano, dev’essere un carattere... sul fare
di quello del mio croato che a fargli del bene rispondeva a pugni....
Povera Cristina!... Oh, ma cosa vado io mai a fantasticare! Perchè
s’ha proprio da pensare al peggio? perchè rodersi l’anima fuor di
ragione, senza costrutto, senza un motivo... come fa il nostro sindaco,
tal quale... io che lo canzono sempre! Andiamo, andiamo... bando ai
cattivi giudizi, e non pensiamo male del prossimo!... Che soprattutto
poi Cristina non mi veda con la faccia scura, in questo momento;
sarebbe capace di darmi in uno scoppio di pianto, qui, in mezzo a tutta
questa gente... Non ci mancherebbe altro! Mi sta forse osservando...
misericordia!„ E mandò a Cristina un’occhiata alla sfuggita.
Cristina dormiva tranquillamente.
“Oh beata gioventù!„ esclamò in cuor suo don Cornelio rasserenandosi.