Con molto dispiacere della signora Angelica, che aveva il desinare
bell’e pronto, il dialogo di don Cornelio col suo ospite durò quasi due
ore; per cui, quando vide spalancar l’uscio della saletta, e uscirne
il forestiero in atto d’accomiatarsi, la signora Angelica, che era
fuori ad aspettare, fu un po’ meno complimentosa di prima. E si sarebbe
anche arrischiata di dire, a mezza bocca, una qualche paroluccia di
malcontento a suo fratello, se in quel punto non avesse notato un certo
che, se non gli avesse vista una certa espressione del viso ben diversa
da quella che s’aspettava. Don Cornelio era tutto acceso, e aveva i
capelli un poco più scomposti del solito. Sulla sua faccia non c’era
più, tutto intero, quel velo di malinconia e di malumore dei giorni
prima; quel velo era rotto, ma rotto da un ventaccio burrascoso di
quelli che lasciano de’ nuvoloni qua e là. Guai però se qualcuno gli
avesse detto in quel momento ch’egli non pareva contentissimo! Sarebbe
andato in collera.
Come ebbe condotto il suo forestiero fino in strada, don Cornelio,
nel tornare in casa, fregandosi le mani, e quasi saltellando, chiamò
a tutta voce Cristina e Angelica, la quale intanto lo pedinava senza
ch’egli se ne avvedesse: — Venite qua, venite a sentire; buone notizie!
sicuro, una gran notizia! Ci hanno pensato Quello di lassù... e il tuo
babbo. — E stretta Cristina nelle sue braccia, fece una lunga pausa,
perchè intanto sentiva un nodo alla gola, e non poteva più parlare.
— Eccoci; ma siccome il desinare è pronto da un pezzo, anzi è mezzo
bruciato e mezzo freddo — disse la signora Angelica, — così ci
racconterete tutto a tavola. Andiamo, andiamo.
— Dunque? — riprese poco dopo la sorella del curato, intanto che
scodellava la minestra.
— Dunque, — cominciò don Cornelio, — è proprio vero quello che avete
sentito anche voi. La Provvidenza ci ha pensato, e di tutti i guai che
sapete non se ne parlerà più.
— Oh, sia lodato il Cielo! Ed è quel bravo signore, non è vero? Oh, si
capisce, ha un’aria così buona, così contrita....
— Non se ne parlerà più. Insomma da questo lato c’è proprio da esser
contenti. Sicuro che... queste patate, per dirne una, la Provvidenza
non ce le manda bell’e fritte.... Aiutati che ti aiuterò, dice
la Provvidenza... e quando per arrivare al bene c’è una qualche
privazione, una qualche contrarietà da sopportare, bisogna aver
pazienza e rassegnar visi di buona volontà!
— Oh, sì, don Cornelio! qualunque privazione, qualunque pena, mi
sarebbe cara se potessi far qualche cosa anch’io per la memoria del mio
babbo, e per il bene di tutti! — esclamò con calore Cristina.
Don Cornelio la guardò con un sorriso malinconico, e tacque a un tratto
come chi ha perduto il filo del discorso.
— Ma, insomma, non ci avete ancora detto niente! — esclamò di lì a
poco la signora Angelica, facendosi poi subito tutta rossa per l’atto
d’impazienza.
— Ah, sicuro. Dunque dicevo... ma abbiamo tutto il dopo desinare per
passeggiar nell’orto e per discorrere... una cosa dopo l’altra ve le
dirò tutte. Quello che vi posso dire fin d’ora è che, nessuno, nè di
quelli d’Orobio, nè di quelli di fuori, perderà un soldo. Saranno
pagati tutti; nè palazzo, nè poderi non andranno all’asta!...
Cristina volle fare un atto di esclamazione, ma non lo potè, e si
asciugò in fretta gli occhi gonfi di lacrime.
— Ed è quel signore che... — disse Angelica.
— No, non è lui, ma abbiate pazienza!
La signora Angelica era impaziente più di prima, ma non osò domandar
altro. Osservò che il fratello mangiava più in fretta del solito, e
che non s’era neanche accomodata la salvietta passandone un capo nel
collare, come soleva. Era inquieta e in sospetto, ma si rassegnò ad
aspettare la passeggiata nell’orto.
— Quel signore che avete veduto si chiama il signor... — riprese don
Cornelio dopo essersi alzato da tavola, e nell’avviarsi verso l’orto
— il signor... aspettate, ve lo dico subito, ho qui il suo nome
stampato sul biglietto di visita, come si usa in città. Ecco: _Zaccaria
Valassina_. Ma chi raddirizza la barca non è lui, lui non è che il...
non so come lo chiamino... insomma è l’incaricato, è l’amministratore
della persona che verrà a mettersi al posto del povero conte Maurizio,
e a tenere in piedi la casa.
— E questo tale è?... — saltò su Angelica che non ne poteva più.
— Questo tale... è una tale... ma abbiate pazienza, pigliamo le cose
a una a una. Io non so se tuo padre — riprese dopo una pausa don
Cornelio, facendosi vicino a Cristina, e avviandosi con lei per un
vialetto dell’orto — ti abbia mai parlato d’una zia.
— Sì, me ne ha parlato, — disse subito Cristina, — ma non me ne ricordo
il nome. Nella camera del babbo, tra i molti ritratti sparsi sui
tavolini ce n’è uno piccolo a colori, coperto da un vetro, e con una
cerniera d’oro all’ingiro... Ebbene, quando domandavo al babbo, fin da
bambina, di chi è questo ritratto? e gli facevo vedere il ritratto con
la cerniera, il babbo mi rispondeva: “questo è il ritratto della zia.„
— Non ti diceva altro?
— No. Ah sì; mi diceva anche che si chiamava la zia Fulvia! — “E perchè
non vien mai qui con noi la zia Fulvia?„ — domandavo al babbo; e il
babbo mi rispondeva che abitava a Milano; poi una volta il babbo non mi
rispose, e si fece triste. Non gliene domandai più nulla, e pensai che
la zia Fulvia fosse morta.
— Non è morta.
— Sia lodato il Cielo, — esclamò la signora Angelica che aveva seguito,
a un passo di distanza, il fratello e Cristina.
— Dunque è la zia che viene a farci del bene? che ha mandato quel
signore di poco fa?... E la zia verrà, anch’essa? Verrà presto?...
— Sì, è proprio la zia — riprese don Cornelio — alla quale avevo
scritto da parecchi giorni. Ma non l’ho mai veduta neppur io; non la
conosco che di nome. E, guardate che combinazione. Ha anch’essa il mio
cognome, si chiama Sacchi anche lei. Non te l’aveva detto il babbo?
— No. Oh quante belle cose in una volta! Scriviamole subito tutte a
Enrico... — esclamò Cristina; e la nuova commozione, risvegliandone
altre, le fece sentire il bisogno, in quel momento, di gettarsi nelle
braccia della signora Angelica.
— Il nome è il medesimo, — continuò subito il curato per rimettere in
carreggiata i pensieri di Cristina; — ma ci sono i _sacchi_ vuoti, e i
_sacchi_ pieni. Io appartengo ai primi. Dunque, continuando, tua zia
si chiama Sacchi, o per dir meglio, si chiama donna Fulvia d’Orsenigo
vedova Sacchi. Suo marito è morto da parecchi anni, e l’ha lasciata
senza figlioli.
— Povera zia!
— È naturale dunque ch’essa cerchi d’aver una figliola in te. Il
Signore poi le ha mandato la buona ispirazione di mettersi al posto del
tuo babbo in tutto, e di fare molte opere buone in una volta sola. La
tua casa non andrà in mano d’altri; il buon nome di tuo padre resterà
intatto, come meritava... tu avrai una seconda madre; vivrai con lei....
— La zia dunque verrà qui? E io vivrò con lei ancora nella casa del
babbo?
— Sì, certamente... ma solo una parte dell’anno perchè tua zia vive
lontano di qui... vive a Milano, come sai.
— A Milano? E dovrò starci molti mesi dell’anno a Milano? — chiese
Cristina facendosi tutta pensierosa.
— Non lo so di preciso, ma so che passerai molti mesi anche a Orobio,
perchè quel signore di poco fa m’ha detto che donna Fulvia ha bisogno
dell’aria delle nostre montagne; che a Orobio quindi ci vuol star
molto, che ci vuol fare tante belle cose.... Insomma, capisco, lo
staccarsi dai paesi che ci han veduto nascere, non è mai una cosa
allegra; ma, l’hai detto anche tu che una qualche privazione l’avresti
sopportata volentieri!... Or vieni qua, ragioniamola un poco. — Ma
intanto Cristina piangeva dirottamente nelle braccia della signora
Angelica, la quale in quel momento non aveva proprio l’aria di darle
dei conforti.
Don Cornelio, a poco a poco, riuscì a tranquillarla, e a continuare
il suo discorso, fino a dirle che la zia aveva dato incarico a quel
signore, di condurla a Milano subito subito, magari in quel giorno se
fosse stato possibile.
— Ma qui poi — si affrettò a soggiungere don Cornelio, — ho voluto
comandare un poco anch’io. Condurre Cristina dalla zia sta bene, ma
voglio condurla io! Eh, ci sono già stato una volta io a Milano! Quanto
poi al subito... un paio di giorni almeno ci vogliono per disporre le
nostre cosucce.... —
E così, con un poco di diplomazia, don Cornelio aveva anche fatto
capire a Cristina che bisognava partire tra due giorni.
La passeggiata nell’orto e la conversazione durarono fino al tramonto.
Fu una conversazione però in cui Angelica e Cristina ci misero poco
del proprio. Ma don Cornelio, passato l’impiccio del cominciare e
del venire alla conclusione, aveva riavuto il fiato; e tirò via per
un pezzo coi commenti, con le considerazioni, e con tutto quello che
potè raccapezzare pur di discorrere e di distrarre Cristina. Ormai
l’impiccio era quello del finire; ma ci pensò la campana dell’avemmaria
a chiamarlo in fretta per varie cosucce del suo dovere.
Il giorno seguente fu una gran giornata non solo per i nostri
personaggi, ma per tutti gli abitanti del nostro paesello. Anche
in tutta la vallata non si parlava che degli avvenimenti d’Orobio.
Un gran signore, — come dicevano i più, — un conte, un milionario,
veniva a dipanar la matassa del conte Maurizio; ma questo era il meno;
veniva a rifar casa Orsenigo, a piantarsi in Orobio, e a farci cose
grandi. Anzi, c’era già venuto, dicevan altri, e lo si era veduto
lui in persona, con la roba, e coi milioni. Tutte queste maraviglie
venivan già accolte, fuori d’Orobio, con un tantino d’invidia, e con
una cert’aria d’incredulità, appunto perchè le credevano. Il signore
che faceva tanto parlare di sè, e che per scambio era creduto dai più
il nuovo benefattore d’Orobio, non era altro, come ognun vede, che il
signor Zaccaria Valassina, il ragioniere della zia di Cristina. E il
signor Zaccaria, compiacendosi moltissimo di vedersi tanto ossequiato,
e osservato con tanta curiosità, ricambiava gli omaggi or con quel
risolino compiacente che di solito teneva in serbo per donna Fulvia, or
con quella sostenutezza dignitosa che assumeva davanti a un debitore
moroso. La gente che gli andava dietro per strada, e che l’aspettava
per vederlo passare, non guardava tanto per il sottile, e si persuadeva
sempre più che il milionario era proprio lui. I pezzi grossi d’Orobio
avevano ben risaputo com’eran le cose, ma non le lasciavan intendere
che a metà; perchè intanto non dispiaceva loro che quel forestiero,
col quale la gente li vedeva girare per il paese, e con una certa
domestichezza, fosse tenuto in conto d’un gran personaggio.
La contentezza e le speranze di quelli d’Orobio ingrandivano talmente
d’ora in ora, che il sindaco non osava, questa volta, crollare il
capo come faceva di solito quando gli davano una buona notizia. Si
teneva in disparte; e, per crollare il capo, andava da don Cornelio.
Ma don Cornelio, dopo quel primo turbamento che gli abbiam visto,
aveva cacciati a uno a uno certi pensieri molesti, e aveva finito con
l’aprire il cuore anch’esso alla gioia e alle speranze. L’aveva aperto
però così da poco, che le crollate di capo del sindaco gli richiamavano
subito i suoi dubbi, e quindi gli facevan perdere tanto più la
pazienza. Ogni volta dunque era una gran baruffa.
— È inutile; quando non può rodersi il fegato... per lei la va male!
— gridava don Cornelio. — Che gusto ci trova? A quel po’ di bene che
capita a questo mondo facciamogli almeno un po’ di buon viso! Ma no,
lei ha bisogno di veder male, e sempre male. Oh che mondo noioso
sarebbe il suo!
— Si diverta pure, don Cornelio, si diverta pure col suo bel mondo
color di rosa!... Ma già per loro preti....
— Per noi preti la va sempre bene! vuol dir lei. Oh, la va benone!
Siamo proprio in tempi.... Basta, basta, non mi faccia dire qualche
sproposito.
— Non è questo che volevo dire. Volevo dire che loro preti o sono di
mala fede, e allora non parliamone; o sono di buona fede, e allora sono
come lei....
— Credenzoni! Vada pur avanti....
— Non dico questo.
— Lo dice sempre!
— Di troppa buona fede! ecco quello che volevo dire. Mi potrebbe forse
negare....
— Neghi lei invece, se può, con quel suo veder sempre nero quante e
quante volte non ha dovuto confessare....
— E quante volte lei non ha dovuto picchiarsi il petto per la sua
troppa buona fede! Basta, staremo a vedere. Io non l’ho sentita mai
neanche nominare questa sorella del conte Maurizio; ma se lei la
conosce.... — E qui don Cornelio si impazientiva ancora di più; voltava
le spalle al sindaco, e andava in cerca di un altro che gli venisse in
aiuto coi ragionamenti del buon umore e della speranza.
Don Cornelio era tornato alle abitudini d’una volta. Sebbene fosse
tutto in faccende, pur si fermava volentieri a discorrere ne’ crocchi
in strada, e s’era fin lasciato vedere la sera nella bottega dello
speziale. Facce di cattivo umore, di quelle che conturbavano tanto
don Cornelio, non se ne incontravano più. Tutti facevan festa al
curato come prima, e più di prima; tutti lo tempestavano di domande,
di congratulazioni, e perfino di ringraziamenti. Egli cercava bene di
schermirsene e di metter le cose in chiaro; ma era inutile; per cui
sorridendo finiva a conchiudere tra sè: “Prima non ne avevo colpa,
adesso non ne ho merito; ma le partite non foss’altro son pareggiate.„
E Cristina? Quante commozioni, quanti nuovi pensieri eran venuti in
pochi giorni a darle nell’anima la prima battaglia della vita! Cristina
aveva diciassett’anni; ma questi anni, passati lontani da ogni rumore
del mondo, nella vita semplice della casa paterna e del suo paesello,
eran stati per lei anni d’una fanciullezza prolungata. Ora gli ultimi
fatti, la morte di suo padre, quelle disgrazie che aveva cercato di
capire nell’angoscia degli altri, il ritorno e la partenza d’Enrico, la
chiamata della zia X......, tutte queste cose eran venute a svegliare
e a dischiudere la sua anima come un fiore su cui scenda un improvviso
e cocente raggio di sole. E quanto c’era in quell’anima, è inutile
dirlo, aveva subito data, sulle ale di que’ diciassett’anni, una corsa
veloce per le mille strade della fantasia. Chi sa per quelle strade,
in qualche punto più lontano, quanto sole e quanti fiori non ci avrà
trovati, senza volerlo, Cristina! Lo si capiva, lo si vedeva. Ma poi,
a un tratto, essa chinava gli occhi, come sorpresa da un rimorso
pensando alla sua recente sventura, e ricadeva nella mestizia di
prima. Allora i bei paesi lontani a cui ritornava la rivedevano ora
agitata da un’inquietudine vaga o da vaghe paure, or nell’attitudine
rassegnata dello sconforto e del dolore. E nella via del dolore
l’immaginazione riaccesa le figurava tutta una missione di sacrifici,
di doveri difficili, di atti generosi; e Cristina si fermava su questi
nuovi pensieri con entusiasmo, e con una certa vigoria d’animo ch’era
tanta parte di lei. Ci si fermava fino a che quei dolori ideali le
riconducevano il pensiero a un dolor vero, alla memoria del babbo; e
allora dava in un scoppio di pianto.
Cristina sorpresa, impaurita dai nuovi pensieri che l’assalivano e
si succedevano più forti alle volte della sua volontà, sentendo in
sè stessa qualche cosa che la rendeva diversa di prima, cercava di
non lasciar scorgere la sua commozione; e avrebbe voluto nascondersi
perchè sentiva montar le fiamme alla faccia se qualcuno levava gli
occhi sopra di lei. Ma di tutto ciò, non c’era nessuno in quel momento
che se n’accorgesse. Don Cornelio era distratto; anche in lui c’era un
contrasto di pensieri nuovi e di pensieri vecchi. L’animo suo, facile
alla speranza, e l’antico suo buon umore avevan delle lunghe rivincite;
ma poi c’era qualche dubbio da scacciare, e allora bisognava uscir di
casa, chiacchierare con qualcuno per strada, e ricevere da chi passava
quelle tali congratulazioni.
La signora Angelica invece non parlava, non rispondeva a nessuno,
dicendo tutt’al più che non ne aveva il tempo, ma che era tanto
contenta. E intanto che diceva così, le scendevano, di sotto agli
occhiali, de’ grossi goccioloni che cadevan sulla biancheria e sui
vestiti di Cristina, nel baule, dove li andava riponendo con molta
attenzione e con un’arte paziente.