Enrico era partito da tre giorni, e da tre giorni don Cornelio non era
uscito di casa che all’alba per dir la messa, e la sera per visitare
qualche ammalato. Non gli reggeva l’animo di veder gente, e di sentire
tutto quello che si andava dicendo. In paese intanto era un andare e
venire di creditori, di avvocati, e di curiosi; i quali, sebbene non
avessero in pericolo neanche un quattrino, pure si univano al vociare
degli altri, non parendo lor vero che fosse venuto il momento di dire
un po’ di male anche d’uno, di cui, per tanto tempo, non s’era fatto
che dir bene. Per bacco, eguaglianza per tutti! Queste cose, don
Cornelio le risapeva dal sindaco, il quale veniva a raccontargliele, in
furia, in piedi, col cappello in capo, andandosene subito, e ritornando
mezz’ora dopo. Anche queste visite non erano una poca novità; perchè,
sebbene il sindaco avesse una grande affezione per don Cornelio, e
non sapesse staccarsene quando si trovava con lui, pure in casa non
ci andava mai. Mai; perchè in casa dei preti egli non voleva metter
piede. Ma questa volta il signor Vincenzo non aveva tempo di guardar
tanto per il sottile; aveva bisogno, ora di sfogarsi, ora di confortare
don Cornelio. E i conforti finivano spesso con una strapazzata. —
Dicono che il tribunale farà vendere il palazzo, i fondi, tutto! E
lei don Cornelio cosa conta di fare? Ma già loro preti delle cose di
questo mondo non ne capiscono niente, e quando ne capiscono... tanto
peggio. — E se ne andava. — Ma se vendono, — veniva a dire poco dopo
— chi comprerà? chi ci capiterà in paese! I principî, le idee del
nuovo proprietario saranno conciliabili col mio programma?... Io non
sono uomo da transigere!... Prevedo dei brutti tempi!... E lei, don
Cornelio, non dice niente! Oh i preti, i preti!
Don Cornelio, sopra pensiero, e inquieto la sua parte anche lui, ora
scendeva nell’orto a cercarvi una boccata d’aria, ora risaliva nella
sua cameretta a cercarvi, rincantucciato nel suo vecchio seggiolone,
una buona ispirazione. Passava la mano ne’ suoi capelli bianchi, alti
e scomposti come quando li sprigionava alla brezza della montagna;
poi, con gli occhi chiusi e il capo stretto nelle mani, pensava e
ripensava, ma non ne cavava nulla. — Brutta cosa essere un povero
diavolo! Me ne accorgo in questa circostanza — andava dicendo tra sè. —
Se ci fosse un brav’uomo, un brav’uomo che avesse anche dei quattrini,
si accomoderebbe tutto... perchè con un po’ di tempo, con un po’ di
pazienza, si riuscirebbe, ne son sicuro, a pagare i debiti, e a mettere
insieme anche una discreta dote a Cristina... Così si potrebbe far
contento quel ragazzo... e anche lei, perchè già... ho bell’e capito!
Toccherebbe proprio a quella signora zia! Ma sono oramai parecchi
giorni che le ho scritto, e la risposta non viene. Non c’era troppo
buon sangue tra quella signora e suo fratello, il povero conte... Ma
ora, dinanzi a una disgrazia!... Deve essere una strana signora, a
quanto me ne diceva il conte. A ogni modo io le dovevo scrivere, e il
mio dovere l’ho fatto. Ma intanto?...
In uno di questi momenti, in cui don Cornelio se ne stava col capo in
mano, vennero a scuoterlo, spalancando l’uscio con l’aria festosa, la
signora Angelica e Cristina.
— Oh, eccovi qua. Una lettera, una lettera!
— Una lettera da Milano? Date qua, date qua.
— C’è di meglio! — ripigliava la signora Angelica. — Ne conosco la mano
di scritto... è una bella improvvisata! È una lettera d’Enrico!... Oh,
guardate un po’, che quasi avete l’aria di non esser contento!
— Contento, contentissimo, ma date qua... lasciate vedere, innanzi
tutto, se è proprio lui; e poi vediamo se vi siano cose che possano
interessar voi altre.
— Vuol che la legga io! — saltò su Cristina vedendo che don Cornelio
non trovava gli occhiali. Ma poi le parve che le gote le si facessero
di fiamma, e si tirò un pochino in disparte.
Don Cornelio, fattosi vicino alla finestra, cominciò a leggere la
lettera, parte a voce alta, parte tra sè, inciampandosi qua e là, e
pigliandosela con lo scritto quando c’erano dei punti su cui voleva
sorvolare.
— Oh, questa è nuova! una lettera scritta con la matita... e che
scarabocchi! sfido io a capire... Dunque dice che scrive mentre viaggia
in strada ferrata appena passate le Alpi... per farci aver subito le
sue nuove e per... cosa mai dice qui?
— Oh, come ci fate penare! — esclamò la signora Angelica.
— _Le belle Alpi... la bella luna... ma il mio cuore_.... Le Alpi e la
luna mi interessano poco, guardiamo se ha fatto buon viaggio. Ah, ecco,
l’importante. Dice dunque che sta benissimo, che appena sarà arrivato
in Inghilterra, cioè tra un paio di giorni, ci scriverà di nuovo e
subito, e che....
— E che? — saltò su Cristina.
— _E spero che i miei progetti, il mio sogno_... sapete bene, la
speranza, vuol dire, d’aver presto un certo impiego, un buon posto nei
nostri paesi... poi saluta tutti....
— Ma leggete dunque! — saltò su quasi impazientita la signora Angelica.
— Eh, abbiate pazienza: _Vi saluto tutti, con tutto l’affetto del mio
cuore. Amatemi tutti, come io vi amo; non dimenticatemi, e ve ne sarà
grato anche colui che ci ha lasciati nel dolore ma che ci guarda di
lassù_... — Don Cornelio, a cui gli occhi cominciavano ad appannarsi,
ripiegò la lettera, e si mosse per sviare la commozione. Fece due
passi, e si trovò dinanzi a Cristina che lo guardava con due begli
occhi pieni di lacrime e di una luce insolita. Ci fu un momento di
silenzio; poi Cristina, radunate tutte le sue forze, esclamò: — No, non
lo dimenticheremo mai... il mio buon fratello... nevvero don Cornelio?
— Ma non potè dir di più, e diede in uno scoppio di pianto.
Don Cornelio non trovò parole in quel momento da rispondere a Cristina;
e, appena potè, la lasciò, e scese nell’orto col breviario sotto il
braccio, rannuvolato più di prima. A desinare mangiaron tutti di
malavoglia, e un po’ più in fretta del solito. La signora Angelica or
guardava don Cornelio, or guardava Cristina, e le pareva, in cuor suo,
che il giorno in cui era arrivata una lettera d’Enrico avrebbe dovuto
essere un giorno un po’ men triste del solito; ma non osò dirlo, perchè
da qualche giorno era anche un poco in diffidenza di sè medesima,
dacchè non le riusciva di indovinarne una.
Anche la notte non fu per don Cornelio apportatrice di consiglio,
come ne ha la riputazione. Il nostro curato sentì l’una dopo l’altra
tutte le ore che sonava l’orologio del suo campanile, e quelle che da
lontano venivano ripetute dagli altri campanili della valle. E intanto
non gli riusciva d’uscir dal circolo tormentoso de’ suoi pensieri, ed
era sempre lì alla stessa domanda: “Cosa si fa? Cosa si fa, ne’ miei
panni, per essere buono a qualcosa, per far qualcosa di bene in mezzo
a tanti brutti impicci? E dire che non siamo che al principio! De’
guai poi ne avrò anch’io la mia parte... perchè si dirà ch’ero l’amico
del conte Maurizio, che dovevo saper tutto; e torceranno il muso
anche al loro vecchio curato, il quale, povero diavolo, non ce ne ha
proprio nè colpa nè peccato. E quante ne dovrò sentire sul conto del
mio povero amico quando si comincerà a sfilar la corona!... Ma non è
qui tutto. Con questa figliola e con quel giovanotto come la facciamo?
perchè, anche a non averci la pratica in certe faccende, si vede che
andiam di galoppo?... Lui spera d’aver l’impiego, di tornar presto...
ma se l’andasse per le lunghe, o se andasse tutto in fumo? Oh, è un
bell’impiccio! un bell’impiccio!„
E le ore sonavan da capo. Suonò finalmente anche l’avemmaria del
mattino, e don Cornelio alzatosi, e detta la messa, andò a visitar
qualche malato lontano, su per la montagna, soli lui e _Ugolino_, e
girò più che potè fin dopo il meriggio. Le gambe lo riconducevano
a casa di mala voglia. Il suo campanile, la sua casetta, e i suoi
terrazzani, che di solito, solo a vederli, lo facevano diventar tutto
gioviale, ora li avrebbe voluti scansare, come se avesse una colpa da
nascondere. Capiva che non era quello il momento di giustificare il
conte Maurizio, e gli piaceva intanto di parer quasi un colpevole anche
lui pur di far causa comune ancora col suo povero amico.
Nel tornare in paese rivide quei capannelli che da parecchi giorni se
ne stavan piantati per le strade d’Orobio; ma gli parve questa volta
che le facce fossero come più allegre, e che si discorresse ancora di
cose grosse, ma non tenebrose, come nei giorni innanzi. Quando poi
fu vicino a casa, allora dovette proprio accorgersi che c’eran delle
novità, e che qualche buon vento aveva rasserenato il cielo torbo di
prima. La signora Angelica se ne stava sulla porta di casa a aspettare
don Cornelio, e appena lo vide gli fece dei segni di gioia, sventolando
un fazzoletto, come a dire che tutto era in festa, e che bisognava
correre. Dietro lei, c’era Cristina tutta sorridente, ma con gli occhi
rossi. Don Cornelio in due salti fu sulla soglia di casa. — Cosa c’è?
Dite su, cosa c’è? — Ma la signora Angelica che, sapendone questa volta
di più di lui, voleva far sentire un pochino la propria importanza,
non aprì bocca finchè non furono in casa, e non ebbe chiusi l’uno dopo
l’altro tutti gli usci.
— Ah, siete qui finalmente, — prese a dire la signora Angelica ansando
come se venisse di lontano anch’essa. — Se sapeste che notizia!... Ma
dove siete stato? son tre ore che v’aspettiamo.
— Dite su, dite su!
— Se sapeste che notizia! E voi che ve ne stavate colla faccia lunga....
— Ma insomma, si può sapere...
— E che vi lasciavate andare a quel modo!... Perchè anche ieri non
avete mangiato... oh vi ho veduto.
— Ma dunque?
— Eh, abbiate pazienza, non si può dir tutto in una volta. Insomma,
c’è... oh, lo dico sempre io che c’è tanta buona gente! Se aveste
veduto che buon signore è stato qui a domandare di voi!...
— Di me? un signore?
— Sentirete, sentirete... un buon signore vestito tutto di nero...
con quel bel fare... con quell’unzione... proprio come il segretario
di monsignor vescovo! ve lo ricordate?... Ebbene, questo signore
viene... indovinate un po’? viene a pagare i de.... — E cacciò subito
indietro la parola vedendosi lì vicino Cristina, — viene, insomma, per
accomodare queste faccende che ci accorano... per accomodarle tutte!
— Aveva una lettera per me?
— Altro che lettera! Bisognava sentirlo....
— E v’ha detto?...
— Cioè, a me non ha detto niente, ma a quest’ora tutto il paese lo sa!
— E questo signore si chiama...?
— Il nome non ce lo disse, — saltò su Cristina venendo in aiuto della
signora Angelica. — Cercò di lei, don Cornelio; disse che sarebbe
tornato, che portava una gran buona notizia, volle veder me....
— E non aveva nessuna lettera?... Oh l’avrà avuta, l’avrà avuta!
— E tutto il paese la conosce a quest’ora la buona notizia, — continuò
la signora Angelica. — Furon qui più che cento persone... cioè, non
proprio cento, ma almeno otto o dieci, a dire che questo signore
è arrivato fin da ieri sera, che ha parlato con parecchi, che s’è
informato di tutto, e che accomoderà ogni cosa.
— E non v’han detto chi lo manda? Non v’han detto che avesse una
lettera?
— Ma non vi basta? Oh che benedett’uomo! E la signora Angelica, per la
prima volta in vita sua, stava per perdere la pazienza. Quando a un
tratto e in tutta furia, entrò il sindaco; il quale piantatosi dinanzi
a don Cornelio, col cappello in capo e con la faccia scura, cominciò
con un: Dunque?
— Dunque? — ripetè il curato. — Mi dica, mi dica subito, perchè io non
ne so niente.
— Come niente? Un affare così importante, e non saperne niente! Ma
già può cascare il mondo che loro preti... Loro preti già son tutti
uguali...
— Può darsi; ma intanto me le dica subito lei queste novità, perchè son
sulle spine.
— Ah, non ne so nulla nemmeno io; ero venuto per l’appunto a sentire.
— Oh, quest’è nuova, e se la piglia con me!
— Sicuro, perchè lei finirà a farmi qualche imbroglio, come fanno
sempre loro preti. Lei è l’uomo della buona fede, e ci cascherà. Si
butterà in braccio di costui, che sarà un qualche furbacchione, un
qualche collo torto che la menerà per il naso....
— Lei gli ha parlato?
— Non l’ho neanche veduto, ma non importa. Ho le mie informazioni.
È un uomo magro, con un soprabito lungo, che parla tenendo una mano
nell’altra, che ha un cappello a tuba... Insomma, non se ne fidi, la
pigli larga... Ma già lei farà tutto all’opposto, perchè in fatto di
ostinazione, loro preti.... — E intanto che il sindaco diceva così,
la signora Angelica chiamava Cristina, e si tirava in disparte,
come di solito quando parlava il sindaco, per non udir cose che la
scandolezzassero.
A interrompere il battibecco, tra il sindaco che continuava a
pigliarsela con i preti, e don Cornelio che perdeva la pazienza, venne
la serva annunziando in tutta furia ch’era tornato quel signore, e che
domandava di don Cornelio.
— Che venga subito... cioè vengo io... no, conducetelo in saletta...
non fatelo aspettare, fate presto.... — E nel dir questo, don Cornelio
cercava di assettarsi i panni in dosso alla meglio, e di spolverarli
in fretta con le mani. Il sindaco s’era abbottonato fino al bavero, e
aveva calato il cappello sugli occhi come un congiurato, sul teatro,
sorpreso dagli sgherri. La signora Angelica, tenendo Cristina per mano,
correva per di qua e per di là, e non sapeva da qual parte uscire.
Intanto il forestiero annunziato dalla serva era comparso sull’uscio,
col cappello in mano, facendo un inchino, e pronunziando un: _è
permesso?_ lungo e mellifluo come quello d’una madre badessa.
Don Cornelio, dopo un lungo ricambio di complimenti, condusse il suo
ospite nella saletta; e fece capire, con un cenno dell’occhio, al
sindaco e alla sorella d’allontanarsi, intanto che andava richiamando
alle convenienze _Ugolino_, il quale, dal canto suo faceva una pessima
accoglienza al nuovo venuto, brontolando e mostrandogli i denti.
Angelica e Cristina si ritirarono, dopo molte riverenze e molti
inchini, che quel signore non finiva di ricambiare, accompagnandoli
con lunghe occhiate piene di curiosità. Anche il sindaco se ne andò,
ma senza salutar nessuno; poi si fermò in strada sulla porta a
scambiar qualche parola con quei quattro curiosi che avevano seguìto
il forestiero fin sulla porta di don Cornelio. Ma si trattenne poco;
perchè, per dar a credere di saperne più degli altri, quando non se ne
sa nulla, ci vuole che i colloqui sien brevi.