— Brutte cose!... cose grosse! — diceva il sagrestano di Sant’Ilario,
paesello di quei dintorni, a quattro o cinque che la discorrevano in
crocchio presso la porta del campanile d’Orobio.
— Dite davvero, eh!
— Le cose, se non le so io, chi volete che le sappia? Ma appunto per
questo ci vuol prudenza.... Tacere, tacere!
— E dicono anche che sia arrivato quel giovanotto tirato su dal conte
Maurizio... ve ne ricordate?
— E che poi l’hanno mandato fino in fondo della Svizzera, e anche in
paesi di eretici, — ripigliava il sagrestano. — Lasciatele dire a me
le cose... e vi dirò anche che è arrivato ier l’altro, e che è in casa
del vostro curato... dove c’è anche la figlia del conte!... Scandali,
scandali! capite?
— Per bacco!
— Vi dirò anche che egli parte questa sera. C’è del mistero, direte.
Sicuro. Io però, quasi quasi, ci vedo chiarissimo. Ma non è qui tutto.
— Il fatto è che da due o tre giorni non c’è più uno in paese che abbia
la testa a casa, — soggiungeva uno degli interlocutori. — Crocchi di
qua, crocchi di là; la gente va come in processione fin sulla porta
della casa del conte, si ferma a discorrere, a spiare, ma non c’è chi
ne capisca un bel niente. Chi dice che il conte ha lasciato un monte di
debiti, che tutto andrà all’asta, che mezza la valle è rovinata... e
c’è chi esclama: “non è vero un corno!„
— Un corno? — rispondeva il sagrestano col fare più misterioso di
prima. — E altre cose non ne avete sentite dire? Già, come la pensasse
quel signore, tutti lo sanno... e io non vorrei essere, a quest’ora,
nell’anima sua. Certe anime, si sa, al mondo di là non le vogliono;
e quante anime di quelle a cui fu chiuso l’uscio in faccia, non le
abbiamo per anni e anni sentite, al battere della mezzanotte, mandare
certe voci lunghe lunghe, e poi fischiar da lontano come fa il vento
tra le frasche!... Ebbene....
— Ebbene! — domandarono tutti in coro.
— Ebbene, son tre notti, così dice la gente, che si sente nella
campagna una voce....
— La voce del conte?
— Ah, io non so niente! Si sente una voce... una certa voce....
— E a dirlo al curato?
Il sagrestano crollò la testa, e fece un sorriso amaro e pieno di
mistero.
— Anche nelle vicinanze del vostro paese, di Sant’Ilario, — soggiunse
uno del crocchio — tempo fa, dopo la morte di un tale, si sentiva per
la campagna un fischio tutte le notti, non è vero? E don Innocente fece
un giro con la confraternita, confinò gli spiriti maligni fuori del
comune, e il fischio non fu sentito più! È così, o non è così?
— Proprio così, — continuò il sagrestano. Io non dirò niente, perchè...
io sono di Sant’Ilario; ma una volta, molti e molti anni fa, anche
in Orobio si facevan le cose per bene. Ora tutto è cambiato. Anche
la vostra confraternita, in allora, aveva le sue merende, i suoi
beveraggi... e poi bisognava vederle le processioni come le facevano
in Orobio! meglio ancora delle nostre! Si andava fuori di paese, anche
per due o tre giorni se occorreva, con tutti i confratelli e con tutte
le consorelle... bisognava vedere! Mah! Don Cornelio ha voluto levare
le usanze vecchie... ed ora sapete come la chiamano, fuori di Orobio,
la vostra confraternita? la chiamano la confraternita dei _riformati_!
Capite? E mi ricordo anche che qui, vicino al campanile, proprio dove
siamo noi, nei giorni della svinatura, a quei tempi, si metteva una
botte, ch’era la botte della confraternita, e venivan tutti a versarci
dentro chi un fiasco, chi un bigonciolo, finch’era piena. Era una gran
bella devozione anche questa!... Mah! Gli è che in Orobio, dice bene
don Innocente, non si può parlare. Guai a toccare il vostro curato!...
ma io gliele vorrei cantar chiare, e sarei quel tale da dirgli sul
muso....
In quel punto comparve, al canto della via, don Cornelio in persona,
che se ne tornava a casa in tutta fretta. Quei del crocchio, compreso
il sagrestano, fecero un rispettoso saluto che il curato ricambiò
salutandoli con la mano tutti in una volta.
Don Cornelio se ne tornava a casa in fretta perchè, come aveva detto
benissimo il sagrestano di Sant’Ilario, Enrico doveva ripartire in quel
giorno, e per di più, aggiungeremo noi, tra un’ora. Come fu in casa,
il curato diede un’occhiata per le stanze, e non trovandoci nessuno,
andò diviato nell’orto, dove infatti erano scesi poco prima la signora
Angelica, Enrico, e Cristina.
La catastrofe domestica che il povero conte Maurizio lasciava dietro di
sè era irreparabile, imminente, e don Cornelio aveva dovuto decidersi
in fretta a dir tutto a Cristina egli stesso, prima che le venissero
all’orecchio quelle altre notizie, con la frangia, che correvano fuori.
Don Cornelio le aveva detto tutto, senza lasciarle alcuna illusione,
come chi parla a persona matura e, quel che è più, seria. Cristina
aveva avuto dalla natura e dall’educazione una certa serietà, che in
lei aveva camminato rapidamente e non in ragione dei suoi anni ch’eran
pochi; non erano che diciassette. Questa serietà le traspariva fin
d’allora e dallo sguardo che usciva attento e raccolto da due nerissimi
sopraccigli, e dagli atti della persona in cui c’era sempre qualcosa di
misurato e di risoluto a un tempo.
— Ah, siete qui! — esclamò don Cornelio entrando nell’orto.
La signora Angelica, Enrico, e Cristina si volsero verso don Cornelio,
gli si fecero incontro, e poi si misero tutti insieme a rifare in
silenzio le stradicciuole dell’orticello.
— Dunque... — disse a un tratto don Cornelio fermandosi. — Hai tutto
in pronto Enrico? la tua valigia? le tue cosucce? Tra pochi minuti
sarà qui il legnetto: ho incontrato poco fa il vetturino che andava ad
attaccare il cavallo.
— Ho tutto in pronto, — rispose Enrico.
— E a rivederci presto! — soggiunse don Cornelio vedendo che a Enrico
si facevan gli occhi rossi. — Presto, prestissimo! Eh, per bacco, le
cose poi non sono eterne a questo mondo! E io ho una gran fiducia in
te... ho fiducia, voglio dire, che a te almeno le cose andran bene, e
che ci manderai presto delle buone notizie. Ho un gran bisogno d’una
buona notizia!
— Il cielo lo volesse!... ma intanto io qui non ci posso nulla; devo
ripartire... devo lasciarli senza far nulla!... Domani sarò molto
lontano... oh si ricordino di me! Io gli avrò sempre, tutti, nel mio
cuore.
— Oh, signor Enrico! — esclamava la signora Angelica levando la
pezzuola, e asciugandosi gli occhi.
— Si ricordi di me, signora Angelica... si ricordi di me don
Cornelio... e anche tu, oh mi scusi! anche lei Cristina... ci ricasco
sempre, torno sempre col pensiero a quei tempi in cui ci davamo del tu!
Oh i bei giorni! oh il chiasso, se ne rammenta? che si faceva insieme!
— Finchè il babbo ci sgridava, — riprese Cristina, — poi ci
abbracciava... povero babbo! Voleva tanto bene anche a lei!
— Dunque, tutto è in pronto, nevvero Enrico? — saltò su don Cornelio.
— Allora avviamoci intanto che viene il vetturino. E ricordati di
scrivermi presto.
— Scriverò subito subito. E anche lei, don Cornelio, mi mandi presto
le sue nuove, le nuove di tutti. Non mi dimentichino. Io non avrò che
un pensiero, quello di fare il mio dovere... e di mettermi in grado di
tornar presto. Oh, ci riuscirò! e allora... lei don Cornelio sa....
— Sì, sì, caro figliuolo, siamo intesi; e non ne dubito.
— Perchè io spero di poter mandar presto una buona nuova. E allora, se
mi saprò rendere degno... allora, chi sa? potremo forse tutti insieme
rifare dei giorni lieti... se la buona gente mi aiuterà, se loro tutti
lo vorranno....
— Oh, sì, sì! — esclamò la signora Angelica rasserenandosi. — Lo
vorremo tutti, e lo vorrà tutta la buona gente. Oh, ce n’è ancora della
buona gente! —
Don Cornelio era un pochino imbarazzato: guardava ora la sorella, che
non ne capiva nulla, ora Enrico, ora Cristina, e avrebbe voluto che
quell’addio fosse più spiccio, per quanto gli dolesse lo staccarsi da
Enrico. Finalmente entrò nell’orto il vetturino, e fattosi innanzi:
— Signori, — disse, tenendo il cappello in una mano e la frusta
nell’altra, — io sono pronto. Se c’è roba da caricare...
— Vengo io; vengo io, — esclamò la signora Angelica. Enrico la
trattenne. Egli avrebbe voluto dire a tutti insieme una parola ancora
di commiato, ma non lo potè. Guardò i suoi ospiti; poi, per sviare
la commozione, si tirò da parte, si curvò su un’aiuola, colse alcuni
fiori, e nell’asciugarne il gambo con la pezzuola si asciugò... anche
una lacrima.
— Tenga, signora Angelica, questo fiore in mia memoria. — Così dicendo
ne diede uno alla signora Angelica, poi un altro a don Cornelio, e
uno in fine timidamente a Cristina. La signora Angelica, piena di
gratitudine e di commozione, non potè più a quel punto consultare le
convenienze, e buttò le braccia al collo ad Enrico, facendo però un
passo indietro subito dopo, e diventando tutta rossa. Cristina aveva
preso quel fiore, e aveva chinati gli occhi a terra. Il cuore le aveva
battuto a un tratto rapidamente: a un tratto qualcosa di sconosciuto
l’aveva tutta turbata; qualcosa di molto soave, ma che le dava a un
tempo un sentimento quasi di paura. Come le parve triste quel momento
dell’addio! Aveva pianto molto in quei giorni, ed ebbe voglia di
piangere ancora; ma di piangere, nascondendo questa volta le sue
lacrime.
Il vetturino intanto aveva fatto schioccar la frusta un paio di volte,
come a dire ch’era tempo d’avviarsi. E la comitiva s’avviò, non senza
qualche sforzo di don Cornelio, il quale mezzo imbarazzato e mezzo
intenerito nel guardare quei due figlioli, desiderava con una certa
impazienza che quell’addio fosse passato, anzi che ci fossero passate
su ventiquattr’ore.
Nel tempo che il vetturino montava sulla cassetta, e che la signora
Angelica metteva nel legnetto un involto pieno di frutta e di paste
dolci, Enrico era uscito dall’orto, seguito da don Cornelio e da
Cristina, ed era sceso in strada senza più dire una parola. Nuovi
pensieri succedevano in quel momento ai pensieri di prima; gli pareva
che quei passi non li avrebbe rifatti mai più; gli pareva di salutare
per l’ultima volta quell’orticello, quella casa; o, se pure, di
tornarci, ma per udire che qualcuno non c’era più: gli pareva... Ma don
Cornelio a un tratto lo scosse con una forte stretta di mano, e non gli
lasciò parere più nient’altro.
— Vi ritroverò tutti, nevvero? tutti come in oggi! — esclamò allora
Enrico stringendo le mani a tutti. — Non mi dimenticherete mai,
nevvero?...
Cristina fece un gesto come a dire “sarebbe possibile?„ Anche la
signora Angelica avrebbe voluto esclamare qualche cosa, ma non lo potè.
Don Cornelio gli rispose stringendoselo fra le braccia, e stampandogli
un gran bacio in viso.
Don Cornelio, Angelica, Cristina rimasero sulla porta un pezzo a
guardare, finchè non videro svoltare alla prima cantonata il legnetto,
e scomparire la mano d’Enrico che ancora li salutava.
Quante volte, nei begli anni passati, Enrico non aveva dato dei fiori
a Cristina! E allora Cristina ne faceva dei mazzolini per il babbo, o
li metteva nelle trecce, o li sfogliava per vedere com’eran fatti. Il
fiore datole da Enrico, Cristina questa volta non lo sfogliò. Corse
nella sua cameretta, cercò un vasellino; poi ebbe il desiderio di
metterlo in qualche luogo riposto; prese un librettino che le era caro,
lo aprì, ci mise il fiore, lo riaprì. E il suo pensiero intanto errava
incerto, e quasi pauroso, intorno a un sentimento nuovo, in cui c’era
un desiderio vago di aver vicino qualcuno a cui aprire il suo cuore,
senza tacergli nulla, nulla; qualcuno che fosse buono, gentile....
— Oh, se avessi un fratello! — esclamò a un tratto, parendole d’aver
trovato proprio quello che andava cercando. — Oh sì, se avessi un
fratello!... Enrico dovrebbe essere mio fratello!... Allora, egli
sarebbe qui, e saremmo in due a piangere il babbo!
Il pensiero del babbo la fece piangere di nuovo dirottamente; ma quel
pianto era meno desolato del pianto di prima. Il suo animo non era meno
afflitto; ma c’era entrato, senza che lei se ne avvedesse, un raggio di
sole.