III.

— Brutte cose!... cose grosse! — diceva il sagrestano di Sant’Ilario,

paesello di quei dintorni, a quattro o cinque che la discorrevano in

crocchio presso la porta del campanile d’Orobio.

— Dite davvero, eh!

— Le cose, se non le so io, chi volete che le sappia? Ma appunto per

questo ci vuol prudenza.... Tacere, tacere!

— E dicono anche che sia arrivato quel giovanotto tirato su dal conte

Maurizio... ve ne ricordate?

— E che poi l’hanno mandato fino in fondo della Svizzera, e anche in

paesi di eretici, — ripigliava il sagrestano. — Lasciatele dire a me

le cose... e vi dirò anche che è arrivato ier l’altro, e che è in casa

del vostro curato... dove c’è anche la figlia del conte!... Scandali,

scandali! capite?

— Per bacco!

— Vi dirò anche che egli parte questa sera. C’è del mistero, direte.

Sicuro. Io però, quasi quasi, ci vedo chiarissimo. Ma non è qui tutto.

— Il fatto è che da due o tre giorni non c’è più uno in paese che abbia

la testa a casa, — soggiungeva uno degli interlocutori. — Crocchi di

qua, crocchi di là; la gente va come in processione fin sulla porta

della casa del conte, si ferma a discorrere, a spiare, ma non c’è chi

ne capisca un bel niente. Chi dice che il conte ha lasciato un monte di

debiti, che tutto andrà all’asta, che mezza la valle è rovinata... e

c’è chi esclama: “non è vero un corno!„

— Un corno? — rispondeva il sagrestano col fare più misterioso di

prima. — E altre cose non ne avete sentite dire? Già, come la pensasse

quel signore, tutti lo sanno... e io non vorrei essere, a quest’ora,

nell’anima sua. Certe anime, si sa, al mondo di là non le vogliono;

e quante anime di quelle a cui fu chiuso l’uscio in faccia, non le

abbiamo per anni e anni sentite, al battere della mezzanotte, mandare

certe voci lunghe lunghe, e poi fischiar da lontano come fa il vento

tra le frasche!... Ebbene....

— Ebbene! — domandarono tutti in coro.

— Ebbene, son tre notti, così dice la gente, che si sente nella

campagna una voce....

— La voce del conte?

— Ah, io non so niente! Si sente una voce... una certa voce....

— E a dirlo al curato?

Il sagrestano crollò la testa, e fece un sorriso amaro e pieno di

mistero.

— Anche nelle vicinanze del vostro paese, di Sant’Ilario, — soggiunse

uno del crocchio — tempo fa, dopo la morte di un tale, si sentiva per

la campagna un fischio tutte le notti, non è vero? E don Innocente fece

un giro con la confraternita, confinò gli spiriti maligni fuori del

comune, e il fischio non fu sentito più! È così, o non è così?

— Proprio così, — continuò il sagrestano. Io non dirò niente, perchè...

io sono di Sant’Ilario; ma una volta, molti e molti anni fa, anche

in Orobio si facevan le cose per bene. Ora tutto è cambiato. Anche

la vostra confraternita, in allora, aveva le sue merende, i suoi

beveraggi... e poi bisognava vederle le processioni come le facevano

in Orobio! meglio ancora delle nostre! Si andava fuori di paese, anche

per due o tre giorni se occorreva, con tutti i confratelli e con tutte

le consorelle... bisognava vedere! Mah! Don Cornelio ha voluto levare

le usanze vecchie... ed ora sapete come la chiamano, fuori di Orobio,

la vostra confraternita? la chiamano la confraternita dei _riformati_!

Capite? E mi ricordo anche che qui, vicino al campanile, proprio dove

siamo noi, nei giorni della svinatura, a quei tempi, si metteva una

botte, ch’era la botte della confraternita, e venivan tutti a versarci

dentro chi un fiasco, chi un bigonciolo, finch’era piena. Era una gran

bella devozione anche questa!... Mah! Gli è che in Orobio, dice bene

don Innocente, non si può parlare. Guai a toccare il vostro curato!...

ma io gliele vorrei cantar chiare, e sarei quel tale da dirgli sul

muso....

In quel punto comparve, al canto della via, don Cornelio in persona,

che se ne tornava a casa in tutta fretta. Quei del crocchio, compreso

il sagrestano, fecero un rispettoso saluto che il curato ricambiò

salutandoli con la mano tutti in una volta.

Don Cornelio se ne tornava a casa in fretta perchè, come aveva detto

benissimo il sagrestano di Sant’Ilario, Enrico doveva ripartire in quel

giorno, e per di più, aggiungeremo noi, tra un’ora. Come fu in casa,

il curato diede un’occhiata per le stanze, e non trovandoci nessuno,

andò diviato nell’orto, dove infatti erano scesi poco prima la signora

Angelica, Enrico, e Cristina.

La catastrofe domestica che il povero conte Maurizio lasciava dietro di

sè era irreparabile, imminente, e don Cornelio aveva dovuto decidersi

in fretta a dir tutto a Cristina egli stesso, prima che le venissero

all’orecchio quelle altre notizie, con la frangia, che correvano fuori.

Don Cornelio le aveva detto tutto, senza lasciarle alcuna illusione,

come chi parla a persona matura e, quel che è più, seria. Cristina

aveva avuto dalla natura e dall’educazione una certa serietà, che in

lei aveva camminato rapidamente e non in ragione dei suoi anni ch’eran

pochi; non erano che diciassette. Questa serietà le traspariva fin

d’allora e dallo sguardo che usciva attento e raccolto da due nerissimi

sopraccigli, e dagli atti della persona in cui c’era sempre qualcosa di

misurato e di risoluto a un tempo.

— Ah, siete qui! — esclamò don Cornelio entrando nell’orto.

La signora Angelica, Enrico, e Cristina si volsero verso don Cornelio,

gli si fecero incontro, e poi si misero tutti insieme a rifare in

silenzio le stradicciuole dell’orticello.

— Dunque... — disse a un tratto don Cornelio fermandosi. — Hai tutto

in pronto Enrico? la tua valigia? le tue cosucce? Tra pochi minuti

sarà qui il legnetto: ho incontrato poco fa il vetturino che andava ad

attaccare il cavallo.

— Ho tutto in pronto, — rispose Enrico.

— E a rivederci presto! — soggiunse don Cornelio vedendo che a Enrico

si facevan gli occhi rossi. — Presto, prestissimo! Eh, per bacco, le

cose poi non sono eterne a questo mondo! E io ho una gran fiducia in

te... ho fiducia, voglio dire, che a te almeno le cose andran bene, e

che ci manderai presto delle buone notizie. Ho un gran bisogno d’una

buona notizia!

— Il cielo lo volesse!... ma intanto io qui non ci posso nulla; devo

ripartire... devo lasciarli senza far nulla!... Domani sarò molto

lontano... oh si ricordino di me! Io gli avrò sempre, tutti, nel mio

cuore.

— Oh, signor Enrico! — esclamava la signora Angelica levando la

pezzuola, e asciugandosi gli occhi.

— Si ricordi di me, signora Angelica... si ricordi di me don

Cornelio... e anche tu, oh mi scusi! anche lei Cristina... ci ricasco

sempre, torno sempre col pensiero a quei tempi in cui ci davamo del tu!

Oh i bei giorni! oh il chiasso, se ne rammenta? che si faceva insieme!

— Finchè il babbo ci sgridava, — riprese Cristina, — poi ci

abbracciava... povero babbo! Voleva tanto bene anche a lei!

— Dunque, tutto è in pronto, nevvero Enrico? — saltò su don Cornelio.

— Allora avviamoci intanto che viene il vetturino. E ricordati di

scrivermi presto.

— Scriverò subito subito. E anche lei, don Cornelio, mi mandi presto

le sue nuove, le nuove di tutti. Non mi dimentichino. Io non avrò che

un pensiero, quello di fare il mio dovere... e di mettermi in grado di

tornar presto. Oh, ci riuscirò! e allora... lei don Cornelio sa....

— Sì, sì, caro figliuolo, siamo intesi; e non ne dubito.

— Perchè io spero di poter mandar presto una buona nuova. E allora, se

mi saprò rendere degno... allora, chi sa? potremo forse tutti insieme

rifare dei giorni lieti... se la buona gente mi aiuterà, se loro tutti

lo vorranno....

— Oh, sì, sì! — esclamò la signora Angelica rasserenandosi. — Lo

vorremo tutti, e lo vorrà tutta la buona gente. Oh, ce n’è ancora della

buona gente! —

Don Cornelio era un pochino imbarazzato: guardava ora la sorella, che

non ne capiva nulla, ora Enrico, ora Cristina, e avrebbe voluto che

quell’addio fosse più spiccio, per quanto gli dolesse lo staccarsi da

Enrico. Finalmente entrò nell’orto il vetturino, e fattosi innanzi:

— Signori, — disse, tenendo il cappello in una mano e la frusta

nell’altra, — io sono pronto. Se c’è roba da caricare...

— Vengo io; vengo io, — esclamò la signora Angelica. Enrico la

trattenne. Egli avrebbe voluto dire a tutti insieme una parola ancora

di commiato, ma non lo potè. Guardò i suoi ospiti; poi, per sviare

la commozione, si tirò da parte, si curvò su un’aiuola, colse alcuni

fiori, e nell’asciugarne il gambo con la pezzuola si asciugò... anche

una lacrima.

— Tenga, signora Angelica, questo fiore in mia memoria. — Così dicendo

ne diede uno alla signora Angelica, poi un altro a don Cornelio, e

uno in fine timidamente a Cristina. La signora Angelica, piena di

gratitudine e di commozione, non potè più a quel punto consultare le

convenienze, e buttò le braccia al collo ad Enrico, facendo però un

passo indietro subito dopo, e diventando tutta rossa. Cristina aveva

preso quel fiore, e aveva chinati gli occhi a terra. Il cuore le aveva

battuto a un tratto rapidamente: a un tratto qualcosa di sconosciuto

l’aveva tutta turbata; qualcosa di molto soave, ma che le dava a un

tempo un sentimento quasi di paura. Come le parve triste quel momento

dell’addio! Aveva pianto molto in quei giorni, ed ebbe voglia di

piangere ancora; ma di piangere, nascondendo questa volta le sue

lacrime.

Il vetturino intanto aveva fatto schioccar la frusta un paio di volte,

come a dire ch’era tempo d’avviarsi. E la comitiva s’avviò, non senza

qualche sforzo di don Cornelio, il quale mezzo imbarazzato e mezzo

intenerito nel guardare quei due figlioli, desiderava con una certa

impazienza che quell’addio fosse passato, anzi che ci fossero passate

su ventiquattr’ore.

Nel tempo che il vetturino montava sulla cassetta, e che la signora

Angelica metteva nel legnetto un involto pieno di frutta e di paste

dolci, Enrico era uscito dall’orto, seguito da don Cornelio e da

Cristina, ed era sceso in strada senza più dire una parola. Nuovi

pensieri succedevano in quel momento ai pensieri di prima; gli pareva

che quei passi non li avrebbe rifatti mai più; gli pareva di salutare

per l’ultima volta quell’orticello, quella casa; o, se pure, di

tornarci, ma per udire che qualcuno non c’era più: gli pareva... Ma don

Cornelio a un tratto lo scosse con una forte stretta di mano, e non gli

lasciò parere più nient’altro.

— Vi ritroverò tutti, nevvero? tutti come in oggi! — esclamò allora

Enrico stringendo le mani a tutti. — Non mi dimenticherete mai,

nevvero?...

Cristina fece un gesto come a dire “sarebbe possibile?„ Anche la

signora Angelica avrebbe voluto esclamare qualche cosa, ma non lo potè.

Don Cornelio gli rispose stringendoselo fra le braccia, e stampandogli

un gran bacio in viso.

Don Cornelio, Angelica, Cristina rimasero sulla porta un pezzo a

guardare, finchè non videro svoltare alla prima cantonata il legnetto,

e scomparire la mano d’Enrico che ancora li salutava.

Quante volte, nei begli anni passati, Enrico non aveva dato dei fiori

a Cristina! E allora Cristina ne faceva dei mazzolini per il babbo, o

li metteva nelle trecce, o li sfogliava per vedere com’eran fatti. Il

fiore datole da Enrico, Cristina questa volta non lo sfogliò. Corse

nella sua cameretta, cercò un vasellino; poi ebbe il desiderio di

metterlo in qualche luogo riposto; prese un librettino che le era caro,

lo aprì, ci mise il fiore, lo riaprì. E il suo pensiero intanto errava

incerto, e quasi pauroso, intorno a un sentimento nuovo, in cui c’era

un desiderio vago di aver vicino qualcuno a cui aprire il suo cuore,

senza tacergli nulla, nulla; qualcuno che fosse buono, gentile....

— Oh, se avessi un fratello! — esclamò a un tratto, parendole d’aver

trovato proprio quello che andava cercando. — Oh sì, se avessi un

fratello!... Enrico dovrebbe essere mio fratello!... Allora, egli

sarebbe qui, e saremmo in due a piangere il babbo!

Il pensiero del babbo la fece piangere di nuovo dirottamente; ma quel

pianto era meno desolato del pianto di prima. Il suo animo non era meno

afflitto; ma c’era entrato, senza che lei se ne avvedesse, un raggio di

sole.

Il curato d'Orobio · 第 7 / 33 题