Il giovane, di cui aveva parlato la signora Angelica, appena veduto
don Cornelio, gli corse incontro, e gli gettò le braccia al collo
piangendo dirottamente. Egli era figlio d’un amico del conte Maurizio;
era rimasto orfano molti anni addietro, e il conte Maurizio era stato
suo tutore, o meglio ancora, suo secondo padre. Quanti progetti,
quanti castelli in aria non aveva fatti il buon tutore a proposito
di questo figliolo! Punto primo, era stato ben deciso a non farne
nè un impiegato, nè un avvocato. Vedendolo riflessivo per tempo,
pacato, studioso, aveva pensato di farne un ingegnere meccanico, un
industriale, o qualcosa di simile: e dietro a questo pensiero tante
volte, fantasticando nell’avvenire, gli pareva di veder già i lunghi
fumaiuoli degli opifici, di udire il rumor cupo e uniforme delle
macchine, e di trovarsi in un Orobio affaccendato, ove di quelli
occupati a menar la gamba e a dir male del prossimo non ce n’era più
uno. E poi, quando guardava questo giovinetto che passeggiava o giocava
con la sua Cristina, allora gli si vedeva subito in viso un’espressione
tutta nuova; si capiva che nel suo pensiero qualch’altra cosa gli
veniva a prendere il posto delle macchine; qualcosa che lo faceva
sorridere dolcemente, e in cui c’era quel tanto di soave mestizia che
accompagna alle volte un bel sogno dell’avvenire. Un primo passo verso
i sogni dell’avvenire il conte Maurizio l’aveva fatto mandando il suo
pupillo Enrico prima in Isvizzera, a farci degli studi speciali, poi in
Inghilterra presso un grande opificio. Ed era appunto dall’Inghilterra
che Enrico arrivava in quel giorno, dopo aver risaputo, a breve
intervallo, ch’era ammalato, ch’era morto il suo antico tutore, il suo
benefattore, il suo miglior amico.
Enrico, appena potè parlare, fece mille domande in una volta a don
Cornelio, il quale a poco a poco gli narrò la triste storia di quei
giorni, mettendo qua e là qualche lunga pausa quando le parole gli
facevan nodo alla gola. La signora Angelica era in pena nel vedere
che la conversazione si prolungava lì sui due piedi, e in cucina.
Avrebbe voluto far capire a don Cornelio di condurre Enrico nella
saletta vicina; ma ogni volta che ci si provava non trovava modo di
mandar fuori una parola, tanto era commossa anche lei: e allora cercava
di prender fiato e coraggio facendo un giro per la cucina, dando
un’occhiata alle stoviglie, o brontolando qualche rimprovero al gatto.
Con queste precauzioni le riuscì alla fine di dire sotto voce due
parole a don Cornelio, e di condurre il suo ospite nella saletta, dove
c’era un tavolino apparecchiato per la cena, con una zuppiera nel mezzo
che fumava.
— Prenda, caro Enrico, un po’ di questa zuppa... le farà bene... è
tutto brodo di gallina, — diceva la signora Angelica, non appena ebbe
fatti sedere a tavola Enrico e il curato. — Ne prenda almeno qualche
cucchiaiata.... ha ristorata tutta anche Cristina, un’oretta fa, quando
abbiam fatto, io e lei, un po’ di cena.
Poichè il nome di Cristina era stato pronunziato dalla signora
Angelica, Enrico, che per un certo imbarazzo non l’aveva saputo
pronunziar lui per il primo, si fece coraggio a ripeterlo, tornandoci
poi a ogni tratto nelle molte domande che ricominciò a fare a don
Cornelio. E don Cornelio era stato anche lui, sulle prime, in un
certo imbarazzo. Non aveva che delle brutte nuove, e avrebbe voluto
metterle fuori un po’ per volta: ma Enrico insisteva, e bisognò proprio
raccontarle subito, e tutte: nè valsero gli sforzi che andava facendo
di tanto in tanto anche la signora Angelica, la quale avrebbe voluto
sviare quel discorso così malinconico, e che minacciava di lasciar
freddare e mandar a monte quel po’ di cena preparata con tanta cura.
— Ma dunque non c’è più nulla da sperare? — diceva Enrico, fissando don
Cornelio.
— Oh, vedrete, — diceva la signora Angelica, — vedrete! Il mondo è
pieno di buona gente; e quando i creditori avranno conosciuta la nostra
Cristina... una così buona figliola!...
— Ma, non si può guadagnar tempo? Non si può fare qualcosa? — domandava
Enrico con angosciosa insistenza.
— Che vuoi, mio caro, — continuava don Cornelio ripigliando il
discorso tante volte interrotto. — Che vuoi che si faccia al punto a
cui siamo?... Saran due anni che il conte Maurizio si lasciò indurre
a mettere i suoi ultimi capitalucci in non so quali speculazioni che
andarono tutte alla peggio. In qualcuna poi ci aveva messo anche il
nome... e così quel tanto che gli rimaneva, e che non era molto, fu
ingoiato tutto. E non la finisce lì.... Oh, furon già qui a metter
suggelli....
— Povero conte Maurizio!... il mio benefattore!
— Poche settimane prima di morire il poveretto aveva veduto come stavan
le cose... e fu il suo tracollo. Dio gli ha risparmiato il dolore di
sopravvivere a tanta sciagura. Lui, che amava tanto la sua vecchia
casa, le sue terre, i suoi contadini!... e che per non staccarsene
s’era sacrificato a vivere modestamente in questo paesuccio!... Il
primo dissesto, ricordalo bene, Enrico, cominciò nel 1848 quando dopo
aver armati a sue spese tutti i volontari di questa valle, e dopo
averci consumato in un mese l’entrata di più anni, ebbe sequestrati,
dilapidati, svaligiati casa e poderi... Ricordale queste cose! e
raccontale di tanto in tanto a quelli della tua età, e ai tuoi figli
quando sarai vecchio. E poi... se c’erano dei poveri da soccorrere,
se c’era un’opera buona da fare, il conte correva a prendere i denari
in prestito magari, se lì per lì non gli aveva, perchè lui era fatto
così.... ma nessun povero, nessun disgraziato tornava a mani vuote
dalla casa del conte Maurizio. E non ha mai avuto un po’ di fortuna,
mai!... Così, moriva qui, oscuro, dimenticato, lui, che per gli
altri aveva fatto tanto!... e alla sua figliola non resterà che una
stanzaccia in casa di questo povero curato.
— Oh cosa dite mai, don Cornelio! — susurrò la signora Angelica, la
quale quando c’era una terza persona non dava mai del tu al curato.
— Avrà la più bella stanza, la nostra Cristina, quella dove ha
dormito Sua Eminenza!... e la terrò come una mia figliola.... — Poi,
approfittando d’un lungo silenzio che ci fu tra Enrico e don Cornelio,
uscì, parendole quello il momento opportuno per andare in cucina a
prendere le frutta e un croccante che aveva preparato di sua mano per
la venuta d’Enrico.
— Ed io non potrò far nulla? — esclamò Enrico facendo forza contro la
commozione che fino allora non lo aveva lasciato parlare. — E dire
che forse tra qualche anno!... perchè io ho delle speranze, sa, don
Cornelio? Oh gliele dirò.... Non so — riprese poi con la voce tremante
— non so se lei ha letto nel mio cuore....
— Figliolo, so tutto. E ti dirò anche, perchè è un conforto che ti
devo, che il voto del tuo cuore era pur quello del mio povero conte
Maurizio....
— Davvero? Oh, me lo ripeta, don Cornelio, me lo ripeta!
— Sì, Enrico, sì.
— Ebbene, questo sarà la meta a cui rivolgerò tutto l’animo mio, tutte
le mie forze... e ci arriverò. Don Cornelio! — disse poi alzandosi e
stringendo la mano del curato, — io dovrò ripartire tra pochi giorni...
devo ritornare al mio posto... non so quando la rivedrò... chi sa?
fors’anche presto! Ma io parto lasciandole una sacra parola, e il
giorno in cui ritornerò sarà quello in cui potrò adempire al voto del
mio cuore. Intanto, don Cornelio, affido a lei... — E la sua voce si
faceva più commossa.
— Sì, sì, caro figliolo... ma soprattutto ci vuol giudizio. Io ti
ho capito benissimo, e non desidero di meglio anch’io, perchè sono
persuaso che saprai essere sempre un buon figliolo. Ma i casi della
vita son molti... e fino al giorno in cui potrai dire: “Eccomi qui,
le speranze sono diventate fatti„ fino a quel giorno, capisci, il tuo
sogno santissimo tientelo ben chiuso in cuore; silenzio, voglio dire,
silenzio con tutti; con Cristina soprattutto! E fammi vedere che sai
essere un uomo.
— Come vorrà lei, don Cornelio. Saprò fare qualunque sacrifizio. Ho
fatto molta esperienza... mi sento vecchio.
Don Cornelio, che in quel momento pensò ai ventidue anni del suo
interlocutore, sorrise leggermente, e abbracciò Enrico. La signora
Angelica intanto rientrava nel salottino tenendo con una mano una
fruttiera, e con l’altra un piatto col croccante, sotto il quale c’era
un bel foglio di carta con gli orli smerlati e arricciati.
— A questo poi non si dice di no, — diceva la signora Angelica. — Non
si dice di no, signor Enrico, perchè... — E la sua modestia le impediva
di soggiungere che a detta di tutti, croccanti simili a quelli della
signora Angelica non se ne faceva neanche nelle prime città.
Enrico intanto aveva cominciato a discorrere con don Cornelio delle
sue speranze e de’ suoi progetti. Il discorso continuò un pezzo; e la
signora Angelica, dopo aver rammentato più volte al curato che l’ora
era tarda, si decise alla fine di pigliare un lume e di dare, con una
certa solennità, la felice notte. Allora pigliò un lume anche don
Cornelio, continuando però la conversazione con Enrico che l’accompagnò
fin sull’uscio della sua camera.
— Capirà, don Cornelio — diceva Enrico — che se avessi una protezione,
una forte protezione!...
— Sicuro. Ci vorrebbe una forte protezione... — ripeteva don Cornelio
facendosi pensieroso. — Ma dove trovarla?... Ah, se ci fosse ancora il
conte di Cavour! — esclamò in fine mandando un lungo sospiro. Poi aprì
l’uscio della sua camera, e strinse una volta ancora fortemente la mano
di Enrico.
Don Cornelio era stato forse un amico del conte di Cavour? A sentire
don Cornelio si sarebbe detto di sì; e chi sa che a furia di parlarne,
di raccontare un certo caso, e di richiamare quel nome con una certa
confidenza, non avesse finito a crederlo anche lui. Il caso era questo.
Nel 1859, durante la guerra, don Cornelio più d’una volta aveva dato
una corsa fuori della sua valle, ed era disceso giù verso il piano per
vedere con i suoi occhi qualcosuccia dei grandi avvenimenti che vi
succedevano. — Scappano! Se ne vanno! — e lui giù a vederli a andar
via. — C’è Garibaldi a Bergamo! I Francesi sono a Brescia! Viene
Vittorio Emanuele! — e lui giù col sindaco a portare gli omaggi al
Re. — C’è stato un combattimento! si è sentito il cannone! — e don
Cornelio allora raccoglieva un po’ di tutto, vuotava la credenza della
signora Angelica, pigliava in casa tutto quel che poteva, e con una
gran corba scendeva giù a portar roba agli ospedali, e regalucci ai
soldati, abbracciandone quanti ne incontrava. Pochi giorni dopo la
battaglia di Solferino, don Cornelio, che era appunto sceso con un gran
pacco di fila e pezze per i feriti, e che trattandosi d’un avvenimento
così straordinario aveva anche fatto una corsa più lunga delle solite,
si trovava in un villaggio poco distante dalle famose colline. Il
villaggio era ingombro di carriaggi, di soldati, di gente che andava
e veniva, di curiosi, e di contadini spaventati. Don Cornelio, che
era tra i curiosi, cercava però di affaccendarsi anche lui e di far
qualcosa di bene, non foss’altro quando capitavano dei poveri soldati
stanchi o feriti. A un tratto, arriva un legno da posta. Si cerca
di fargli largo, ma ci vuol altro; il legno rimane fermo per alcuni
minuti dinanzi alla porta dell’osteria; e la gente gli si affolla
d’intorno. Nel legno c’era un signore, il quale, messa fuori la testa,
e visto lì a pochi passi un prete, che era don Cornelio, lo chiamò,
gli fece parecchie domande, e poi ne lo ringraziò con molta cortesia.
Don Cornelio, intanto che rispondeva, cercava di raccappezzarsi chi
fosse mai quel signore che gli pareva d’aver veduto altre volte, non
foss’altro in qualche quadro. Poco dopo il legno ripartì. — È Cavour!
— esclamò un soldato che capitava in quel punto. — Viva Cavour! viva
Cavour! — gridava intanto la gente accorrendo e agitando i cappelli in
aria. Don Cornelio, a cui si aprì la mente tutta a un tratto, ma un
po’ tardi, corse dietro al legno, agitando il suo cappello anche lui,
e gridando: — Viva Cavour! — Gli riuscì di vedere ancora una volta la
faccia di quel signore, il quale volgendosi indietro lo salutò con la
mano; ma i cavalli intanto avevano preso il galoppo, ed egli dovette
fermarsi, e indugiare anche un pochino per riavere il fiato.
Più tardi pensando e ripensando a quel saluto, a quelle domande, e a
quelle risposte, e trovandone sempre nella memoria qualcuna di più,
a furia di ripeterle era venuto nella persuasione di aver discorso
lungamente col conte di Cavour, e finalmente d’essergli stato quasi un
pochino amico.