II.

Il giovane, di cui aveva parlato la signora Angelica, appena veduto

don Cornelio, gli corse incontro, e gli gettò le braccia al collo

piangendo dirottamente. Egli era figlio d’un amico del conte Maurizio;

era rimasto orfano molti anni addietro, e il conte Maurizio era stato

suo tutore, o meglio ancora, suo secondo padre. Quanti progetti,

quanti castelli in aria non aveva fatti il buon tutore a proposito

di questo figliolo! Punto primo, era stato ben deciso a non farne

nè un impiegato, nè un avvocato. Vedendolo riflessivo per tempo,

pacato, studioso, aveva pensato di farne un ingegnere meccanico, un

industriale, o qualcosa di simile: e dietro a questo pensiero tante

volte, fantasticando nell’avvenire, gli pareva di veder già i lunghi

fumaiuoli degli opifici, di udire il rumor cupo e uniforme delle

macchine, e di trovarsi in un Orobio affaccendato, ove di quelli

occupati a menar la gamba e a dir male del prossimo non ce n’era più

uno. E poi, quando guardava questo giovinetto che passeggiava o giocava

con la sua Cristina, allora gli si vedeva subito in viso un’espressione

tutta nuova; si capiva che nel suo pensiero qualch’altra cosa gli

veniva a prendere il posto delle macchine; qualcosa che lo faceva

sorridere dolcemente, e in cui c’era quel tanto di soave mestizia che

accompagna alle volte un bel sogno dell’avvenire. Un primo passo verso

i sogni dell’avvenire il conte Maurizio l’aveva fatto mandando il suo

pupillo Enrico prima in Isvizzera, a farci degli studi speciali, poi in

Inghilterra presso un grande opificio. Ed era appunto dall’Inghilterra

che Enrico arrivava in quel giorno, dopo aver risaputo, a breve

intervallo, ch’era ammalato, ch’era morto il suo antico tutore, il suo

benefattore, il suo miglior amico.

Enrico, appena potè parlare, fece mille domande in una volta a don

Cornelio, il quale a poco a poco gli narrò la triste storia di quei

giorni, mettendo qua e là qualche lunga pausa quando le parole gli

facevan nodo alla gola. La signora Angelica era in pena nel vedere

che la conversazione si prolungava lì sui due piedi, e in cucina.

Avrebbe voluto far capire a don Cornelio di condurre Enrico nella

saletta vicina; ma ogni volta che ci si provava non trovava modo di

mandar fuori una parola, tanto era commossa anche lei: e allora cercava

di prender fiato e coraggio facendo un giro per la cucina, dando

un’occhiata alle stoviglie, o brontolando qualche rimprovero al gatto.

Con queste precauzioni le riuscì alla fine di dire sotto voce due

parole a don Cornelio, e di condurre il suo ospite nella saletta, dove

c’era un tavolino apparecchiato per la cena, con una zuppiera nel mezzo

che fumava.

— Prenda, caro Enrico, un po’ di questa zuppa... le farà bene... è

tutto brodo di gallina, — diceva la signora Angelica, non appena ebbe

fatti sedere a tavola Enrico e il curato. — Ne prenda almeno qualche

cucchiaiata.... ha ristorata tutta anche Cristina, un’oretta fa, quando

abbiam fatto, io e lei, un po’ di cena.

Poichè il nome di Cristina era stato pronunziato dalla signora

Angelica, Enrico, che per un certo imbarazzo non l’aveva saputo

pronunziar lui per il primo, si fece coraggio a ripeterlo, tornandoci

poi a ogni tratto nelle molte domande che ricominciò a fare a don

Cornelio. E don Cornelio era stato anche lui, sulle prime, in un

certo imbarazzo. Non aveva che delle brutte nuove, e avrebbe voluto

metterle fuori un po’ per volta: ma Enrico insisteva, e bisognò proprio

raccontarle subito, e tutte: nè valsero gli sforzi che andava facendo

di tanto in tanto anche la signora Angelica, la quale avrebbe voluto

sviare quel discorso così malinconico, e che minacciava di lasciar

freddare e mandar a monte quel po’ di cena preparata con tanta cura.

— Ma dunque non c’è più nulla da sperare? — diceva Enrico, fissando don

Cornelio.

— Oh, vedrete, — diceva la signora Angelica, — vedrete! Il mondo è

pieno di buona gente; e quando i creditori avranno conosciuta la nostra

Cristina... una così buona figliola!...

— Ma, non si può guadagnar tempo? Non si può fare qualcosa? — domandava

Enrico con angosciosa insistenza.

— Che vuoi, mio caro, — continuava don Cornelio ripigliando il

discorso tante volte interrotto. — Che vuoi che si faccia al punto a

cui siamo?... Saran due anni che il conte Maurizio si lasciò indurre

a mettere i suoi ultimi capitalucci in non so quali speculazioni che

andarono tutte alla peggio. In qualcuna poi ci aveva messo anche il

nome... e così quel tanto che gli rimaneva, e che non era molto, fu

ingoiato tutto. E non la finisce lì.... Oh, furon già qui a metter

suggelli....

— Povero conte Maurizio!... il mio benefattore!

— Poche settimane prima di morire il poveretto aveva veduto come stavan

le cose... e fu il suo tracollo. Dio gli ha risparmiato il dolore di

sopravvivere a tanta sciagura. Lui, che amava tanto la sua vecchia

casa, le sue terre, i suoi contadini!... e che per non staccarsene

s’era sacrificato a vivere modestamente in questo paesuccio!... Il

primo dissesto, ricordalo bene, Enrico, cominciò nel 1848 quando dopo

aver armati a sue spese tutti i volontari di questa valle, e dopo

averci consumato in un mese l’entrata di più anni, ebbe sequestrati,

dilapidati, svaligiati casa e poderi... Ricordale queste cose! e

raccontale di tanto in tanto a quelli della tua età, e ai tuoi figli

quando sarai vecchio. E poi... se c’erano dei poveri da soccorrere,

se c’era un’opera buona da fare, il conte correva a prendere i denari

in prestito magari, se lì per lì non gli aveva, perchè lui era fatto

così.... ma nessun povero, nessun disgraziato tornava a mani vuote

dalla casa del conte Maurizio. E non ha mai avuto un po’ di fortuna,

mai!... Così, moriva qui, oscuro, dimenticato, lui, che per gli

altri aveva fatto tanto!... e alla sua figliola non resterà che una

stanzaccia in casa di questo povero curato.

— Oh cosa dite mai, don Cornelio! — susurrò la signora Angelica, la

quale quando c’era una terza persona non dava mai del tu al curato.

— Avrà la più bella stanza, la nostra Cristina, quella dove ha

dormito Sua Eminenza!... e la terrò come una mia figliola.... — Poi,

approfittando d’un lungo silenzio che ci fu tra Enrico e don Cornelio,

uscì, parendole quello il momento opportuno per andare in cucina a

prendere le frutta e un croccante che aveva preparato di sua mano per

la venuta d’Enrico.

— Ed io non potrò far nulla? — esclamò Enrico facendo forza contro la

commozione che fino allora non lo aveva lasciato parlare. — E dire

che forse tra qualche anno!... perchè io ho delle speranze, sa, don

Cornelio? Oh gliele dirò.... Non so — riprese poi con la voce tremante

— non so se lei ha letto nel mio cuore....

— Figliolo, so tutto. E ti dirò anche, perchè è un conforto che ti

devo, che il voto del tuo cuore era pur quello del mio povero conte

Maurizio....

— Davvero? Oh, me lo ripeta, don Cornelio, me lo ripeta!

— Sì, Enrico, sì.

— Ebbene, questo sarà la meta a cui rivolgerò tutto l’animo mio, tutte

le mie forze... e ci arriverò. Don Cornelio! — disse poi alzandosi e

stringendo la mano del curato, — io dovrò ripartire tra pochi giorni...

devo ritornare al mio posto... non so quando la rivedrò... chi sa?

fors’anche presto! Ma io parto lasciandole una sacra parola, e il

giorno in cui ritornerò sarà quello in cui potrò adempire al voto del

mio cuore. Intanto, don Cornelio, affido a lei... — E la sua voce si

faceva più commossa.

— Sì, sì, caro figliolo... ma soprattutto ci vuol giudizio. Io ti

ho capito benissimo, e non desidero di meglio anch’io, perchè sono

persuaso che saprai essere sempre un buon figliolo. Ma i casi della

vita son molti... e fino al giorno in cui potrai dire: “Eccomi qui,

le speranze sono diventate fatti„ fino a quel giorno, capisci, il tuo

sogno santissimo tientelo ben chiuso in cuore; silenzio, voglio dire,

silenzio con tutti; con Cristina soprattutto! E fammi vedere che sai

essere un uomo.

— Come vorrà lei, don Cornelio. Saprò fare qualunque sacrifizio. Ho

fatto molta esperienza... mi sento vecchio.

Don Cornelio, che in quel momento pensò ai ventidue anni del suo

interlocutore, sorrise leggermente, e abbracciò Enrico. La signora

Angelica intanto rientrava nel salottino tenendo con una mano una

fruttiera, e con l’altra un piatto col croccante, sotto il quale c’era

un bel foglio di carta con gli orli smerlati e arricciati.

— A questo poi non si dice di no, — diceva la signora Angelica. — Non

si dice di no, signor Enrico, perchè... — E la sua modestia le impediva

di soggiungere che a detta di tutti, croccanti simili a quelli della

signora Angelica non se ne faceva neanche nelle prime città.

Enrico intanto aveva cominciato a discorrere con don Cornelio delle

sue speranze e de’ suoi progetti. Il discorso continuò un pezzo; e la

signora Angelica, dopo aver rammentato più volte al curato che l’ora

era tarda, si decise alla fine di pigliare un lume e di dare, con una

certa solennità, la felice notte. Allora pigliò un lume anche don

Cornelio, continuando però la conversazione con Enrico che l’accompagnò

fin sull’uscio della sua camera.

— Capirà, don Cornelio — diceva Enrico — che se avessi una protezione,

una forte protezione!...

— Sicuro. Ci vorrebbe una forte protezione... — ripeteva don Cornelio

facendosi pensieroso. — Ma dove trovarla?... Ah, se ci fosse ancora il

conte di Cavour! — esclamò in fine mandando un lungo sospiro. Poi aprì

l’uscio della sua camera, e strinse una volta ancora fortemente la mano

di Enrico.

Don Cornelio era stato forse un amico del conte di Cavour? A sentire

don Cornelio si sarebbe detto di sì; e chi sa che a furia di parlarne,

di raccontare un certo caso, e di richiamare quel nome con una certa

confidenza, non avesse finito a crederlo anche lui. Il caso era questo.

Nel 1859, durante la guerra, don Cornelio più d’una volta aveva dato

una corsa fuori della sua valle, ed era disceso giù verso il piano per

vedere con i suoi occhi qualcosuccia dei grandi avvenimenti che vi

succedevano. — Scappano! Se ne vanno! — e lui giù a vederli a andar

via. — C’è Garibaldi a Bergamo! I Francesi sono a Brescia! Viene

Vittorio Emanuele! — e lui giù col sindaco a portare gli omaggi al

Re. — C’è stato un combattimento! si è sentito il cannone! — e don

Cornelio allora raccoglieva un po’ di tutto, vuotava la credenza della

signora Angelica, pigliava in casa tutto quel che poteva, e con una

gran corba scendeva giù a portar roba agli ospedali, e regalucci ai

soldati, abbracciandone quanti ne incontrava. Pochi giorni dopo la

battaglia di Solferino, don Cornelio, che era appunto sceso con un gran

pacco di fila e pezze per i feriti, e che trattandosi d’un avvenimento

così straordinario aveva anche fatto una corsa più lunga delle solite,

si trovava in un villaggio poco distante dalle famose colline. Il

villaggio era ingombro di carriaggi, di soldati, di gente che andava

e veniva, di curiosi, e di contadini spaventati. Don Cornelio, che

era tra i curiosi, cercava però di affaccendarsi anche lui e di far

qualcosa di bene, non foss’altro quando capitavano dei poveri soldati

stanchi o feriti. A un tratto, arriva un legno da posta. Si cerca

di fargli largo, ma ci vuol altro; il legno rimane fermo per alcuni

minuti dinanzi alla porta dell’osteria; e la gente gli si affolla

d’intorno. Nel legno c’era un signore, il quale, messa fuori la testa,

e visto lì a pochi passi un prete, che era don Cornelio, lo chiamò,

gli fece parecchie domande, e poi ne lo ringraziò con molta cortesia.

Don Cornelio, intanto che rispondeva, cercava di raccappezzarsi chi

fosse mai quel signore che gli pareva d’aver veduto altre volte, non

foss’altro in qualche quadro. Poco dopo il legno ripartì. — È Cavour!

— esclamò un soldato che capitava in quel punto. — Viva Cavour! viva

Cavour! — gridava intanto la gente accorrendo e agitando i cappelli in

aria. Don Cornelio, a cui si aprì la mente tutta a un tratto, ma un

po’ tardi, corse dietro al legno, agitando il suo cappello anche lui,

e gridando: — Viva Cavour! — Gli riuscì di vedere ancora una volta la

faccia di quel signore, il quale volgendosi indietro lo salutò con la

mano; ma i cavalli intanto avevano preso il galoppo, ed egli dovette

fermarsi, e indugiare anche un pochino per riavere il fiato.

Più tardi pensando e ripensando a quel saluto, a quelle domande, e a

quelle risposte, e trovandone sempre nella memoria qualcuna di più,

a furia di ripeterle era venuto nella persuasione di aver discorso

lungamente col conte di Cavour, e finalmente d’essergli stato quasi un

pochino amico.

Il curato d'Orobio · 第 6 / 33 题