_Detta e_ NILS LYKKE.
LYKKE. (a parte) «Dormite bene in Östrot, signor cavaliere» m’ha detto
Jnger Gyldenlöve, andandosene. Dormite bene? Sì, è presto detto;
ma...! Là fuori, cielo e terra in convulsione; sotto, nei sepolcri
sotterranei, il giovin sangue sulla bara; in mia mano, il destino
di due Regni e sul petto un appassito mazzo di fiori, che una donna
mi buttò ai piedi. Affè, temo assai, che il sonno si farà lungamente
aspettare.
ELINA. (abbandona la finestra e fa per andare dalla sinistra).
LYKKE. (la scorge, fra sè) Eccola. Il suo fiero sguardo è pieno di
pensieri. Ah, se io osassi azzardare... (forte) Signorina Elina!
ELINA. (si ferma sulla porta) Che cosa volete? Perchè mi perseguitate?
LYKKE. Sbagliate. Io non vi perseguito. Sono io stesso perseguitato.
ELINA. Voi?
LYKKE. Da molti pensieri. Perciò accade a me col sonno, quel che a voi
stessa accade... mi sfugge.
ELINA. Affacciatevi alla finestra, ci troverete gusto... un mare in
tempesta...
LYKKE. (ridendo) Un mare in tempesta? Questo posso trovarlo in voi.
ELINA. In me?
LYKKE. Il nostro primo incontro me ne ha dato la certezza.
ELINA. E ve ne dolete?
LYKKE. No, in nessun modo; ma io desidererei tuttavia di vedervi
prevenuta più benevolmente.
ELINA. (fieramente) Credete voi, che vi porterà fortuna?
LYKKE. Di questo ne son certo; epperò io vi do una gradita nuova.
ELINA. Quale?
LYKKE. Il mio saluto d’addio.
ELINA. (s’avvicina d’un passo) Il vostro saluto d’addio? Lasciate
Östrot... così presto? (sembra un momento indecisa, quindi dice
freddamente) Allora abbiatevi i miei saluti di congedo, signor
cavaliere! (s’inchina e fa per andare).
LYKKE. Elina Gyldenlöve... io non ho alcun diritto per trattenervi; ma
non è da pari vostra, se vi rifiutate di sentire, ciò che ho da dirvi.
ELINA. Ascolto, signor cavaliere!
LYKKE. So, che mi odiate.
ELINA. La vostra perspicacia non è infiacchita, a quanto osservo.
LYKKE. Ma io so pure, che quest’odio l’ho di gran lunga meritato.
Assai mediocri e niente lusinghiere erano le parole, colle quali vi
menzionavo nella mia lettera alla signora Jnger.
ELINA. Sarà benissimo, io non l’ho letta.
LYKKE. Ma ne conoscerete per lo meno il contenuto. Io so che vostra
madre non vi ha lasciata su questo nell’ignoranza, essa vi ha in ogni
modo detto, che io mi sarei stimato l’uomo più felice, il quale... sì,
voi sapete quale speranza nutrissi.
ELINA. Signor cavaliere, se voi pensate di parlare di questo...
LYKKE. Insisto a parlarvene, per giustificare il mio operato. Per
nessun altro motivo... ve lo giuro. Poichè la mia fama è arrivata a
voi,... come ho motivo sventuratamente di sospettare... prima ch’io
stesso arrivassi in Östrot, è d’uopo che conosciate per intera la
mia vita, affinchè non vi meravigli, che io venga così arditamente al
fatto. Io mi sono incontrato in molte donne, Elina Gyldenlöve. Non ne
ho ancora trovata alcuna inespugnabile. In tali casi si fa un po’ il
proprio comodo. Si perde anche l’abitudine, di allungare la strada...
ELINA. È possibile. Io non so di che razza eran quelle donne. Del resto
voi v’ingannate pensando, che sia la lettera a mia madre, che abbia
destato l’odio del mio cuore e l’amarezza contro di voi. Avevo più
antiche ragioni!
LYKKE. Antiche ragioni? (inquieto) Che cosa volete dire con questo?
ELINA. È come voi presumete... La vostra fama è pervenuta qui in
Östrot, come in tutta la Norvegia prima di voi. Fin da quando ho
sentito pronunziare il nome di Nils Lykke, l’ho sentito sempre insieme
con quello di una donna, che egli aveva sedotta e repudiata. Alcuni lo
dicevano con pena, altri con sorriso di scherno e con facile ludibrio
su quella debole creatura. Ma il vostro nome suona dolore, scherno,
ludibrio che sbalordisce e provoca l’ira, nello stesso modo che un
canto di vittoria del nemico. Tutto questo ha fatto nascere il mio
odio contro di voi. Voi siete stato continuatamente presente al mio
pensiero e mi ha attirato un forte desiderio di stare faccia a faccia
con voi per provarvi, che vi sono delle donne colle quali sprechereste
invano le vostre insinuanti parol... se vi venisse la voglia di tentare
d’usarne...
LYKKE. Voi mi giudicate ingiustamente, attenendovi a quello che la
fama vi ha di me tramandato. Probabilmente vi è della verità in quello
che avete udito; ma voi non ne conoscete il motivo. Avevo 17 anni,
quando incominciai a condurre vita allegra. Sono passati d’allora
15 anni. Donne leggere mi concessero ciò che desideravo... anche
prima di esternarne il desiderio; e quello che io offrivo, veniva da
loro accettato a mani aperte. Voi siete la prima donna, che m’ha con
disprezzo gittato a’ piedi il mio dono. Non crediate ch’io me ne dolga.
Io vi ammiro, al contrario, anche dippiù, come non ho fatto mai con
alcuna donna. Ma quel che io rimpiango e mi rimorde come un gran dolore
dell’animo, è il destino, che non mi vi ha fatto incontrare prima.
Elina Gyldenlöve, vostra madre mi ha parlato di voi. Mentre la mia
vita faceva lontano da qui il suo corso turbolento, voi trascorrevate
il vostro tempo nella solitaria Östrot, silenziosa, tra le vostre
meditazioni ed i vostri sogni. Vedete, da ciò potete capire, quel che
ho da dirvi. Sappiate dunque, che anch’io ho vissuto una vita come
voi qui! Io pensavo, entrando nel grande e vasto mondo, d’incontrarmi
in una nobile ed onesta donna, che mi avrebbe accennata e mostrata
una meta ricca di gloria. La mia speranza doveva essere delusa,
Elina Gyldenlöve! Mi sono, è vero, incontrato in molte donne; ma essa
non era tra quelle. Prima ancora di diventare uomo, avevo appreso a
disprezzarle tutte. È mia la colpa se le altre non vi rassomigliavano?
Io so, che il destino della vostra patria preoccupa gravemente l’animo
vostro. Voi conoscete la mia influenza sulle cose attuali. Si dice
ch’io sia falso, come la spuma del mare. È possibile; ma se io son
tale, me l’hanno insegnato le donne. Se avessi trovato prima, ciò che
ho cercato, se mi fossi imbattuto in una donna fiera, nobile, piena di
cuore come voi, la mia strada sarebbe stata un’altra. Forse starei in
questo momento difensore al vostro fianco di tutti gli oppressi del
Regno norvegese. Poichè io credo assolutamente, che una donna ha un
potere grandissimo nel mondo e che dipende da essa di condurre un uomo
là, dove Dio lo ha destinato.
ELINA. (a parte) Potesse essere, com’egli dice! No, no, i suoi occhi
tradiscono la menzogna e la falsità è sulle sue labbra. Eppure...
Nessun canto mi agita, quanto le sue parole!
LYKKE. (s’accosta sommesso e confidenziale) Come potete rimanere tanto
spesso sola con i vostri neri pensieri? Vi si scorge l’affanno nel
vostro cuore. I tetti e le mura si son gravati su voi allo stesso tempo
ed hanno oppresso l’animo vostro. Allora avete desiderato d’esserne
fuori; allora avete voluto fuggire, magari senza saper neppure dove.
Quante volte non siete andata solitaria sul Fiord? Un bastimento
tutto adorno, con a bordo cavalieri e dame, con canti e suoni, passava
veleggiando lontano, lontano; una cupa voce di grandi fatti percuoteva
il vostro orecchio; allora sentivate nel vostro petto un desiderio,
una brama indomabile di sapere, quello che vi era di là del mare. Ma
non avete capito, quello che voi stessa bramavate. Avete pensato alle
volte, che fosse il destino della vostra patria, che vi desse tanti
tristi pensieri. V’ingannavate voi stessa; una giovinetta della vostra
età ha da almanaccare su altra cosa. Elina Gyldenlöve! Avete mai
creduto al potere occulto, a quel forte ed occulto potere, che lega
i destini degli uomini l’un coll’altro? Quando sognavate della vita
dai molti colori, là, fuori, nel mondo lontano, quando sognavate i
giuochi dei cavalieri e le allegre feste... allora non vedeste mai nei
vostri sogni un cavaliere che se ne stava col sorriso sulle labbra e
l’affanno nel cuore in mezzo a tanto baccano... un cavaliere, che altre
volte aveva fatto anch’egli dei sogni rosei come voi, su d’una donna
nobile ed onesta, ch’egli ha cercato invano fra tutte quelle, che lo
circondavano?
ELINA. Chi siete voi, che potete vestire di parole i miei più riposti
pensieri? Come potete indovinare quel ch’io porto nel più intimo del
mio petto, senza ch’io stessa lo sappia? Donde sapete voi...?
LYKKE. Ciò che vi ho detto, l’ho letto nei vostri occhi.
ELINA. Nessun uomo mi ha mai parlato, come voi. Vi ho capito soltanto
truce... e tuttavia... tutto, tutto mi sembra cambiato d’allora. (a
parte) Adesso intendo, perchè dicono che Nils Lykke non è un uomo come
tutti gli altri.
LYKKE. Una cosa vi è nel mondo, la sola che possa scompigliare i
pensieri d’un uomo, se egli vuol rifletterci sopra, ed è il pensare ad
una cosa, come se fosse avvenuta, quando tutto fosse disposto piuttosto
in un modo, che in un altro. Se vi avessi incontrata sulla mia via,
quando l’albero della vita era ancora verde e lussureggiante, voi
sareste a quest’ora... Ma scusatemi, nobile damigella! Questa breve
divagazione mi ha portato lontano, tanto da dimenticare la nostra
reciproca posizione. È stato, come se una segreta voce m’avesse detto
dal principio, ch’io potevo parlare francamente, senza lusinghe e senza
finzione.
ELINA. Potete ancora farlo.
LYKKE. Ebbene... e questa franchezza ci ha forse a metà riconciliati
l’un l’altra. Sì, nella mia speranza sono ancora più ardito. Forse
verrà anche il tempo, in cui dentro di voi ricorderete del cavaliere
straniero senza odio e senza affanno. Ma, aspettate...! vogliatemi
non fraintendere! Non dico proprio ora... ma un giorno, più tardi! E
per rendervi questo meno difficile... e poichè ho incominciato già a
parlarvi franco ed onesto, lasciatemi ancora dire...
ELINA. Signor cavaliere...!
LYKKE. (sorridendo) Ah, m’accorgo che la mia lettera vi spaventa
ancora, sempre. Ma siate del tutto tranquilla. Darei tutto, perchè
non fosse stata scritta; poichè... ma sì; ora che so, che non vi
arrecherà alcun special dolore a sentirlo, posso parlare chiaramente e
liberamente... io non vi amo e non vi amerò mai. Siate quindi su questo
punto del tutto tranquilla, come v’ho detto. Non cercherò mai di...
ELINA. (si mostra irrequieta).
LYKKE. Che avete?
ELINA. Io? Nulla, nulla! Ditemi soltanto: perchè tenete ancora questi
fiori? Che cosa vi debbono importare?
LYKKE. Questi fiori? Non sono essi un guanto di sfida, che voi a nome
di tutte le donne, avete lanciato contro quel tristo di Nils Lykke?
Non dovevo raccoglierlo? Mi domandate, che cosa voglio io con ciò?
(sottovoce). Ritornando ancora in mezzo alle belle dame di Danimarca,
quando saranno cessati i suoni e ristabilito il silenzio nella sala,
prenderò questi fiori e racconterò una novella di una giovinetta, che
solitaria siede in un vecchio castello, nella lontana Norvegia,...
(s’interrompe inchinandosi rispettoso) Ma io ho paura d’aver
intrattenuto già troppo a lungo la bella figlia del castello. Non ci
vedremo più, poichè parto prima dello spuntare del giorno. Vi presento
quindi i miei saluti.
ELINA. Ed abbiatevi i miei, signor cavaliere! (piccola pausa).
LYKKE. Voi ridivenite pensierosa, Elina Gyldenlöve! È ancora il destino
della vostra patria, che vi tormenta?
ELINA. (crollando il capo e fissando distrattamente davanti a sè) La
mia patria? non ci penso.
LYKKE. Allora dunque è il presente colle sue lotte, e co’ suoi bisogni
che vi affanna?
ELINA. Il presente? Adesso lo dimentico. Voi andate in Danimarca? Non
mi avete detto così?
LYKKE. Sì, vado in Danimarca.
ELINA. Poss’io vederla da questa sala?
LYKKE. (addita fuori dalla finestra a sinistra) Sì, da quella finestra.
Là, al sud, c’è la Danimarca.
ELINA. Ed è lontana da qui? Più che cento miglia?
LYKKE. Molto dippiù. Fra voi e la Danimarca vi passa il mare.
ELINA. (a parte) Il mare? Il pensiero ha l’ali del gabbiano. Il mare
non lo può trattenere! (via dalla sinistra).