e il sangue in fiamme.
--Che volete da cena, Don Bonomo?--domandò Moschetto quando lo vide
comparire.
Ma Don Bonomo, taciturno, infilò un uscio dopo l'altro e andò a
rincantucciarsi nel salotto nuovo.
Che sarebbe venuta a fare Petronilla? in sua casa? di sera? dopo tanti
mesi che non si parlavano più? ma perchè mai gli aveva detto ch'era
poco lieta della propria condizione, lasciandogli intendere che
desiderava cambiarla?
Il povero prete, inquietissimo, fece venti volte il giro della camera
a grandi passi. Con le palme dietro il dorso e la testa curva sul
petto, egli tradiva, nel guardo, nel portamento, nel gesto, una
insolita apprensione. O che Petronilla calcolasse di ritornare al
presbiterio? e se ciò accadesse? la miseria, il bisogno l'avevano
dunque piegata? ora che non si potrebbe più concludere nulla? Sedette;
lesse e rilesse il brevario; tentò distrarsi; uscì nel piccolo orto e
lo mise in iscompiglio: poi siccome la sera s'avvicinava passò in
chiesa, l'attraversò lentamente, si diresse al coro e vi s'inginocchiò
al suolo in atto desolatissimo. Una luce pallida di vespro nuvoloso
pioveva dai vetri del finestrone; nella penombra gli stalli ergevano
le braccia nere, tarlate e unte d'olio; in fondo, presso il campanile,
una donna scopava il pavimento. Don Bonomo aperse un libro di
preghiere e pensò.
Quella sciagurata non rifletteva mica ai pericoli in cui lo porrebbe?
ed alle ciarle del paese non si doveva proprio avere un riguardo? ed
egli conserverebbe sempre, con l'aiuto del Signore, la forza d'animo
necessaria a vincere ogni tentazione? In seminario, più che su tutto
il resto, avevano insistito sul bisogno di premunirsi contro le
seduzioni della terra; ma per quale fanciullesca leggierezza colei
verrebbe a disturbarlo, a metterlo su l'orlo dell'abisso, insomma a
renderlo infelice? Vedersela davanti ogni giorno! così bella, così
giovane, così cara! dopo averla amata! dopo averle proposto un
matrimonio!
--Pepa--gemeva Don Bonomo con la fronte tra le palme:--Pepa, se è vero
che la mia pace sta per essere distrutta, intercede pro me, libera me
a malo!
*
* *
Cadde la sera nè Don Bonomo si moveva dalla sua posizione. Ad un
tratto comparve il sagrestano e a voce forte, quasi impaziente, lo
avverti ch'egli era atteso nel plebisterio. Il prete si alzò scosso a
quelle parole che rimbombavano come squilli nel coro e si ritirò a
testa bassa, con un acre odore d'incenso nella veste. Dalla cucina
invece arrivava un buon profumo di tordi allo spiedo; e Don Bonomo si
consolò riflettendo che Moschetto era diventato un bravo figliuolo.
In sala Petronilla aspettava sul canapè comperato a Clusone pochi
giorni prima. Ella portava il suo vecchio abito di lana azzurra, non
aveva scarpe e teneva intorno alla schiena, cadente con civetteria,
uno scialle frusto ereditato dalla povera Pepa. I suoi occhioni
celesti luccicavano da quel cantuccio e le sue mani si nascondevano
sotto il grembiale.
--Addio Petronilla--disse Don Bonomo quando la scorse;--la giovanetta
senza nè meno alzarsi ripetè:
--Addio, Bonomo.
Ella non poteva perdere le antiche abitudini e, nella sua ignoranza,
le riusciva impossibile chiamare il cappellano in altra maniera.
Ma Don Bonomo, tremando un poco dall'emozione, ruppe il ghiaccio per
il primo.
--E dunque?
Mille domande si racchiudevano in quest'unica domanda. Il povero
diavolo sentivasi venir freddo e dovette appoggiarsi alla tavola per
non cadere indietro. Il momento era solenne. Un'imprudenza sarebbe pur
bastata a rovinarlo: e nel suo cuore di vedovo, nel suo mondano cuore
non sufficientemente preparato al sacrifizio, tumultuavano le memorie
degli anni trascorsi, della famiglia antica, degli antichi affetti.
Levò di tasca la grande pezzuola a scacchi e si asciugò la fronte
calva. Ma, siccome la fanciulla guardandolo sfacciatamente sembrava
lieta di prolungar la sua penosa agonia, egli si avvicinò al divano,
sedette adagio adagio, le prese con calore la mano e ripetè le tre
parole:
--E dunque, Petronilla?
Petronilla svincolò sùbito la propria destra. Era calma e seria.
--Dunque--rispose,---prendo marito.
Don Bonomo non respirava più.
Nello stesso tempo su la porta presentossi Moschetto recando seco
dalla cucina un'altra ondata di odore; egli, pallido come un morto,
stava alla soglia con un paiuolo nella destra ed una pentola nella
sinistra. La fanciulla, senza muovere labbro, lo segnò a dito. La
mimica era espressiva.
Don Bonomo abbassò la fronte, permise che parlassero tutti e due
insieme, concesse quello che vollero e si sbarazzò di Petronilla dopo
aver combinato con lei che le nozze avrebbero luogo tra un mese al più
tardi. Egli stesso diede parola che pe'l giorno del matrimonio
consegnerebbe a Moschetto sei franchi ed a lei un abito completo della
povera Pepa. Era tutto quanto potesse fare.
Petronilla quindi, piena di gioia, partì sbattendo gli usci e
saltellando in modo che le sue vesti alzarono nuvole di polvere;
Moschetto rimase con la bocca aperta al medesimo posto e Don Bonomo,
affievolito, stanco, di pessimo umore, sarebbe scoppiato in lagrime.
Suonò l'avemaria; le campane rimbombavano entro il loro castello e il
plesbiterio ne tremava.
--Orvia, spero che mi porterai da cena--mormorò il cappellano a
Moschetto.
Ma i tordi, dimenticati in cucina, avevano côlto l'occasione per volar
via; qualche gatto affamato li aveva forse messi in salvo e Don Bonomo
dovè accontentarsi di mangiar la polenta sola. Egli si accomodò a
tavola con gli occhi chiusi, da persona rassegnata, e fattosi il segno
della croce esclamò più volte:
--Sia rispettata la volontà del cielo!
X.
Papà Gedeone ha ceduto.
Raccontai già altrove che papà Gedeone, per causa del suo orologio a
sveglia, ebbe forti dispiaceri col nipote e che poi questi se ne
vendicò.
Ma la mia imprudenza costò cara al povero Tata ed a Martuccia i quali,
così, videro svelato il proprio affetto a mezzo mondo e, quel che è
peggio, anche a papà Gedeone.
Una sera, mentre io leggeva il giornale su la porta di casa, ecco
arrivar Tata furibondo con un randellaccio in mano.
--Abbiamo un conto da accomodare--mi disse. E poichè, essendo alquanto
distratto, non mi raccapezzava, egli soggiunse:
--Quell'affare dell'orologio. Sa benissimo. E il bacio e papà Gedeone
e io e tutti. Perchè mi ha compromesso inventando un'assurdità simile?
Non mi sono mai sognato di baciarla, io. Ma intanto lo zio Gedeone,
che non mi crede, ha giurato di farcela pagare. È fuori dei gangheri;
e, bisogna dirla, non ha torto. Se io avessi una figlia e leggessi nei
giornali certe cose, farei altrettanto. Sì, già. E quella poverina?
quanto ha sofferto! è diventata magra e gialla. Un così bel colore,
che aveva prima! Pare un'altra donna. Per me non è un gusto. Sono
stato in Piemonte a lavorare. Portai a casa ventitre marenghi e mezzo:
vado subito dallo zio e mi scaccia. Bella cosa! e ci vogliamo tanto
bene con quella benedetta...
Io, a dir la verità, provava un certo rimorso. Cercai di rabbonire il
mio avversario.
--Tutto non è perduto--gli dissi.
--Tutto, tutto, signore.
--Una speranza c'è sempre.
--Per me no.
--Eh! via! Scommettiamo? Se ho fatto il male, farò anche l'ammenda. Ci
rimedierò io.
--Che rimediarci! nè anche il papa...
--Zitto--mormorai.--Venite in casa. Lasciate stare il papa... si parla
di conciliazione e se mai...
Fatto è che lo indussi ad entrare, parlammo a lungo discutendo vari
disegni e, dopo un'ora circa, egli si allontanò facendomi tanto di
cappello.
--So che le piacciono le cose antiche--mi disse.--Le porterò una
moneta che trovai in Piemonte. È tutta verde per la muffa e rôsa
dell'umidità. La vuole? dev'essere di Pio nono.
--Volentieri--gridai con riconoscenza sorridendo.
Ed ora eccovi cosa avevamo combinato.
*
* *
Papà Gedeone si era fatto assai taciturno. Curva la testa sopra il
desco lavorava da mattina a sera pazientemente, con un cencio di
berretto su la fronte e gli occhiali infilati a metà del naso. Per
evitar di servirsi della sua figlia e di rivolgerle qualche parola,
aveva anzi preso, a venti soldi la settimana, un fanciulletto del
paese che tirava gli spaghi, picchiava il cuoio, levava le forme,
cavava l'acqua e tagliava le legna. La povera Martuccia erane
desolatissima. Costretta a rimaner lungamente con le mani sotto il
grembiale, provava una malinconia indicibile ed i suoi guardi andavano
fuori della piccola finestra, ben turata alle fessure con carta
greggia e piombo fuso. Non le era più concesso uscir di casa. Quando
sporgeva la testa dall'uscio per qualche necessità, suo padre
rabbuiava la faccia e si tirava i baffi grigi. Tutti in paese erano
spettatori di questa disarmonia domestica e se ne facevano commenti in
ogni discorso. Il solo che venisse a portare un momento di allegrezza
era Lorenzo, ferraio che aveva sempre qualche suola da farsi
accomodare o qualche ferro da chiedere. Egli inoltre doveva di
frequente regolar l'orologio del campanile che, per i freddi eccessivi
di quell'invernata, si era guasto e oggi correva disperatamente,
domani si fermava all'improvviso con grave disturbo per gli affari.
Perocchè la sveglia di papà Gedeone, malgrado gli avvenimenti di cui
era stata complice, continuava ad essere un oggetto preziosissimo nel
paese e, in tante settimane, non aveva sbagliato più nè anche di un
minuto. Basta dire, come papà Gedeone, che essa era di Germania.
I colloquî, anzi, i monologhi di Lorenzo non cambiavano mai.
--Papà Gedeone, son qui a rompervi le scatole per un poco di
filo;--oppure: per un dito di cuoio;--oppure: per un chiodino da
mettere alle ciabatte. E così? che ora facciamo? oggi siam giusti: la
differenza è solo di sette minuti. Però, unsi d'olio le ruote piccole
del congegno. In un luogo mancava una laminetta d'ottone; foggiai la
maniglia d'un uscio e ve la posi. Niente di nuovo? Ho visto il vostro
garzone che andava dal fornaio. Sapete che è un gran bighellonaccio?
correva dietro alle oche, dico, in mezzo alla via, e poneva loro le
bricciole su la coda. Mi son permesso di dargli uno scappellotto. Già.
Ha la pelle dura. Sicchè dunque vi hanno raccontato? al sindaco è
morto il bracco. È stato morsicato da una bestia forestiera e si è
dovuto attossicarlo. Una morte orribile. Io l'ho visto dalla
inferriata; aveva la bava alla bocca e si contorceva come un cane. Non
potevano attendere? si è sempre in tempo ad ammazzare. Ma voi siete
stato anche in guerra ed avete visto di ben altre cose, non è così?
Papà Gedeone allora cominciava a rianimarsi nelle memorie del passato
e le sue disquisizioni concludevano sempre con un rabbuffo al
presente.
--L'Italia? la libertà? dove è questa Italia? bella roba che ci han
dato. La miseria, e tutti i vizî, e le birbanterie, e le stupidaggini.
Non si può più bere un bicchiere di vino; falsificato anche il vino. I
croati erano rozzi ma ci davano da bere. E il tabacco? altro che i
virginia, i sella, i che so io. L'ho a morte con questi italiani del
diavolo. Dico dunque che la va male. Non si lavora più. C'è tanti che
si fanno concorrenza. La roba è cara e noi non ci pàgano mica.
Guardate: sui registri ho per duecento e più lire di credito. Denari
buttàti via. Ho paura che morirò senza rivederli. Basta, finiamola. È
meglio farci una croce su la lingua. Qualche giorno la succederà
grossa.
E Lorenzo, strizzando l'occhio a Martuccia, guardava in alto un certo
quadro bislungo, entro la sua cornice greggia, semi coperto da
ragnateli e voltato con la faccia verso il muro. Il ritratto di
Garibaldi.
*
* *
Martuccia sedeva alla tavola di noce, nella parte posteriore della
bottega. Cadeva la sera; sul focolare si udiva un allegro bollir di
pentola.
--Papà!--ella disse con voce tremolante. E le sue dita sfogliarono le
pagine d'un librone che le stava dinanzi tutto stellato di sgorbi neri
e traversato da lunghe striscie d'inchiostro. Gedeone, al deschetto,
aveva deposto una scarpaccia e coi gomiti su le ginocchia meditava in
silenzio.
--Papà; sono due settimane che non prendiamo un soldo. E dieci giorni
fa hai dato trentasette franchi in prestito al pizzicagnolo. Se non
tieni denari di sopra, in qualche canterano...
--Non ho niente--rispose asciutto asciutto il vecchio.
--Vedi però: se mi lasciavi andare al filatoio...
--Mai.
--Sarebbero stati pochi, ma nelle nostre condizioni...
--Mai, dico.
--Che anno disgraziato!--soggiunse la povera fanciulla con atto
dolente. E levatasi dalla tavola andò a riattizzare il fuoco. Papà
Gedeone intanto, avendo preso il posto di lei, cominciò a scartabellar
quel registro, togliendone interi fogli, numerando le somme lunghe da
cime a fondo. Ma non trovò nulla di buono e, tratto tratto, i suoi
sospiri nella penombra del crepuscolo risonavano come soffî di
mantice. Non era un bel momento, vero? ed ecco all'improvviso
spalancarsi la porta. Entrò Lorenzo ferraio accompagnato da un altro
che aveva il mantello su gli occhi: la sorpresa di papà Gedeone
apparve grandissima, ma fu più grande ancora quella di Martuccia.
--Papà Gedeone--proruppe Lorenzo:--volete guadagnar trenta franchi?
ecco uno che desidera un paio di stivali.
--Per chi, poi?--chiese il vecchio.
--Per chi ha le gambe. Volete o non volete?
--Si fa il nostro mestiere, diamine.
--Sicchè dunque prendetegli la misura.
L'uomo dal mantello si accomodò su la seggiola di papà Gedeone e ne
fece crepitare il cuoio imbottito.
--Di che pelle?--disse papà Gedeone andando a prendere una lista di
carta ripiegata.--E quante suole? una o due? ed a che uso dovranno
servire? bisogna saperlo prima.
Lorenzo diede le risposte che occorrevano.
--Pelle fina. Non guardate a spesa. Due suole, a punta in rilievo. Per
un camminatore le scarpe devono essere leggiere. Fatele dunque molto
leggiere. E niente aristocrazia, niente economia. Un largo gambale che
caschi su le caviglie in pieghe uniformi; un collo del piede alto e
comodo, punta piatta e forte sì che all'occasione possa usarsi in
certi esercizî.
E papà Gedeone si curvò in ginocchio per terra, tolse al cliente la
scarpa destra, appoggiò la gamba di lui sopra una delle sue coscie,
indi, calcàti gli occhiali al loro posto, si mise a palpare in tutti i
sensi quel povero piede, a misurarlo di sopra, a misurarlo di sotto, a
segnar di brevi tagli la carta che aveva tra le dita, a brontolar
misteriosi discorsi, assorto completamente nelle funzioni della
propria arte.
Quand'ebbe terminato lasciò andare il piede, si rizzò di nuovo e corse
a trascrivere l'ordinazione in apposito registro.
--Ecco fatto--mormorò.
--E il costo?--chiese Lorenzo.
--Vedremo dopo.
--Vi raccomando una punta larga--alla sua volta disse l'uomo
ammantellato.--Soffro molto in questa parte. E non voglio chiodi alle
suole. E nè meno voglio rinforzi al calcagno. Guai se mi viene a
dolere il calcagno!
--Lasciate fare, lasciate fare, lasciate fare!--ripeteva papà Gedeone
accendendo la piccola lucerna.
E dopo che i due furono usciti, rivoltosi a Martuccia:
--Glieli faccio perchè ho bisogno di soldi, veh! ma poscia lo metto
ancora alla porta, quell'asino.
*
* *
Passarono quindici giorni. Tata (poichè era egli) ritornò a prendere
gli stivali.
--E così? fatti?
--Fatti.
--Si può provarli?
--Eccoli.
--Belli. Bravo. Mi piacciono. Quale è il destro? ah! ho capito.
Benissimo. Datemi una sedia. Così. Tentiamo. Uno, due... La scarpa è
fuori. Li avete anche lucidàti? a meraviglia. Il gambale è molto
comodo. Perfettamente. Uno, due... ancora un poco... è su!
Tata, avendo messo lo stivale destro, diede un colpo a terra per
meglio adagiarvi il piede e fece qualche passo nella bottega. Ma ben
presto cominciò a far di quelle smorfie, di quei visacci, di quelle
bocche!
--Ahi! ahi!--gemeva il povero diavolo zoppicando.--Impossibile! Avete
fatto la punta troppo stretta. Ci voleva un centimetro più comoda. Son
rovinato.
Papà Gedeone cercò di gridare.
--Ma se ho misurato, ma se ho fatto largo come il campanile! ma se ho
tagliato giù un piede buono per san Cristoforo!
--Insomma non si può. Io non voglio guastarmi il piede. Quand'è
guastato è guastato.
--Trentacinque franchi alla malora!--gemette papà Gedeone buttando gli
stivali sotto la tavola.--Bei guadagni che faccio. Ma non importa.
Succeda quel che vuole succedere. Te ne preparerò un altro paio. Torna
giovedì prossimo. Fuori, fuori. Chiudo la bottega.
Tata dovette andarsene.
--Contento voi, contento tutti--esclamò mentre usciva in istrada.
E al giovedì seguente fu puntuale. Sul deschetto lo aspettava un
secondo paio di stivali, più belli dei primi, a cui il vecchio,
aiutato dal garzoncello, dava l'ultima spalmata di grasso.
--Fatti?
--Sono qui.
--Mi rincresce, sapete...
--Colpa mia.
--Proviamo?
--Proviamo pure.
E si posero all'opera. Dopo cinque minuti il giovane rinnovò i suoi
esperimenti attraverso la camera. Ma l'esito fu eguale.
--Oh! Dio! oh! che bruciore! l'ho detto io! ho adosso il malocchio.
Stavolta sono i chiodi alla suola. E la gamba? che vi è venuto in
mente, zio? troppo sottile, troppo esile! è buona per uno struzzo e
non per me che devo fare trenta chilometri al giorno!
--Ma se di chiodi non ce ne ho messi!
--Ecco, già. Vedete? sono chiodi. E non si possono togliere. Hanno la
testa in giù. Il cuoio è sollevato. Resterà sempre una montagnetta al
loro posto. Poi c'è la gamba. Come allargarla? sfido io. Quando si è
disgraziati!
Papà Gedeone diede un grande calcio anche a quel secondo paio di
stivali e chiuse la bottega.
--Torna lunedì l'altro. Ci porrò tutto l'impegno. E se il diavolo non
ci ficca le corna...
--Oh! zio! lasciate lì!
--Silenzio. So il mio dovere.
E serrate le imposte afferrò il garzoncello per un orecchio.
--Tu hai messo quei chiodi, mariolo. Ti manderò via, brutto ceffo.
Poscia, picchiatolo a suon di tamburo, salì per coricarsi.
Martuccia vide il fanciullo che piangeva, gli si avvicinò e gli
offerse una scodella di latte caldo.
*
* *
È inutile insistere molto: fatto è che Tata, il lunedì indicato, venne
alla bottega, calzò gli stivali, fece mezzo giro per la contrada e
ricomparve rosso come bragia, bestemmiando senza ritegno. Questa volta
era il tallone che tormentavalo: in fondo agli stivali, proprio dove
si fanno le pieghe, era cucita una pezza di cuoio dura e nodosa.
Papà Gedeone diventò di tutti i colori. Via; anche un santo avrebbe
rinnegato la pazienza. E non era per quel centinaio di franchi
sprecàti che più si rammaricava; era per l'onore della sua arte
irremissibilmente perduto: era per le ciarle che se ne facevano in
paese, per i sardonici sorrisetti che gli pareva di scorgere su la
faccia di qualunque mascalzone, per gli scherni di cui lo si rendeva
oggetto ad ogni mosca che volasse. Tutte le occasioni si prestavano
per burlarlo. Egli era la vittima degli amici, i quali durante una
quindicina di giorni lo importunarono per diritto e per traverso con
mille allusioni, con mille beffe, con mille ironie. Bisogna essere
vissuti un po' di tempo in un villaggio ozioso ed ignorante per
intendere fino a qual grado possano arrivare certi pettegolezzi
campagnoli.
Il povero uomo alla fine, trovandosi così bersagliato, perdette la
testa e un bel giorno confidò a Martuccia che gli pareva di essere uno
scemo.
Quanto a Tata, s'era opposto vivamente che suo zio gli facesse un
quarto paio di stivali: essere troppa la spesa, ritener che doveva
incolparsene qualche spirito maligno, demonio o strega o mago sabino,
aver intenzione di parlarne col cappellano e di pregarlo a benedirgli
i piedi con l'acqua santa. In realtà papà Gedeone non avrebbe trovato
nei canterani due lire per comperare un'altra lista di cuoio.
Ma ogni cosa ha la sua spina e la sua rosa, come sentenziava Lorenzo
ferraio. Il quale una sera giunse tutto in chicchera (cioè con le
scarpe e senza grembiale) giunse tutto in chicchera, accompagnato dal
figlio maggiore del sagrestano. Essi presero papà Gedeone a tu per tu
e gli dissero:
--Tata è figlio di vostra sorella Maria. Maria morendo ve lo
raccomandava. Egli ha fatto il militare, è sano, è senza fastidî, è un
bel maschione: tien via un cumuletto di marenghi guadagnati con le sue
onestissime fatiche; non ha vizi, gli piace la pipa ma è meglio la
pipa che peggio. Sicchè dunque, per che cosa non gli dareste
Martuccia? L'età è a proposito: si vogliono bene, anzi benissimo, o
non desiderano che questo. Fateli contenti e sarete contento anche
voi.
Papà Gedeone rispose con una sola parola:
--Amen.
E diede una affermativa crollatina di spalle.
*
* *
Il giorno delle nozze papà Gedeone era di allegrissimo umore. Tata
portava una coppia di quegli stivali famosi nè sembrava esservi a
disagio.
--Oh! da un pezzo ho capito che me la volevi fare--mormorò in fine di
pranzo papà Gedeone a sua figlia.--E trinciò la mano per aria,
sorridendo, in atto di carezzevole minaccia.
Frattanto Lorenzo ferraio, rosso come un peperone, passava dall'uno
all'altro dei convitati susurrando loro nell'orecchio:
--Sapete, già: era Martuccia che metteva i chiodi, e tagliava le
suole, e cuciva le pezze di cuoio. Ho sempre detto che è maliziosa
come... come... come... Facciamo baldoria!
XI.
Le redini di Brunello.
Quando Momolo arrivò, Bortolino dal ferro e Marco suo garzone stavano
attaccando i fanali al baroccio.
--Ti aspettava--disse Bortolino al cognato;--anche mia moglie è
impaziente di vederti. Abbiamo apparecchiato un vinello coi fiocchi e
la mia festa si farà in allegria. Solamente, mi dispiace ma devo
lasciarvi qui sino ad ora tardissima. Saverio mi ha portato in
principio di sera un biglietto di mio cugino il quale ha una cosa
importante da comunicarmi. Bisogna ch'io scenda a Fiumenero. Non so di
che si tratti: ma vedrai che prima delle undici sarò di ritorno.
Elena comparve portando un lume; salutò il fratello e lo invitò ad
entrare. Il baroccio era pronto.
--Io vado--gridò Bortolino; e saltò in fretta sul veicolo. Poi diede
una frustata, brontolò un arrivederci e Brunello si mosse verso il
portone. Marco lo teneva per le redini.
--Lascialo stare che lo guido io--gli disse il padrone. E fermandosi
di colpo, come preso da un pensiero subitaneo, si rivolse ancora a
Momolo.
--Perdonami, sai: non ti ho domandato di tua moglie. Perchè non è qui
Petronilla?
--Eh! con questo buio era impossibile. Aveva paura.
--Ha fatto bene--soggiunse Elena.--Ma veramente, anche tu Bortolino
dovresti rimettere a un'altra volta il tuo viaggio!
Bortolino dal ferro per tutta risposta sciolse le briglie e dileguò
nelle tenebre.
--Bortolino! Bortolino!--gridava Elena a perdifiato.--Bada per amor di
Dio! c'è un vento d'inferno e non ci si vede a due passi. Copriti la
gola e non far correre Brunello. Sai bene che stupido è Brunello! ti
potrebbe anche precipitare nel Serio!
In lontananza udivansi il trotto misurato del puledro e alcune
raffiche di vento che passavano di minuto in minuto sopra la boscaglia
sibilavano come serpenti.