Maometto era il più ricercato. Mezzo in cimberli egli girava per il

paese insieme con due amici, strascinando per terra il fodero dello

squadrone, lanciando occhiate e facezie da tutte le parti con l'elmo

su la nuca e la faccia sudata. Come se la godeva! era stata una bella

trovata, per bacco, quella del signor cappellano! Si aveva avuto

almeno l'occasione di scherzare un poco e di passare un'ora deliziosa.

Ma che miseria d'Egitto! ma che guerra! ma che fame! ma che!... non

c'era niente al mondo che pagasse una simile baldoria. Maometto fu

quasi portato all'osteria. Là si giuocava a briscola; alcuni lo

vollero compagno in una partita; si versò ancora da bere: egli

accettò, giocò, cantò. Ma un gioco se è bello deve durar poco e anche

questa volta la troppa allegria degenerò in un alterco.

Poichè, all'ombra presso la cappa del camino ove bollivano alcuni

intingoli straordinari, Benvenuto beveva il suo boccale da uomo

tranquillo e regolato. Mentre la cucina pareva tremare agli scoppî

d'ilarità ed al frastuono di tutti quei monelli, il vecchio si alzò

con malumore e venne ad osservar la partita.

Maometto perdeva. Ogni volta che i suoi avversari facevano qualche

punto egli bestemmiava per abitudine.

--Sei una canaglia, tu--gridò ad uno di essi.--Tu mi rubi il boccale!

non si fa così a giocare, ohe! stai attento che ti prendo il tre di

picche.

Tutti ridevano. La sua gioia comunicavasi agli altri.

--Maometto è filosofo--diceva uno.

--Sa che si è giovani una volta sola--aggiungeva un secondo.

--Chi perde al giuoco....--susurrava un terzo. E gli amici a finir la

frase in coro.

Benvenuto dal suo posto li guardò in faccia, freddo freddo, avendo

inteso l'allusione.

--Ebbene, sì--proseguiva Maometto come se si trattasse d'una cosa

naturale.--Faccio per un discorrere, che a dispetto di chiunque io

condurrò a termine quello che devo. Ciò che mi piace mi piace e son

padrone io. Ma che padri, ma che madri, ma che il diavolo se li

porti!... ecco un bel mazzo: allegro, compare!... Che il diavolo se li

porti via! o i capricci dei vecchi saranno un vangelo per noi e, se

uno ha la testa dura, dovrò ungergliela col burro? Sono uscito di

tutela da un pezzo. E nè i mustacchi lunghi, nè la barba bianca mi

faranno tornare indietro. Ho ragione o no?

Benvenuto gli mise una mano su la schiena.

--A proposito--disse:--vogliam discorrere di qualche cosa. E non farmi

il gradasso, vedi, perchè con un calcio io ti mando a Bondione e

t'insegno a trattar con la gente...

Maometto si rizzò.

--Questo poi... ci spiegheremo un poco, vecchio barbogio.

--Spieghiamoci pure--aggiunse l'altro.--Io ti ripeto che non ho paura

di nessuno.

--Che significa ciò?--mormorò Maometto. E i suoi occhi mandavano

fiamme.

Michel Magro, seduto sul tamburo, da parte, bisbigliava:

--Ohe, ohe! che la vada a finir mica bene?

Ma in quella si aperse improvvisamente l'uscio di strada e una delle

guardie si lanciò dentro gridando con voce soffocata:

--Maometto, Maometto, scappa! I carabinieri!... hanno saputo... son

qui... ti metteranno in prigione! sai, la spada, l'elmo... non si

poteva... scappa, ti dico!

Maometto, sbalordito, atterrito, non volle udire altro: diede quattro

urtoni a destra e sinistra, corse alla porta del cortile e via, come

il vento, come un'anima dannata, in mezzo ai portici, agli orti, alle

siepi, alle piante.

*

* *

--Anche questa! o che diavolo; anche questa mi doveva capitare!--brontolava.

E giù, febbrilmente, sdrucciolando su l'erba umida, incespicando nei

sassi, brancolando tra le siepi ed i muri. Sudava dal capo ai piedi e

lo squadrone andandogli nelle gambe minacciava di farlo cadere a

precipizio. Passò davanti la casa di suo cognato; era chiusa e non

potè entrare. Chiamò leggiermente:--Giuseppe!

Ma Giuseppe dormiva il terzo sonno e non avrebbe udito nè anche un

colpo di cannone. Come fare adunque? avanti ancora; qualcheduno lo

aiuterebbe, per bacco.

E già, sgusciato alla svelta sotto i pini, era arrivato presso il

vicolo che metteva alla propria casa, quando gli parve di scorgere due

ombre nere, in piedi, a venti passi da sè.

--Son caduto in bocca al lupo?--pensò trattenendo il fiato, ansante,

tremante dalla paura. E difatti le due ombre, d'accordo, si mossero

all'improvviso contro di lui. Non istette certo ad attenderle, ma

spiccò un altro salto e via nuovamente di galoppo, come se avesse il

diavolo alle calcagna.

Ed aveva girato a destra la parte posteriore della chiesa picchiando

una spallata contro lo spigolo del campanile, quando fu colpito da una

luminosa idea e senz'altro scavalcò la siepe. Stavagli in faccia la

casetta di Benvenuto, sbarrando quella finestruola a tre vetri da cui

veniva fuori uno sbadiglio di luce rossa. Nel medesimo tempo egli si

sentì stringere al braccio da qualcuno che lo attirava adagio adagio

nel corridoio ed una voce femminile, carezzevole e turbata, gli

mormorò all'orecchio:

--Ah! sapeva bene, Paolo, sapeva bene!

La cucina era buia e silenziosa; le porte chiuse e sicure; nell'aria

fiutavasi quell'odore allegro di cenere spenta che sale dal focolare i

giorni di festa.

--L'ho scappata per miracolo, sai, Caterina?--disse Maometto

tranquillandosi a poco a poco e respirando.

Poi sedettero entrambi sopra il secondo gradino della scala di legno e

chiacchierarono lungamente a bassa voce.

*

* *

Assai tardi, verso mezzanotte, Benvenuto rincasò. Era alticcio e di

buon umore. Fece scricchiolar sotto i passi incerti e pesanti il legno

della scala, entrò in camera, accese il lume e si svestì per

coricarsi. Sperava che Caterina non lo sentirebbe.

Ma ella, benchè mezza addormentata, lo sentì egualmente. Aperse un

occhio, sollevò la testa sul guanciale e domandò come in sogno:

--E i carabinieri?

Benvenuto ammorzò il lume in quel momento. Non rispose, ma pensò tutto

inquieto mentre la testa gli girava:

--O che ci sarebbero anche i carabinieri, adesso?

VIII.

L'orologio di papà Gedeone.

Dovete sapere che l'orologio di papà Gedeone era un orologio svizzero

dell'età di cento venti anni circa, acquistato da lui a Dresda e

inchiodato su la muraglia della sua bottega da quasi mezzo secolo.

Meraviglioso per un orologio! esso in tanti anni mai non aveva

sofferto il minimo guasto, non aveva mai sbagliato di un attimo e non

s'era mai dimenticato di suonar ciascun'ora puntualmente. Il suo

quadrante bianco con un poco d'acqua fresca perdeva sùbito le macchie

che le mosche vi avessero deposto; ed i suoi uscioli chiudevano così

bene il meccanismo da non lasciarvi penetrare nè meno un atomo di

polvere. Le sfere giravano tranquillamente da vecchie amiche di casa,

pulite dalla spazzola di papà Gedeone ed unte dalla penna d'oca di

Martuccia: il pendolo ondulava col suo sdegnoso tic tac, che papà

Gedeone a furia d'abitudine sentiva nelle orecchie anche di notte

mentre dormiva, e la rubiconda faccia di Guglielmo Tell dipinta sul

dinanzi della cassa continuava a muovere, da destra a sinistra e da

sinistra a destra, i suoi occhi neri che spaventavano i fanciulli del

paese.

In paese, da Lorenzo il ferraio a compar Matteo il sindaco, tutti

conoscevano l'orologio di papà Gedeone; ogni giorno anzi ne tessevano

il panegirico almeno quattro o cinque volte e, quando non avevano da

fare, or uno or l'altro si mettevano davanti ad esso con la faccia per

aria, a bocca aperta ed in rispettoso mutismo, a fine di non

disturbarne il lavoro.

La gente di campagna è molto appassionata per gli orologi di qualunque

genere; quel movimento nascosto e continuo che segna il tempo con una

esattezza a tutta prova è sempre oggetto degno di attenzione e

riverenza; ci deve essere alcunchè di sovrannaturale che, invisibile,

regola ed anima poche rotelle di stagno senza intervento d'opera

umana: e sarebbe ingratitudine non riconoscere l'ingegno superiore di

colui che ha saputo mettere insieme una macchina così bella ed

intelligente.

Lorenzo ferraio era, dopo Gedeone, il più entusiasta per l'orologio

magnifico; egli, che aveva l'incarico di custodir quello del

campanile, veniva ogni mattina ed ogni sera a consultarlo su l'ora

precisa e ben si può asserire che tutte le operazioni, i contratti, le

partenze e financo le messe del paese, erano stabilite e quasi

dominate dagli occhi di Guglielmo Tell.

Guglielmo Tell insuperbiva della propria onnipotenza; guardava

ironicamente quei bietoloni che lo ossequiavano e salutavano in mille

maniere, sorrideva sotto la barba rossastra ed il suo maggior

divertimento era mostrare che per lui non finivano mai gli anni, i

peli non incanutivano mai, non si chiudevano mai le pupille. Egli

pareva dire: ecco, io son padrone di tutti quanti. Cenate quando

voglio io: andate a letto quando voglio io: vi alzate quando voglio

io. So far di meglio che abbattere le poma in capo ai fanciulletti.

Prescrivo fior di leggi alle persone autorevoli del paese. Il

cappellano fa suonar l'avemaria quando glielo dico io; il sindaco

celebra i matrimoni quando glielo consento: il maestro apre la scuola

quando lo avverto. Nulla si può fare senza consultarmi. Anche il

sensale qui presso vende e compera le sue vacche dopo avermi chiesto

consiglio. Poveri diavoli! il cappellano morirà, il sindaco sarà

destituito, il maestro diventerà cieco e compare Folco perderà i suoi

marsupî. Boba da riderne. Io sono eterno, sfido la sorte, seguiterò a

spadroneggiare ad un altro sindaco, ad un altro cappellano, ad

un'altra generazione di uomini e di donne.

Al mondo nessuno potrebbe vantarsi d'altrettanto. Ed una persona che

non dorme, che non mangia, che non si ammala, che non invecchia e che

insomma è immortale ha ben diritto a qualche deferenza per parte de'

suoi simili.

*

* *

Fu Tata il primo che, una sera, si permise una ingiuria inperdonabile

contro l'orologio di suo zio. Papà Gedeone al deschetto batteva il

cuoio per un par di suole, diritto sopra lo sgabello imbottito, con

gli occhiali sul naso ed i grossi baffi grigi da vecchio militare

pioventi verso le labbra. Narrava per la centesima volta la storia

della propria giovanezza, collegata naturalmente con la storia

dell'orologio. Parlando, la sua voce di mano in mano intenerivasi

ognora più e gli occhi brillavano come braci.

Lorenzo ferraio, Toniello, Tata e Martuccia ascoltavano in silenzio

alla lucerna: Martuccia soffiava il naso ad ogni tratto, Lorenzo

ferraio e Toniello giocherellavano coi piccoli strumenti da lavoro e

Tata, molto burbero, picchiava gli scarponi per terra.

Oh! quell'orologio ne aveva pur visto di belle! Da solo aveva girato

il mondo più che tutti i presenti insieme. Nella genealogia de' suoi

possessori papà Gedeone sapeva essere stato un russo, un danese, un

maresciallo di Francia ed un sàssone. Il russo avevalo comperato per

quattro rubli dal fabbricatore di Ginevra; poscia, portatolo a

Nininovogorod, era stato costretto cederlo al danese. Costui, che si

trovava allora nell'esercito di Napoleone, voleva mandarlo in regalo

alla propria amante: ma la famosa ritirata gli tolse l'esistenza ed il

pendolo passò nelle mani d'un suo compagno, attendente presso il

maresciallo. Quel maresciallo, perdutosi con le proprie divisioni in

mezzo alla neve, senza un villaggio ove riposarsi, nè un'osteria per

rifocillarsi, nè un'almanacco su cui misurare il tempo, appendeva ogni

notte l'orologio entro la tenda e fu in questo modo che si potè

conoscere la durata del viaggio oltre il numero dei militari morti di

freddo o di fame. Tutte le volte che Guglielmo Tell moveva gli occhi

era una vittima nuova caduta nel terribile deserto.

Lorenzo ferraio rabbrividiva.

--Oh! non è qui tutto--ripigliò allora papà Gedeone cessando di

battere il cuoio.--Una mattina il maresciallo abbandonato da' suoi

dragoni fu raggiunto da un'orda intera di cosacchi i quali me lo

tagliarono a pezzi. L'orologio, ch'era legato ad un gancio della

tenda, nella mischia precipitò sul terreno; i miserabili non lo videro

e, quando un altro corpo dell'esercito passò per quelle contrade,

trovando il pendolo e guardando che ore segnavano le sfere, si potè

indovinar senza fatica il momento preciso dell'assassinio. Poichè il

meccanismo, nel percuotere contro il suolo, si era fermato. Così la

vedova del maresciallo ogni giorno, finchè visse, e visse a lungo, in

quello stesso momento andò a pregare per l'anima dell'infelice.

Gli altri fingevano strabiliare.

--Guardate un po' se par naturale una simile cosa? chi lo

imaginerebbe? un orologio così bravo ed istruito? che fa l'officio

d'un indicatore? che serve alla pietà d'una vedova, alla religione

d'una donna onorata?

Toniello non riusciva a capacitarsene.

--E quando penso--proseguì papà Gedeone--quando penso che mio padre

vedendomi arrivare, dopo quasi undici anni di lontananza, con

l'orologio sotto le ascelle, mi gridò sùbito: cosa diavolo porti? Bel

complimento, corpo di una saetta. Era questa la maniera di riceverci?

Ma è inutile; i vecchi non vogliono saperne di novità, nè di cose

buone e preziose.

Tata a questo punto non si contenne più. La storia della vedova non

gli piaceva.

--Oh! andate là, zio. Una grande trappola che è il vostro orologio!

Papà Gedeone lo guardò furibondo. Gli diede proprio dell'ignorante,

disse che i giovani della giornata non se ne intendono di nulla eppure

sono presuntuosi all'eccesso, minacciò di mandarlo via e lo chiamò:

razza di cane.

Tata divenne pallidissimo.

--Razza di cane a me! a me! perchè avete viaggiato un po' con lo zaino

in ispalla! perchè siete stato fantaccino undici anni! ah! giuraddio!

Insomma la voleva finir male. E, se Martuccia spaventatissima non

avesse guardato suo cugino con occhi supplichevoli riuscendo a

calmarlo, qualcosa di brutto succedeva davvero.

*

* *

Ma l'orologio di papà Gedeone, se non ve l'ho detto, era anche munito

d'una sveglia; bastava collocar la sfera più corta sopra l'ora che si

voleva; tiravasi il peso di piombo fin sotto la cassa e, quando

scoccava l'ora segnata, questo, perso l'equilibrio, scendeva in giù

quanto era lunga la funicella facendo suonar la batteria. Il piccolo

martelletto allora con un tremito convulso ed uniforme percuoteva

energicamente il campanello di bronzo, fatto a foggia di fungo e

collocato dietro la testa di Guglielmo Tell: era una musica

fortissima, che stordiva e lasciava per un pezzo il tintinnìo entro le

orecchie. Bisognava scoppiar dalle risa, tanto quella cosa era buffa.

Martuccia stessa aveva l'incarico, ogni sera prima di coricarsi, di

mettere la sferetta su le sei ore; all'alba papà Gedeone veniva

destato infallibilmente dalla sonora scampanellata e, quand'era in

vena, saltando con fretta dalle coltri mentre continuava il fracasso,

esclamava:

--Oh! Guglielmo Tell! taci dunque! blaterone! le femminette non hanno

certo la parlantina che hai tu. Se ti sente Don Rocco, chi sa che

predica, quando vai a confessarti!

E, dacchè la sveglia era stata aggiunta all'orologio, la soneria non

aveva mai anticipato nè posticipato di un secondo il proprio avviso

mattutino; onde nè il vecchio nè sua figlia si erano mai alzàti un

secondo prima o dopo le sei ore, sia d'inverno che d'estate.

Ma adesso vi dirò in che modo quella briccona di Martuccia, con la sua

grazia di fanciulletta ed il suo fare di monachella, si vendicò delle

brutte parole che papà Gedeone aveva detto a Tata, il cugino allegro

ed interessante.

*

* *

Un dopopranzo di novembre papà Gedeone era uscito un momento a

pigliare il suo tabacco lasciando sola in bottega Martuccia: faceva

scuro molto, cadeva una fittissima nebbia e, siccome egli non aveva

preso il mantello, ritornò sùbito a casa strascicando le ciabatte.

Aperto l'uscio improvvisamente fece scappar sua figlia che era in

piedi sopra una seggiola dinanzi al pendolo. Egli non se ne accorse nè

pure, accese la lucernetta e, fumando tranquillamente, si accomodò al

desco mentre Martuccia preparavasi a pulir le stoviglie.

Ben tosto arrivarono Tata e Nanno vaccaro, fratello di Lorenzo

ferraio, il quale portava un par di scarponi da mettere all'ordine.

Venne anche Toniello e la conversazione tra i quattro uomini si fece

più viva che mai.

Papà Gedeone rammentò loro i propri viaggi, le manovre che aveva fatto

in Germania e la rivista che aveva subìto davanti all'imperatore

d'Austria col re di Sassonia. Erano in ottantamila sotto le armi,

quella volta, e per la vecchia città di Dresda non si udivano che

rulli di tamburi e squilli di tromba.

--Oh! i bei tempi! e che buona birra!--mormorava papà Gedeone.--Per

mezza zvanzica se ne aveva due boccali ed inoltre ogni mattina i

furieri distribuivano un'oncia di tabacco a ciascun uomo. Nel giorno

della rassegna mi diedero due zvanziche. Affrattellàti insieme,

ungaresi, boemi, danesi, tirolesi, croati, veneti e lombardi,

percorrevamo le vie cantando come pazzi: e ci lasciavano cantare. Fu

un giorno fortunato. Vidi allora per la prima volta il mio pendolo in

una bottega d'orologiaio e per ben tre anni lo vagheggiai attraverso

la vetrina senza poterlo acquistare. Finalmente ottenni il mio

congedo: aveva quattro fiorini disponibili; entrai dall'orologiaio:

quanto volete?--Zwei gulden.--Hier sind sie. Geben Sie mir die Uhr.--E

partii trionfalmente col mio tesoro sotto il braccio, dopo averne

udita la storia per filo e per segno dal venditore. Egli me lo aveva

garantito fin da quel giorno, il buon tedescaccio, e non mi ingannò,

sangue di mia nonna. Gli italiani invece sono impostori e ladri.

Bisogna averli conosciuti quei croati per poterli giudicare come si

deve. Erano duri; ma non mentivano mai, ma non rubavano mai i denari a

nessuno e non credo che in tutta la terra, non faccio per vantarmi, ci

sia un orologio compagno del mio.

Papà Gedeone voleva proseguire il suo elogio dell'onestà croata,

quando le parole gli furono interrotte in bocca da un subitaneo

oscillamento negli ingranaggi del pendolo; tutti alzarono gli occhi e

nel silenzio della bottega vibrò, lungo, straziante, interminabile, il

segnale della sveglia. Il cilindro di piombo s'abbassava a poco a poco

tremando nell'aria come in preda ad un brutto male ed il martelletto

picchiava barbaramente il bronzo a foggia di fungo. Le orecchie ne

erano intronate e il sangue si gelò sul cuore di papà Gedeone.

Finalmente il peso, avendo percorso tutto lo spazio concesso dalla

funicella, s'arrestò presso la parete palpitando ancora per la paura

presa; negli ingranaggi accadde come uno scombussolamento generale e

il martelletto si fermò interrogando il vuoto: anche il pendolo cessò

di ondulare e gli occhi di Guglielmo Tell rimasero immobili di colpo,

sbarràti, curiosi, senza saperne il perchè.

Nanno vaccaro corse a chiamar suo fratello ferraio e Toniello

accompagnò Gedeone presso l'orologio tenendogli alta la lucerna: non

c'era che dire, bisognava che ci fosse qualche guasto, l'orologio era

forse rovinato.

Ed intanto, nell'ombra che facevano i due uomini, Tata e Martuccia

frementi e raggianti di gioia si baciarono due o tre volte su la

bocca.

Poi Tata venne anch'egli presso suo zio e con aria compassionevole

disse:

--Vedete, zio, se non è una trappola?

Martuccia sorrideva. Quanto a papà Gedeone era proprio sconsolato.

IX.

Don Bonomo è senza cena.

Dopo sei mesi che Bonomo dei Pollinetti era partito pe 'l seminario,

già reduce da Bergamo aveva assunto la propria carica di cappellano ad

Anona. Il vescovo, sapendo che in giovanezza Bonomo era stato ad un

pelo di farsi prete, appena gli dissero ch'egli aveva perso la moglie

lo fece chiamare e s'adoperò tanto che lo persuase a dedicarsi al

sacro ministero della religione. Si mancava di preti, in quelle

montagne, e il papa permetteva un mezzo straordinario per ottenerne,

reclutando alla meglio chiunque avesse o avesse avuto una preparazione

elementarissima. Bonomo veramente aspettò un poco prima di risolversi

al grande passo: non vi si era così facilmente risolto a diciott'anni,

dunque con maggior ragione doveva andar cauto a quarantaquattro. Ma

ciò che lo decise proprio all'ultima ora fu l'accorgersi che insomma

Petronilla non si voleva maritare e non aveva nessuna simpatia per

lui: il povero uomo la scongiurò cento volte, alla sua maniera,

cercando persino sedurla con regali e proferte di quattrini; e, visto

finalmente ch'ella era inflessibile, una bella notte formò il suo

piano di guerra.

All'alba, quando scese in cucina, Petronilla, con un grande fazzoletto

rosso annodato su la nuca, faceva bollire un po' d'acqua nella

pentola.

--Petronilla--disse Bonomo:--oggi tu sei libera.

Petronilla non mosse palpebra; solo crollò impercettibilmente le

spalle.

--Io vado in seminario--soggiunse il padrone.

--Vi fate prete?--mormorò ella alzando gli occhi celesti.

--Prete, sì.

Ella non credeva.

--Oh! vedrai!--proruppe Bonomo con la gola arsa dall'affanno. E stette

ad aspettare.

Petronilla tolse la pentola dalla catena, versò l'acqua in una

catinella di rame e poi, mettendosi le mani sul fianco, esclamò:

--Spero bene che mi darete quello che mi spetta?--E a mezzogiorno uscì

di casa con un grosso involto dopo aver salutato la mucca bianca e

baciato le belle capre allevate da lei. Bonomo era triste e si chiuse

in camera a piangere davanti agli abiti della sua defunta Pepa.

*

* *

Il presbiterio quando vi entrò don Bonomo dei Pollinetti era in

isfacelo. Sgretolavansi le muraglie, sfasciavansi gli stipiti ed i

soffitti cadevano in rovina. Il predecessore l'aveva lasciato in quel

modo fuggendo per la disperazione;--ma esso presentava per don Bonomo,

a malgrado di tutto, le comodità d'una curia. Egli se ne impossessò

beatamente con la compunzione indispensabile per la circostanza; fece

trasportare i suoi rustici mobili e li collocò lungo le pareti: non

osò cambiar di posto nè meno ad un travicello e lasciò che presso le

finestre i ragni tessessero le proprie tele. Solamente, perchè le

pareti erano troppo sudicie, si piegò dopo lunghi battibecchi col

sagrestano a dar loro una tinta verde, seminata di fiorellini azzurri.

Nei cantucci umidi si respirava lo stesso odore di antichità e di

muffa; ed ogni mattina Moschetto, scopando le camere, trovava su la

tavola uno strato di pulviscolo rosso.

Ma don Bonomo era felice. Serrò in un armadio gli abiti della povera

Pepa, li cosparse di tabacco perchè gli insetti non li guastassero,

comperò una piccola Madonna di gesso e, col cuore sanguinante, aiutò

in persona Moschetto a portare nella sua stanzuccia uno dei letti che

facevano parte del letto matrimoniale. Ahi! gli ultimi ricordi di quel

tempo andato e di quelle gioie terminate erano così per sempre

sepolti.

Don Bonomo si rassegnò. Una volta per settimana continuò le proprie

visite al camposanto su la fossa di Pepa, disse alla povera donna una

quantità di messe funebri e, fatta fabbricare da Zancastro una croce

di legno, vi pose egli medesimo questa epigrafe:

HIC . IACET .

. PEPA . POLLINETTI . IE .

. SUS . PER . ANIMAM . SUAM . AMEN.

Intanto alla mattina si alzava alla solita ora per leggere il

breviario: andava a trovare le capre verso mezzodì, a merenda faceva

una passeggiata e all'avemaria mangiava la cena preparata da

Moschetto. Le campane suonavano a distesa entrambe sopra il suo capo:

ed egli, seduto a tavola, beveva malinconicamente il freddo vinello di

Salò mormorando a voce bassa:

--Oh! Pepa! chi l'avrebbe detto? Eccomi cappellano. Se tu potessi

ritornare!

*

* *

Fu dopo un anno di questa solitudine che, improvvisamente, Don Bonomo

ebbe un incontro poco gradevole. Un pomeriggio, uscendo per la

passeggiata, s'imbattè a faccia a faccia con Petronilla.

Sempre bianca e paffuta ella sedeva a piedi scalzi sul margine d'un

sentiero, lasciando che le pecore brucassero l'erba tra le pietra del

monte.

--Vi saluto, Bonomo--ella disse con un sorriso confidenziale e

leggiermente ironico.

Don Bonomo, e ne fu tutto addolorato, sentì tremarsi le ginocchia.

--E che!--soggiunse.--Tu sei ancora ad Anona? Già ti credeva partita.

Che fai qui? A quanto sembra stai bene. Come è che non ti vedo mai?

Petronilla con falsa timidezza abbassò gli occhi.

--Oh! caro il mio Bonomo, non mi posso rallegrare della sorte. Ho

trovato un posto da papà Merlo e prendo tre franchi al mese, ma nè

pure una mancia.

Il discorso languiva. Entrambi erano imbarazzàti. Finalmente Don

Bonomo, fissandola in faccia con aria di schietto rimprovero, mormorò:

--E in chiesa non vieni mai? Tu trascuri la tua anima, Petronilla.

Petronilla picchiando per terra il bastone rispose:

--Giust'appunto: questa sera aveva fissato di venire da voi, in casa

vostra.

Novelle lombarde · 第 4 / 7 段