--Quale imprudenza!--proruppe Elena con suo fratello, trascinandolo in

bottega. E lì accovacciatisi alla stufa cominciarono a discorrere di

molte cose. Ella gli ripetè sottovoce, con inquietudine mal repressa,

che Bortolino si faceva sempre più insopportabile e non le risparmiava

umiliazioni di sorta e cercava tutti i modi per contraddirla. Quando

trattavasi di comperar Brunello, avendogli ella osservato che non

conveniva prendere una bestia così giovane e vivace, quel tristo

l'aveva sùbito voluta ed a caro prezzo; già due volte, lungo la strada

per Clusone, erano caduti insieme, l'uno su l'altro e con addosso il

baroccio carico di ferro. Si erano salvàti per miracolo. Ma

naturalmente Bortolino aveva aumentato da allora la sua affezione per

il puledro. Anche con una persona talvolta succede così: più la ci fa

male e più ce ne innamoriamo. Malgrado le cattiverie di suo marito,

non pareva forse ch'ella medesima raddoppiasse di premure per

lui?--Quanto alla bottega meglio non parlarne; un disordine

indescrivibile. Regalata via, si può dire, la roba di maggior

commercio e riempite le casse di cianciafruscole inutili; spese

ingenti somme nel dar la vernice agli scaffali e, per soprappiù, fatto

venir da Passevra quello scrocco di Marco, un fanciullaccio senza

voglia di guadagnarsi il pane, che mangiava alle loro spalle e si

divertiva col mettere la zizzania in casa. Elena aveva le lagrime agli

occhi: suo fratello ascoltava pazientemente, curvo, pensoso, con un

bicchiere di vino caldo a lato.

Il vento crebbe. Quantunque le porte fossero chiuse ermeticamente,

esso riusciva ad aprirsi l'adito anche tra le minime fessure e

precipitarsi nella bottega con rabbia, così che la fiamma ne tremolava

tutta. Dal di fuori poi giungeva un sinistro brontolìo di voci e un

fremere di pini secchi, come se le rupi si lamentassero o

scrosciassero insieme tre o quattro torrenti. I montanari vi sono

abituàti e non ne fanno caso. Marco, posto attraverso al banco,

leggeva un brano di giornale vecchio, Momolo finì con l'addormentarsi

ed Elena colse il momento per recitare il rosario.

Improvvisamente furono scossi tutti e tre da un colpo dato contro il

portone. Marco balzò di soprassalto dal banco.

--Sarà il vento--disse Elena senza meravigliarsi. Un secondo colpo si

fece udire; nello stesso tempo Brunello nitrì.

--Pazienza! mio marito è di ritorno--soggiunse ella; e si diresse

verso il cortile.

Ma, quando il portone fu aperto, Brunello, stanco, sudato, impolverato

e sporco di schiuma, fece il suo ingresso da solo, tirandosi dietro il

baroccio vuoto e urtandolo spietatamente contro i muri.

--Dov'è Bortolino?--gridò Elena atterrita.

Marco e Momolo si posero intorno al cavallo tastandolo, palpandolo,

guardandolo per di sopra e per di sotto, interrogandolo come se

avessero potuto cavarne qualcosa. Brunello, contentissimo di tante

carezze, continuava a nitrire e scuotere la criniera, come per

liberarsi dai fastidî, e fissava gli occhi annebbiàti dal sonno in

faccia alle tre persone.

--Santo Dio, è avvenuta una disgrazia!--esclamò Elena con voce

strozzata.

In quel momento Marco e Momolo si consultavano tra loro. La ruota

destra aveva perso un raggio e uno dei fanali era andato in frantumi.

Quand'ecco il garzone, toccando la bocca della bestia, s'avvide che il

morso pendeva slacciato e che le redini non c'erano più.

--Ormai è certissimo--ruggì egli pallido per l'emozione:--il

principale fu attirato in un'insidia; me l'hanno sorpreso, me l'hanno

derubato, me l'hanno assassinato!

Elena scoppiò in singhiozzi: Momolo da uomo prudente ed energico si

fece sùbito portare una corda, la adattò sui finimenti del cavallo,

salì in cassetta e raccomandando la calma si mosse fuor del cortile.

--Vengo anch'io, vengo anch'io--mormorava Marco desideroso di poter

scarrozzare: ma quell'altro non voleva incomodi e senza tanti

complimenti si liberò di lui con una scudisciata.

Poi giù, giù, lungo il Serio a rotta di collo. Passò per Bondione e si

arrestò un attimo da Gervasio a chiedergli notizie. Sbucarono su la

via in quattro o cinque, ma non seppero dirgli nulla di preciso.

Avevano sentito rotare un paio di volte il baroccio: ma, siccome

stavano giocando animatamente, non s'erano accorti da che banda

venisse e per dove si dirigesse. Altro non si poteva aggiungere.

Momolo non diede spiegazioni di sorta e proseguì. Era forte e

coraggioso, ma trovandosi in mezzo a quel buio profondo, affatto solo

e senz'armi, appena l'impressione del primo istante fu sbollita si

pentì di non aver chiesto a Gervasio un fucile, un coltello, una

difesa qualunque. Non gli conveniva rifar la strada: scese dal

baroccio, strappò un grosso palo da una vigna e, munito di esso,

continuò con maggiore confidenza.

Il Serio rumoreggiava rompendosi contro le sponde: nembi di polvere

volavano per l'aria e le zampe del puledro battevano il terreno come

colpi di martello. Momolo passò davanti alla propria casa.

--Guarda--pensò.--E se domandassi qualcosa a Petronilla?

Egli fermò di nuovo la bestia, si lanciò dal baroccio, girò intorno

all'orto, s'accostò alla finestra posteriore del pianterreno e,

spingendo la destra oltre l'inferriata, percosse leggiermente i vetri.

--Petronilla!--gridò.

Nessuno rispose.

--Petronilla!--replicò più forte.

Ma il vento portava lontano la sua voce.

Allora si decise ad entrare. Movendosi verso il muricciolo di cinta e

la porta d'ingresso, inciampò in qualchecosa di mobile e penzolante;

pareva una bacchetta, o una corda, o una coreggia. Si chinò, la

raccolse e, seguendone il corso con la palma, venne a toccare

l'inferriata stessa. La distaccò, ritornò al baroccio, alzò fin sotto

i raggi del fanale quell'arnese trovato e non potè reprimere

un'esclamazione di meraviglia.

Erano le redini di Brunello!

Non molte cose dunque si potevano sospettare.

Con ogni probabilità i ladri, assaltato Bortolino, avevano legato il

suo cavallo in quel luogo e si erano allontanàti di fretta. Questo per

due motivi: o perchè si trovavano in condizioni tali che il carro ed

il cavallo non avrebbero potuto condurli seco senza pericolo di

compromettersi e tradirsi; o perchè intendevano di far perdere in

questo modo le proprie traccie. Comunque si fosse, Bortolino o era già

spacciato o stava in un brutto rischio e quanto a Brunello, stancatosi

di rimanere al vento ed al freddo, rotte con uno sforzo estremo le

redini forse già guaste nell'assalto, da animale intelligente era

tornato a casa. Nessun dubbio in proposito: Momolo ebbe un capogiro.

Tosto, macchinalmente, risolutamente, a passo fermo penetrò nell'orto

con le briglie ripiegate su la mano. L'uscio esterno era spalancato:

un filo di luce passava dalla fessura dell'uscio interno: Petronilla

non aveva ancor lasciata la cucina. Egli ne provò stupore. Sua moglie

nel salutarlo due ore prima gli aveva promesso di coricarsi di lì a

poco. Come spiegare questo cambiamento?

Momolo si diresse in fondo all'andito, cercò il saliscendi, lo

compresse e s'inoltrò nella cucina.

Egli rimase pietrificato.

Sua moglie e Bortolino sedevano al focolare tenendosi per mano e

discorrendo liberamente in un dolce abbandono.

Fu un lampo.

Una folata di vento spense il lume; e Momolo, così all'incerto

chiarore della fiamma, si gittò sopra Bortolino mentre sua moglie

cadeva in ginocchio per terra gridando:

--Santa Vergine! santa Vergine! aiuto!

Ma Bortolino non ebbe tempo di salvarsi dietro la tavola, nell'altra

camera, in una parte qualunque; non tentò nè meno di reagire: una mano

di ferro lo avvinghiò per la gola e sentì cinque dita che lo

soffocavano. Contemporaneamente Momolo, adoperando le grosse redini a

mo' di sferza, gli diede cinque o sei colpi sul viso con tutta

violenza, spietatamente, ferocemente, in mezzo alle più nere

bestemmie.

--Pensa! pensa!--gemeva lo sciagurato impallidendo per lo spasimo.

E Momolo si arrestò di botto lanciando le redini in grembo a

Petronilla. Quindi prese il cognato per le braccia, gli fece varcare

la soglia, serrò l'uscio a chiave e risalì sul baroccio insieme con

lui.

--Ringrazia Cristo che ho dimenticato il bastone sul carro!--brontolò

gettando il puledro al galoppo. E non aggiunse altro per tutto il

viaggio, ma si mise a piangere silenziosamente.

Quando Elena udì il passo di Brunello che s'avvicinava di furia, tremò

per l'angoscia e congiunse le mani in atto di suprema preghiera. Marco

da un pezzo correva per Bondione raccontando l'avvenimento e

commentandolo in mille modi. Alla statura, al profilo, al tutt'insieme

ella indovinò che l'uomo arrivato con suo fratello era Bortolino. La

gioia la rendeva pazza; gli si precipitò nelle braccia, lo baciò sul

viso e su le spalle, l'attirò in casa, sospirando, senza parlare. Ma

al lume della lucerna si accorse che Bortolino era bagnato di sangue;

due solchi profondi gli fendevano le guancie e gli abiti portavano

grosse macchie rossastre.

--Tu sei ferito! tu sei ferito! oh! per amor di Dio! quale

disgrazia!--susurrò affannosamente. Momolo guardava smorto come un

cadavere.

--Non è niente!--disse Bortolino.--Brunello mi ha rovesciato sovra un

mucchio di pietre.

Elena proruppe in acerbi rimproveri.

--Bortolino: vedi adesso? non te l'aveva detto io? oh! se tu mi avessi

obbedito, Bortolino! se ora sei rovinato, colpa tua, colpa tua: e mi

rincresce ma ti sta bene.

Bortolino dal ferro per togliersi alle seccature si coricò. Elena

accomiatato il fratello gli portò vino caldo, gli raccomandò che

sudasse, lo vegliò come un bambino, preparò le bende per fasciargli le

guancie.

In quella giunse Marco.

--Lena!--gridò stando abbasso.--Dove siete? oh! se sapeste! il

principale è annegato. Ho visto le sue scarpe su la sponda. Vado a

Gromo per i carabinieri.

Elena, chiamandolo imbecille, gli ordinò di salire. Visto Bortolino

sotto le coltri egli stralunò tanto d'occhi.

--Oh! quella bestia d'un puledro!--ripeteva la povera donna.--L'ha

scaraventato nel letto d'un torrente e le pietre gli han lacerato la

faccia. Così dicendo sollevò un poco le coltri e la fasciatura, per

mostrare a Marco le piaghe di suo marito.

--Pietre?... pietre?...--mormorò Marco incredulamente.--E pensate che

le pietre....

Bortolino seccato gli additò la porta con un gesto eloquente.

Pochi giorni dopo Brunello era venduto ad un mercante girovago e Marco

tornava a Passevra sfrattato per sempre.

Elena fu contentissima.

XII.

Le nozze.

Din don dan...

La contrada era piena di gente: uomini donne, vecchi, bambine, quasi

ammonticchiàti gli uni su gli altri. E tutte quelle faccie impazienti

erano volte verso una sola parte dove aprivasi il portone della chiesa

come un gran buco nero, sormontato dagli affreschi allegorici. In

fondo, presso l'altare, lucevano alcune fiammelle, cioè lampade e

candele, schierate intorno ai dieci vescovi di rame inargentato:

presso il campanile una ventina di fanciulletti ondulavano in su ed in

giù, vociando e battendo le mani allorchè passavano i chierici in

cotta bianca.

Quand'ecco la porta dell'uffizio comunale si aperse; il cursore

comparve col berretto di gala in testa e la guardia forestale gli

tenne dietro, curva nella sua divisa grigia dagli orli verdi. Poi

uscirono tre o quattro contadini vestiti di scuro, poi spuntò lo

sposo, poi finalmente la sposa, timida, timida, con l'abito color

latte e vino, un gran velo nero buttato sul capo e gli occhi bassi

verso terra.

Fu un grande scoppio di grida, saluti e risa: la comitiva s'ingolfò

nella chiesa e la folla dentro anch'essa confusamente, allegramente.

Il cappellano, a suon d'organo, celebrò il matrimonio, in piedi sui

gradini dell'altare parato con un damasco a fondo verde e striscie

d'oro. I balaustri di marmo splendevano spolveràti e ripuliti con

cura: dalle muraglie bianche pendevano i piccoli quadri della

passione, ornàti da una crocetta di stagno. E la cerimonia fu breve;

quattro genuflessioni, quattro parole in latino, una benedizione e gli

sposi vennero lasciàti in libertà. Poveri diavoli! avevano le orecchie

intronate e il sangue in orgasmo.

Procolo coi due camerati, un paio d'altri amici e suo padre precedeva

di venti passi Luigia e le donne: che, affrettando il passo per la

strada un po' fangosa e fredda, incespicavano contro le pietre e

sudavano dal capo alle piante. Esse non ciarlavano molto: avevano fame

ed erano stanche.

Quanta poesia in quel viaggio traverso i campi leggiermente velàti

dalla nebbia di febbraio, dove sorgevano i pioppi alti e nudi e si

vedevano sbucar su dal verde le casette bigie coi comignoli rudi e le

finestre ben chiuse! Anche Procolo ne era commosso, senza capir come e

perchè: egli taceva e sorrideva, felice come non era stato mai.

Arrivarono in paese. Là pure una quantità di persone li aspettava,

curiose di veder la nuova compagna. E fu un urlo, un chiasso

indiavolato intorno a loro, perchè alcuni salutavano Procolo, altri lo

perseguitavano a facezie, altri fingevano insultarlo. La sposa per la

vergogna non sapeva più in che mondo si fosse: cento occhi la

squadravano di sotto in su, encomiando o censurando il suo

abbigliamento per il colore, la foggia, il portamento, il velo, gli

spadini e la capigliatura. Perocchè avevano osservato che gli spadini

erano moltissimi, cinquanta circa, e ricchissimi, cioè ben lavorati e

d'argento fino; ma si erano anche accorti che la rendevano troppo

grassa con una faccia di luna piena.

A casa li attendeva un'insidia; i parenti e coinquilini avevano

internamente barricato il portone: onde, mentre gli uomini con Procolo

facevan di tutto per aprirlo con urti, spintoni e colpi di pugno, alla

sposa sopraggiunta furono lanciate pallottole di neve, prese chi sa in

che luogo. Le sue compagne distribuivano confetti.

Il portone si schiuse cigolando; l'ostacolo era vinto: i puntelli

caddero spezzàti con frastuono. Ma un gemito lungo, acutissimo,

doloroso si udì improvvisamente nel cortile e ben tosto un cagnaccio

grosso e peloso fu visto scostarsi zoppicando e guaendo. Nello

sfondare il portone l'avevano percosso e ferito.

--Oh! per amore--gridavano in coro le donne. Procolo arricciò il naso

e scosse il capo.

--Povera bestia--mormorò Luigia inoltrandosi verso il cane. Ma Procolo

la prese per un braccio.

--Fa piacere--le disse.--Ecco un brutto pronostico. Se fossi

superstizioso...

--È vero, è vero--mormorò sua madre.--Non è bello niente! non mi

piace, ti dico!

E tra lei e Procolo si diedero a percuotere il cane facendolo

scappare.

--È un cane forestiero. Donde è capitato? non l'ho mai

visto--brontolavano.

Luigia tacque ma provò nel suo cuore un sentimento di ribellione.

*

* *

Una cognata, già cuoca del cappellano, aveva l'incarico di preparare

il sontuoso pranzo nuziale. Ella comparve su l'uscio e li accolse

tutti con abbracci, baci ed evviva. Era donna assai allegra ed avrebbe

fatto bene alla compagnia. La seguirono in cucina dove sotto l'immensa

cappa fumavano cinque o sei paiuoli di spropositate dimensioni,

accanto a due padelle prese a prestito dalla moglie del medico. Alcune

tavole messe in fila e ricoperte con un lenzuolo costituivano la

mensa: e su di essa già stavano allineàti i bicchieri di qualità

diverse, i piatti di stagno e di maiolica, qualche bottiglia, molte

scodelle, a fiori azzurri, per il vino. Poichè, dietro l'uscio che

metteva nella camera degli sposi, appoggiata al muro modestamente

celavasi una brenta scura, piena di quel fino e mal coperta con un

giornale ingiallito. Le sedie e le panche ancora in disordine; un

gatto antico accoccolato sul davanzale della finestra: in un canto le

vanghe e gli altri arnesi di campagna. Tutt'insieme la stanza era di

bell'effetto e pareva una sala _mangé_, secondo il linguaggio di papà

Benigno. Il quale, morsicando l'eterno mozzicone di sigaro e

premendolo in modo da farne alzar la punta verso il suo naso,

continuava a girare di qua e di là, col laconismo solito ai vecchi, e

già mezzo cotto attirava seco or l'uno or l'altro: se osava dir

qualche buaggine, i figli o la moglie rispondevano bruscamente ed egli

tacito ritiravasi svelto, come se volesse scappare. La sua gloria era,

quel giorno, di mostrare a tutti la bella camera degli sposi, l'unica

nella casa che fosse a pianterreno, situata ad oriente, imbiancata di

fresco e asciutta come una stufa. Là si custodiva entro casse lavorate

la biancheria di famiglia; ed in mezzo sorgeva il letto matrimoniale,

nuovo, soffice, con la coperta gialla: la dote di Luigia.

Finalmente si avvertì che la tavola era pronta; i convitati

rumorosamente entrarono da ogni parte e per buona precauzione si

chiuse l'uscio d'ingresso. Alcuni fanciulli discacciàti a quel modo,

non volendo perdere la bella scena, si arrampicarono sul fico del

cortile e spinsero il faccione rosso traverso le grate della finestra.

Essi disturbavano; per accontentarli e farli andar via Procolo e papà

Benigno lanciarono loro manate di confetti.

E i confetti caddero, mescolandovisi, in tutte le vivande. Il riso ne

era pieno; pieno pure l'arrosto, piene le scodelle e i bicchieri. Uno

dei camerati se ne indispettì. Come mandar giù quella roba? non aveva

mai visto nulla di simile, stessero un po' quieti, lo lasciassero in

pace, le cose lunghe diventano serpi. E tutti a ridere, a gridare, a

beffarlo: gliene fecero tante che lo costrinsero ad alzarsi ed allora

gli corsero dietro, gli fecero inghiottire a forza molte scodelle di

vino, le donne lo carezzarono, gli amici lo rimproverarono. Papà

Benigno, deposto il sigaro su la tovaglia, mangiava silenziosamente,

guardando in giro: e quando cambiavano il piatto (di rado) riprendeva

tra le imberbi labbra quel povero mozzicone spento, come

un'inseparabile compagnia. Sua moglie, curva presso di lui, rideva

pronta a malignare su tutto e di tutti.

Ma Procolo si accorse che Luigia era assai triste non mangiava. Una,

due, tre volte lasciò la camera e sparve nel cortile, furtivamente,

credendo non essere osservata.

--Che hai Luigia?--mormoravale all'orecchio E di soppiatto le cingeva

il fianco.

--Nulla, ho.

--Non sei contenta?

--Altro!

--Perchè non parli?

--Ma... sai bene...

E Procolo accarezzavala affettuosamente, diventato distratto

anch'egli. Perchè dunque così taciturna e pensosa? non le piaceva

essere vicino al suo marito? forse trovavasi impacciata tra persone

che non conosceva? forse le rincresceva di abbandonar la sua famiglia?

Un'idea terribile gli venne. Si rammentò di Battistino, quegli che la

voleva sposare, prima di lui: il bel legnaiuolo che l'aveva

innamorata, il birbante che si ubbriacava sempre e che, dopo una

sanguinosa rissa co' suoi compagni, era scappato chi sa dove, indarno

cercato dalla giustizia.

Senza dubbio il poco di buono minacciava qualche tiro de' suoi.

*

* *

Venne la sera e presto. Procolo mandò a chiamare il vecchio Martino,

il quale arrivò trascinando il suo organetto mezzo sconquassato e

difeso da tela verde. Egli si mise davanti alla porta e cominciò a far

girare il manubrio mentre le note scappavano fuori dello stromento

come stridi, andando in su ed in giù, a destra e sinistra, scordate,

aspre, matte; grattavano le orecchi.

Pure, a quella musica, il più giovane dei camerati sentì agitarsi il

sangue, non potè star fermo, afferrò una qualunque fra le donne e via,

prese a far salti con lei, battendo i tacchi sul pavimento,

strisciando, curvandosi, inchinandosi come sogliono i ballerini di

campagna. L'esempio non dispiacque; altre coppie lo imitarono: la

festa raggiunse il suo momento di crisi. Quelle gambe pesanti e rudi

balzavano per la cucina, intorno alla tavola, picchiando calci contro

le sedie e le panche del focolare; le faccie diventarono rosse e, in

mezzo al frastuono, alla polvere, ai canti, si videro anche i vecchi a

sorridere, il vino bagnò le pietre del suolo, qualche scodella cadde

in frantumi: l'ebbrezza invase tutti i cervelli e i poveri diavoli

dimenticarono di essere poveri diavoli.

Ma Procolo era sempre triste: una ruga gli traversava la fronte e il

suo occhio non brillava come quel degli altri.

Scoccarono le dieci: bisognava separarsi; la famiglia di Luigia si

apparecchiò a partire: nuove grida, nuove proteste, nuove promesse da

ogni parte. Quelli fuor dell'uscio insistevano perchè quelli di dentro

si staccassero una buona volta; quelli di dentro non terminavano mai

di salutarsi. Finalmente se n'andarono; i camerati, per prendere un

po' d'aria, proposero d'accompagnare a casa le donne: si munirono di

bastoni e sigari, bevettero l'ultima bicchierata e poi via.

La cucina restò deserta, nel suo disordine, piena di fumo e d'aria

calda. S'avvicinava il momento solenne: il rustico talamo chiamava i

due sposi per iniziarli alle sue delizie. Luigia tornò dall'aver

condotto i suoi fino al portone di strada: depose il lumicino alla

tavola e gettò un sospiro. Ella sentiva un penoso malessere,

un'angoscia indefinibile, una paura strana: l'ignoto che stava per

affrontare la sgomentava. Attese che Procolo dicesse la prima parola.

Papà Benigno e sua moglie stavano in piedi, guardandoli

silenziosamente.

Procolo si rivolse ad essi.

--Ho da parlarvi--proruppe. Egli fremeva. Indicò a Luigia l'uscio

della camera matrimoniale e la invitò ad entrarvi. Luigia lo guardò

arrossendo, stupita, quantunque ciò dovesse recarle piacere. Come! non

veniva sùbito con lei? Anche la mamma strabiliava.

--Ho da parlarvi, mi pare--ripetè Procolo con gli occhi luccicanti; la

sposa, senza aprir bocca, si scostò, aperse l'uscio, scomparve.

--Che significa questa cosa?--mormorava

papà Benigno.

Procolo riflettè un istante poi disse:

--Aveva ragione io di esitare quando mi avete proposto colei...

Prendete. Ora è troppo tardi.

--Sei matto?--aggiunse allora sua madre.

--Niente matto! Lo fossi!--E, abbassando la voce, guardandosi intorno,

domandò:

--Vi siete accorti che oggi tre o quattro volte Luigia si è

allontanata durante la cena, è uscita nel cortile con alcuni pacchi

nascosti sotto il grembiale e quando rientrava era confusa ed

inquieta?

--Non ci siamo accorti di nulla--dissero i due vecchi.

--Ebbene, ho visto io.--E preso il lume s'avvicinò alla porta

d'uscita. Egli era male in gambe.

--Seguitemi--susurrò con voce sepolcrale.

*

* *

Era una bella sera. Di quelle sere invernali fredde ma azzurre che non

sono frequenti nella campagna lombarda. Il cielo vedevasi punteggiato

di stelle e l'aria sembrava più limpida, più buona a respirare.

Procolo, suo padre e sua madre traversarono il cortile deserto. Su per

i muri della casa arrampicavansi le sottili ombre delle viti; il suolo

duro suonava ad ogni passo. E il lumicino mandando intorno la sua luce

tremula rischiarava la scala esterna di legno, con la sbarra contorta,

e, più sotto, le finestrine dai vetri appannàti, e, più oltre, i

fienili gonfi di biada, le stalle chiuse, i carri solitari. Procolo

andò al portone e diligentemente lo serrò, sbarrandolo con la piccola

trave e il catenaccio. Indi, afferrata una verga di acciaio che si era

staccata da un de' carri, mosse verso la cascina. Giunto a poca

distanza dal muro si volse di botto.

--Vedete la rimessa?--mormorò.--Ebbene, là c'è un uomo.

--Oh! per amore!--gridò la vecchia spaventata. Papà Benigno, non più

sorridendo, levò le palme di tasca.

--Sì, vi dico. Un uomo, un uomo, un uomo. È lui. Adesso vedrete....

--Non farti male; Procolo, torna indietro!--gemeva la vecchia.

Ma Procolo non udiva più, fingeva di non udire. Si appressò alla porta

della rimessa e stette origliando. Padre e madre lo raggiunsero. Un

filo di luce partito dal lumicino traversò le fessure e andò forse a

turbar ne' suoi pensieri, nel sonno, la persona ch'era là dentro. Si

udì un piccolo gemito.

--Vi pare?--disse Procolo.--Aperse e penetrò nella rimessa. Papà

Benigno, serio serio e quasi imbronciato, lo seguiva. A destra, verso

il fondo, dietro una catasta di legna, scorgevasi a terra un mucchio

di paglia; ad un metro di lontananza, in mezzo alla camera, stava una

scodella vuota: sopra la paglia un'ombra nera immobile.

Procolo brandì la pala di ferro, tese innanzi il lume e guardò.

Rimase stupefatto.

Su la paglia giaceva quel cagnaccio bruno ferito durante il giorno,

quando si era aperto il portone. La povera bestia nel delirio della

febbre guardava con gli occhi timidi e lucenti; la sua zampa, fasciata

da una mano pietosa, tendevasi rotta ed inanimata.

--L'ho sempre detto io che sei un gaglioffo--proruppe Benigno. E andò

via borbottando.

*

* *

Procolo ardì entrar nella camera nuziale. Luigia sopra una cassa

piangeva dirottamente.

--E ora? che avete fatto?--disse a suo marito con voce soffocata dai

singhiozzi.

--Nulla. Scusa. Quel che è stato è stato....

E venutole presso, bruscamente, rozzamente, sur una delle guancie, a

caso, le diede il primo bacio.

Così tardi? si potrebbe dire.

FINE.

INDICE

PREFAZIONE Pag. 5

Il ratto di Sabina » 9

La passione di G.C. » 19

Storia di Matteo Vento » 35

Una vittima » 53

Storiella invernale » 65

Giustizia per tutti » 75

Maometto » 91

L'orologio di papà Gedeone » 105

Don Bonomo è senza cena » 117

Papà Gedeone ha ceduto » 129

Le redini di Brunello » 145

Le nozze » 157

LA CRONACA ROSSA

DI

LETTERATURA, SCIENZA ED ARTE

in vista dello straordinario successo che ottenne in due anni di

battagliera esistenza, col nuovo anno è escita settimanalmente, con

copertina di maggior lusso e illustrata.

Novelle lombarde · 第 6 / 7 段