--Rovinato!--gemeva il povero uomo.

Matteo Vento fingeva di non sapere.

--Come! signor padrone! non era in casa? oh! quale imprudenza! non

l'avrei immaginato! ed io che lo credeva morto! udendo il colpo di

fucile pensai che me lo avessero accoppato.

Poscia entrarono insieme nella casa.

--È strano! è strano!--continuava il principale perdendo la testa.--I

ladri! per la finestra! ed hanno sparato lo schioppo!

Matteo Vento cercò di acchetarlo.

--Signor padrone, ho fatto il mio dovere. Ma ella non ha fatto il suo.

Ora è tardi. Inutile muovere lamenti. Erano uomini furbi, col pelo su

lo stomaco. Non per nulla riuscirono a derubar quel proprietario di

Gromo ed il mugnaio di Fiumenero: stavolta è toccato a lei. Metta un

voto a Santa Caterina, che ha salva la pelle!

IV.

Una vittima.

I due fratelli, ciechi di rabbia, dichiararono un'altra volta che non

se ne volevano impicciare. Essere già abbastanza compromessi; aver già

perduto l'onore in causa di Giulia: credersi fin troppo indulgenti a

permettere ch'ella rimanesse in casa e che in casa compiesse l'ultima

imfamia cui l'aveva condotta la sua colpa. Non poterle perdonare; far

le pratiche opportune per separarsene sùbito: apparecchiarsi anzi a

interdirle una porzione del patrimonio ereditato. Giulia su le prime

sperò ancora che i fratelli, così crudeli in apparenza, non avrebbero

avuto coraggio di abbandonarla nel punto estremo; sperò che si

sarebbero mossi a pietà, per essere stata sempre affettuosa con loro

ed anche credersi molto innocente nel fallo in cui era precipitata.

Quando comprese che la risoluzione minacciata era proprio

irremovibile, quando s'accorse che la sfuggivano e che a vederle i

fianchi grossi le gittavano parolaccie di sprezzo o di insulto, allora

si rivolse completamente al suo Vittorio, al solo Vittorio, pensando

che era meglio così, perchè d'ora innanzi forse non sarebbero più

divisi; le carezze dell'amante, uniche per lei su la terra, le

sembrerebbero più care ed ammorzerebbero anche il rimorso d'una

imprudenza inesorabilmente punita.

Con tal fede Giulia, molti giorni prima di mettersi a letto, scrisse

una pagina passionata all'amico e gliela fece pervenire per mezzo di

Lorenzo, il vecchio servo stato complice principale di quell'amore ma

che adesso, lagrimoso, pallido, strappavasi i capelli bianchi, pentito

di non aver interrotta a tempo una simile tresca apportatrice di tanti

guai alla sua padroncina, alla sua figliola. Passarono due settimane

interminabili, mestissime, senza che giungesse nè pure una risposta di

Vittorio; il terribile istante s'avvicinava: Giulia ignorava ancora

che sarebbe di sè.--Finalmente, un venerdì mattina, Lorenzo entrato

nella camera della poveretta la svegliò per consegnarle una lettera

che aveva ricevuto dal giovane con grande mistero, con grandi

precauzioni. Giulia si fece aprire le griglie; ringraziò il buon servo

e, lacerata trepidando la busta, lesse avidamente. Ma non era ancora

arrivata alla fine che le si oscurò la vista, il sangue le affluì al

cuore e dalle dita tremanti il foglio le cadde al suolo. Vittorio

confessava di non poterla aiutare; compiangeva la sua condizione;

avrebbe voluto chiederla in moglie;--ma gli mancavano due anni alla

laurea;--la scongiurava a non perdersi d'animo, a lasciar passare la

burrasca e a confidare nella provvidenza;--giovane, bella e ricca

avrebbe poi sempre trovato da collocarsi meglio che con un miserabile

avvocatuzzo; conservasse buona memoria di lui che, alla sua volta, non

dimenticherebbe le dolci ore godute insieme ed un affetto così

gentile.

Allora soltanto Giulia aperse gli occhi. L'animo di quel traditore le

apparve in tutta la sua viltà; percossa in poco tempo da tanti colpi,

non ebbe nè anche la forza di illudersi maggiormente e di lenire il

proprio cordoglio con altre lusinghe: il disinganno era completo.

Perciò, dispersa rabbiosamente quella pagina brutale dopo averla

ridotta in brani, si distese, bianca, dissanguata, immobile, su le

coltri deserte: e, senza dare un gemito, senza versare una lagrima,

aspettò la notte intanto che il servo, imaginando l'accaduto,

s'affaticava indarno a consolarla, a baciarla, a supplicarla,

balbettando, singhiozzando, inginocchiandosi a terra, chiamandola coi

nomi più affettuosi. La fanciulla aveva preso una risoluzione

anch'ella: tacere, languire e morire in un'agonia degna della sua

disgrazia, in un'agonia d'inferno che ricadesse tutta sul capo di chi

l'aveva provocata.

Quando, verso sera, l'assalsero improvvisamente le prime doglie!

l'affanno, l'ira, il raccapriccio avevano precipitato il parto. Ma,

invece di atterrirsene, Giulia, a quel doloroso annuncio della

maternità, d'un tratto sentì rinascersi a vita; una promessa nuova per

l'avvenire le brillò nella mente: i nuovi doveri che si sarebbero

richiesti da lei la persuasero che i suoi giorni potrebbero essere

utili ancora nel mondo per qualcheduno. E già, colorandosi le guancie,

con la fantasia esaltata per la febbre si vedeva ignota, lontana, in

altro paese, tranquilla e felice al fianco d'un pargoletto, che

sbocciasse come un fiore sul tradito seno materno, che imparasse dalla

sua bocca a pronunciare i primi accenti, che crescesse simile a lei

nell'occhio, nel viso, nella pietà. Allora per la sventurata si

replicherebbe l'esistenza solitaria e serena trascorsa nel decrepito

castello dai saloni vasti e vuoti, dalle umide muraglie, dalle

finestre altissime, dove, orfana, era sorta semplice ed ignara del

mondo in mezzo ai fratelli ruvidi e interessàti presso i quali, unica

donna della casa, aveva fatto le veci d'una madre o d'una schiava,

amandoli, obbedendoli, sopportandoli, servendoli. Il suo bambino le

rammenterebbe i tempi soavi perduti; ella farebbe ancora da madre:

amerebbe, obbedirebbe, servirebbe alle tenere voglie di lui: una

seconda vita di pazienza, di lavoro, di abnegazione, di sacrificio

sarebbe il guidernone d'ogni antico dolore; i baci del suo fanciullo

ben la delizierebbero più che baci di quell'infame, al quale potrebbe

for'anco augurare gioie non meritate e l'oblio d'un rimorso

inevitabile.

Però sul vespro le doglie diventarono così violente che, malgrado i

continui sforzi per celarle, Giulia dovette confessarsi col vecchio

servitore. Questi, all'inattesa notizia, si turbò tutto; ma,

parendogli che non fosse ancora tempo, le raccomandava riposo e le

chiedeva se non s'ingannasse alle volte su la natura del

male;--tuttavia, dopo averla assistita per alcune ore, visto insomma

che non c'era più dubbio, manifestò la sua intenzione d'avvertirne i

fratelli. Giulia, quantunque resa pazza dai tormenti, si rizzò sul

letto con gli occhi di fiamma e afferrando i polsi di Lorenzo: "tu"

gli disse, "tu andrai a cercare la levatrice; nessun altro, intendi? i

miei parenti non devono saper nulla!" Così il vecchio, a testa curva,

ingoiando il pianto che lo soffocava, si recò in fretta a casa della

levatrice; e non osò destare le donne, avendo Giulia dichiarato che

non voleva nessuno in camera affinchè il segreto non si diffondesse,

affinchè i fratelli non avessero a rampognarle poi l'ultima vergogna

della famiglia. Non bisognava opporsele. Quella giovanetta sensibile,

nervosa, esasperata dalla persecuzione, era capace di ogni follia.

Appena arrivata, la levatrice, messa già al corrente da Lorenzo lungo

la via, interrogò Giulia sovra i soliti particolari, senza mostrare

alcuna meraviglia, trattandola con la massima dolcezza. Ma Giulia

cominciò ben tosto a scuotersi; la fronte le si bagnò di sudore; le

sue membra tremavano forte; dalla strozza involontariamente le

sfuggivano gemiti compressi; morsicavasi le pugna in silenzio,

delirando: allontanava le coltri con impeto, come se le bruciassero la

carne, come se la schiacciassero. Bisognò adagiarla; si discostò la

candela; si apparecchiarono pannolini e vasi d'acqua, la si tenne

ferma, la si calmò con mille sommessi rimproveri, con mille

carezzevoli minaccie: e, tra gli spasimi, verso mezzanotte, ella diede

finalmente alla luce un bambino.

Da principio la puerpera stette alquanto quasi persona stanca per

lunga fatica; aveva la bocca serrata, le nari tumide; i suoi muscoli

s'agitavano ancora sotto l'impressione del male e si lasciò rivolgere

ed accomodare senza resistere, come se non s'accorgesse di nulla. Poi

adagio adagio riprese i sensi; ebbe sussulti di vomito; sospirò: si

mosse. Lorenzo pendeva su la sua testa; gli sorrise. E, accomodandosi

per istinto con la mano diafana i capelli sparsi, risollevò il collo

sul guanciale, girò intorno le pupille come in cerca di qualcosa che

le mancasse, mentre dalla sue labbra smorte partivano voci interrotte.

La levatrice indovinò; si fece vicina: e mormorando frasi

inintelligibili, con gesto imbarazzato, le sporse il bambino. A quella

vista il corpo della giovane madre parve infiammarsi; un'ultima vampa

di sangue le salì alle gote: diede un rauco accento di gioia suprema

e, sbarrando gli occhi, stese le braccia per trascinarsi al petto

quella piccola creatura delle sue viscere...

La piccola creatura era fredda ghiacciata.

Giulia la lasciò cadere di piombo sul letto ed ella stessa,

prorompendo in un acuto grido, si gettò all'indietro, col seno

scoperto, con la faccia immersa come un giglio nel volume delle

treccie nere.

Lorenzo dovè tornarsene in paese per il medico. Egli camminava a

grandi passi tra le siepi, sul sentiero campestre; intorno, il piano

immensurato, rugiadoso, coi filari di roveri e di pioppi, con le acque

terse e fredde, accoglieva una tenue luce suffondendola di lieve

nebbia azzurrognola; non un alito di vento: non una foglia che

stormisse e intanto, su dall'erbe, tra le biade, nei tronchi s'udivano

le fioche voci diverse di mille insetti, come se fossero i fremiti

della terra.

Era nella stessa campagna, in una simile notte, che la fanciulla aveva

peccato vinta dal fascino della natura, vinta dalla pace del silenzio,

vinta dalla poesia della solitudine. E Lorenzo, riflettendovi, avrebbe

voluto lanciarsi in quell'acque sì tranquille che sorridevano al suo

dolore, che schernivano il suo pentimento. Perocchè, troppo cieco,

troppo semplice, era stato egli ad aprirgli ogni volta il cancello

dell'orto: egli che non aveva mai fatto male, che non credeva si

potesse far male;--e vedendo Giulia dileguarsi tra gli alberi,

leggiera e silenziosa come un'ombra della notte, invece di

raggiungerla, di arrestarla, di rinserrarla senza pietà, sentivasi

tutto lieto al pensiero delle gioie che la attendevano, refrigerio

solenne ai giorni monotoni del castello.

Nulla giovò il medico alla puerpera. Egli, desolato, disse che non

c'erano più speranze e, dopo aver tentato invano di richiamarla ai

sentimenti, se ne andò avvertendo che avrebbe mandato il prete.

Infatti, di lì a qualche ora, il curato, solo, sinistro, con un

involto sotto il braccio, arrivò nel momento che Giulia aveva

dischiuso un poco gli occhi e domandato da bere. Lorenzo e la

levatrice lasciarono la camera: e il prete, volendo approfittare di

quel breve intervallo, staccò dalla muraglia un crocifisso di legno

impolverato, s'accoccolò sovra la poltrona, cominciò per confessare la

moribonda. "Com'è stato, dunque, poverina?" diceva. E Giulia,

sgranandogli in faccia gli occhi, lo guardava curiosamente, come se

non l'avesse mai visto, come se non l'avesse compreso. Il prete

allora, senza scomporsi, proseguiva: "Sicuro: a questo fine si

precipita quando non si rispetta Dio... tu non sei venuta mai alla

messa, me ne rammento..."--Ma era inutile; Giulia non rispondeva; si

rivolse dall'altra banda: fiatò penosamente, entrò in agonia.--Il

curato richiamò i due che stavano su la porta; cavò dall'involto le

ampolle; rialzò le coltri; le diede gli olî santi; s'inginocchiò sul

tappeto e, col libro in mano, sbadigliando tratto tratto, recitò le

ultime preghiere:--Lorenzo, tenendo le palme congiunte, era in piedi

silenzioso, fermo come una pietra.

Così spuntò l'alba. E quando, lenta, lontana, dal campanile vibrò

l'avemaria, la levatrice, svegliatasi di soprassalto col rosario

ancora tra le dita, si levò dalla sedia, si chinò sul letto e vi

scorse Giulia già cadavere.

Al dopopranzo di quel sabato ricomparve il medico, per constatarne la

morte. In casa non trovò alcuno; soltanto Lorenzo aspettava su la

panca del cortile e s'incaricò di condurlo attraverso i cameroni scuri

e freschi, dai mobili vecchi, dai soffitti a travi scolpite. La scala,

co' suoi gradini larghi e bassi di marmo bianco, anch'essa era sepolta

nell'ombra; i balaustri a colonnette rigonfie salivano in pendìo,

impolverati; all'ingiro, mezzo occulte da strati di calce, figuravano

dipinte gigantesche femmine, lanciate in una danza vaporosa e tacita

da forse due secoli;--su, in cima, nelle sale a vòlta, si vedevano

mille screpolature, sentivasi un tanfo d'antichità: e i passi dei due

uomini, risonando sul pavimento, echeggiavano di camera in camera

maestosi. D'un tratto Lorenzo, sempre taciturno, tirò un catenaccio,

aperse i battenti d'una porta stretta, fregiata di pitture guaste,

poi, scopertosi il capo, entrò nella stanza funeraria e ne socchiuse

le imposte, avanzandosi diritto, simile ad un uomo sordo che non ode

nulla, che non s'occupa di nulla. Un raggio di luce rosea, scivolando

tra le aperture, si fermò in un angolo; il lumicino posto al suolo

mandò sprazzi fumosi e la fiamma ondulò, scossa ai piccoli colpi

dell'aria che perveniva dal corridoio. Pareva dimenticata ad

accompagnar quel corpicino, tutto giallo come una statua di cera, che

giaceva sul materasso coi piedi riuniti, con la testa enorme, con le

coscie larghe, quasichè fosse ancora nel grembo della madre: la quale,

nell'angolo rischiarato lungo il muro, sovra quattro seggiole messe

vicine col dorso all'infuori, distendevasi inerte, nascosta da un

lenzuolo. Il medico sollevò quel drappo della morte; sotto gli apparve

la persona sottile di Giulia, avvolta in vesti candide, con le

caviglie e coi polsi legàti da corone; il suo volto livido

s'incorniciava in un fazzoletto da cui sfuggivano poche ciocche di

capelli arruffàti; il collo aveva un colore terreo, una rotondità

floscia: gli occhi vitrei, fissi, chiedevano ancora vendetta,

maledicevano ancora a qualcuno.

I due uomini si distaccarono; le imposte furono riappressate: cigolò

di nuovo il catenaccio e di nuovo echeggiarono i passi, quasi inviando

l'ultimo saluto all'estinta, piccina, deserta in quelle tenebre, in

quello spazio.

V.

Storiella invernale.

Martino s'era messo a letto la sera del Natale. Fu assalito da una

specie di stordimento mentre, curvato al fuoco, discorreva con la sua

vecchierella, agitando i tizzoni che si volevano spegnere e sospirando

tratto tratto come chi presente una sventura. Fermo era partito alla

volta di Corteno, dove faceva il pecoraio, per isposarvi la sua

Annita. S'era fissato il giorno di Santo Stefano e non bisognava

differire oltre: i preti se ne offenderebbero. Martino veramente

credeva inopportuna quell'epoca; ma dinanzi ad una forza maggiore

aveva dovuto cedere e rassegnarsi. E inoltre, perchè attendere? la

primavera non è stagione conveniente per i matrimonî; di primavera si

ricominciano le aziende interrotte: c'è altro in capo che di prendere

moglie, fare baldoria, spendere quattrini!

Il Natale quindi era passato tra loro due; era passato tristemente,

nella camera nuda, coi vetri appannàti da cui si vedeva la valle

bianca e nebbiosa ove scorrevano larghe raffiche di vento a

sparpagliar la neve caduta sui pini. Elena si turbò quando il suo

uomo, coricatosi presto, cominciò a vaneggiare un poco, parlando in

disordine e lamentandosi di essere sudato. Aveva la febbre; voleva

sempre ghiaccio su le tempie e tratto tratto si assopiva con gli occhi

sbarràti e le guancie così smunte che parevano di cadavere.

--Avesse proprio da venirgli un male?--pensò la vecchia; e, tremante

di paura, gli propose di chiamare il medico da Bondione.

--Che farne del medico?--disse Martino in un momento di quiete.--E

poi, perchè obbligarlo a salir fin quassù, per la Roncaglia, con

questo tempo?

Ma il giorno dopo si sentì gran fracasso di grida e corni su la via;

arrivarono tre cavalli in fila, tirando un enorme ariete carico di

montanari col tabarro e le scuriade: la neve, fessa da quel mostro

lento, dividevasi raccogliendosi ai lati della strada.

--Ecco, la Roncaglia è spazzata--mormorò Elena all'infermo.--Vuoi

ch'io vada a Bondione?

--No, no, férmati--rispose egli:--il viaggio per te è troppo lungo e

pericoloso. Non arrischiarti, Almeno, non c'è bisogno.

--Se qualcheduno di Lizzola...

--Impossibile: in questi giorni stanno tutti a casa.

La vecchia era persuasa. Di nascosto però seguitava a piangere e

pregare. Martino intanto, persa la solita parlantina (questo più che

tutto sgomentava sua moglie), sollevandosi un poco sui guanciali ben

coperto di lana e di pelli, guardava per la finestra i monti opposti,

separàti da lui da un abisso, oltre i quali, prima di giungere dove

era Fermo, erano altre valli, altri gioghi, altri abissi; e, al loro

piede; le cascine, i ponti, i campanili, i cimiteri coi cipressi

sparsi di neve, come persone ammantellate di bianco.

Alla mattina il vecchio si svegliò agitatissimo.

--Ho fatto un cattivo sogno--mormorò. Poi, dopo aver meditato un

pezzo, mentre Elena vestivasi:--e quei due? che diamine fanno? dove si

cacciarono? perchè Fermo non viene a trovar suo padre ed a

presentargli la moglie?

La vecchierella per la centesima volta ripetè la stessa cosa:

--Fermo è a Corteno; si è sposato ieri mattina, alle dieci, nella

chiesa parrocchiale. Lo condussero a casa e gli diedero da mangiare e

dormire. Oggi sarebbe qui se non fosse nevicato. Aspettiamolo. Non

vorrà nevicare eternamente. Ogni stagione ha la sua evoluzione.

Anche quel giorno trascorse malinconicamente. I due vecchietti

continuarono a borbottare l'uno con l'altra. Verso l'avemaria capitò

una vicina a domandar notizie del malato. Fermo non si nominò neppure:

le femmine indovinarono che bisognava distrarre il pensiero di Martino

e gli parlarono di tutt'altre cose. Ma nell'accomiatarsi la vicina

s'indugiò un momento su la porta: Lizzola, immersa nelle tenebre,

emergeva i suoi rustici tetti biancheggianti nel cielo.

--È fioccato troppo quest'anno--disse Elena.

--Sicuro; per quei poveri diavoli che devono viaggiare...

--Specialmente quando si ha donne insieme. Per quanto siano alla

buona, si capisce!

--Si capisce!--soggiunse Carolina.

--Non è freddo; ma il solo aspetto della neve pone i brividi addosso.

--Narrasi che caddero molte valanghe...

--Dite proprio, Carolina?--proruppe Elena col cuore angosciato e

simulando per il desiderio di saper tutto.

--Non c'è da inquietarsi, ma io non esagero,--soggiunse l'altra.--Pare

anzi che avvennero disgrazie. I contrabbandieri ne parlano per ogni

stalla. Ad Arigna ed anche qui in valle di Bondione le valanghe hanno

sepolto diversi viandanti. Poveri cristiani, che catastrofe!

--Vergine santa, Carolina, tacete per carità! guai se quell'uomo là

udisse!

Ma, dalla stanza, Martino aveva già udito.

--Fermo è morto!--esclamò.--Fermo è sepolto sotto le valanghe...

soccorso... soccorso!

E slanciavasi dal suo letto, ardendo per la febbre, gridando,

singhiozzando.

Elena riuscì lungo le notte a calmarlo alquanto; ella stessa però

sentivasi il cuore spezzato e, costretta a fingere, soffriva di più.

Circa il meriggio di San Silvestre la vecchia prese la pezzuola, serrò

in camera Martino e discese la Roncaglia verso Bondione. La brina

candida, gocciolando dagli abeti, le bagnava le spalle ed i suoi

zoccoletti s'infangavano su la strada sporca, percossa dal pallido

sole d'inverno che faceva scintillare gli atomi innumerevoli della

neve.

Quando il medico vide Elena, col suo abito nero a puntini rossi

ch'ella non aveva deposto più sin dal Natale, capì sùbito che cos'era.

--È malato il vostro?--borbottò di malumore; poi, fattosi

discorrere a lungo intorno all'indisposizione del vecchio:--non è

niente--soggiunse;--colpa degli anni: settanta primavere sono settanta

quintali. Andate pure, Elena; verrò io domani senza dubbio.

Elena partì consolata. Rientrando nella casuccia dalle muraglie scure

di sassi col tettuccio di legno ella trovò il vecchio in piedi, che

accendeva il fuoco.

--Ma che ti salta in mente adesso?

--Lascia, lascia--egli rispose.--Quei due avranno freddo. Bisogna che

si riscaldino appena arrivati. Sotto la valanga devono stare maluccio,

i poveri diavoli. E, in fin de' conti, sono pure nostri figli.

Delirava. Ella, con le buone, lo convinse di tornarsene a letto.

--Ma il fuoco? chi dunque preparerà il fuoco per essi?--mormorava

macchinalmente Martino.--Non sai che sono caduti nella neve?

La disgraziata madre non potè più trattenersi, scoppiò in lagrime

dirotte e seguitava a ripetere:

--Vergine santa, e se fosse vero?

I comignoli di Lizzola fumavano tutti annunziando che cento famiglie

apparecchiavano la modesta cena: e i due vecchi, l'uno coricato e

nascosto dalle coperte sino al mento, l'altra al capezzale con le mani

sul grembo, piangevano, piangevano, mentre l'ombra calava.

A poco a poco Martino cessò di sospirare e parve addormentarsi.

La vecchia appoggiò la fronte canuta sul lenzuolo e, col seno

compresso, aspettava silenziosa, pensando e sperando. Così venne la

notte. D'improvviso Martino si scosse e, senza articolar sillaba,

gestiva con forza, allontanando le coltri da sè; Elena si rizzò

sgomentata, accese precipitosamente il lumicino, gli domandò che cosa

avesse, che cosa volesse. Egli, anzichè rispondere, stralunava gli

occhi proferendo parole tronche, inintelligibili; allora fu chiamato

il cappellano che lo visitò e se ne andò malinconico, senza lasciare

alcuna speranza.

Con la rapidità solita su le montagne il sereno era scomparso dietro

un velo di nebbia e di nuvole; il vento fischiava nelle gole e la neve

scendeva giù a larghi fiocchi nelle tenebre: Elena accanto al

letticciolo del suo uomo, su quell'altura deserta, in quell'ora

penosa, non aveva più forza nè anche di versar pianto.

Quand'ecco la porta si spalancò e su la soglia presentossi un giovane

alto, nerboruto, dai baffetti neri e dalle uose di pelle che gli

salivano al ginocchio. Una fanciulla rotonda e sorridente lo

accompagnava; le sue scarpe erano coperte di neve ed un lungo scialle

avvolgeva il suo busto grazioso, ricco, pieno di vita.

Erano Fermo e la sposa.

--Finalmente ci siamo--egli mormorò pulendosi dal fango ond'era

inzaccherato. E nel suo occhio splendeva il desiderio di riabbracciar

persone care, di riposar nuovamente in quella casuccia dov'era

trascorsa la sua fanciullezza, quando nelle sere lunghe il padre lo

faceva sedere su le ginocchia mentre la mamma, filando, raccontava le

meste panzane dei monti.

Dalla porta rimasta socchiusa penetrò un rumore di coperchi e di

ferramenta percosse; i montanari andavano intorno per Lizzola e

salutavano a quel modo il terminare dell'anno.

--Uno viene e l'altro va!--gridavano. E il loro grido, portato dal

vento in fondo alla valle, vi era poi ripetuto migliaia di volte.

Martino si destò dal suo assopimento e stese con impeto le braccia

verso il figlio che s'accostava mortificato, a fronte bassa, dinanzi a

quella dura novità. Si baciarono e confusero insieme Fermo i capelli

ricciuti, il vecchio le sue ciocche bianche.

--Bravo, bravo!--gemeva quest'ultimo; e con uno sforzo volle

sollevarsi per vedere in viso la giovane sposa. La quale stette là

muta, presso la soglia, con le mani penzolanti lungo il dorso e gli

occhi umidi. Elena venne ad abbracciarla.

--Bravo, bravo!--continuò il malato senza chiudere gli occhi nè

volgere altrove lo sguardo. Quindi, mentre sotto le finestre la gente

schiamazzava e fischiava il vento, egli entrò in agonia.

VI.

Giustizia per tutti.

Novelle lombarde · 第 2 / 7 段