Alzavano il sipario per il quarto quadro. Gli scenarî figura

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AVANCINIO AVANCINI

NOVELLE LOMBARDE

Il ratto di Sabina.--La passione di G. C.

Storia di Matteo Vento.

Una vittima.--Novella invernale.--Giustizia per tutti.

Maometto.--L'orologio di papà Gedeone.

Don Bonomo è senza cena.--Papà Gedeone ha ceduto.

Le redini di Brunello--Le nozze.

MILANO

CASA EDITRICE DELLA CRONACA ROSSA

1889

DEL MEDESIMO AUTORE

_Rime_. Bortolotti, Milano, 1888.--Edizione esaurita.

IN PREPARAZIONE:

_La frottola_. Studio critico.

_La vita_. Romanzo.

_Domiziano_. Dramma storico in versi.

PROPRIETÀ LETTERARIA

_Milano--Stabilimento Tipografico Enrico Trevisini._

PREFAZIONE

Non deve parer soverchia presunzione in me il titolo che pongo al mio

libro.

Ho vissuto lungamente, da fanciullo, su le Alpi e, più tardi, nella

campagna milanese. Il continuo contatto e la paziente benchè spesso

incosciente osservazione mi agevolarono il mezzo per istudiare a fondo

le costumanze di questi luoghi, onde le mie novelle sono ispirate alla

verità più che tessute dalla fantasia. Certamente chi ad esse voglia

chiedere emozioni violente si troverà ingannato. Benchè lo Zola in

Francia ed un poco il Verga in Italia abbiano dipinto la classe dei

contadini a foschi e tetri colori, io invece, umilissimo, non ho

saputo ritrovarvi che le passioni più semplici e naturali, non

ispoglie talora di una graziosa attrattativa e destinate ad

accaparrarsi, anzichè ad alienarsi, la simpatia delle persone le quali

passano per côlte ed intelligenti. Non presumo, con questo, lanciare

una vana frecciata alla scuola dell'uno o dell'altro dei celebri

autori ch'io prima nominai. No, no. Mi basta conchiudere che,

fortunatamente, i nostri contadini lombardi non sono ancora corrotti

come i francesi, o i siciliani, o i napoletani, secondo le notizie che

ne danno quegli scrittori; e, finchè no'l sono, giudico ridicolaggine

immaginarli diversi.

Se l'interesse di un'opera d'arte è in relazione col grado di

verosimiglianza che l'artista ha saputo donarle, non debbono mancar

d'interesse le mie modeste novelle, specchio fedele della realtà. Ed

io anzi mi sono meravigliato spesso che altri, prima e più valente di

me, non pensasse a descrivere i miei paesi ove pur durano tante

consuetudini ignorate alla maggior parte degli italiani, le quali

hanno un profumo di verginità caro all'anima, ispiratore di sentimenti

affettuosi.

Due avvertimenti mi restano a fare. Uno riguarda in particolar modo la

novella che intitolo: _Una vittima._ Quando essa comparve la prima

volta, stampata sopra un giornale, furono persone che mi

rimproverarono per avervi trattato un argomento così delicato ed

intimo. Quelle persone dimostrarono di non aver inteso niente; cosa

facile d'altronde, alla nostra epoca, per chi legge! Non pensai io di

pubblicare una solleticante pornografia, ma bensì di commuovere le

oneste anime al racconto di quella tragedia campagnuola in cui, fatte

le debite restrizioni, fu vittima una donna infelice da me conosciuta.

La novella è quasi storica: più storica che, per esempio, la morte di

Lucrezia di cui si fa pure esatta spiegazione, secondo i nuovi

regolamenti, ai fanciulli delle classi elementari. A chi abbia, in

mezzo a tanto sfacelo degli affetti domestici, conservato sentimenti

umani, troppo sacra dev'essere questa sublime prova della maternità,

perchè egli possa farne cinico stromento alla sua fama letteraria.

La seconda delle osservazioni concerne il mio stile. Ne ho adottato

uno (se pur si voglia riconoscermelo!) semplice come il tessuto delle

stesse novelle, corrispondente dunque alla indole loro. Nel dialogo

riprodussi, talvolta, alcune forme espressive e caratteristiche dei

nostri dialetti settentrionali o, meglio, lombardi, specialmente in

ciò che riguarda la costruzione del periodo: ma fu solo per dare

colorito efficace alla narrazione e non, proprio, per ismania di

novità. Le novità, in questo, come in ogni altro genere, di buon grado

io le abbandono a coloro che sperano di rendersi notevoli con una

originalità conseguita ad ogni prezzo; gloria facile a chi abbia

talento, ma breve assai più che la sua vita.

AVANCINIO AVANCINI.

I.

Il ratto di Sabina.

Ai Frani si conosceva già da tutti che Giovan Bello era venuto da Zeno

dei Martinetti a domandargli la figlia in isposa. Però non avevano

visto niente, perchè Giovan Bello capitò di sera: in montagna gli

affari si combinano sempre dopo calato il sole, per risparmio di

tempo. Fu Zeno stesso che, alla mattina, entrato da Bortolo, raccontò

come era andata la faccenda. Giovan Bello, buon giovane per il resto,

si trovava tuttavia in condizioni cattivissime; era stato carbonaio

cinque anni e poi, in causa d'una disgrazia (non si sa come: gli

rubarono i suoi risparmi!) indispettendosi e abbandonando il mestiere,

aveva cominciato a scender fino a Bergamo, lungo le valli, in qualità

di spaccalegna. Se i tempi fossero stati migliori, avrebbe potuto

guadagnar molto: ma per intanto bisognava contentarsi di affrontar

sacrifici immensi con pochissimo frutto, oltre di che nell'inverno gli

toccava rimanere a braccia conserte, mangiandosi fin l'ultimo

quattrino su l'osteria, o al più lavorando qualche piccolo oggetto in

legno, industria che esige un certo talento non comune a chiunque. In

conclusione: il partito per Sabina era tutt'altro che splendido, almen

per allora; forse col tempo si combinerebbe qualcosa, quando i negozî

di Giovan Bello andassero meglio; ma non conveniva però che Sabina si

legasse a lui, nel rischio di restar zitella per tutta la vita. È una

realtà; la gente di campagna ama poco il celibato: per far camminare

la baracca, è necessario alle famiglie sbarazzarsi de' figliuoli ed i

figliuoli bisogna che si facciano presto un'altra famiglia: una ruota

così, colpa d'essere poveri.

*

* *

Ma con istupore di molti Sabina in Lizzola non apparve punto commossa

e turbata; col bene che voleva a Giovan Bello e che era a cognizione

di tutti, ella avrebbe dovuto mostrarsi meno indifferente alla sua

sventura, quantunque già apparecchiata ad essa: non ci si capiva

niente e si conveniva, in genere, che la fanciulla non era tale da

crucciarsene ed ammalarsene, che le donne sono fatte a questo modo e

che bisogna prenderle a questo modo. A merenda Sabina uscì del cortile

con le sue capre e, attraversato il paese, venne ai prati come se

nulla fosse; aveva però un fazzoletto nuovo, colore azzurro scuro, in

testa; e, quando Marchetto Bolco la fermò per discorrere, gli disse

qualche parola in furia poi se la svignò ghignando e battendo col

bastone il dorso alle sue bestie. Arrivata al pendìo, si sdraiò

tranquillamente su l'erba e, presa una calza, lavorò a fronte bassa,

gettando nella vallata le note limpide di una graziosa canzonetta. Il

sole di settembre, senza calore, piuttosto rosso, moriva alla sua

sinistra dietro i picchi: dirimpetto le montagne erano già

completamente nell'ombra e il Serio, illuminato proprio per il lungo

da quei pallidi raggi, scintillava come argento percotendo i macigni

delle rive.

Apparve Giovan Bello col suo cagnaccio peloso e gli stivaloni da

viaggio; era in maniche di camicia e, per buona precauzione, portava

la scure in ispalla.

--Sicchè dunque?--domandò a Sabina inoltrandosi.

--Sicchè dunque?--disse anch'ella per unica risposta, accompagnando la

parola con un moto assai espressivo del capo.

--Cosa faremo noi?--proseguì Giovan Bello.

--Ciò che vi piace. Non tocca a me decidere. Guardate a quello che

fanno gli altri, diamine!

---Sei risoluta?

--Vorrei vedere io!

--Non hai paura?

--Che paura d'Egitto quando non si opera male! Sapete bene che non c'è

d'aver paura. Scommetto che il vecchio ha subodorato ogni cosa e

s'imagina ciò che stiamo per tentare. Ma vi accerto io che non si

intrometterà! gli convien troppo tacere e fingere di non accorgersi.

Anche mio zio Zancastro ha agito così con mia cugina Petronilla; è un

male di famiglia l'avarizia: per non dar fuori la dote, inventano

mille scuse e se la prendono con chi non ha colpa. Ma io me ne

infischio di ciò; sfido anche il diavolo: anderò via, porterò via

tutto quello che potrò: ne sono in diritto. Nel mio caso farebbero

così anche le altre, se non peggio, e poi....

Da questo momento si avvicinarono e parlarono sotto voce. Il sole

tramontava ed essi erano ancora nella medesima posizione; a Lizzola

suonò l'avemaria: si divisero e Giovan Bello, portandosi alla

Roncaglia, camminò verso Bondione mentre Sabina ritornava a casa.

*

* *

La sera Zeno, ch'era solito andare da Bortolo, stette in casa

anch'egli. Si ritirarono nella stalla e chiacchierarono tutti insieme

dopo aver recitato il rosario. Erano molto seri; pareva che ci fosse

burrasca per aria: se ne aspettava da un momento all'altro lo scoppio.

Ma invece Zeno fu buonissimo: carezzò alquanto sua figlia e la guardò

con insistenza, ostentando un poco di emozione. Le donne filavano

silenziose e, in certi momenti, non si udiva che il soffio delle capre

o il rumor secco dei fusi. Per giunta il cielo di fuori si rannuvolò e

caddero alcune goccie di pioggia.

A mezzanotte circa si decisero finalmente a coricarsi. Zeno per il

primo salì di sopra, salutando Sabina come non faceva mai: quindi lo

seguirono anche le donne, con un grande fracasso di zoccoli, dopo aver

disposto le rocche fra un travicello e l'altro del soffitto. Stavano

così bene là entro, che si sarebbero fermate sino all'alba: ma poichè

il capoccia non voleva, bisognò obbedirlo. Sabina restò l'ultima,

dovendo come al solito chiudere gli usci e preparare il mastello per

mungere: nel compiere questa operazione pianse, chi sa per quali

pensieri, e poi levatasi gli zoccoli passò in mezzo al cortile. Era

buio pesto; soffiava un vento freddissimo: dalla finestrola al primo

piano scendeva il raggio d'un lumicino e le donne, camminando sul

pavimento di assi, lo facevano scricchiolare.

Sabina entrò nel pollaio e vi prese due grossi involti depostivi dopo

cena: ripassò per il cortile mentre nella casa vicina sbattevansi

alcuni usci e rimbombavano alcune voci, poscia si rinchiuse nella

stalla. Suonò mezzanotte a Bondione: il vento portava in su quei

rintocchi ad uno ad uno, quali vibràti, quali appena sensibili, come

se venissero da campanili a diverse distanze.

*

* *

Ben tosto giunse Giovan Bello con Marchetto Bolco ed il somaro di lui.

Il somaro aveva i piedi coperti di paglia perchè non facesse rumore

contro il selciato; sul dorso portava un sacco e, poichè gli ebbero

attaccato gli involti di Sabina, ella vi salì adagiandosi come sur una

seggiola. Tutti e tre s'incamminarono senza parlare; Marchetto levò di

tasca una piccola lanterna cieca e l'accese, quindi svoltarono a

manca, dirigendosi verso Valle di Flesio: l'asino era guidato da

Giovan Bello che gli aveva afferrato il morso e se lo conduceva di

fianco.

Fuori del paese la fanciulla, strettasi bene in un panno, diede

nuovamente in escandescenze contro suo padre. Il vecchio doveva essere

senza cuore per cimentarla ad un simile passo; certamente lo aizzavano

le cognate: i tempi, sì, erano cattivi, ma però tutti dicevano a

Lizzola ch'egli nascondeva la borsa di sotto al pagliericcio e,

d'altronde, con una figlia che vuol prendere marito bisogna sacrificar

qualche cosa. Si è per questo al mondo; ella al posto di lui sarebbe

stata diversa: e se un giorno le nascessero figlioli...

Intanto la pioggia cadeva a catinelle: il somaro sdrucciolava lungo i

sentieruzzi umidi ed i due uomini si avvilupparono entro il mantello.

Viaggiavano da più ore così e Sabina si faceva a poco a poco

malinconica. Era stabilito che ella si ricovrerebbe in una vecchia

capanna di carbonaio da Giovan Bello preparata appositamente, entro i

boschi di Passevra; ed appena il curato di Passevra avesse terminato

le pubblicazioni (cioè tra nove giorni, perchè batteva la Madonna di

Settembre in quella settimana), si sposerebbero con l'aiuto di Dio.

Giovan Bello aveva a Passevra una camera ed un letto matrimoniale: con

un poco di pazienza, lavorando entrambi, si arriverebbe a riempire i

vuoti della cassa e, se ella era povera, tanto meglio: non potrebbe

mai rinfacciargli nulla. Pervennero alla capanna: era molto umida e vi

si respirava un acre odore di abbruciaticcio o di cenere spenta;

distesero il sacco per terra, sopra un mucchio di foglie acquistate in

antecedenza: accesero il fuoco per asciugarsi, legarono l'asinello ad

un palo della soglia e, datogli un pugno d'avena, fecero l'inventario

della roba portata. C'erano quattro camicie per donna, una camicia da

uomo ricamata, sette paia di calze greggie, un abito quasi nuovo di

percallo, tre lenzuola, tre fazzoletti, grembiali, sottane, corsetti

di maglia ed altri cenci insignificanti. Dopo di che contarono i

denari: Giovan Bello dichiarò che possedeva due marenghi e sei

franchi, Sabina disse che aveva mezzo marengo in carta e prese infatti

il borsellino per mostrarlo al fidanzato.

Ma fu molta la sua meraviglia quando, sollevata la molla, trovò dentro

un altro marengo bello e nuovo in oro il quale, cadendo a terra,

brillò come una stella, in vicinanza al fuoco!

Marchetto, promesso che sarebbe stato compare, s'allontanò col

somarello esclamando a Sabina:--Dirò a tuo padre che hai fatto buon

viaggio.

E mentre di fuori scrosciava la pioggia e il vento fischiava in mezzo

alla foresta di pini, Sabina scoppiò in pianto dirotto.

Ma Giovan Bello riuscì a consolarla.

II.

La passione di G. C.

Il buon Lindo alle tre ore, giunto dall'aver combinato un suo negozio,

salì di fretta in camera propria. Già su la piazza la musica, in

uniforme e col capobanda, suonava allegre marcie e dal campanile

vibravano i primi squilli per la benedizione. Don Paolo non si era

lasciato smuovere nè da preghiere nè da promesse. Quella bricconata in

paese non la voleva. Tirar domineddio per i piedi in tal modo gli

pareva un sacrilegio. Laonde, abbandonato da tutti, persin dalle

solite e noiose beghine, ogni domenica dopo il meriggio costringeva il

sagrestano a scuotere le tre campanelle, nè il concerto finiva prima

del tramonto. Cioè quando finiva anche la rappresentazione. E si pensi

che il teatro trovavasi proprio sotto la chiesa. Una vera diavoleria.

E dicono che i preti hanno religione, pazienza, umiltà! non cedono mai

nè anche ad accopparli. Gramigna buona da nulla, ma che non si può

sradicare.

Nella camera matrimoniale, per le finestre aperte, il sole di

settembre ancora caldo ed allegro entrava a larghe ondate, illuminando

i cantucci più lontani. Un raggio d'oro pioveva precisamente sopra il

quadro di San Giorgio appeso alla muraglia, presso il capezzale

destro, ed andava a incorniciare, presso il capezzale sinistro,

l'imagine del conte Belinzaghi vestito da pagliaccio, ritagliata in un

giornaletto satirico. Sul canterano, di fronte all'alcova, erano

allineati alcuni soldatini di piombo forse rubàti a qualche fanciullo:

e, vicino ad essi, vedevasi un mucchietto di libri, vale a dire la

filotea del buon cristiano, un piccolo manuale per avvocato, un

trattatello di botanica e l'arte di vincere al lotto, d'autori ignoti.

Lindo se ne compiaceva e sapeva che sua moglie, spesse volte,

introdotte le conoscenti nella camera, mostrava loro i libri

accumulati, vero tabernacolo di scienza.

Quel giorno Veronica era malata. Aveva dolori di stomaco e di pancia.

Non volle affatto mangiar le poma portatele da suo marito e, mentre

egli apparecchiava il fagotto, rimase curva sopra una cassa, con le

mani entro il grembiale e la faccia nascosta da un fazzolettone.

Quando vide che Lindo stava per scendere dalle scale gli corse dietro

dicendogli:

--Hai tutto? non dimentichi qualcuno de' tuoi stracci? prendesti la

cintura? e i sandali? non mancheranno mica i bottoni, alle volte?

Ma Lindo non rispose nè pure, perchè aveva fretta. Non si udiva più

fracasso in paese e questo era segno che tutti stavano al teatro. Si

asciugò il sudore su la faccia rasa e con un paio di salti attraversò

il cortile. Alla porta della rimessa trovò il cugino Pietro, attillato

come un principe, col sigaro tra i labbri e le mani incrociate dietro

il dorso. Egli, vedendolo, fece un piccolo sorriso ironico e voltò con

disdegno la faccia dall'altra parte. E fu una fortuna che era in

ritardo, altrimenti Lindo sarebbe venuto a dargli due schiaffi; Lindo

il quale, invece, dovette contentarsi di brontolargli dietro,

continuando la sua corsa verso il palco scenico:

--Se ciò è, è stato caporale e tanto basta.

*

* *

Realmente egli non era soddisfatto di Pietro. Pietro e Veronica, dopo

la prima rappresentazione, non avevano più voluto intervenire alla

recita ed il suo orgoglio se ne sentiva mortalmente offeso. Un

oltraggio simile, dalle persone più care ch'egli aveva, non se lo

sarebbe mai aspettato. Pareva una congiura. E per qual causa, alla fin

de' conti? chi saprebbe dirlo? un capriccio, un equivoco, una

asineria. Bel gusto, a lui, affaticarsi e sfiatarsi per essere poscia

ricompensato in questa guisa! Ogni lavoro vuole il suo ristoro. Degli

altri non gli importava nulla. Ma almeno i parenti avrebbero dovuto

congratularsi, mostrarsi diligenti, approvarlo, animarlo a resistere.

A cagion della recita si era inimicato don Paolo che non voleva più

confessarlo. E, se adesso bisognava spendere quattrini, un giorno se

ne metterebbero via. Si lasci tempo al tempo. Ogni cosa va per la sua

strada. In autunno si pongono le sementi per raccogliere l'estate

venturo. Con la pazienza e con la paglia maturano le nespole.

Lindo era adiratissimo. Volgeva nel suo animo pensieri di vendetta.

Quel giorno, finita la passione di G. C., avrebbe cercato una

spiegazione a quello stupidaccio d'un caporale, buono ad ammazzar

mosche e ad ungere i carri delle salmerie.

Su l'uscio del palco scenico lo attendeva il suggeritore, pronto già

col quaderno in mano. Egli aveva studiato a memoria l'intera commedia

per poter aiutare ciascuno al momento necessario, senza ricorrere allo

stampato.

--Presto, Lindo! sei l'ultimo. La musica ha finito di suonare. E già

mio fratello recitò la parte di angelo nel prologo. Ora sta vestendosi

per fare da Madonna. Dove sono gli abiti? e le maglie? e la corona di

spine? c'è tutto? animo, corri a prepararti.

Lindo in un balzo fu sopra il palco scenico. Dietro le quinte dieci o

dodici manigoldi finivano di mettersi chi l'elmo romano, chi le

bretelle, chi la spada, chi la barba. C'erano tutti, da Malco a

Sant'Andrea, da Giuda Iscariote al diavolo che doveva portarlo

sotterra. Longino, con una grande lancia in resta, sedeva sopra il

baio magnifico a cui avevano coperti gli occhi con una benda perchè

non si adombrasse. Ed il Cireneo, in vesta verde orlata d'oro, cercava

tra gli utensili il porta immondizie per accorrere dietro il cavallo

ad ogni necessità. Tutte le volte che usciva sul palco, trovandosi in

mezzo a persone travestite come briganti, al romor della musica, ai

battimani degli spettatori, quella povera bestia non sapeva nascondere

gli effetti del suo turbamento ed era una sconcezza, una noia

deplorevole. Ma agli animali non si può insegnar l'educazione.

--Siamo all'ordine?--gridò il suggeritore presso il

sipario.--Caifasso, hai la corona da porre in capo? e Pilato portò

seco la catinella per lavarsi le mani? e Malco ha la mezza orecchia da

buttare a terra? Lesti; dò il segnale. Uno, due... Attenti! quel buon

ladrone stia tranquillo. Piuttosto vada a prendere il cartelletto con

l'_Inri_ e lo unisca alla croce. Dov'è San Pietro? bravo asino: sta là

a pulirsi le mutande! Avete il bengala? E tu Lindo? Finalmente!

Possiamo cominciare. Tiranno, alza il sipario. Uno, due, tre!

Il sipario levossi e per ogni parte fu uno scappar di gambe coperte da

maglie, mentre dalla platea saliva un lungo oh! di soddisfazione.

*

* *

La recita proseguì meravigliosamente bene. Fin dal primo atto il

pubblico diede visibili segni di contentezza e frequenti applausi

accolsero su la scena l'apparir dei personaggi principali. Però Lindo,

tra una parlata e l'altra, ebbe tempo di osservare che realmente sua

moglie non era in teatro e che non c'era nè anche il cugino Pietro. Al

solito. In cuor suo li mandò a farsi benedire e, sforzando la voce

perchè le campane mai non cessavano di suonare sopra il teatro, con

fermezza e calma rappresentò la propria parte, difficilissima e lunga.

La cena degli apostoli ottenne un successo. Lindo, tra San Pietro e

Sant'Andrea, sorrideva del suo miglior sorriso avendo cura tratto

tratto di levarsi dalla bocca i peli che gliela otturavano. Si era

anche dipinto di carmino le guancie e messa in capo una bella parucca

bionda fluente; roba tutta presa a nolo dai fornitori della

Canobbiana, come asseriva il suggeritore.

Giuda quel giorno fece meglio del solito. Stringeva gli occhi, da

furbaccio, e camminava con le mani incrociate sul petto, come un

chierico del duomo. Poi nell'orto di Getsémani Lindo recitò

divinamente le sue preghiere e San Pietro, quando i manigoldi

arrivarono per arrestare il suo maestro, levossi dalla toga un

coltellaccio da beccaio, s'avvicinò rabbiosamente a Malco, gli tagliò

l'orecchia. Nella platea le donne diedero un gemito. L'effetto era

meraviglioso. Chiunque sarebbesi ingannato.

Ma dopo il terzo quadro, al momento di entrar in iscena dinanzi a

Pilato e Caifasso per esservi poscia battuto con le verghe e

incoronato di spine, G. C. frugando il proprio involto s'accorse di

aver dimenticato una cosa importantissima: il pannolino rosso da

mettere intorno alle coscie durante la bastonatura, quand'egli si

troverebbe in costume adamitico.

La buaggine commessa era grave; necessario ripararvi con la maggiore

velocità possibile. Senza dir niente a nessuno, per non perdere un

tempo così prezioso e per non farsi beffare o rimproverare, Lindo

scappò dal teatro, saltò d'un colpo i gradini, e, con la tunica di G.

C. indosso, volò verso la propria casa, traversando il cortile. Nel

cortile non c'erano che alcune oche diguazzanti entro l'acqua sudicia

vicino al pozzo. Le scavalcò d'un balzo e si trovò alla scala di

legno. Di furia fece i gradini, a due per volta, e giunto sul

pianerottolo toccò il saliscendi, aperse, entrò nella camera

matrimoniale. Tutto era al posto come un'ora prima. Egli frugò il

canterano e non iscoprì nulla. Frugò l'armadio, ma indarno. Frugò

anche il letto e mise le coltri sossopra, ma il pannolino era

irreperibile. Finalmente, per ultimo tentativo, diede un'occhiata

dietro la cassa e vide quel benedetto drappo scarlatto, scivolato tra

il legno ed il muro, sul nudo pavimento. Lo raccolse, lo scosse per

pulirlo dalla polvere, se lo cacciò al posto che doveva e, sostenendo

la vesta con la mano, uscì di nuovo per tornarsene al teatro.

Arrivato dabbasso, oltrepassando la porta della bottega munita di

vetri e di una cortina azzurra, credette di scorgere in casa due

persone che discorrevano. Esse trovavansi proprio nella visuale tra la

porta e la finestra: da cui penetrava, come al piano superiore, una

vivissima e lietissima luce.

Nell'animo di Lindo sorse improvviso un feroce sospetto. Quelle due

persone egli non poteva riconoscerle perchè voltate dall'altra parte;

ma al profilo gli parve e non gli parve che... per la quale...

Fremeva. Afferrò la maniglia per ischiudere. Ma quei briganti eransi

assicuràti con la chiave. Allora scosse la porticina, diede un pugno

nei vetri, li spezzò, allungò la mano per sollevare la tenda. E già

poco gli mancava a raggiungere il suo scopo allorchè, in fondo al

cortile, una voce sconsolata ed imperiosa lo chiamò furiosamente:

--Lindo! si entra in scena! bestia che sei, vieni o tutto è rovinato.

Il dovere anzi ogni cosa. Lindo obbedì senz'altro ed accorse.

*

* *

Alzavano il sipario per il quarto quadro. Gli scenarî figuravano una

vasta sala sostenuta da colonne marmorizzate ed illuminate, in alto,

con finestre a vetri di più colori. Caifasso, coperto il seno di una

maglia a squame di pesce, era seduto davanti alla tavola ampia dalla

quale pendeva un tappeto verde macchiato d'inchiostro. Sul proscenio

era già pronta una piccola erma di cartone, cinta alla base da un

sedile vestito con panno rosso. La musica fece, in platea, una

suonatina malinconica. Ed ecco arrivare di tra le quinte il popolo de'

giudei e de' farisei, insieme coi soldati romani armàti di lunghissima

lancia: un'asta di legno che terminava in un agile rombo difeso da

carta d'argento. Tra questi brutti ceffi stava G. C., legàti i polsi

un sopra l'altro con una corda enorme da buoi. Egli teneva bassa la

fronte in atto umile e doloroso; e quando parlava la sua voce cupa e

triste spandevasi nell'aria silenziosa come un suono di campanello

fesso. I farisei, brutali e spietati, si fecero largo nella calca e

riuscirono a circondare il pontefice. Egli su le prime pareva ben

disposto verso il biondo galileo, ma quei maledetti calunniatori a

poco a poco lo smossero dalle sue tenerezze e lo eccitarono contro G.

C.

Nella platea un affanno, una trepidazione indescrivibili.

Ed il pontefice finalmente, rizzatosi dalla propria seggiola, in fondo

al teatro, domandò a Lindo con voce sepolcrale s'egli era proprio il

figliuolo di Dio. Lindo stette alquanto in pensieri. Poi sollevò la

testa imparruccata, distese le braccia e, lentamente, gravemente,

pronunciò le fatidiche parole:

--Sì, e mi vedrete quando verrò a giudicare gli uomini alla destra del

mio divin padre.

Uno dei manigoldi finse di percuotere G. C. su la faccia e dopo tre o

quattro secondi il suggeritore, tra le quinte, battè le mani per

simulare lo schiaffo.

Allora Caifasso rimandò G. C. a Pilato. Il popolo, i giudei ed i

veliti romani partirono insieme col pontefice; ma la scena restò

libera poco tempo ed al posto di Caifasso ritornò Pilato, alle cui

calcagna camminava un servo recante la catinella di stagno con l'acqua

per lavarsi.

Lindo, trascinato dagli stessi nemici, accompagnato dalla stessa turba

curiosa, ricomparve su la scena.

Breve questa volta fu la discussione: gli accaniti farisei ne dissero

di cotte e di crude, onde il povero governatore dovette comandar che

G. C. fosse battuto con le verghe. Cresceva lo strazio della platea.

Non un soffio, non un colpo di tosse, non un sospiro. Lindo fu

spogliato della toga rossa e si mostrò nel costume primitivo, cioè

coperto della maglia color carne e del pannolino ai fianchi; lo

strinsero alla colonna di cartone e sùbito quattro miserabili

cominciarono a picchiarlo con verghe da mandriano. Poscia inoltrossi

un tale che portava bella e fatta una corona di spine e la calcò di

tutta forza su la testa dell'infelice. Gli altri si credettero in

dovere di ribadirgliela con una decina di mazzate. E le vescichette

piene di vino, celate fra i peli della parrucca, scoppiarono lasciando

uscire su la fronte di Lindo un liquido rosso il quale aveva tutta la

somiglianza col sangue.

Tremenda vista! Pilato presentò il nazzareno agli astanti mormorando:

--Ecce homo!

Nella platea i singhiozzi, trattenuti da lungo tempo, proruppero

violentemente. Si udì un grido acutissimo di femmina ed il romore d'un

corpo umano che precipiti al suolo.

Lindo osò guardare, come gli altri, per conoscere che diamine fosse

accaduto. Restò di sasso. Dietro il suonatore di tamburo due o tre

contadini sollevavano a fatica una donna caduta in deliquio e quella

donna era Veronica!

*

* *

--Se ciò è--disse Lindo mentalmente--io mi sarei ingannato per la

quale.

Ma, siccome la rappresentazione del quarto quadro continuava, egli si

rassegnò alla sua parte, dimenticando le cose profane e la moglie. Le

cose prendevano una cattiva piega. Sia Giuda che San Pietro e la

Madonna parevano stanchi, nè davano al proprio dialogo il calore,

l'animo, lo slancio delle altre volte. Il pubblico se ne accorse; e,

per quanto grosso ed indulgente, non seppe nascondere il suo malumore.

Indarno G. C. e gli altri principali attori s'affaticavano a

promettere o far minaccie; indarno il suggeritore sbraitava dal suo

posto per dirigere i discorsi: fu una vera confusione, un entrare ed

un uscire senza proposito, un ridere nei momenti più gravi, un

ciarlare molesto che copriva le voci dei personaggi. Persin la scena

della crocifissione passò, contro ogni attesa, inosservata. Ciò parve

assai deplorevole al suggeritore e, finito quel quadro eterno,

rimproverò accerbamente i diversi attori assicurando che, se si andava

di tal passo, la domenica prossima bisognerebbe chiudere il teatro. O

le cose si fanno bene o non si fanno. Chi si è messo all'impegno

faccia uso dell'ingegno. Erano bambini? perchè si bisticciavano ad

ogni tratto? la concordia è madre delle virtù. Non dessero scandalo:

era una vergogna; la gente se ne farebbe meraviglia, se ne adonterebbe

e, alla fin delle fini, riderebbe Don Paolo, vincitore della partita.

Le sue osservazioni furono ascoltate ed approvate; siccome alcuni

cercavano giustificarsi, egli tagliò corto e dichiarò che non voleva

udir nulla sotto pena di espellerli dalla compagnia.

Cominciò l'ultimo quadro.

Una grotta fosca, scarabocchiata dall'imbianchino sopra una carta che

si gonfiava tutta per l'umidità. Nel mezzo era apparecchiata una tomba

a coperchio mobile. Per le esigenze del palco scenico la si era fatta

troppo corta, nè G. C. avrebbe potuto distendersi con agio dietro di

essa. Ma egli si rannicchierebbe opportunamente, avendo cura di non

alzar la testa oltre il coperchio.

Al suono di una marcia funebre entrarono le pie donne, Giovanni

l'apostolo e Giuseppe d'Arimatea. Essi portavano il corpo di Lindo con

grave stento; lo sollevarono adagio adagio e lo calarono nel sepolcro,

dopo averlo avvolto entro un candido sudario. Le pie donne si misero

davanti al sasso, per nasconderlo, finchè G. C. si fosse accomodato.

Poscia, rompendo in singulti, si allontanarono. Venne invece la scolta

dei vigili che iniziarono sùbito una partita ai dadi sopra il tamburo.

Tutto questo in bell'ordine, con intelligente prontezza, come non si

era mai fatto nè anche le altre volte.

Improvvisamente una grande luce di bengala illuminò il teatro.

S'avvicinava il momento della risurrezione.

Ed ecco in fondo alla scena, su dall'impalcato, sollevarsi a poco a

poco una linea di nuvolette grigie a pancia rigonfia, seminate da

piccole stelle di carta dorata; e G. C., il quale dietro la tomba si

era condotto carponi fin là, comparve in mezzo ai veli, pallido,

trionfante, tranquillo, reggendo una banderuola di tre colori.

--Trallalà, larallì lerollèro--fece la musica all'improvviso. E nella

platea scoppiò un applauso vivace, un urlo di ammirazione, un forte

battere di mani.

G. C., prima di scomparir nel soffitto, non seppe resistere alla

curiosità: curvossi a destra e spinse un'occhiata verso la platea.

Cosa incredibile! presso la porta d'uscita, in piedi sopra una panca,

apparve Pietro rosso in faccia, con gli occhi scintillanti; egli

agitava il cappello per aria e gridava come un ossesso vinto da

imperioso entusiasmo.

--Asino!--mormorò Lindo.--Ed io che mi era messo in mente...

In quella i teloni del soffitto gli tolsero di vedere altro. Il dramma

era finito.

III.

Storia di Matteo Vento.

Quando Matteo Vento ebbe terminato, già tramontava il sole. Una

striscia sanguigna imporporava le cime sui monti dirimpetto e gli

operai guardandola esclamavano: rosso di sera bel tempo si spera.

Matteo Vento diede un'ultima occhiata alla fornace. La vena, gettatavi

durante il giorno, s'era liquefatta al calore degli abeti arsi e il

fondo appariva coperto da una cenere grigia, mescolata a sassi nodosi,

donde saliva un fumo denso e soffocante. L'operaio versò qualche

secchio d'acqua nella buca paurosa e si udì uno stridore di tizzoni

bagnati. Poi si lavò le mani e la faccia, si asciugò in un ampio

grembiale greggio e, collocati sotto la tettoia i due carri da

trasporto, accese la pipa, sedette su l'orlo della voragine ed aspettò

con le spalle appoggiate al muro.

Si raccontava a Bondione che, in quella voragine, tempo addietro,

d'inverno, una giornata nebbiosa e nevosa, fosse caduto un povero

diavolo il quale, ubbriaco di grappa, dormiva su la pietra dello

sporto. S'era voltato a sinistra e panf! dentro nelle fiamme. Il

desiderio di scaldarsi gli era stato fatale. A venti metri di

lontananza ne avevano ascoltato le grida strazianti. Poscia due

fanciulle accorse per vedere furono spaventate da uno strano puzzo di

abbruciaticcio, da un forte profumo di carne allo spiedo. _Finis

corona topus_, come sclamava il curato.

Matteo Vento, pensando per la centesima volta a questa tragedia, ebbe

un piccolo sorriso. L'anno prima egli, geloso di Violante, era stato

ad un pelo di buttar nella fornace il figlio di Zancastro,

conosciutissimo a Fiumenero. Qualche santo l'aveva salvato dal

commettere l'imperdonabile sproposito. Una vera fortuna. Violante non

meritava questa prova d'amore. Bagascia! per essere giusti, invece di

uno solo sarebbe abbisognato ammazzarne sei o sette, perchè ella con

sei o sette amoreggiava. E che feccia di gente! vecchi e giovani senza

distinzione. Quando si ha il bernoccolo della lussuria non c'è nè

anche il papa che ce ne possa guarire. E se egli l'avesse proprio

sposata? chi sa quanti dispiaceri, quante disillusioni. Certe donne

son messe al mondo per fare il male. E alla fine (continuava seco

stesso Matteo Vento), legandosi a quella ruffiana, sacrificandole

tutto, avrebbe rovinato Scolastica, la povera fanciulla che gli voleva

tanto bene, così onesta da mettere per lei nel fuoco le mani ed i

piedi. Oh! per Scolastica non c'era pericolo. Nessun rivale, nessuna

gelosia, nessun bisogno di coltello e vendetta. La fornace facesse il

suo officio; Matteo Vento non le darebbe mai, per causa di Scolastica,

carne umana da arrostire.

Un suono di campanelle a diverse gamme distrasse il giovane dalle sue

considerazioni. Per la viottola della torre, lungo il pendìo umido e

solcato dalle ruote delle carrette, s'avanzava lentamente uno stuolo

di capre, quali bianche e quali color cioccolate, con le corna

acuminate e la barba fluente. Trotterellavano le une presso le altre,

da buone amiche, assai allegre per il pasto fatto. E dietro di esse,

brandendo la verga, apparve anche una fanciulla alta nella persona,

vestita di tela greggia, con le uose di lana che le salivano alle

polpe ed un cappellaccio da uomo su la testa.

--Sei tu, Scolastica?--disse Matteo Vento.

Ella gli sorrise.

--Hai pascolato lontano, oggi?

--Su la sinistra del Serio.

--Verso Fiumenero?

--Verso Ponte-di-Legno.

--E adesso?

--Vado a mungere.

Matteo Vento sorrise alla sua volta.

--Sai--aggiunse;--ho parlato col principale.

--Sicchè dunque?

--Dice che sono libero.

--Ah! sì?

--Io direi il mese che viene.

--Nel mese che viene c'è la Madonna del

Rosario.

--Io direi appunto alla Madonna del Rosario.

--E tuo padre?

--È contentone.

--E mio fratello?

--Gli parlerò.

--Matteo Vento, buona notte.

I due si lasciarono. Matteo saltò dal sedile, scosse la pipa e si

allontanò per la china. Le capre entrarono in fila nel cortiletto e

Scolastica le seguì togliendosi il cappello da uomo. Poi, dopo cinque

minuti, il suo viso roseo e fresco apparve alla finestrina del piano

superiore. Ma, siccome quell'altro s'era voltato, ella scappò

bruscamente.

*

* *

Chi fa i conti senza l'oste li fa due volte, dice il proverbio. E

Matteo Vento che sperava di andar sùbito a cena dovette fermarsi

dietro la ferriera alla porta del principale. Questi lo chiamò per

nome e, introdottolo nella sua piccola camera, lo invitò a sedersi.

--Matteo Vento: ho bisogno di te.

--Eccomi a' suoi ordini--rispose l'operaio guardandolo attentamente. E

domandò il permesso di riaccendere la pipa.

Il principale, sbuffando per l'adipe, andò a chiudere l'uscio. Il suo

ventre rotondo tremava ad ogni passo come una vescica piena d'aria.

Malgrado tale inconveniente l'uomo era bello, secondo l'espressione

dei contadini e specialmente delle contadine. Aveva poi una grossa

catena al panciotto ed i polsi di guttaperca. I baffi unti di

cosmetico gli dividevano la faccia per metà. Nel cappello erano

infilate alcune penne di pernice che gli davano un aspetto marziale.

Gli stivaloni di cuoio rustico stringevano le corte gambe fino ai

ginocchi.

--La notte scorsa--disse il principale sedendo sovra il letto con un

romoroso tonfo--la notte scorsa a Gromo fu derubato un ricco

proprietario. I ladri erano molti, arditissimi, abilissimi. Fecero

tutto senza lasciar la minima traccia di sè. I carabinieri e le

guardie forestali andarono per ogni verso, frugarono i boschi e le

macchie, ma indarno. Quei birbanti svaligiarono la casa in pochi

minuti, portarono via gli argenti della tavola e, cosa incredibile, i

vasetti per l'acqua santa appesi al muro. Un'azione che non ha la

compagna. Oggi a mezzodì fu trovato un portafoglio su la siepe che

difende la riva del Serio, tra Fiumenero e Bondione. Il portafoglio

era vuoto: prima conteneva un centinaio di franchi.

Matteo Vento sbarrò gli occhi.

--Per cento franchi mettersi ad un tal rischio!

--Cento a Gromo, duecento a Fiumenero, altri cinquecento a Bondione: è

sùbito fatta una bella somma.

--A Fiumenero! a Bondione!

--Sicuro. Nell'ora di merenda un mugnaio di Fiumenero, traversando il

ponte, fu assalito da quattro manigoldi che lo spogliarono fino alla

camicia. Una donna dovette prestargli il suo abito da festa perchè

egli tremava di freddo. Nella giacca gli avevano portato via una borsa

con duecento quindici lire e diciotto centesimi.

--Ma perchè dice a Bondione? Hanno rubato anche a Bondione?

--Se non hanno rubato, ruberanno. Alle cinque una bambina che tornava

da Lizzola ha visto su la Roncaglia alcuni uomini sinistri che,

accovacciàti, si contavano molti biglietti da banca.

--Ed a chi mai ruberanno in Bondione?

Il principale si alzò: parlava lentamente, con voce cupa.

--Matteo Vento; in questo cassetto ho cinquanta scudi nuovi, due

banconote da cento e gli spiccioli. Io li ho riscossi domenica, a

Clusone, per la vendita del ferro.

--Diavolo!--esclamò l'operaio.

Il principale tacque un momento. Poi gli prese la destra.

--Questa notte, adunque, munisciti di un litro di vino, d'un coltello

affilato e della mazza da battere chiodi. Veglierai nella ferriera.

Chiuderò la porta che dà verso la torre e ne porterò meco la chiave.

Se udrai qualche fracasso, ti appiatterai nell'ombra, aspetterai che

entrino e, buttandoti nell'acqua, mi darai l'allarme.

--In quale acqua?--domandò Matteo stupito.

--Oh! bella! nel canale che passa per la fabbrica e che fa muovere il

maglio. Essa viene dal monte e traversa il mio cortile. Un uomo che si

curvi può benissimo venir dalla ferriera, sotto la vôlta, fino al

cortile. E giunto nel cortile...

--Ho inteso--disse Matteo Vento.--I ladri potrebbero con chiavi

false...

Il principale sorrise.

--Tu sei un ottimo giovane.

--Ma, signor padrone, non le pare più facile che i ladri vengano

direttamente dalla strada in casa sua?

--Sbarrerò la porta con la trave. Sfido a smuoverla. Dovrò ben udire.

--Per la porta no, ma per la finestra.

--Ci sono i vetri.

--Sùbito frantumàti.

--C'è la ferritoia.

--È rôsa dalla ruggine. Guardi. Ecco: va in polvere.

--C'è lo schioppo.

--Ah! bene. Lo schioppo. Ma lo tiene appeso al focolare? come potrà

servirsene?

--È vero. Mettilo al capezzale.

--Signor padrone, è carico?

--Sì.

--A polvere?

--A palla.

--Ha ragione. L'estremità della bacchetta riman fuori della canna.

Però su lo scudino bisogna cambiar la capsula. Questa è umida.

--Prendi la capsula. Siamo d'accordo?

--Signor padrone, se vengono dalla finestra tenga pronto lo schioppo

e, se riesce ad acchiapparne uno, mi chiami a squarciagola; ma se

vengono dalla ferriera...

--Lascio al tuo buon senso.

--Non dubiti. Felice sera. Le raccomando però di por la chiave al

tiretto.

--L'ho perduta.

--Male, male. E i denari li tiene lì così?

--Sai, non ho paura.

--Ma, a buon conto...

--Eh! diavolo: con uno schioppo!

--È vero. Vado a cena e torno da lei.

*

* *

All'osteria Matteo Vento mangiò di buon appetito. Si era fatta la

minestra di riso con fagioli secchi e, dopo di essa, gli portarono un

bel piatto di formaggio. Mentre il segretario comunale col medico,

l'oste ed un signore bergamasco venuto in villeggiatura giocavano a

briscola, egli cercò di scovar qualche cosa dall'ostessa che sedeva al

banco facendo le calze. Ma non riuscì a cavarne verbo e, meravigliato

che i furti recenti non formassero tema ai discorsi di quella sera,

lasciò la cucina prudentemente senza compromettere il principale con

una confidenza avventata.

Arrivando alla ferriera, si accorse che in disparte aspettavalo un

fiasco di quel fino. Il principale rinnovò le sue preghiere, gli

consegnò un coltello da accoppar pecore e gli indicò il posto dove

trovavasi la mazza. Poi, supplicatolo di non accendere lumi e di non

lasciarsi vincere da sonno importuno, lo salutò tranquillamente, uscì

per la porta della torre, tirò il catenaccio e chiuse a chiave. I suoi

passi di uomo panciuto, brevi e rapidi, si udirono allontanarsi per il

vicolo: giunse ancora un colpo di tosse, indi più nulla.

Matteo Vento diede la stura al vino. Lo trovò di suo gradimento ed

intabarratosi fino alla nuca si accovacciò dietro una colonna. Un

raggio di luna azzurrognola veniva in mezzo al camerone, rischiarando

il suolo arso, e le forme di terra preparate per il giorno dopo, e il

largo maglio inerte sopra una trave di noce. Le finestrine eran difese

da vetri sparsi di ragnatele ed al di là delineavansi, incrociate, le

sbarre fortissime confitte nel muro. Da poco tempo le avevano messe

nuove, nè i ladri potrebbero distaccarle facilmente. La porta poi,

massiccia e foderata di piombo, pareva così robusta da resistere ai

colpi di un ariete.

Intorno, perfetto silenzio. Nel raggio di luna danzava un popolo di

atomi picciolissimi e le muraglie trasudavano l'umidità notturna. A

Bondione scoccarono le otto, poi le nove, poi le dieci, poi le undici.

Si avvicinava il momento pericoloso.

Respiravasi nell'aria quell'odore umano che resta sempre ai luoghi ove

di giorno si è lavorato molto. E sopra la testa di Matteo Vento, dai

travicelli disordinàti e polverosi, pendevano lunghi fili d'argento

esili come i capelli di un vecchio ottuagenario. Solo, di tratto in

tratto, qualche ignota bestiolina saltando nell'acqua del canale dava

un gorgogliare impercettibile.

Matteo Vento cominciò a sentirsi un grande freddo alle gambe. Provò a

distendervi meglio il suo mantello, ma pareva che un mantice soffiasse

proprio sotto di lui, recandogli continua molestia. Da che parte

veniva quella corrente d'aria? dal buco della chiave no certo: dal

condotto dell'acqua impossibile, perchè troppo basso: dal soffitto

egualmente, perchè troppo alto.

Si guardò in giro con attenzione e vide che lo sportello del forno era

aperto.

--Sciocco!--pensò.--Due asinerie in una volta. Prendo l'aria e lascio

un adito ai ladri, se mai....

Si levò tosto da sedere e col tabarro che gli cadeva lungo la schiena

andò verso il forno.

Già aveva messo la destra sul gancio dello sportello, quando un suono

di voci gli ferì l'orecchio ed il suo cuore tremò tutto per

l'emozione. Dunque non c'era dubbio. Il principale aveva avuto buon

senso: i ladri forse, ignari dell'insidia, stavano per entrare nella

ferriera.

E s'inginocchiò, tenendo brandita la mazza, in attesa del nemico.

Ben presto una meraviglia immensa gli fece contrarre ad una boccaccia

i muscoli del viso.

Egli udiva distintamente una voce maschile che parlava con grande

calore ed alla quale doveva rispondere evidentemente una seconda voce

che, per lontananza od altro motivo, non si poteva intendere.

La voce maschile diceva:

--Stai sicura. Egli è giù che non sospetta di niente. È chiuso a

chiave; non uscirebbe nè anche se fosse un uccellino.--Non devi?

perchè non devi? ci penso io: quanti scrupoli! Alla fine sono un uomo

onesto.--Non dir così. Non crederai, ma sono tanto infelice. Non ho

famiglia; nè una madre, nè una sorella, nè una sposa che....

Qui un soffio d'aria portò via le parole.

--Se non vuoi che salga io, almeno discendi tu.--Crudelaccia! non hai

cuore!--Sai, è freddissimo; non è un gusto prendere il fresco,

stanotte.--Ah! se tu stai alla finestra, io sto in istrada; non è

peggio?--Ancora; senti: non essere così testarda, Scolastica....

Un secondo soffio impedì a Matteo Vento di udire. Egli fremeva.

--Che! non temere, ti dico. Non saprà nessuno, mai.--Come, vai via?

chiudi la finestra? vuoi che mi ponga a gridare? vuoi che mi

accoppi?--Niente carità. Che carità d'Egitto! Non ne hai mica per me.

Oh! sono stufo: se non mi apri, vado a cercar la scala a pioli e

poscia salirò per forza.--Ho detto che voglio così. Romperò i vetri,

farò fracasso, non me ne importa, peggio per te....

Matteo Vento aveva riconosciuta la voce del principale. Diede un

ruggito e, alzandosi da terra furibondo, proruppe a denti stretti:

--Animale!

*

* *

In un salto, sempre con la mazza nella destra, si trovò dentro

l'acqua. Curvò la schiena e, passo passo, aiutandosi con le mani,

tastando il letto del canale per evitar le buche, traversò il condotto

oscurissimo, le cui pareti stillavano goccie fredde ed erano coperte

di muffa. In pochi secondi arrivò all'estremità opposta; quella bianca

luce lunare gli ferì la vista come una fiamma: credeva scorgere da per

tutto macchie di sangue. E, fattosi puntello con la mazza, rapidamente

scavalcò il piccolo parapetto per modo che mise piede a terra.

A Bondione dal campanile vibravano le dodici; lente come rintocchi

funebri.

Ma il freddo provato nell'acqua, spinte o sponte, aveva calmato assai

le prime ire del giovanotto. Egli, prima di risolversi ad entrar nella

camerina del principale, fece tra sè un breve ragionamento. Cioè: se

passando per quell'uscita avesse potuto sopraggiungere il principale,

in mezzo alle tenebre, in luogo nascosto, senza probabilità di un

soccorso per lui, che avverrebbe? Una bega era inevitabile. E che

razza di bega! Il principale avrebbe assaggiato il sapor della mazza,

dei pugni e degli schiaffi. Fortuna poi che il forno era spento. Se

no, questa era proprio l'occasione per alimentarne la fiamma con la

pancia del gradasso. Fargli semplicemente paura? mettersi a rischio di

essere scacciato e di perdere il pane? coi ricchi non teniamo alcun

mezzo di vendicarci. Essi hanno sempre ragione. Quando si è costretti

a dipendere da qualcheduno, si diventa suoi umilissimi servi. Egli può

anche mandarci in galera e non cesserà di essere onorato e riverito

come un principe. Inoltre: perchè spaventar Scolastica, la quale, via!

si comportava bene in questo negozio? darle un dispiacere,

comprometterla forse, arrischiare di dover poscia rinunciare a lei?

Questione grave. Ma l'operaio non istette lungamente in dubbio. Pochi

attimi bastarono a risolverlo. Siccome l'uscio della camerina era

chiuso, egli con un fortissimo urto lo spalancò. Il lettuccio,

naturalmente, non era toccato; al capezzale stava ancora lo schioppo,

ritto e lucente, col grilletto alzato per isparare. Matteo Vento al

chiaror della luna potè muoversi liberamente, come se fosse in casa

propria. Andò alla tavola, tolse il cassetto e vi spinse entro le

mani. Trovò sùbito quattro mucchi di scudi, oltre una scodella di

legno piena di spiccioli, coi biglietti di banca. Se ne empì le tasche

e buttò la tavola per terra. Indi corse alla finestrola e con la mazza

fracassò un paio di lastre. Aperse le vetrate: con un altro colpo di

mazza spezzò le sbarre e guastò il davanzale. Finalmente, dato di

piglio allo schioppo, sollevò la canna verso la ferriera e pum! lasciò

partire la carica. Nello stesso tempo, collocatosi fuor nel cortile,

cominciò a gridare con quanto fiato aveva in gozzo:

--Aiuto! aiuto! i ladri!

*

* *

Il principale al rimbombo dello schioppo accorse bianco per la paura.

Rientrò dal cortile, donde era partito poco prima. Quando vide Matteo

dinanzi alla porta in frantumi e con la mazza tra le dita, comprese

tutta la sua disgrazia.

Novelle lombarde · 第 1 / 7 段