Da queste cifre risulta che i _boschi occupano ancora adesso circa la

metà dei terreni che dovrebbero coprire, secondo il clima naturale_;

però v'è da considerare che forse un terzo o più dei terreni scarsi di

vegetazione, al disotto del limite climatico dei boschi, sono tali in

seguito a condizioni naturali e non al disboscamento, risultandone che

la zona subalpina è relativamente la meglio imboschita di queste Alpi.

Però, le foreste vi sono diffuse molto inegualmente, e vi sono grandi

tratti affatto spogli; sul lato nord, le sole valli veramente ricche di

alberi in questa zona sono quelle del Tanarello, dell'Upega, del Pesio,

del Gesso superiore e dei bagni di Vinadio, cosicchè su quel lato gli

alberi ricoprono forse appena 2500 ettari, cioè un ventesimo circa della

superficie totale, mentre nella zona montana quivi abbondano i boschi.

Una _differenza notevole fra le Alpi Marittime e quelle settentrionali è

poi la mancanza, superiormente alle foreste, di quella zona quasi

continua di prati alpestri_ che attornia gran parte delle valli

svizzere. L'estensione dei prati è qui di poco rilievo, specialmente sul

lato sud, ove occupano appena 3000 ettari, mentre su quello nord si

estendono almeno a 16.000. Sulle catene meridionali s'incontrano poche

belle praterie (sugli altipiani di Marta, di Peirafica, del Piano

Tendasco, dell'Aution, di Prals, di Millefuons, ecc.), predominando,

sulle pendici poco inclinate, le erbe sottili, secche e giallastre. Il

lato nord vanta bei prati, specialmente lungo certi dorsi montuosi (e

sulle loro pendici superiori) quali il Colle Sestrera, la Colla Piana,

la cresta Pianard, la cui bellissima prateria (1500 a 2200 m. sul mare)

ricopre oltre a 800 ettari, il monte Merqua, ecc., poi nelle depressioni

delle catene e nei circhi delle alte vallate. Quanto alle _colture_,

esse forse in nessun punto raggiungono qui il loro limite climatico,

rimanendo talvolta molto disotto a questo, causa le condizioni

orografiche sfavorevoli; anche i campi di segala e di patate, nelle vere

Alpi Marittime, non s'incontrano mai sopra ai 1800 metri.

Passando ora alla _composizione ed al carattere della flora_, troviamo

ancora _325 specie nelle Prealpi e 274 nella zona veramente alpina_

(sopra i 2500 m.), la zona subalpina contando ancora 51 piante legnose e

16 piante annuali. _Quasi tutte queste specie sono strettamente

alpestri, mancando ben poche specie diffuse generalmente nelle Alpi_;

anzi _vi si trovano ancora quasi tutte quelle pianticelle che in

Isvizzera crescono perfino sulle più alte rocce_, contandosi qui, fra

_una trentina di specie nivali_, il Ranunculus glacialis, la Silene

acaulis, la Cherleria sedoides, la Saxifraga moschata e la bryoides, la

Gaya simplex, l'Artemisia spicata e la glacialis, il Senecio incanus,

l'Eritrichium nanum, la Gregoria Vitaliana, ecc.; e, tra le _specie

eminentemente alpestri che_ però _scendono più basso_, l'Aster alpinus

(scende a Casterino a m. 1560), la Viola tricolor e calcarata, la

Sagina glabra, il Mulgedium alpinum, la Campanula Allionii Vill., la

Linaria alpina, il Papaver alpinum, la Soldanella alpina, la Primula

viscosa e hirsuta, la Nigritella angustifolia, la Gentiana verna e la

germanica, ecc. _Poche specie mostrano un carattere generico piuttosto

mediterraneo_: così la Iberis nana, il Linum alpinum, la Nepeta nuda.

_In genere, la flora delle Alpi Marittime superiori si distingue per la

grande varietà delle specie, ma ben raramente forma un tappeto denso_,

quasi pratoide. La maggior parte delle piante fiorisce nel giugno e nel

luglio; le _epoche più splendide_ però _sono il principio di giugno_,

quando accanto alle nevi tuttora abbondantissime, sui detriti appena

scoperti, si aprono numerosi fiorellini, quando le boscaglie di

rododendri rivestonsi con miriadi di campanelle rosee, quando spuntano

gli aghi del larice e le foglie degli ontani, dal colore così vivido;

poi l'_autunno_, quando, sotto le creste già ricoperte da candido manto,

i mirtilli, che rivestono vasti tratti delle vallate settentrionali,

risplendono con una incredibile varietà di tinte verdi, brune, gialle e

rosse.

La _differenza floristica tra i due lati delle Alpi Marittime non è

molto risentita nella zona alpestre, essendo molto più notevole quella

fra le Alpi Ligustiche (o anche i monti calcarei in genere) ed il

massiccio centrale delle Marittime_. Fra le specie qui limitate, a

quanto pare, sui monti calcarei e calcescistici, citeremo: Helianthemum

italicum, Polygala alpestris e chamæbuxus, Rhamnus pumilus, Cytisus

pumilus, Astragalus aristatus, Paronychia serpyllifolia, Scabiosa

graminifolia e italica, Erica carnea (a sud-ovest del Colle di Tenda tra

1100 e 2050 m.; Val Pesio), Nepeta nepetella, Stachys alpina, Globularia

nudicaulis, Crocus vernus; di specie alpestri poi Ranunculus glacialis,

Aquilegia alpina, Iberis nana, Helianthemum oelandicus, Rhamnus

alpina, Papaver alpinum, le specie di Oxytropis e di Phaca, Dryas

octopetala, Saxifraga moschata, Ligusticum ferulaceum, Myrrhis odorata,

Campanula stenocodon, ecc. Speciali di quelle formazioni subalpine sono

il Trifolium Balbisianum Dc., le Sassifraghe già menzionate nella

regione montana e l'Iberis garrexiana, diffusa dalla Valle del Tanaro

sino al dipartimento delle Basse Alpi.--Fra le specie ligustiche non

trovate, a quanto pare, ad ovest del Colle di Tenda citeremo:

Helianthemum lunulatum, Dianthus Carthusianorum, Cerastium alpinum,

Trifolium pannonicum, Libanotis montana, Cephalaria alpina, Anthemis

Triumfetti, Hieracium Morisianum, Loiseleuria procumbens, Gentiana

tenella e germanica, Salix myrsinites, Calamagrostis arundinacea, Poa

sudetica. Speciale alle Alpi Ligustiche è forse il _Senecio Persoonii_

De Not. della catena a nord dell'alto Tanaro (Pizzo di Cornia e creste

vicine).

Le _specie_ che sembrano _limitate al massiccio centrale_, passando

tutto al più sulle roccie permiche, sono per lo più vere piante nivali;

tra le altre citeremo Dianthus deltoides, Sagina procumbens, Sibbaldia

procumbens, Sedum Rhodiola, Senecio incanus e Balbisianus, Tozzia

alpina, Scabiosa vestita, Lloydia serotina, Oreochloa pedemontana.

Originari di questo gruppo delle Alpi Marittime (però diffuse per lo più

anche sulle alte catene calcaree) sono, a quanto pare: il Cytisus

alpestris Thuret (alte vallate della Vesubia), la Viola valderia All.,

la Viola nummularifolia (abbondante attorno ai laghi di Mercantour e di

Rabuons), la Silene cordifolia All., la Potentilla valderia, la

Centaurea uniflora, l'Achillea herba rota, il Cirsium Allionii Thuret

(praterie umide del bacino della Vesubia, Sant'Anna di Vinadio), ma

sopratutto la magnifica Saxifraga florulenta Morr., specie

differentissima dai suoi congeneri e ben raramente fiorita.

Le _paludi subalpine occupano, nelle Alpi Marittime, un posto ben

modesto_, cosicchè la flora limitata ai luoghi umidi v'è abbastanza

povera; trovansi fra altri il Thalictrum alpinum, il Cirsium palustre,

l'Epilobium parviflorum e alpinum, la Primula farinosa, la Tofielda

calyculata, vari Eriofori (E. alpinum, ecc.), lo Sfagno; poi, accanto ai

rivi e nelle loro acque, la Caltha palustris, la Saxifraga aizoides,

l'Adenostyles albifrons, il Petasites albus, la Pinguicula vulgaris,

l'Umbilicus pendulinus, il Nasturtium pyrenaicum, il Myriophyllum

verticillatum; nei laghetti vegetano ancora Potamogetoni (P. alpinus, P.

marinus). E nei siti umidi che talune specie alpestri scendono più

basso, come l'Erinus alpinus, la Gentiana acaulis (insieme all'Arnica

montana ed all'Asphodelus albus sul monte Fascia dietro a Genova, ad

appena 605 m. sul mare).

_Le formazioni più degne d'interesse_, in questa regione, si possono

raggruppare così: _le foreste subalpine_, _le boscaglie_ di arbusti, _le

associazioni di grandi erbe_, ed infine _la vegetazione caratteristica

dei luoghi aridi delle Prealpi_.

I _boschi superiori delle Alpi Marittime non la cedono in maestà ai più

belli d'Europa_; sono molto meno monotoni di quelli della Foresta Nera e

della Norvegia, e, con tutto il loro aspetto severo, col silenzio

profondo che vi regna d'ordinario, mostrano pure un lusso di

vegetazione, una varietà di forme e di colori che li rende assai più

attraenti di quelle antichissime foreste bandite della Svizzera e della

Boemia. Così essi boschi portano la vita vegetale nella sua forma più

grandiosa e più svariata sino nei più selvaggi recessi montuosi; manca

loro il fogliame spesso, largo e fresco delle basse foreste, ma se

queste sono più leggiadre, quelle invece sono più nobili. Chi ha

percorsi quei boschi, d'ordinario solitari e ben lontani dai villaggi,

pensa certo con mestizia ai tempi passati, quando tutt'attorno le

pendici erano rivestite in simile modo dagli alberi. Ora il

_disboscamento_, anche nelle valli superiori (specialmente in quelle

della Gordolasca, del Borreone, di Mollières), ha fatto rapidi

progressi, essendosi perfino costrutte importanti dighe per ritenere i

rivi, nei quali accumulansi i tronchi tagliati, aprendo poi le

cataratte, cosicchè il torrente con forza raddoppiata trascina il legno

fino nelle basse valli. I Laghi dell'Inferno, che Gioffredo, due secoli

fa, chiamava «attorniati da fitta selva di larici», hanno ora sponde

squallide e nude, ed appena mostrasi nei loro dintorni qualche vecchio

larice isolato. In molti boschi i larici sono ora così radi che vedonsi

due volte tanti tronchi tagliati quanti viventi, e spesso incontransi

pendici intieramente spogliate sulle quali spuntano ancora i ceppi degli

alberi scomparsi.

Le _più belle foreste subalpine_ vedonsi _tuttora sulle alte catene

meridionali_: tra la Tinea e la Vesubia esse ricoprono almeno 4500

ettari, estendendosi da _Clanzo_, da Valdiblora e da Venanzone fino sui

monti Tournairet (m. 2085) e Siruol; ancora oggidì vi sono abbastanza

numerosi i lupi, le linci, le volpi, ecc., mentre nel medio evo

ricoveravano anche cinghiali, daini e caprioli; sin verso il 1830 la

foresta di Clanzo era una vera foresta vergine. Quella di _Saleses_, che

dal passo omonimo (m. 2020) per un'amenissima valletta scende a Ciriegia

sul Borreone, misura quasi 500 ettari, distinguendosi per le acque

chiare ed abbondanti che vi scorrono, per lo splendore della flora che

vi conta specie rarissime e talune piuttosto meridionali, per la

bellezza dei prati intercalati, poi per il fusto regolare delle piante,

la rimarchevole beltà delle essenze e la grandezza degli alberi, di cui

taluni raggiungono 40 m. di altezza. Magnifici boschi sono poi quelli di

Fremamorta, del Cavallé, di Devensè, di Clapeiruole (Val Gordolasca),

della Mairis (tra la Vesubia e la Bevera), della Valmasca; nelle Alpi

Ligustiche quelli della Bendola, del Gerbonte, di Rezzo, delle Navette,

di Sestrera (Val Pesio), ecc. La più bella foresta che incontrammo nel

bacino del Roja è quella che colle sue varie ramificazioni si stende da

Briga in Val Levenza sin sotto alla Cima di Marta (2138 m.), tra le

vallette della Madonna e del Riosecco, occupando quasi 1100 ettari e

portando, nelle sue diverse parti, i nomi di Piné, _Montneir_, _Sanson_

e Nava. La varietà della flora, stante il grande dislivello fra i suoi

estremi (800 a 1900 m.), vi è infinita, ed inoltre essa è qua e là

interrotta da belle praterie, da scoscesi burroni e da radure rocciose

dalle quali si hanno estese vedute e si può apprezzare lo strano

cambiamento di fisionomia prodotto dal disboscamento nelle catene

tutt'attorno, di pari altezza, le quali sono per lo più affatto

squallide, appena popolate da ginepri o ginestri. Nelle precipitose

vallette che scendono verso il Riosecco sonvi ancora abeti giganteschi;

sul lato del vallone di Sanson v'è un vecchio abete di circa m. 5½ di

circonferenza. La foresta è percorsa da parecchie strade orizzontali ad

uso dei boscaiuoli.

I _caratteri distintivi di tutte le precitate foreste_ sono: la varietà

abbastanza grande degli alberi, essendo però dappertutto rari quegli a

foglie caduche; lo spazio abbondante fra i tronchi, permettendo il

libero sviluppo di ciascun individuo; infine la foltezza, l'altezza e la

ricchezza dei cespugli, come delle erbe che vegetano negli spazi: si

contano ben 40 specie di _arbusti_, limitati in parte alle località più

basse, quali il Clematis vitalba che cresce ancora a 1450 m. sul Piné e

sopra le Terme di Valdieri; poi varie Rose, il Nocciuolo, il

Biancospino, il Rubus discolor, il Ribes uva crispa, il Salix nigricans,

il Faggio, il Sicomoro, il Ginepro, ecc.; in parte ai siti veramente

alpestri, quali l'Atragene alpina, il Cytisus alpinus, la Rosa alpina e

spinosissima, il Lampone (comune tra 900 e 1800 m.), il Cotoneaster

vulgaris, il Sorbus aucuparia, il Ribes alpinum, la Lonicera nigra, i

Mirtilli, l'Uva d'orso, il Rododendro, la Daphne mezereum, il Ginepro

nano, ecc.--Tra le _erbe_, trovansi, _nelle parti più secche dei

boschi_: Carlina vulgaris, Solidago virga aurea, Prenanthes purpurea,

Euphrasia officinalis, Melampyrum nemorosum; poi, più in alto, Cirsium

erisithales dai fiori gialli, Carlina acaulis, Arnica montana, varie

Orchidee (O. odoratissima, ecc.), Pteris aquilina (talvolta molto

grande). _Predominano invece nei siti più ombreggiati ed umidi_: il

Ranunculus ficaria, l'Oxalis acetosella, la Viola silvestris, la

Polygala vulgaris, il Geranium silvaticum, la Potentilla tormentilla, la

Fragola (diffusa da 800 a 1200 m.), varie umbellifere talvolta alte sino

a 2 m. (Trochiscanthes nodiflorus, Laserpitium latifolium, Molopospermum

cicutarium), il Senecio silvaticus, il Phyteuma orbicolare, l'Atropa

belladonna, la Salvia glutinosa, la Pulmonaria azurea, il Myosotis

silvatica, il Digitalis lutea, l'Euphorbia hibernica, la Paris

quadrifolia, il Polygonatum officinale, il magnifico Lilium martagon,

la Fritillaria involucrata e delphinensis, l'Asphodelus cerasifer, la

Scilla bifolia, il graminaceo Festuca gigantea (abbastanza raro, alto da

1 a 2 m.), varie felci (Polypodium dryopteris, Aspidium lonchitis, A.

filix mas, A. oreopteris, Asplenium filix foemina), la Selaginella

helvetica; poi, in simili località, ma generalmente non sotto ai 1500

m.: Anemone narcissiflora, Pirola minor, Dianthus silvestris, Sagina

Linnei, Stellaria nemorum, Epilobium spicatum (alto sino a m. 1½),

Peucedanum Ostruthium, Astrantia minor, Doronicum Pardalianches (boschi

del Borreone), Senecio aurantiacus, Leucanthemum maximum (bosco di Nava

tra 1400 e 1900 m.), Achillea tanacetifolia, Phyteuma Michelii, Ph.

Halleri, Gentiana lutea, G. cruciata, Digitalis ambigua, Urtica dioica,

Convallaria maialis (Mollières, Val Pesio), Veratrum album, Allosurus

crispus, Lycopodium selago, Selaginella spinulosa, ecc. Sulle larghe

radici degli alberi, le _muffe_ formano spessissimi tappeti verdi,

mentre dai rami pende la strana _Usnea barbata_; ricchissimi sono poi

quei boschi di _funghi_ sia mangerecci (quali Boletus edulis e fragrans,

Agaricus cæsareus, A. deliciosus, Morchella esculenta), sia velenosi,

ma molto belli (quali Agaricus phalloides, A. muscarius, ecc.).

Attorno al _limite superiore della vegetazione arborea_, v'è da notare

in genere che esso è _in media molto più basso di quanto le condizioni

climatiche dovrebbero farlo trovare_; però, tale fatto non proviene

dappertutto dal disboscamento. A che altitudine ivi fosse altre volte il

limite della vegetazione arborea, non possiamo dirlo; forse era molto

vicino alle cime. Peraltro non mancano nel basso delle vallate i luoghi

che dall'epoca glaciale in poi non portarono mai boschi: così molte

pareti scoscese, le rocce montoni così sviluppate in queste valli, certe

gole strette e cupe, i passi dell'alte creste ove si scatenano troppo

spesso forti venti, i carsi delle Alpi Ligustiche, i circhi terminali

delle valli, esposti alle valanghe e ripieni gran parte dell'anno di

ingenti masse di neve, ecc. È poi facilmente spiegabile come gli alberi

rimontino più alto sui fianchi delle valli (specialmente verso lo

sbocco) che nel loro fondo, più freddo e meno esposto al sole, come pure

che le valli longitudinali siano più favorite sotto questo aspetto che

quelle trasversali.

Assai più complicato, ma troppo generale per essere fortuito, è il fatto

che sempre su uno dei lati delle valli gli alberi salgono molto più

alto, od i boschi vi sono meglio sviluppati. Nelle valli dirette da est

ad ovest o viceversa, è quasi senza eccezione il fianco meridionale che

mostrasi più favorito, sebbene sia mena esposto al sole ed ai venti del

sud, più esposto invece a quelli del nord. Su grande scala questo si

osserva nelle Valli della Stura e del Tanaro (di questa il lato nord è

spoglio di alberi fin da Carnino, da 1500 m. sul mare!), inoltre

specialmente nelle Valli del Rio Freddo di Tenda, della Levenza, della

Valmasca, del Cairos, di Ceva, del Borreone, di Mollières, di

Ciastiglione, di Meiris, di Vallasco, ecc. È da osservare qui che i

fianchi meridionali di queste valli sono d'ordinario più irregolari, più

solcati da vallette secondarie che i fianchi opposti, offrendo quindi

una maggiore varietà di luoghi propizi agli alberi ed essendo inoltre

meno facilmente percorribili. Infatti, in parecchi casi dove ha luogo il

contrario (così per brevi tratti nei valloni di Ciastiglione, di

Valmasca, di Fontanalba, ecc.), il lato nord è anche favorito sotto il

detto riguardo. Inoltre, lo spartiacque principale, quale limite nord di

molte vallate trasversali, riceve assai più precipitazioni (specialmente

sotto forma di neve) che non le catene meridionali, ed il suo clima, in

ragione dell'altezza, è sensibilmente più freddo. Nelle valli

settentrionali è da ritenersi che pendici favorevoli alla formazione di

valanghe o all'accumulo delle nevi non potranno nutrire alberi, stante

le ingenti quantità di neve che vi cadono e perdurano talvolta da 5 a 8

mesi ben sotto ai 2000 m. A tale fatto (non meno spesso che alla

difficoltà di accesso che allontana gli uomini e le capre) sarà in parte

dovuto il curioso fenomeno che in molte valli le sponde dei torrenti e

le pendici inferiori sono prive di alberi, mentre ne crescono assai più

in alto, sugli stretti terrazzi lungo le pareti a picco, e perfino sulle

creste rocciose. Nelle valli longitudinali, il fianco orientale è più

spesso il favorito, così nelle Valli della Gordolasca, del Pesio, della

Vermenagna, dei Bagni, ecc.

Da una _comparazione del limite superiore approssimativo degli alberi_

avemmo per 14 valli _sul lato sud_ di queste Alpi (dalla Levenza al

Ciastiglione) la _media generale di soli m. 2095_ per il punto

culminante (media nel fondo della valle 1893, sui fianchi meridionali

2230, sui settentrionali 2186, sugli occidentali 2200, sugli orientali

2116); per 10 valli _a nord del grande spartiacque_, dal Pesio al

Vallasco ed al Meiris, la _media è di circa m. 1895_ (nel fondo delle

valli m. 1805, sui fianchi meridionali m. 2520, su quelli settentrionali

2016, su quelli occidentali 1950, sugli orientali 1750); ne risulta,

quale media generale sui due lati, un'altitudine di m. 2035. Si deve

però notare che in alcune valli, il detto limite degli alberi

(specialmente laddove mancano le conifere) è enormemente abbassato; sul

lato nord, le valli della Ruina, della Barra, di Monte Colomb, del

Sabbione, della Vermenagna, dell'Ellero, e forse anche del Corsaglia,

sono affatto prive di foreste al disopra di 1500 m.; trovansi però degli

alberi isolati superiormente a questa quota nei tre primi dei suddetti

valloni.

Trattandosi ora degli alberi che rimontano nella zona alpestre,

comincieremo col _pino selvatico_, abbastanza diffuso nelle foreste

superiori di Val Vesubia, del Tournairet, dell'Aution e di Val Roja, e

spesso limitato ad uno dei fianchi, mentre sull'altro primeggiano abeti

o larici. In generale, il pino si mostra nei siti più secchi,

contentandosi di un suolo piuttosto ingrato. Laddove esso forma il

limite arboreo (così sul Monte Tavan, a nord di Tenda, tra 1700 e 1900

m., sul Colle di Tenda a 1709, nel vallone di Caramagna a 2050, a nord

della Valmasca a 1900 e sul lato est del vallone di Casterino, a circa

2120 m. sul mare), esso raramente è ridotto ad arbusto, mostrandosi però

molto differente dagli esemplari della zona montana, di cui taluni

scendono fin verso Mentone. La forma più comune è quella di un piccolo

albero, con cima depressa, simile ad una cappa, con rami brevi e

contorti; spesso due o più alberi escono da una sola radice, formando

tronchi di oltre 3 m. di circonferenza, mentre la loro altezza non

eccede i 10 m. Nel vallone delle Finestre, dove grandi pini crescono

sino ai 2000 m., il Reclus ne menziona uno, il cui tronco mostra

protuberanze anulari e semi-anulari tra loro divise da spazi regolari;

quivi anche, nel bellissimo anfiteatro della Poncia (1678 m.), trovansi,

secondo Broilliart, parecchi begli esemplari giovani di una forma tanto

eccezionale che maestosa, il pino di alberatura, dritto, con forti

radici, terminantesi con una cima sagittiforme dai rami brevi e sottili.

L'_abete bianco_ (Abies pectinata) è quivi diffuso dalle foreste

dell'Esterel e dalla vallata di Thorenc, dietro a Grasse, sino al Bric

dell'Agnellino, tra Finale e Bardineto, scendendo però appena più basso

di 800 m. ed in generale meno comune del pino e del larice; però, esso

forma gran parte delle folte foreste subalpine nelle Alpi Ligustiche,

specialmente a sud di Briga, ove sale sino ai 1900 m., e perfino nel

bacino del Nervia, ove ne crescono esemplari colossali sul Monte Frasce

(territorio di Apricale); spesseggia poi nelle foreste della Valmasca,

dell'Urno (sino ai 1950 m., e un esemplare isolato trovasi a 2000 m.),

dell'Aution, di Venanzone, di Mollières, ecc. Sul lato nord, se ne

trovano dei secolari, insieme a faggi ed a larici, nella foresta del

vallone di Sauma, che protegge dalle valanghe il villaggio di Callieri,

poi sopra le Terme di Vinadio, e in tutte le vallate attorno a questo

ultimo paese. Nel bacino del Gesso, pare che non si trovi se non attorno

alle Terme di Valdieri, ove ne crescono bellissime e numerose piante

sino ai 1800 m. (sulla Rocca di San Giovanni); infine è comune nel

bacino del Pesio.

L'_abete rosso_ (Picea vulgaris Lk.), l'albero più comune delle Alpi

Svizzere e Bavaresi, ed anche della Norvegia, non si trova, a sud delle

Alpi Marittime, che nei Pirenei, e pare manchi affatto alle Alpi

Ligustiche. Nel bacino del Roja non vedemmo che un solo esemplare, a

1400 m., nella foresta di Maima, e in Val Gordolasca soli due; però non

è rara questa specie nelle foreste di Mollières, Clanzo, Meiris,

Salèses, Cavallé e delle Finestre (a 2000 m.), raggiungendovi talvolta

una grandezza ed una bellezza rimarchevoli; taluni esemplari scendono

fin vicino a Mentone. Sul lato nord, non trovammo quest'abete che

attorno alle Terme di Valdieri. Giovani alberi di questa specie

trasportansi nel dicembre sulla Riviera, ad uso dei tedeschi che

conservano la bella usanza dell'albero di Natale.

Il _larice_ (Larix europea), il prossimo parente del cedro nell'Europa e

nello stesso tempo l'albero più ribelle al freddo che si conosca, non

cresce selvatico che nella Siberia (ove una sua varietà poco distinta

dalla nostrana forma il limite settentrionale della vegetazione

arborea), nelle Alpi e, a quanto si dice, nella Corsica. È l'albero più

comune della regione alpestre, dalle Basse Alpi e dai monti di Val Stura

sino ai bacini del Roja, del Tanarello e dell'Upega. Sugli altipiani

provenzali cresce forse vicino a Thorenc, sopra Grasse; manca, a quanto

pare, ai monti di Mentone, in Val Nervia e ad oriente del Colle di Nava;

nel bacino del Gesso è limitato ai valloni di Valletta, Vallasco,

Lourousa e Meiris; trovansi inoltre pochi esemplari isolati sulla parete

a sud del Lago della Ruina. Ben raramente scende sotto ai 1200 m. (nel

vallone della Miniera a 1160 m., nella Val Stura a 1100 m.); prospera

però ancora nel giardino dell'albergo di San Dalmazzo di Tenda (m. 690).

Bollettino del Club Alpino Italiano 1895-96 Vol. 29 Num. 62 · 第 25 / 27 段