Sviluppatissimi sono in tutta quella regione i fenomeni glaciali,

specialmente le _rocce montoni_, che nel Vallone della Miniera scendono

sino a circa 800 metri, vicino a S. Dalmazzo di Tenda. In molti punti

esse formano larghi dorsi ondulati o pianeggianti che col loro fianco

precipitoso sbarrano la vallata, mentre il rio ne scende d'ordinario per

mezzo di stretta spaccatura che vi si è scavata; simili dorsi si

osservano, per es., nella Val Gordolasca sotto il Lago Lungo e sotto la

Vastera Streit, poi nella Val d'Inferno, sotto i Laghi di Valmasca e

dell'Agnel, nel vallone di Peirabroc e specialmente dietro al Lago della

Ruina. Di questo ultimo sito, notevole per lo sperone abbastanza alto,

arrotondato e tutto levigato dal ghiaccio, che s'innalza tra il sentiero

ed il burrone del rio (la carta sarda lo chiama Baus del Fasà), parla il

Freshfield dicendo che mai non vide un luogo che dimostri meglio la

capacità dei ghiacciai di levigare le roccie e l'incapacità di rimovere

seri ostacoli. Ritroveremo le rocce montoni quando tratteremo dei laghi

alpestri.

Quanto alle _morene_, se ne vedono delle ben sviluppate nel vallone di

Vallasco, in quello di Meiris davanti al gias della Sella, e

specialmente nel vallone Lourousa, sbarrato più volte da terrazzi

morenici a mo' di scale regolari. Le più basse, sul lato sud, si vedono

nel bacino di Tenda, poi sotto a San Dalmazzo, vicino allo sbocco del

rio della Miniera (circa 650 m.); nella parte nord ne sono singolarmente

ricchi i dintorni di Demonte e di Entraque, quest'ultimo villaggio è

tutto attorniato da dorsi morenici colla superficie pianeggiante, ora

coltivata o ridotta a praterie, mentre il corso dei torrenti vi è molto

incassato, come lo è anche quello della Stura a valle di Demonte. Il

maggiore dei colli morenici a sud di Entraque, chiamato Serriera dei

Castagni, forma un largo dorso quasi uniforme che corre diritto per ben

3 km., elevandosi man mano da 1100 a 1330 m. e dominando il rio della

Trinità dall'altezza di circa 200 metri.

Nelle Alpi Ligustiche, i fenomeni glaciali sono di minor rilievo,

eccetto forse a nord del Mongioje: invece l'erosione vi ha prodotte

potenti formazioni carsoidi e le vallate settentrionali vi sono anche

singolarmente ricche di caverne, tra le quali quelle di Bossèa,

dell'Orso, di Nava, ecc., che hanno poche rivali in Italia.

2) =Formazione delle Vallate.=

Le valli delle Alpi Marittime sono in _maggior parte trasversali_. Le

_poche longitudinali_ o parallele alla catena principale, cioè quelle

dell'alta Tinea, del Varo medio e inferiore, della Stura, del Tanaro e

dell'Arroscia, non sono dovute, a quanto pare, esclusivamente all'azione

dell'erosione, corrispondendo invece a _breccie naturali_, lungo il

confine dei vari sistemi orografici. Esse valli--le più _antiche_--sono

perciò più perfette in quanto concerne la loro direzione quasi uniforme

e il loro «thalweg» profondo, largo e poco inclinato per lunghi tratti.

Le valli più complete sotto questo riguardo sono: quella della Stura,

che presentasi larga da 1 a 2 km. sotto Demonte e più sopra fino a

Vinadio, poi quella del Tanaro dalla sorgente fino ad Ormea, e quella

del Gesso fin sopra Valdieri; sul lato sud quella dell'Arroscia sino a

Pieve di Teco, poi lunghi tratti delle Valli della Tinea (sotto Santo

Stefano), del Varo, dell'Ubaye, ecc.

La maggior parte delle valli meridionali di queste Alpi costituiscono

però tipi caratteristici di valli trasversali, scavate intieramente

dalle acque, talvolta in terreno molto difficile, e non presentando il

carattere di valli perfette e piane che verso il loro sbocco nel mare.

Così la Valle del Roja non è che una interminabile serie di chiuse

strette e talvolta meandriformi, separate tra loro da bacini più o meno

larghi, il più lungo--quello della Giandola--non misurando oltre a 4 km.

di lunghezza. Questi bacini, in parte letti di antichi laghi, apronsi

quasi sempre là dove s'incontrano due o più rivi di qualche importanza.

Le _chiuse meridionali_ delle Alpi Marittime, per carattere selvaggio e

fantastico, sono veramente uniche in Europa. Quella della _Vesubia_, nel

terreno orgoniano, era in gran parte affatto inaccessibile, finchè due

anni fa si aprì una nuova strada strategica che da Lantosca mette nella

Valle del Varo; la strada postale invece corre a 200 o 300 m. sopra il

torrente, sull'asprissimo fianco sud, esposto alle valanghe d'inverno,

attraversando per mezzo di una galleria la roccia a picco conosciuta

sotto il nome di «Salto dei Francesi»; se qui non mancò la tragedia (i

montanari esaltati vi precipitarono, a quanto si dice, molti

«maraudeurs» francesi nelle guerre della prima Repubblica), almeno si

deve confessare che il posto era straordinariamente adatto ad

avvenimenti tragici; dalla strada per lo più non si vede il fondo del

precipizio.

La gola del _Ciaudan_, dominata da pareti calcaree, parte con

stratificazioni oblique molto ben accusate, parte liscie o

strapiombanti, sopra le quali erte cime s'innalzano sino a 750 m. sopra

la valle, è ora attraversata dalla nuova ferrovia da Nizza a Poggeto

Teniers; il Varo vi appare molto copioso nel suo stretto alveo, e nei

tempi di piena vi corre con velocità incredibile; all'ingresso, il

villaggio di Baussone è letteralmente sospeso sul culmine di una roccia

a picco alta 250 m.; simile posizione è, del resto, di regola per tutti

i luoghi abitati di quella regione.

Le gole del _Cians_, del _Loup_ e quella del Varo vicino a _Daluis_, che

comincia per mezzo di una «porta fluviale» molto caratteristica, sono

veri «cañons» cioè spaccature, per lo più colla forma della lettera U,

scavate in altipiani aridi e poco ondulati, dalle stratificazioni

orizzontali o quasi. Vedonsi, specialmente nella gola di Daluis, roccie

dalle forme più singolari, e l'insieme di quegli stretti e tortuosi

canaloni è così strano ed imponente, che in molti punti ricorda

vivamente le incisioni del Dorè per l'Inferno di Dante. Si aggiunga poi

la luce vivissima del sole contrastante colle ombre profonde, i colori

svariati e d'ordinario molto vivaci (rossi, bianchi, gialli) delle

rocce, i curiosi effetti dell'erosione e degli scoscendimenti, le

numerose caverne, sorgenti e cascate, poi la flora quasi del tutto

ancora mediterranea, che con ricchezza infinita di fiori e di arbusti

sempreverdi ricopre le nicchie, le fenditure e le sporgenze della

roccia, mentre questa in altri punti appare tutta nuda o ricoperta di

piccole incisioni a mo' di geroglifici.

Bellissima è anche la gola di _Gaudarena_, lunga 7 km., nella alta Val

Roja, con paesaggi svariatissimi, rocce di forme molto diverse, alte

sino a 300 metri, costituite in gran parte da schisti permici verdi,

rossi, violacei o grigi, e popolato da molti vegetali più o meno

meridionali, quali il castagno, il pino silvestro, vari ginepri, un

acero (A. opulifolium), il sommaco (Rhus cotinus), l'edera, il fico

selvatico, l'erica arborea, il cistus albidus, lo spartium junceum,

l'ostria carpinifoglia, l'inula viscosa, ecc.

Tutto alpestre invece è il carattere della grande fessura di _Val

Negrone_, lunga 14 km., tra Upega e Carnino ed i Ponti di Nava, ed

accessibile soltanto per mezzo di difficili sentieri, impraticabili per

chi soffre di vertigini; le sue orride rocce si alzano fino a 500 m.

sopra il letto del torrente, e sul lato sud nereggiano ancora boschi

popolati da lupi.

Quanto ai _vertici delle valli_, i meno modificati dal tempo--cioè i più

giovani--sarebbero stretti burroni, poco incisi e più o meno ripidi,

come riscontrasi alla testata di molte vallette secondarie. Una forma

già più sviluppata è il _circo_, attorniato su quattro lati da ripide ed

alte pareti, dalle quali sfugge l'acqua per mezzo di una stretta

spaccatura; tali circhi, d'ordinario con fondo eguale e sassoso, altre

volte o ancora adesso occupato da un lago, si osservano all'estremità

superiore di molte valli alpestri: i più caratteristici sono quello del

vallone di Gordolasca, colla bella prateria della Fous nel fondo, e

quello del Lago Brocan nel vallone della Ruina.

Non meno numerosi sono gli _altipiani_, spesso riempiti da laghi,

coronati da erte giogaie su tre lati, mentre un dorso morenico o di

rocce montoni li chiude a valle; tali sono, per esempio, i bacini

terminali del vallone della Miniera, gli altipiani lacustri della

Valmasca, dell'Agnel, del Lago Lungo, di Fremamorta, di Valscura e molti

altri. I circhi, come gli altipiani, esistevano evidentemente già

nell'epoca glaciale, che lasciò la sua varia impronta nei loro dintorni.

[Illustrazione: LA GOLA DI GAUDARENA

_Disegno di A. Viglino da una fotografia di F. Mader._]

Più antiche e più finite sono le valli che al loro vertice salgono con

pendìo dolce verso un'insenatura della cresta, che le congiunge

insensibilmente con un'altra valle, formando quasi un'interruzione della

catena alpestre ed una via naturale per attraversarla; tale è il fondo

della Val Stura, congiunto colla Valle dell'Ubayette per mezzo

dell'altipiano della Maddalena (m. 1995), e su più piccola scala il

bacino terminale del vallone di Carnino, verso il Colle dei Signori; ma

è ben raro che una valle fin dal suo cominciamento raggiunga in simile

modo il colmo della sua escavazione.

Sotto ai circhi od agli altipiani, le valli alpestri formano tutte una

serie di scaglioni più o meno lunghi, d'ordinario con davanti una

barriera di rocce montoni; strette gole o ripidi pendii con cascate

congiungono questi scaglioni, al cui margine superiore si presenta

spesso un pianoro ovale, antico bacino lacustre, come ve ne sono due

bellissimi esempi nel vallone di Vallasco. Uno dei più estesi di tali

piani è quello di Casterino, alto in media 1550 m.; lungo ben 4

chilometri e largo da 300 a 800 m.: esso costituisce certamente la più

grande superficie piana del territorio di Tenda.

3) =Clima, nevi, ecc.=

Non essendovi, nelle Alpi Marittime, altre stazioni meteorologiche

fuorchè quelle della costa, poi Cuneo e Boves, sul limitare della

pianura, non possiamo dare sul _clima delle alte regioni_ notizie di

qualche rilievo. A Tenda, dal 1º luglio al 15 settembre, la temperatura

di giorno è ben raramente superiore ai +25° C. (misurammo una volta

+28°), mentre la notte si mantiene d'ordinario tra 15° e 19°. Però, in

tutte quelle vallate aperte verso sud, ed accessibili ancora ai venti

del mare, l'influenza del clima marino si fa sentire sino ad altezze

molto ragguardevoli e vi cade relativamente poca neve, essendo un caso

ben raro che questa, come nel 1895, perduri a Tenda più settimane. Del

resto, dalla fine di giugno alla metà di settembre, è raro che nevichi

nelle Alpi Marittime, mentre cade più spesso la grandine.

Il _clima veramente alpestre_ è pertanto limitato, sul lato sud, a

parecchie valli alte e molto chiuse, come quelle di Valmasca, di

Gordolasca, del Borreone, di Ciastiglione, ecc. Il _lato nord_ invece

ha, causa l'alta catena che si erge per lungo tratto a meriggio, un

clima singolarmente continentale ed un inverno rigidissimo,

comparativamente alla sua latitudine piuttosto meridionale ed alla

vicinanza del mare. Le Valli di Valdieri hanno un clima certo meno mite

di quello della Lombardia e perfino della Valle d'Aosta. Nell'inverno vi

cade neve in quantità straordinaria, raggiungendo, per es., ad Entraque

nel febbraio 1888 quasi m. 4½ di altezza; anche l'estate è assai meno

secca e meno stabile che sul lato sud, e alle Terme di Valdieri,

protette dai venti su quasi ogni lato, la temperatura media del giorno,

nei mesi più caldi, sarà poco superiore a +15°.

Risulta già da questi pochi dati che nella parte sud delle Alpi

Marittime non s'avrà da aspettare _molta neve eterna_. Che però se ne

incontri in taluni luoghi bassi favoriti dalla struttura orografica,

dall'esposizione verso nord, dalla protezione contro i raggi del sole

(almeno per molte ore), non può sorprendere chi conosca l'ingente volume

di neve che cade d'inverno.

Nella parte sud della grande catena _nevati_ di qualche estensione non

trovai che su fianchi esposti verso nord od ovest, o almeno protetti da

alte pareti verso meriggio; ve ne sono due abbastanza grandi,

sovrapposti sul fianco occidentale del Clapier, scendenti sino ai 2600

m., poi uno nel canalone a nord del Monte Capelet, sopra il Lago Autier,

e due cospicui sotto la Cima dei Gelas, dietro il Lago Lungo, sino alle

cui sponde (m. 2572) scendono piccoli campi di neve perpetua; altri

stendonsi nei rami terminali di Val Vesubia sotto il Gelas, dietro ai

laghi del Balour, dove il sig. Bozano ebbe da attraversare, come dice,

una larga vedretta; poi a sud del Lago Agnel ed attorno al Lago Gelato,

nella Valmasca, ed in qualche altro luogo di questo alto gruppo.

Quasi affatto prive di neve estiva, sono le _Alpi Ligustiche_, facendo

astrazione dei buchi profondi nella regione degli Scevolai a circa 2200

m. e forse di qualche avallamento al piede della grande parete nord

della Cima di Marguareis.

_Sulla parte nord delle Alpi Marittime_, trovammo prima, li 17 agosto

1890, un grande nevato a circa 1800 m. di altezza nel circo a nord del

Colle del Sabbione, e più basso, sin verso 1650 m., due altri, nei quali

il torrente si era scavato delle gallerie, il cui vôlto era ancora saldo

abbastanza per potervi saltare sopra con tutta forza. È vero che questi

nevai non v'erano più nel 1894, e che l'inverno 1889-90 era stato

particolarmente ricco di neve; però, nell'estate 1885, perdurò una

quantità di neve ancora molto maggiore.

In generale non c'è forse nella parte nord un monte che superi i 2700

m., senza essere troppo ripido, che non ritenga, almeno su uno de' suoi

lati, un po' di neve per tutto l'anno. Le più basse nevi estive si

trovano nel fondo di fessure che servono regolarmente di raccoglitori

delle valanghe; così trovai alla fine d'agosto 1893 un ammasso cospicuo

di neve sul lato est di Val Ruina, ad appena 1450 m. d'altezza. Nevi

eterne di maggiore estensione trovansi (non sotto i 2400 m.) nei recessi

terminali del Vallone di Vallasco, a nord della Cima dell'Oriol e sui

fianchi delle alte catene che fanno capo al Lago Brocan; ma i _nevati

più estesi sono limitati ai tre più alti gruppi_ delle Alpi Marittime.

Immediatamente sulla parte nord della catena principale, per un tratto

di circa 4 km. di estensione, _dal Monte Clapier alla Cima dei Gelas_,

v'è un _complesso abbastanza considerevole di nevaj_ e perfino di

_ghiacciaj di secondo ordine_ (vedrette). Di questi non esisteva finora,

a quanto io sappia, una descrizione qualunque. La carta sarda li segna

assai inesattamente; Coolidge, che li percorse, menziona appena il loro

nome e così pure Purtscheller, che parla di due soli ghiacciai, quello

dei Gelas con kmq. 1½ e quello del Clapier con 1¼ di superficie; queste

dimensioni sono molto esagerate, ma nel tempo in cui il sig.

Purtscheller visitò questo distretto, v'era ancora tanta neve da non

poter determinare l'ampiezza dei nevati eterni.

Eppure questo gruppo avrebbe meritata un'attenzione tutta speciale,

costituendo la _massa di ghiaccio più meridionale di tutte le Alpi_,

eccetto la piccolissima sul lato nord del Monte Capelet. Del resto, in

tutto il sistema delle Alpi Occidentali non si trovano ghiacciai di

maggiore estensione a sud del massiccio del Pelvoux e del nodo del

Tabor, l'altissimo Monviso non avendo che il piccolo ghiacciaio del

Triangolo, inferiore in estensione anche ai «glaciers de Marinet»

sull'Aiguille de Chambeyron.

[Illustration:

Crestone Peirabroc m. 2910

Passo del Pagarì m. 2815

Punta della Maledìa m. 3004

Cima Murajon

Cima dei Gelas m. 3105 e 3135

Cima Tre Colpas

IL VERSANTE NORD DEL GRUPPO DEI GELAS DALLA CIMA DELLA VALLETTA GRANDE

_Disegno di A. Viglino da una fotografia di F. Mader._]

Parlandosi d'ordinario di soli due ghiacciai in quella regione, cioè

quelli della Maledìa e del Clapier, osservo prima che se ne devono

contare 6 principali, affatto distinti tra loro, e parecchi di grandezza

molto minore. Il nome _Maledìa_ è una denominazione generica usata per

tutti i ghiacciai e nevai del gruppo dei Gelas, alludendo forse al loro

carattere sempre invernale, nemico all'uomo, o, come si vuole anche, ad

una curiosa leggenda corrente nelle Valli del Gesso.

La nuova carta dell'I. G. M. segna abbastanza bene quei ghiacciai, ma

esagera non poco la loro estensione verso la valle; inoltre, il piccolo

muro di roccia che separa i due ghiacciai di Murajon non vi è ben

segnato; il ghiacciaio del Clapier invece, nella sua parte superiore, mi

apparve veramente assai più largo che non sulla carta.

Do qui appresso, procedendo da ovest ad est, alcune notizie sommarie sui

6 principali ghiacciai, che propongo di distinguere coi nomi qui

aggiunti:

Lunghezza Larghezza Superficie Altitudine Pendenza

metri: massima ettari: metri: media

Ghiacc. dei Gelas 850 600 35 2550 a 3050 19°

Ghiacc. occidentale

di Murajon 650 250 13 2650 a 3000 30°

Ghiacc. orientale

di Murajon 750 500 26½ 2600 a 2900 15°

Ghiacc. della Maledìa 750 500 26 2600 a 2800 9°

Ghiacc. di Peirabroc 700 350 17½ 2475 a 2650 18°

Ghiacc. del Clapier 1000 500 35 2550 a 2800 11°

Le sovra riferite cifre s'intendono approssimative e senza tener conto

delle irregolarità della superficie dei ghiacciai.

Il _Ghiacciaio dei Gelas_, dalla cima omonima, scende verso nord nel

vallone omonimo, nel quale si riversa per mezzo di 4 o 5 rivi. Una

cresta poco ragguardevole--che però costituisce lo spartiacque tra i

valloni della Barra e di Monte Colomb--lo separa dai due ghiacciai di

Murajon, distinti tra loro per mezzo di un'altra cresta, stretta e poco

elevata, ma continua; essi estendonsi a nord-ovest del gias del Murajon

e formano per lo più nevati larghi, ripidi e molto bianchi, terminantisi

in basso con lingue di neve ghiacciata di spessore piuttosto esiguo.

Tratti ghiacciati alquanto cospicui vedonsi lungo le roccie della Cima

dei Gelas, verso l'estremità superiore dei nevati. Nell'angolo

nord-ovest del grande anfiteatro nel quale questi sono racchiusi,

trovasi il Laghetto Bianco (m. 2544), alimentato dalle acque di neve e

trattenuto da una grande morena; esso non ha emissario visibile, ma più

sotto un grande rio raccoglie tutte le acque che scendono dai ghiacciai,

guadagnando il rio di Monte Colomb sotto il gias Murajon. Sulla carta,

pare che il nevato si estenda sino al laghetto, mentre cessa assai più

in alto; però pochi lembi di neve scendono ancora sino a circa 2500 m.

Altri due nevati meno importanti scendono dalla Cima dei Gelas verso

ovest.

Il _Ghiacciaio della Maledìa_, ossia quello più particolarmente

conosciuto sotto questo nome (si potrebbe anche chiamarlo «di Pagarì»,

dal passo sul quale comincia), è separato dai due di Murajon per mezzo

della cresta chiamata Caire Murajon, molto ripida sul lato est; esso

scende quasi sempre con declivio dolce, abbastanza precipitoso soltanto

nella parte media, sotto la Punta della Maledìa; ivi è anche più largo

di 250 metri. È attorniato lungo tutto la sua estensione dalle cosidette

crepaccie periferiche (bergschrund), rare volte larghe oltre 1 metro; la

sua superficie è in gran parte agevole da percorrere. Pochi tratti

trovai di puro ghiaccio, di color grigiastro, raramente azzurrognolo;

nella parte inferiore trovansi piccole crepaccie mediane, poi alcuni

tratti foggiati a scala, con sassi disposti attorno ad ogni scalino. La

morena frontale è regolare, alta circa 5 m., e consiste di blocchi

abbastanza grandi disposti l'uno sopra l'altro in sorprendenti

condizioni d'equilibrio; il rio vi passa sotto, precipitandosi poi tra

rocce montoni ed infine per uno stretto burrone nel vallone

Peirabroc[88].

Osservo qui che le morene frontali ben caratterizzate di questi

ghiacciai dimostrano come essi non siano più retrocessi da molto tempo;

così la lunghezza esagerata che assegna loro la carta può tutto al più

dipendere dal fatto che i cartografi li rilevarono in una stagione

ancora molto nevosa. Immediatamente ad est del ghiacciaio della Maledìa,

altro nevato più piccolo (circa 6 ettari) scende sino a circa 2605

metri; nei giorni caldi le acque che ne scolano formano, dietro alla

morena, uno stagno biancastro.

Il _Ghiacciaio_ che chiamerò «_di Peirabroc_» dal nome della valle

sottostante, dominato da una cresta alta m. 2940 scende più basso di

tutti gli altri ed è nello stesso tempo quello sviluppato più

normalmente, costituendo quasi un piccolo modello dei grandi ghiacciai

alpestri. Lungo il suo orlo non mancano le crepaccie trasversali, però

di modesta estensione. Nelle minori concavità osservai talvolta piccole

«pulci» (probabilmente «Desoria glacialis»). Il ghiacciaio si termina

con una lingua triangolare di ghiaccio puro, coperto di sassi in tal

modo da potersi attraversare in ogni senso; vi trovai anche un esemplare

minuscolo di tavola di ghiacciaio. Le due ripide morene laterali di

questa lingua di ghiaccio hanno dimensioni veramente smisurate, e, viste

dal basso, sembrano due grandissimi coni di sabbia; quella occidentale,

molto regolare, è alta ben 20 m. dal lato interno e 30 dal lato esterno;

vi cresce qualche Linaria alpina. La morena frontale è invece abbastanza

piccola; il rio che vi passa scorre poi per un precipitoso burrone,

incontrando più sotto gli emissari del ghiacciaio del Clapier, coi quali

forma il rio di Peirabroc. Nel detto burrone vidi ancora qualche piccolo

nevato, tra 2250 e 2350 metri.

Il _Ghiacciaio del Clapier_, infine, che ad oriente del monte omonimo

sale fin sulle creste, spingendo parecchi rami sui ripidissimi fianchi

ad ovest, forma in gran parte un campo ondulato e ininterrotto di neve

piuttosto impura, con qua e là piccole morene mediane, però tutte

isolate; la morena frontale è invece molto cospicua. Più sotto, parecchi

lembi di neve stendonsi verso il Lago Bianco (m. 2328). Il ghiacciaio

del Clapier è il più meridionale delle Alpi, trovandosi sotto la

latitudine di 44°7´ e 45 km. direttamente a nord di Monaco, cioè del

punto più caldo della Riviera.

La _Cresta dell'Argentera_, stante la sua estrema ripidezza, _non

contiene nevati proporzionati alla sua altezza_. La carta Sarda ne segna

due grandi, sovrapposti sul lato ovest; ma veramente non se ne trovano

ivi che pochi di minore estensione; il più grande ha forse 2500 m.,

dietro il vallone dell'Argentera, sul cui lato nord osservai anche

qualche stretto e ripidissimo canalone di neve. Più scarsa ancora è la

quantità di neve estiva sul lato est, sopra il gias del Baus. Trovai

invece parecchi nevati assai grandi, in parte ripidi, con piccole

morene, nel fondo del vallone Lourousa, sotto la gran parete del M.

Stella (m. 2200-2500).

Più importante è il _Ghiacciaio di Lourousa_ o dell'Argentera, che si

estende in una conca laterale, coronata da rocce ertissime; è lungo

circa 720 m., largo sino ai 250 ed alto 150, con pendenza media tutto al

più di 10 gradi (superficie circa 18 ettari); la sua grande e larga

morena frontale trovasi a circa 2400 o 2450 metri di altitudine; sul

lato sud, il famoso canalone di neve del Monte Stella sale sino a m.

3150; Coolidge, per accedervi, dovette attraversare una bergsrunde

per mezzo di un ponte di neve. Nell'agosto, la salita del

canalone--impraticabile agli alpinisti inesperti--è piuttosto

pericolosa, causa la durezza della ripidissima neve e l'esposizione del

burrone ai sassi cadenti.

Anche il _Gruppo del Matto_ contiene _parecchi nevati_, fra cui uno

quasi pendente sul lato della grande parete nord, e due altri più bassi,

quello inferiore scendendo forse sino a 2250 m.: essi hanno piccole

morene frontali ed alimentano il rio del Latous. Assai più grande è il

nevato che scende dalla sella fra le due punte principali (circa m.

3040) verso ovest; esso ha un declivio piuttosto dolce, molto più

risentito però lungo le rocce meridionali, e contiene molte concavità

acquose, dando acque ai rivi Meiris e Cabrera; si termina con una

piccola morena (m. 2950) sopra un lungo dorso di rocce montoni; verso

nord, scende sino a circa 2850 m. In complesso, la sua lunghezza è di

circa 600 m. con altrettanto di larghezza massima (superficie circa

ettari 22).

Bollettino del Club Alpino Italiano 1895-96 Vol. 29 Num. 62 · 第 21 / 27 段