Tentai quindi, per risparmiar tempo, di scivolare giù pel grande nevato

nella sua parte più stretta, ma acquistai subito una velocità tale da

non poterla tollerare pel rimanente tratto; così mi fermai e seguii al

passo le numerose concavità della superficie, in parte ripiene di acqua.

Poi presi a scendere lungo un facile dorso di rocce montoni, credendo di

poter poi raggiungere il laghetto inferiore del Matto: ma me ne

separavano dappertutto muri verticali, e così dovetti risalire con

perdita di tempo quel dorso e girare poi a nord finchè guadagnai il

detto laghetto. Prima di raggiungerlo fui sorpreso dalla notte su quelle

interminabili petraie; però, sebbene non potessi distinguere bene che

gli oggetti più vicini, avevo osservate le particolarità di quella valle

abbastanza bene per raggiungere, senza smarrirmi, alle ore 20½, la

strada, al punto dove avevo lasciato parte de' miei bagagli. Ivi era una

specie di misero rifugio (circa m. 2450) costituito da un solo muro;

sebbene non fosse troppo aggradevole il passare una notte affatto buia

in quel deserto di sassi, privo di ogni albero e distante ben due ore

dall'ultimo gias, mi vi rassegnai avviluppandomi bene nella mantellina e

ficcando le gambe in una piccola cavità; così riuscii perfino a dormire

un poco. È certo che tali avventure non bisogna cercarle, potendo esse

anche finir male; ma stimolano in modo singolare l'energia morale.

Quanto all'ascensione del Matto, osservo che dal lato del vallone di

Meiris, si può facilmente eseguire in 2 ore dal punto dove si lascia la

strada, passando per le chine erbose a nord del laghetto inferiore e

volgendo poi, dietro quello di mezzo, sul dorso di rocce montoni. Dal

lato di Val Vallasco, si guadagna questo stesso dorso dal fondo del

vallone Cabrera per mezzo di una ripida e franosa china sul lato est, ed

è questo il solo punto non tanto facile, mentre nel vallone Cabrera

conduce, dalla strada di caccia, un buon sentiero che se ne diparte

circa mezz'ora sopra il gias Valmiana; è del resto l'itinerario

descritto dal signor Marinelli («Boll. C. A. I.» vol. XII). È da notarsi

che la strada di caccia non varca punto la depressione (circa m. 2650)

che trovasi immediatamente ad ovest del gruppo del Matto; questo colle è

invece abbastanza malagevole. Quanto a scendere direttamente dalla punta

Est alle Terme di Valdieri, difficilmente vi si deciderà chi dal

disopra ha visto quelle precipitose balze; però potrebbe riuscirvi

piegando un certo tratto verso sud.

[Illustrazione: LA TESTATA DI VAL VALLASCO DAL COLLE DI VALMIANA

_Disegno di A. Viglino da una fotografia di F. Mader._]

Il 2 settembre all'alba proseguii sulla strada, passando accanto ad una

buonissima sorgente ferruginosa e guadagnando alle ore 8 il Colle di

Valmiana (m. 2920) sul quale v'è un ricovero ben costrutto. Il passo

forma un largo terrazzo franoso e non è che lo sperone occidentale della

Rocca Valmiana (m. 2990), la cui cima Est si può guadagnare facilmente

in ¾ d'ora, mentre la seconda punta, di qualche metro più alta e

coronata da un segnale, è un po' meno comoda. Ad est del passo, un muro

quasi verticale scende verso i laghi del Matto. La vista, poco meno

estesa dal Passo che dalla Rocca, non vale quella del Matto, ma è pure

bellissima, specialmente sui monti e sui laghi del Vallasco, sul

magnifico gruppo dell'Argentera, sulle Alpi Cozie e sul Matto stesso,

che verso sud si prolunga dietro il burrone di Cabrera, con rocce

nerastre di aspetto oltremodo fantastico. La strada è sempre larga e ben

riconoscibile, cosicchè ci vorrebbe poco a renderla di nuovo praticabile

ai cavalli. Il lato sud del passo è anch'esso orrido e roccioso, ma

offre sempre bei punti di vista. Più volte colà incontrai camosci che

non si curarono di me, cosicchè potevo ammirare la loro straordinaria

agilità.

[Illustrazione: BAISSA DI VALMASCA, CRESTONE DEL M. CAPELET E MONTI A

OVEST DEL LAGO DEL BASTO

_Disegno di L. Perrachio da una fotografia di F. Mader._]

Un amante della natura apprezzerà certo l'effetto del divieto di caccia

nei distretti riservati a S. M. il Re, poichè vi prospera la vita

animale, della quale nelle valli di Tenda non si vede quasi traccia. Sul

Matto non è raro il vedere sino a cento camosci; in altri punti vidi

stormi di pernici, francolini ed altri uccelli, poi anche marmotte che

non fuggivano che quando ero molto vicino; i rivi sono singolarmente

ricchi di ghiozzi. Però, eccetto qualche aquila ed un certo numero di

timorose vipere, il solo animale dannoso che incontrai in queste Alpi,

fu un lupo che nel 1891 vidi sotto di me, sulle sponde del Lago del

Trem.

Incontrata una fresca sorgente sopra il gias Valmiana ed attraversato un

bellissimo e profumato bosco di larici, giunsi verso mezzogiorno nel

piano di Vallasco. Dopo un po' di riposo, scesi alle Terme di Valdieri,

e verso sera rimontai ancora, per un delizioso sentiero, attraverso il

magnifico bosco della Stella, ad un gias (m. 1753) sul lato sud del

Vallone di Lourousa, passando poi per un ponte sull'altro lato, vicino

al gias inf. Lourousa, ma si può anche proseguire sulla sponda sud fino

al gias Lacarot.

Non saprei troppo raccomandare, a chi dalle Terme vuol recarsi al Colle

Chiapous o sulla Punta dell'Argentera, di servirsi del detto sentiero

invece delle 35 giravolte della strada di caccia; risparmierà molto

tempo, senza contare il pregio di un'ombra continua. Ridiscesi per lo

stesso cammino alle Terme, ove giunsi alle 20, e di là in vettura

proseguii per Sant'Anna.

Il 3 settembre per bellissimi castagneti salii sul monte l'Arp, a

ponente di Valdieri, senza però guadagnarne la cima, poichè il cielo

cominciava a velarsi. Raccomando ad ogni visitatore della Val Gesso la

facilissima ascensione di questo monte, coperto in gran parte da

praterie e da faggeti. Alto pressochè come il Righi (ha m. 1830), esso

deve la sua bellissima vista meno all'altezza che alla sua posizione

singolarmente favorevole, centrale ed isolata nello stesso tempo; se gli

mancano attorno i grandi laghi, ha invece ai suoi piedi le larghe ed

ubertose valli di Demonte, Desertetto, Valdieri, Entraque, Barra e

Trinità, e gli è vicinissima la grande pianura, coronata da verdi colli;

vedonsi numerosi villaggi, lo stabilimento delle Terme di Valdieri, i

gruppi di Monte Bussaja, del Clapier, dei Gelas, dell'Argentera, di

Oriol, del Matto, con tutti i loro particolari, la bella piramide della

Cima del Lausetto, in gran parte rivestita da praterie, il Nodo del Mulo

a nord della Val Stura, il Monviso, le Alpi Graie e Pennine, ecc. Nello

stesso giorno tornai da Valdieri a Tenda.

Non feci più altra gita prima del giorno 20, nel quale partii alle ore 6

pel Vallone di Rio Freddo, giungendo alle 13½ sulla Cima di

Marguareis[84].

II.

Osservazioni topografiche e scientifiche

1) =Monti, roccie, ecc.=

Della _Cima di Marguareis_ e dei distretti rocciosi circostanti ho già

data una descrizione abbastanza particolareggiata[85], e, come dissi or

ora, avrò occasione di riparlarne per ulteriori studi che vi feci in

parecchie visite alla medesima.

Passando alle _Alpi Marittime proprie_, non dirò che poco sul gruppo del

Clapier.--Il _Clapier_ stesso (m. 3046) si presenta molto diversamente,

secondo il punto da cui lo si vede. Dal lato di Tenda ha quasi l'aspetto

di un cubo, e si vede, all'estremità Est cadente a picco, una punta

secondaria alta 3000 m. circa che costituisce l'estremità del crestone

orientale. Dal lato nord, figura come una piramide rocciosa molto

regolare ed acuta, la suddetta punta secondaria rimanendo nascosta. Dal

lato di Val Gordolasca, infine, presenta un dolce declivio terminantesi

con un corno arrotondato.

Tutto il fianco sud, dai 2800 m. in su, è coperto da massi di gneiss

bruno chiaro, cosicchè il monte merita bene il suo nome; non vi trovai,

oltre ai licheni, altra pianta che qualche «Leucanthemum

coronopifolium», fiore abbastanza comune anche nei bassi monti e che ivi

cresce fin oltre ai 3000 metri. Il muro di roccia a nord del Clapier è

molto simile a quello del Marguareis; visto dal Colle dell'Agnel, non mi

parve più alto di 300 a 400 metri; dalle rocce sporgenti sotto il

segnale, non si vede la base della parete; al di sotto si stende il

grande nevato, in parte ghiacciato, di cui parleremo più avanti.

Non ebbi la fortuna di trovarmi sul Clapier col tempo sereno, ma

confesso che non credo di aver perduto molto. Le catene delle Graie e

Pennine offrono quasi lo stesso aspetto, viste dal Colle di Tenda o

dietro a Cuneo, come dal Clapier, e del resto, tra queste cime tanto

lontane, non spiccano in modo imponente che pochi gruppi molto nevosi,

quali il Gran Paradiso ed il Monte Rosa; il solo picco abbastanza

lontano che per se stesso appare maestoso è il Monviso, che si vede da

quasi dappertutto; molto attraente è certo l'aspetto della pianura che

non è troppo lontana, ma pure spesso velata dalle nebbie; però la si

vede ben meglio dalla Besimauda o dal monte l'Arp. Quanto al mare,

anche nei giorni più limpidi, mai non vidi--dai monti di queste Alpi,

distanti almeno 30 chilometri dalla costa--altro che una specie di piano

abbastanza stretto, in apparenza immobile, senza lustro ed il cui

uniforme colore bigiastro spiccava sull'azzurro dell'orizzonte. È vero

che il Freshfield, dalla Cima di Nasta, vide una cappella vicina a

Cannes ed il fumo del treno che proseguiva verso Nizza; ma questo deve

essere un caso ben raro! In generale nelle vedute di paesaggi così

lontani, c'entra più l'immaginazione che l'occhio, e l'immaginazione la

si ha anche quando la nebbia vela l'orizzonte. Per me, le parti più

amene del panorama del Clapier sono il bel bacino di San Grato, coronato

da prati e boschi, le foreste di castagni dietro a Belvedere, i verdi

monti della Valmasca ed attorno a Tenda, e sette laghetti, fra altri il

Lago Bianco coperto di «icebergs» e gran parte del Lago Lungo. Imponente

è invece l'aspetto di tutte quelle giogaie, per lo più nude, rocciose ed

oscure; specialmente distinguonsi l'altissima Serra dell'Argentera, la

lunga cresta del Carbonè, i picchi della Lusiera e del Ciaminejas, il

Bego simile ad un cupolone, il Capelet, la Cima dei Gelas e la _Punta

della Maledìa_. Quest'ultima, chiamata Cima di Caire Cabret sulla carta

sarda, e lasciata senza nome sulla nuova dell'I. G. M., che le dà però

3004 m. d'altezza, mi parve visibilmente più bassa del Clapier, mentre

al rev. Coolidge parve un po' più alta; il sig. Bozano ne diede una

descrizione abbastanza particolareggiata nella «Rivista Mensile» del

1891, ritenendo che la quota di m. 3004 sia alquanto inferiore al vero.

[Illustrazione:

Balma Ghilié

Cima del Baus

Punta Argentera

Cima Ovest dei Gelas

Cima Est dei Gelas

Punta della Maledìa

Cima del Murajon

Passo del Pagarì

Monte Clapier

Monte Giaminejas

Cima Lusiera

IL GRUPPO DEL CLAPIER E DEI GELAS DAL MONTE BEGO

_Disegno di A. Viglino da una sua fotografia presa d'inverno._]

Questo picco, che si vede benissimo dal Lago Lungo e dal Lago Agnel,

forma una cresta molto acuta e tagliata quasi verticalmente, così che,

da nord e da sud si presenta quale piramide tronca, dai lati molto

ripidi; dall'est e dall'ovest invece (anche dal Clapier) perfettamente

quale obelisco: il muro verticale a nord, sopra il ghiacciaio della

Maledìa, è alto pressochè 200 metri (Vedi l'incisione qui contro).

Fra gli altri monti di questo gruppo, oltre la Cima dei Gelas (3135 m.),

abbastanza conosciuta, meritano speciale menzione i due picchi rocciosi

della _Lusiera_ (m. 2913 e 2897), singolarmente acuti e precipitosi, con

creste dentellate[86].

Anche le altre creste attorno ai laghi di Valmasca, ai laghi delle

Meraviglie ed all'alta Valle della Gordolasca presentano forme oltremodo

orride e fantastiche, cosicchè il Purtscheller le paragonò alle Alpi

Dolomitiche, sebbene siano costituite tutte da schisti, da gneiss e da

granito. Ripidissimo è il picco (m. 2600?) che s'innalza direttamente ad

est della Vastera Barma: ma il monte più maestoso di tutto quel

gruppo--non eccettuando il Gelas--è certo il _Monte Capelet_ (m. 2927),

che si presenta molto imponente dalla Cima del Diavolo, dal vallone di

Mairis, dal Lago Lungo e dal Passo Pagarì, ma specialmente dalla giogaia

occidentale di Val Gordolasca; la sua cresta frastagliata cade verso

ovest con balze precipitose e nerastre, spesso velate dalle nebbie, ed

alte circa 800 metri; si distinguono benissimo dai colli attorno a

Nizza, di dove quel monte, colla Cima dei Gelas e la Punta

dell'Argentera, sembra il gruppo più cospicuo di quelle Alpi.

Quanto alla _Cima del Diavolo_ (m. 2687), così ben nominata a vederla

dal macereto di Mairis, essa deve godere di un clima piuttosto mite,

essendo protetta quasi affatto, verso nord, da monti più alti; infatti,

le due volte che vi salii trovai l'aria tiepida e calma, e la flora vi è

ancora veramente subalpina, crescendovi per esempio il «Veratrum album»

ed il «Sempervivum arachnoideum». La vista è inferiore a quella del Bego

verso nord ed est, ma certo più libera sugli altri lati; verso sud non

si vede più nessun monte che ecceda i 2200 metri, e ciò produce un

singolare fenomeno ottico; infatti gli altipiani boscosi e prativi del

Raus, dell'Aution e di Milleforche (oltre 2000 m.) coi loro fortilizî,

sembrano assai più bassi dei monti di Mentone, Monaco e Nizza (800 a

1500 m.) dai quali sono separati per mezzo di profonde valli; non meno

curioso è il succedersi quasi interminabile di catene, sempre più

lontane e meno distinte, verso ovest sin oltre alle sorgenti del Varo.

La Valle dell'Inferno con cinque de' suoi laghi appare piuttosto

leggiadra, mentre asprissimo e severo è il carattere della profonda Val

Gordolasca, coronata da rupi erte ed orride, simili ai paesaggi dei

Tatra.

[Illustrazione: PUNTA DELLA MALEDÌA E CIMA DEL MURAJON DAL PASSO DEL

PAGARÌ.

_Disegno di L. Perrachio da una fotografia di F. Mader._]

Le _catene sul lato nord delle Alpi Marittime_, nelle Valli del Gesso,

formano quasi tutte _creste oltremodo precipitose e strette_, acute

quasi come coltelli e frastagliate come seghe; le creste sono spesso

sostenute sui lati da contrafforti simili a bastioni, mentre l'ultimo

sperone della cresta sembra una torre od un pane di zucchero. Le più

caratteristiche fra tali creste, che assumono il nome di _serre_ o

_serriera_, sono quella del Carbonè, tra i valloni della Trinità e di

Monte Colomb, poi quella tra i valloni della Ruina e della Barra, il

cui punto culminante è la Punta Ciamberline (m. 2791).

La _cresta dell'Argentera_ è di molto la più alta e la più maestosa

delle Alpi Marittime; vista dall'Osservatorio di Nizza, dalla Valle del

Varo e dalle cime ligustiche, essa appare già sensibilmente più elevata

delle altre punte. Essa forma una sèrra molto sottile, lunga circa 1 km.

e non mai più bassa di 3150 m., con 4 punte principali, tra le quali

quella Sud (m. 3313) è la più alta, mentre delle due settentrionali

quella Ovest ha sulla nuova carta (che la chiama Gelas di Lourousa) la

quota di metri 3260; quella Est (il Monte della Stella di Isaia e

Coolidge) sarebbe di altezza un po' minore secondo quest'ultimo, mentre

il sig. Isaia le dava 3271 m. Grandiosissimo è l'aspetto di questa

giogaia dal Vallone di Lourousa, sul quale il Monte della Stella ergesi

con parete quasi verticale, di aspetto oltremodo massiccio e liscio,

alta ben 900 m.; essa è costituita da un granito bruno chiaro, e si

estende per circa 2 chilometri fin oltre al Colle Chiapous.

Fra le altre cime di quel gruppo, la _Cima del Baus_ (m. 3068), che

torreggia sopra il Lago Brocan, colpisce più di tutte lo sguardo. Al di

là del Colle Chiapous poi, ergesi il picco singolarmente aguzzo

dell'_Oriol_ (m. 2961). Faccio qui osservare che il signor

Purtscheller[87] dà questo nome alla punta occidentale più bassa (m.

2945) da lui ascesa per la prima volta e chiamata Punta dell'Asta sulla

Carta Sarda; egli parla vagamente della vera Cima dell'Oriol come di un

picco a sud (è invece ad est) dell'altra cima e che avrebbe il nome

Letous. Vuole poi che la Cima dell'Asta (m. 2871) si trovi veramente al

posto dove la carta ha segnata la Cima Dragonet (m. 2684); infatti,

quest'ultima mi parve raggiungere almeno i 2880 m., ma però si

trova--poco più a sud della «Cima dell'Asta» della carta--una punta

secondaria poco meno alta, alla quale potrebbesi riferire la prima

quota. Mentre tutte queste cime sono selvaggie e di accesso difficile,

la _Cima del Lausetto_, che vicino ad Entraque raggiunge ancora i 2740

m., si presenta invece quale bella piramide molto regolare, con declivi

piuttosto dolci.

Passiamo infine al _Monte Matto_, che, a vederlo sulla carta, si

crederebbe una punta isolata alta m. 3087. Esso costituisce invece due

creste molto ragguardevoli, il cui punto di congiunzione è il picco

orientale al cui segnale si riferisce la detta quota delle carte; la

prima cresta corre per circa 750 metri di lunghezza verso sud-ovest,

raggiungendo circa 3095 m. con un largo massiccio granitico; e circa

3092 m. con un altro picco molto acuto, poi supera ancora i 3000 metri

in almeno 4 punte secondarie, di cui la maggiore mi parve raggiunga ben

3050 m., e fra le quali trovansi insenature di poco rilievo; la cresta

si termina con una specie di torre rocciosa tagliata a picco (circa m.

2950), sotto la quale roccie oltremodo orride, di color nerastro,

scendono fra i valloncini di Cuogne e Cabrera. L'altra cresta invece

corre per circa km. 1½ verso nord-ovest, superando i 3000 m. ancora in

quattro o cinque spuntoni di roccia (il più alto sarà circa m. 3050) e

terminandosi poi con due cime di altezza pressochè uguale, di cui la

settentrionale (alla quale si riferisce la quota 2803 della carta) è

tagliata a picco sul lato del Vallone di Meiris, formando un muro

imponentissimo, verticale per ben 500 m. L'angolo fra le due creste,

rivolto verso ovest, è riempito da un grande nevato, per lo più poco

inclinato, che dà acque tanto al rio di Meiris che a quello di Cabrera

(Vallasco); più sotto corre un dorso di roccie montoni che si estende

fino alla stretta sella (m. 2650 circa) che separa il Matto dalla Rocca

di Valmiana, di cui già parlai.

I pendii della punta orientale, coperta di massi di gneiss, verso nord

(sul vallone del Latous), come anche le roccie che la continuano verso

est--sino all'insenatura (circa m. 2450) che la separa dal gruppo della

Merà--sono ripidissimi. Verso sud-est, il Matto forma il più alto e

ininterrotto pendìo di tutte le Alpi Marittime, elevandosi senza alcun

contrafforte a circa 1790 m. sopra la Valle del Gesso; la parte più alta

è costituita da una parete ripidissima di granito bruno, massiccia,

solcata appena da qualche burrone poco profondo, quasi priva di neve e

di piante, alta ben 1200 m. Vale a dire che l'aspetto ne deve essere

maestosissimo, però si deve salire assai alto sui monti ad est o nel

Vallone di Lourousa per farsene un'idea giusta. Già il Freshfield chiamò

il Matto una montagna singolare ed imponente, estremamente precipitosa,

ma troppo piana ed uniforme al culmine per essere pittoresca; infatti,

dall'est esso appare come una lunga serie di denti rocciosi, di altezza

pressochè uguale e separati da selle poco profonde; inoltre, nel

pomeriggio tutto il pendìo si trova nell'ombra ed appare scolorito e

nero, tanto più che verso la sera quasi sempre le nebbie lo velano in

parte, formando spesso una cappa sul culmine e dando al monte un aspetto

misterioso, quasi diabolico.

Dalle Terme di Valdieri si vedono le due punte più alte, ma si è troppo

sotto alla montagna per poterne apprezzare l'intiera grandiosità; più

uno si allontana verso est e più il monte sembra alzarsi nel cielo. Una

buona veduta complessiva la si avrebbe dal Monte Stella, o meglio dalla

cresta dell'Asta; più pittoresco ne deve essere l'aspetto dalla Cima del

Lausetto e dalla lunga serriera del Latous a sud del Chiot della Sella;

di là, infatti, la punta Est appare come il culmine avanzato di una

sottile cresta rocciosa, formando una bifida piramide con lati

precipitosi di altezza inverosimile: è la stessa apparenza svelta ed

acuta che presenta il monte, quando lo si vede dalla bassa Val Gesso o

dalla pianura tra Cuneo e la Chiusa di Pesio. Osservo ancora che in

scritture antiche il monte è sempre chiamato «Matto grosso» _matto_

significando evidentemente massiccio o masso, come nella lingua

portoghese; infatti, non conosco altro monte di apparenza così

massiccia.

Salendo sulla punta Est, non trovai altro fiore che il Leucanthemum

alpinum, sino ai 2900 m. di altezza; infatti tutte quelle cime coperte

di detriti sono quasi prive di fanerogame, come osservai anche sul

Clapier e sulla Cima di Marguareis, la quale, nel vallone di Lourousa,

spunterebbe appena fuori delle foreste, mentre in verità il suo largo

dorso non conta che circa 10 specie di poveri fiorellini. La Cima del

Diavolo invece, tutta rocciosa, nutre malgrado la sua strettezza ben 20

specie, tra altre l'Artemisia spicata, che coll'Eritrichium nanum cresce

perfino sulle creste dei Gelas e dell'Argentera.

La vista dal Matto è tra le più attraenti, sebbene la punta occidentale,

di difficile accesso, mascheri il Vallasco e buona parte dei monti a

sud; le Alpi Cozie, col Monviso, vedonsi assai più da vicino e perciò

meglio che dai monti di Tenda. A nord, abissi spaventevoli scendono nel

vallone del Latous, e più sotto stendonsi i due Laghi della Sella; ma

più sorprendente ancora è il precipizio orientale: infatti, lo

stabilimento delle Terme appare così vicino e così sotto alla cima, che

da questa uno si ritiene certo di poter mandare un sasso sul tetto.

* * * * *

Ho ancora qualche cosa da soggiungere sulle roccie. Tutto questo

_gruppo_ che è il più elevato _delle Alpi Marittime_ fa parte di un

nucleo di _rocce sia massiccie, sia indistintamente stratificate_ (così

dette antiche), emergenti fra schisti permici (a sud) e calcari

triassici (a nord); esso corrisponde ad altre simili isole di gneiss sul

lato ovest delle Alpi Occidentali (tali i gruppi del Pelvoux e del

Monte Bianco) ed è chiamato dallo Zaccagna «Massiccio del Mercantour»

causa un singolare errore dei cartografi sardi che attribuirono 3167 m.

invece di 2775 alla Cima di Mercantour, punta piuttosto secondaria,

vicina al Colle Ciriegia, e che ancora adesso da San Martino Lantosca

taluno confonde colla Cresta dell'Argentera.

Le rocce, affatto prive di fossili, sono molto variate per aspetto e per

durezza, trovandovisi diverse specie di granito, protogino, gneiss e

micaschisto dai colori talvolta vivi e bellissimi (biancastro, bruno

chiaro, verde, violaceo, rosso scuro, nerastro, ecc.); la struttura è

spesso cristallina, talvolta però oltremodo compatta ed uniforme;

raramente incontrai minerali cristallizzati, ma se ne rinvengono di

bellissimi sulla Rocca dell'Abisso e su qualche cresta dietro ad

Entraque.

Altro fenomeno molto comune in queste Alpi, dove la denudazione ha

assunto vaste proporzioni, è la presenza delle «_clapere_» o macereti, o

petraie, dovute all'azione delle meteore e del gelo sulle nude e ripide

creste di roccia; i massi che se ne staccano rotolano giù, nella fredda

stagione, sui ripidi campi di neve sino al punto più basso che

incontrano e talvolta perfino sul lato opposto della valle; nei circhi

contornati su tre lati da catene rocciose, il fondo deve naturalmente

riempirsi man mano con tali massi. È ciò che ha avuto luogo nei

valloncini laterali della Gordolasca, nell'alto vallone della Barra dal

Prajet al Colle delle Finestre, nel vallone di Lourousa e in quello di

Meiris sopra il Lago Soprano, nei rami terminali del Vallasco ed in

molti altri luoghi. Altre volte le petraie ricoprono dorsi ondeggianti

(come sul M. Clapier), più raramente formano ripide falde. I macereti

inferiori delle Alpi calcaree, invece, ricoprono d'ordinario i fianchi

inclinati dei monti e si distinguono dal resto pel loro materiale assai

più minuto. Però, anche nelle vere petraie incontrai raramente blocchi

di oltre 1 a 2 metri cubici di volume, salvo nella grande cassera ad

ovest del Passo del Trem, ove predominano elementi grossi.

Bollettino del Club Alpino Italiano 1895-96 Vol. 29 Num. 62 · 第 20 / 27 段