Dopo una salita alla Cima di Marguareis (m. 2649) che compii il 20

agosto 1892, il 12 settembre successivo, in compagnia del sig. P. Salvi,

risalii con bellissimo tempo la Valle della Miniera, pernottando, dopo

una breve gita al Lago di Fontanalba, nella bella casa del signor

Pellegrino in Val Casterino, nella località segnata sulla carta col nome

di S. Maria Maddalena.

Li 13 passammo per la Valmasca, il recesso lacustre dei laghi del Basto

e la ripida Baissa di Valmasca (m. 2473), ove trovammo moltissima neve

cadutavi una settimana prima, e scendemmo poi per l'orrido burrone delle

Meraviglie, in cui a stento riuscimmo a scoprire taluna delle vantate

incisioni. Alla sera, il sig. Salvi se ne tornò a Tenda, mentre io

pernottai alle capanne di Tetto Nuovo, dal buon «Eumeo» Tribulla.

Il giorno dopo, fermatomi ai Laghi Lunghi per prendere un bagno nel rio,

salii sul Passo del Trem, passando presso il Lago Carbone, benchè sia

preferibile passare per i laghetti del Trem; sotto il passo v'è ancora

un laghetto con pessima acqua, piena di bestioline rosse; però qui come

altrove la sete mi vinse e, benchè con grave ripugnanza, dovetti bere

tale liquido disgustoso. Verso le 14, mentre il cielo si copriva di

nuvole, giunsi sulla Cima del Diavolo (m. 2687); tornato al Passo, misi

circa un'ora per attraversare l'orrenda cassera che riempie il fondo del

Vallone di Mairis; tale cassera è il più selvaggio ed il più

caratteristico fra i numerosi campi di blocchi rocciosi che incontrai in

quelle regioni, e non v'è, a quanto io sappia, altro mezzo di passarvi

che scalando per diritto e per traverso quei grossi massi disposti in

lunghe schiere in modo da formare un vero labirinto. Infine, vicino ad

una fresca sorgente, trovai un sentieruzzo che rapidamente mi condusse,

per l'angusto vallone disposto a scaglioni, sul terrazzo della Vastera

Sottana, da cui una buona mulattiera scende per la Val Gordolasca; ivi

pernottai alle Case Cluots (m. 1560).

Il giorno seguente rimontai la Gordolasca sino al Lago Lungo, la cui

visita, che compiesi agevolmente per mezzo di facili sentieri da capre,

raccomando caldamente ad ogni amatore di una natura veramente alpestre.

Non sapendo che dal lago si può guadagnare direttamente il Passo di

Monte Colomb, avevo lasciato parte dei miei bagagli alla Vastera Streit

e dovetti tornarvi con molta perdita di tempo. Salii poscia ad

un'insenatura della cresta ovest, più alta ed assai più a nord di quel

passo; ma la cresta cominciando a velarsi dalle nebbie, fui costretto a

discendere per una ripidissima frana che mi condusse sopra il laghetto

di M. Colomb; ove non trovai nessuna traccia del sentiero che dovrebbe

esservi, secondo la carta e la «Guida Martelli e Vaccarone»; il vallone

facendosi impraticabile sotto il lago, feci un lungo giro per le roccie

a nord, giungendo infine alla Vastera Sottana del Balour. Sorpreso poi

dalla notte, a stento riuscii a guadagnare la Madonna delle Finestre,

alle ore 20; l'albergo era chiuso, ma i pastori mi diedero un letto

nell'antica trattoria.

Li 16, per la larga mulattiera che trovai in ottimo stato, attraversai

il Colle delle Finestre, incontrando ancora molta neve. A San Giacomo

fui accolto con squisita ospitalità dagli ufficiali della 13ª Compagnia

Alpina, che conosceva fin da Tenda.

Nel 1893 feci a Tenda la conoscenza del sig. W. Symington, scozzese, il

quale, avendo già visitato, come turista, tutte le Alpi Svizzere ed i

paesi attorno al Mediterraneo, espresse il desiderio di conoscere anche

le Alpi Marittime. Gli feci allora la proposta di accompagnarmi in una

grande gita, a condizione che si conformasse ai miei disegni.

Li 17 agosto il predetto signore ed io partimmo da Tenda in compagnia di

4 altri signori e 10 signorine, passando la notte a Casterino, dopo una

giornata molto allegra. Li 18, due giovani e le 6 più brave signorine ci

accompagnarono sino al Lago inferiore di Valmasca; poi noi due rimanemmo

soli a compire sino nella Val Gordolasca, lo stesso itinerario che avevo

già seguìto nel 1892. Il giorno 19, dopo aver pernottato alle capanne

del Tetto Nuovo, facemmo una gita alla Cima del Diavolo ove giungemmo

assai tardi nel dopo pranzo. La cassera sotto il Passo del Trem fu pel

sig. S. una cosa affatto nuova; qui ci rimase molto indietro, non

essendo abituato a saltare da un masso all'altro o ad arrampicarsi su

quei blocchi, di cui taluni hanno perfino da 3 a 5 metri di grossezza,

giungendo infine senz'altro incidente alle case Cluots. Pernottato poi

in un fienile, il giorno 20 non si fece altro che rimontare la valle

fino alla Vastera Barma (m. 2160), dove il mandriano ci aveva detto

esservi delle vacche; ma queste più non avendo trovate, fu fortuna che

dopo parecchio passeggiare, fummo raggiunti verso sera da un capraio,

che però scendeva più basso nella valle, il quale ci diede del latte.

Il ricovero del C. A. F. alla Vastera Barma, è a circa metri 50 sopra il

rio, si compone di due stanze umide, con ingresso comune, munite di

solide porte e chiudende di legno; la porta interna che conduce alla

seconda stanza--più elevata--era chiusa a chiave[83], mentre nella prima

stanza il suolo era così fangoso che non era possibile passarvi la

notte. Ci decidemmo dunque di installarci nella Vastera sita poco

discosto, ed acceso un fuoco di rododendri, ci avvolgemmo bene, coprendo

i piedi con erba secca; la notte fu bella e molto mite.

Li 21, alle 5 proseguimmo pel grandioso anfiteatro prativo della Fous,

circondato da monti ertissimi, poi per un buonissimo sentiero fra i due

laghetti del Clapier sino ad una specie di terrazzo a circa m. 2600 di

altezza, poco sotto il Passo Pagarì. Il tempo essendo bellissimo (si

vedeva il mare), proposi al sig. S. di fare l'ascensione del Clapier

che, visto da quel lato, ha l'aria tutt'altro che minacciosa. Però,

sebbene sia di facile accesso, devo consigliare di non trascurare gli

avvisi che danno Martelli e Vaccarone nella loro «Guida», giudicando per

questa escursione necessaria la guida, poichè non è tanto semplice di

trovare i passaggi più comodi per la salita, e fuori di questi non

mancano i brutti posti.

Attraversata una lunga petraia, giungemmo sul grande nevato che, in

forma di una striscia orizzontale, facendosi però ripida più sopra

(verso nord), fiancheggia il monte ad ovest. Volevamo guadagnare

l'estremità sud del nevato, dalla quale la salita si presenta più

facile, ma era molto incomodo il camminare su quella neve ancora dura, e

così preferimmo di salire per un ripidissimo e franoso canalone, col

rischio che il signor S. mettesse in moto dei sassi, i quali m'avrebbero

toccato senza che io potessi evitarli. Infine, giungemmo sul pendìo

superiore del monte, che non offre la menoma difficoltà; verso le 10½

eravamo sulla cima (m. 3046) con aria così calma che si sarebbe potuto

accendere un fiammifero (temp. +7° all'ombra); però le nebbie

accumulavansi sull'orizzonte, velando il mare e la pianura. Sul maggiore

dei due segnali v'era un bastone con un fazzoletto, postovi dal sig.

tenente Cornaro nell'ottobre 1892.

Ci fermammo ¾ d'ora, e presi tre fotografie. Voleva poi scendere

direttamente al Passo Pagarì, potendosi, secondo la citata «Guida» da

questo passo «volgersi alla vetta, piegando leggermente sul versante

della montagna a sinistra verso il ghiacciaio nord del Clapier, e quindi

salendo per facili detriti lungo il fianco ovest». Devo confessare che,

dalla cresta ovest, non vidi verso nord che rupi scoscese e nevai

ripidissimi, non trovando un luogo opportuno per scendere al colle (alto

poco più di m. 2800) il quale si apre immediatamente al piede del

Clapier, separato dal Passo Pagarì per mezzo di una cresta quotata m.

2940.

Mentre allora il sig. S., più prudente, avrebbe preferito di fare il

lunghissimo giro per la cresta sud, decisi di scendere direttamente sul

fianco ovest, attraversando la parte superiore di un nevato inclinato e

guadagnandone poi, per detriti, la base, che ivi si restringe e cessa

bruscamente sopra una parete a picco, cosicchè chi volesse

attraversarlo, se sdrucciolasse farebbe un salto mortale nel senso vero

della parola. Non volendo nè arrischiare tale salto, nè risalire

ancora, decisi di tenermi sulle rocce a destra, ove scendemmo talvolta

coll'aiuto delle mani, giungendo infine sull'orlo superiore del grande

nevato ovest del Clapier, il quale, prima di farsi piano, forma ivi una

china di circa 20 a 30 m. di altezza, con una pendenza media di forse 30

gradi.

Non avendo nè piccozza nè ramponi, neppure bastoni ferrati, non ci

rimase altro a fare che di scivolare giù. Il signor S. era giunto ad un

punto più favorevole, almeno 5 metri più basso di me, senza che io

potessi raggiungerlo, causa la ripidezza delle rocce frapposte; a stento

potei ritenere una risata, vedendolo rotolare giù, con gambe e braccia

per aria; i suoi effetti svolazzarono di qua e di là, ed essendosi lui

seduto sulla sua giacca di lana per stare meno sul duro, questa gli

rimase trattenuta in alto. Dal mio lato, il pendìo era assai più ripido;

saltata la stretta, ma profonda bergsrunde, mi sentii spinto giù con

rapidità vertiginosa, poichè la neve era affatto dura e di superficie

molto ineguale, così venni scosso e riscosso con salti, la cui velocità

ed ampiezza aumentava sempre. Credo che se l'altezza del pendìo fosse

stata soltanto doppia, mi sarei rotte le ossa, mentre non ebbi che la

pelle delle dita lacerata nel tentare di fermarmi. Vidi poi il sig. S.

che invano tentava di riconquistare la sua giacca. Tentai anch'io e vi

riuscii dopo molto tempo impiegato a intagliare passi, prima colla punta

del mio stativo, poi con un miserabile temperino: discesi rifacendo la

scivolata.

Riguadagnammo la base del Passo Pagarì, sul quale, per un ripidissimo

pendìo, giungemmo alle ore 14. Questo passo non offre la menoma

difficoltà ed è abbastanza facile il trovare la buona via; però, se è

coperto di neve fresca, deve essere assai meno facile. La vista sino al

mare e sui monti circostanti (specialmente sul Clapier) è molto bella,

però non si vede il Lago Lungo, separato dal passo per mezzo di uno

sperone roccioso. A nord comincia immediatamente il ghiacciaio della

Maledìa; secondo la carta e la citata «Guida» credevo di dover scendere

lungo questo, ed attraversato la piccola bergsrunde, seguii la sua parte

inferiore, poco inclinata, pensando che il sig. S. mi seguisse.

Voltatomi però, non lo vidi, e neppure rispose alle mie grida, ciocchè

mi mise in non poca ansia; ma, mentre colla massima cautela scalavo i

blocchi della morena frontale, sovrapposti in condizioni d'equilibrio

veramente artistiche, lo vidi scendere rapidamente una facile china ad

oriente: fu la sola volta che si discostò da me, e non ebbe a

lagnarsene. Per facilissimo pendìo guadagnammo allora la strada di

caccia.

È da deplorare che dalla morte del Re Galantuomo, queste strade, così

ben tracciate, non siano più in maggior parte mantenute, cosicchè sono

rovinate in molti punti, specialmente dove varcano torrenti; però sono

ancora molto preferibili a quasi tutti i sentieri del lato sud di queste

Alpi.

Non avendo nè bisogno nè voglia di scendere per le ripidissime

scorciatoie, seguimmo le numerose giravolte che offrono stupende vedute

sul Lago Bianco, sui nevati e sui monti circostanti (specialmente

sull'altissimo muraglione di Monte Carbonè). Verso le 17 eravamo al gias

Murajon. Scendendo infine la valle per la strada carreggiabile sotto il

gias Colomb, riuscimmo poco prima delle 21 a San Giacomo, dopo circa 15

ore di lavoro interrotto appena da due ore di sosta.

Il giorno 22 scendemmo con sole caldissimo, il bellissimo vallone della

Barra ombreggiato di boscaglie di faggi e dominato da roccie assai

pittoresche, che talvolta sembrano quasi sospese sopra la testa di chi

passa. Lasciata la strada carrozzabile, ci inoltrammo nel Vallone della

Ruina, nel cui rio prendemmo un bel bagno, ciò che del resto facevamo

quasi ogni giorno in qualche torrente (e perfino a 2000 metri nella

Gordolasca, la cui temperatura era di soli 8°C).

Poi rimontammo la valle, affatto priva di boschi, sino al gias Monighet

inferiore. Ivi il sig. ing. B. Sacerdote, che alloggiava coi suoi

aiutanti, occupato a rilevare topograficamente i dintorni, ci ricevette

colla più squisita cortesia offrendoci una buonissima cena ed un

quartiere per la notte.

Avendo preso congedo da questi signori alla mattina del 23, sulle sponde

del Lago della Ruina, salimmo per la buona mulattiera al gias Soprano,

visitando anche il Lago Brocan. Rimontammo poi la strada di caccia del

Colle Chiapous, alla cui sommità (m. 2520) si gode di una vista assai

interessante e v'è un bel ricovero.

Il paesaggio del vallone Lourousa, nel quale poi si scende, è certo uno

dei più grandiosi di queste Alpi, ma su tutto quel tragitto dal gias

Monighet alle Terme di Valdieri non incontrammo acqua che in un solo

punto, il rio Lourousa scorrendo nella valle superiore quasi

continuamente sotto un ammasso di blocchi, cosicchè il suo mormorio

cagiona veri supplizi di Tantalo.

Dal gias Lacarot (m. 1980), dove eravamo alle 19, la strada è quasi

tutta carreggiabile, larga quasi 2 metri, e si svolge in interminabili

giravolte attraverso una bella ma poco folta foresta. Qui ci avvenne uno

strano incidente che dimostra bene come anche nei monti spesso si corre

pericolo quando meno uno se lo aspetta. Un mulo, appartenente certo a

boscaiuoli accampati in quei dintorni, stava ritto sulla strada,

voltandoci la groppa; tentai di passar oltre, ma in quel momento mi

sferrò due calci che mi avrebbero rotte le ginocchia, se non avessero

invece toccato il mio stativo (piede dell'apparecchio fotografico).

Siccome le ripide chine sotto la strada non si mostrarono praticabili,

almeno in quel buio, non ci rimase altro mezzo che di cacciare giù

innanzi a noi quell'animale per buon tratto, finchè ci si presentò una

scorciatoia; passato poi il rio privo di ponte, giungemmo dopo le 21

alle Terme di Valdieri ove ci accolse una musica festosa, non però

destinata a nostro onore; anzi i camerieri non si mostrarono

entusiasmati a vedere il nostro esteriore piuttosto brigantesco, che

molto contrastava colle belle toelette delle signore e colle brillanti

divise degli ufficiali.

Il giorno seguente non proseguimmo che fino a Sant'Anna, ove cadde un

po' di pioggia, la sola che ebbi a vedere durante queste escursioni,

anche nell'estate 1893, che sotto questo riguardo era piuttosto

sfavorevole. Mangiammo e dormimmo nella Trattoria Piacenza, modestissima

a dir vero, ma sufficiente per uno che è abituato allo scarso conforto

dei gias.

Alla mattina, con tempo splendido, salimmo sul Monte Merqua (m. 2148),

dal quale godemmo una bella veduta, poi scendemmo per boscaglie di

rododendri ancora fioriti, nel vallone del Desertetto, senza trovar

acqua che sotto il villaggio di San Bernardo. Alla sera eravamo ad

Entraque, da dove il giorno 26 ripartimmo per Tenda.

Il risultato fotografico di questa spedizione essendo stato ben magro,

mi decisi a tentarne un'altra, ciò che il pessimo tempo non mi permise

per più settimane. Ma nella notte del 27 settembre, vedendo il cielo

sereno e stellato, risolsi di mettermi tosto in marcia e dopo pochi

preparativi partii alle ore 2. Rimontai lentamente al chiaro di luna il

Vallone della Miniera e giunsi verso le 9 ai gias della Valmasca;

proseguendo poi verso nord, attraverso macereti e dirupi, ebbi la

fortuna di trovare subito la via di accesso più facile per guadagnare il

Lago Agnel, passando a nord del rio che ne scende formando una bella

cascata, che si precipita da una parete liscia, alta circa 200 metri;

passai davanti all'imbocco di parecchie caverne, probabilmente poco

profonde (il terreno essendo schistoso) e giunsi infine a una discreta

altezza sopra il lago, senza che mai incontrassi traccia di sentiero.

Alle 14 quando mi fermai sulle sponde del lago, un vento di ovest

spingeva davanti a sè la nebbia; speravo tuttavia che il tempo si

rimettesse volendo ancora scendere pel Lago Bianco al gias Murajon e

tornarmene l'indomani a Tenda pel Colle Vej del Bouc, quantunque tale

percorso riuscisse assai faticoso. Aspettai invano fino alle 16½, ed

allora la prudenza più elementare mi costrinse a tornare indietro.

Volendo però evitare il giro sul lato nord, mi avventurai sulle roccie

che fiancheggiano la cascata, e vi errai lungo tempo poichè giungevo

sempre sull'orlo di precipizii, finchè sul far della notte mi decisi a

rimontare sulle rive del lago. Alle 21 splendeva la luna, ma non

sentendomi la voglia di ritentare la discesa, mi adattai a passare la

notte dove ero. Non tirava vento, ma faceva freddo, tanto che le piccole

pozze attorno a me si ghiacciavano; non trovai legna di sorta, nè un

riparo qualunque, la casa rovinata, di cui parlava ancora il Coolidge

nel 1879, essendo scomparsa.

Certo è che quella notte mi parve interminabile; passai il tempo alla

meglio, recitando, cantando, urlando o rodendo le mie scarse provviste,

ma specialmente contemplando l'indicibile orrore di quel paesaggio. Chi

ebbe la fortuna di vedere un simile spettacolo, non l'avrà certo potuto

dimenticare: la luce chiarissima, ma fredda dell'astro notturno si

diffondeva su quelle rocce massiccie, brulle, fantastiche, scintillava

sui nevati e si rifletteva nel nero ed immobile specchio del lago; le

ombre poi parevano abissi senza fondo.

Alle ore 4, tremante di freddo, mi rimisi in marcia, seguendo la sponda

nord del lago, molto sassosa. Alle 7 giunsi sull'altura del Colle

dell'Agnel (m. 2568), giusto al levar del sole, salutato da me con una

gioia che mi fe' capire il fervore dei selvaggi adoratori di quell'astro

benefico. Ebbi una vista grandiosissima sul Clapier, sui ghiacciai della

Maledìa e sulle erte rupi dell'Argentera; sarebbe però difficile di

immaginare una scena più desolata, più priva di ogni segno di vita; il

Lago Bianco, sebbene situato quasi 100 m. sotto il Lago Agnel, era

ricoperto da una spessa crosta di ghiaccio.

Il Colle dell'Agnel è certo tra quelli, che da Tenda conducono ad

Entraque, il più degno di essere attraversato, ma è piuttosto

malagevole, privo di ogni sentiero, e la discesa verso il Lago Bianco è

piuttosto ripida; fa uno strano effetto il vedere, in mezzo a quel

paesaggio squallido e polare, un palo coll'iscrizione: «Caccia riservata

a S. M. il Re.»

Fermatomi a prender qualche fotografia, tornai indietro e, rifacendo

l'itinerario del giorno precedente, giunsi a Casterino nel pomeriggio

ed a Tenda alle 19, quasi sfinito dal sonno, al quale non avevo potuto

pensare per ben 68 ore.

Nel 1894 cominciai la mia prima grande gita li 27 agosto, rimontando

molto lentamente da Tenda per le case di Maima; la Ripa di Berno e la

Baissa dell'Urno al Colle del Sabbione (m. 2264); il sole era caldissimo

e l'insolito peso che m'ingombrava le spalle mi fece impiegare oltre 12

ore a compire quell'itinerario che si può facilmente effettuare in 5.

Sul colle trovai da dormire in un casolare nel quale entrai per un

finestrino: dentro vi era molta paglia, cosicchè non ebbi a soffrire dal

freddo.

Il 28, passai al Lago della Vacca, vicino al quale vidi un piccolo

stagno rotondo, ancora mezzo riempito di neve ghiacciata: 3 altri

laghetti trovansi proprio a nord del colle, non segnati sulla nuova

carta, bene invece sulla carta sarda; i due stagni sul lato sud non

hanno acqua nell'estate. Poi per facile sentiero guadagnai la larga

depressione del Colle Vej del Bouc (m. 2620); da questo volgendo verso

nord, feci in un'ora, senza disagio, la salita della Cima della Valletta

Grande (chiamata semplicemente «della Valletta» sulla nuova carta; m.

2812), la cui larga cresta, tutta frantumata, domina le petraie ed i

dorsi della Schietta.

Il panorama è esteso e molto interessante; ma, se si eccettua la pianura

piemontese e le pendici imboschite attorno al Vallone di Casterino, la

vegetazione arborea manca quasi intieramente al paesaggio, come le due

case vicino al Lago Vej del Bouc sono quasi i soli segni di vita umana

in quei dintorni. Verso nord-ovest la lunga cresta dentellata di Monte

Carbonè, le cui cime per buon tratto conservano un'altezza pressochè

uguale (il punto più alto, chiamato Punta del Cairas sulla carta sarda,

misura m. 2828), copre gran parte delle Alpi Graie e Pennine, mentre il

selvaggio gruppo dell'Abisso, verso sud, cela i monti di Tenda. Brevi

tratti di pascoli e qualche lago danno a quella natura desolata un

aspetto più ameno: ben altro doveva essere quando folti boschi

nereggiavano su tutte quelle pendici! Fra i laghi merita speciale

menzione il Carboné (m. 2621), di cui si vede l'estremità orientale;

esso è dominato a nord da un contrafforte con culmine quasi rettilineo

(m. 2721).

Tornato al colle, scesi per un sentiero, rovinato in qualche punto,

sulle sponde del bel Lago Vej del Bouc (m. 2060), attorniato in gran

parte da pascoli; preso un bagno nella sua freddissima acqua ed ammirato

il circo romantico di monti rocciosi che ne forma il quadro, andai a

bere del latte dai pastori del vicino gias; v'è anche una bella casa che

probabilmente è un ricovero di caccia del Re Vittorio Emanuele, e più

sotto vedonsi ancora gli avanzi di una strada quasi carreggiabile,

mentre il sentiero attuale, sebbene buonissimo, non è molto largo. Alle

20 ero al gias Colomb (m. 1460), ove mi feci fare un lettuccio all'aria

aperta, poichè colla notte bellissima non mi sorrideva di rinchiudermi

nella fumosa capanna.

Il 29, lasciando ivi parte dei miei bagagli, presi la strada che pel

gias Murajon sale fin sotto il Passo Pagarì, colla intenzione di

visitare il Lago Bianco ed il ghiacciaio del Clapier; però a tale scopo

avrei dovuto a metà cammino volgere verso est, ma accorgendomene troppo

tardi, mi contentai di visitare il piccolo ghiacciaio che chiamerò «di

Peirabroc», attorno al quale incontrai qualche passo sdrucciolevole. Una

grandinata che poco dopo scoppiò mi costrinse a rifugiarmi sotto una

roccia sporgente ed a rinunciare al progetto, del resto un po'

temerario, di passare lungo le scoscese pendici orientali per guadagnare

il Lago Bianco. Tornai dunque indietro, visitando ancora, verso sera, la

bella cascata che si trova nel fondo del vallone di Peirabroc (m. 1627)

e vicino alla quale si svolge sulla pendice una strada di caccia, ora

abbandonata. Dormii ancora vicino al gias Colomb.

Il giorno 30 scesi ad Entraque, e nella sera del 31 mi recai a Sant'Anna

di Valdieri, ove pernottai nella Trattoria Piacenza.

Il 1º settembre rimontai il bellissimo Vallone di Meiris per strada

quasi carreggiabile sino al Lago Sottano della Sella; verso il tocco ero

al Lago Soprano, ed alle 14 giunsi nel vallone superiore, al punto dove

comincia la salita del Colle di Valmiana. Il tempo si era fatto un po'

minaccioso, ma le nubi essendo più tardi svanite, mi decisi a compiere

l'ascensione del Matto. Però, avendo scambiato un contrafforte a nord

poco elevato per la vetta orientale, salii direttamente in quella

direzione, finchè mi trovai su ripido ed instabile macereto; accortomi

dell'errore, dovetti fare un lungo giro non troppo comodo, finchè giunsi

all'estremità del grande nevato ovest del Matto; tentai di rimontarlo

per guadagnare la sua parte media, ben poco inclinata, ma sotto a questa

la neve era troppo dura e sdrucciolevole; scivolai allora giù,

fermandomi ad un piccolo sasso isolato, senza il quale sarei andato a

battere con tutta forza contro i massi che fiancheggiano il nevato.

Seguendo allora l'orlo settentrionale di questo, guadagnai in breve

tempo, dopo 2 ore ½ di ascensione, la punta Est del Matto (m. 3087), per

una china di detriti. Su quel culmine v'era una temperatura

straordinariamente mite (+12° alle ore 17); in alto correvano le nuvole,

velate erano la pianura e le Alpi, fuorchè le Marittime; osservai anche

un grandissimo arcobaleno doppio che innalzavasi dietro la Val Gesso. La

sommità rocciosa non offre posto che per sei o sette persone; non vi

cresce più nessun fiore. Messo nel segnale, allora rovinato, un

biglietto col mio nome, mi separai a malincuore da quel grandioso

paesaggio.

Bollettino del Club Alpino Italiano 1895-96 Vol. 29 Num. 62 · 第 19 / 27 段