Queste obbiezioni all'ipotesi del dott. Virgilio non ci paiono

sufficienti per escludere la possibilità che nel tronco di valle a

monte di Cogne fino a Lilla si fosse formato un notevole lago per

sbarramento glaciale. Anzi, l'osservazione delle condizioni locali ci

rende favorevoli a detta ipotesi.

Quando avvenne il distacco dal ghiacciaio di Valnontey, di quelli di

Grauson da solo, e di quelli d'Urtier, di Bardoney e di Valeille, ancora

uniti in un unico ghiacciaio, diminuì in questo l'elevazione della

superficie superiore della sua fronte in confronto di quello di

Valnontey sbarrante la valle, essendo cessata la causa del suo rigurgito

che ne sopraelevava la superficie; inoltre, la sua potenza essendo

minore di quella del Valnontey, anche minore doveva riuscirne il

deposito morenico. Per conseguenza la superficie del deposito morenico

caotico che occupò tutto il solco di valle superiormente a Cogne fino a

Lilla, risultò di livello più basso della gran diga formata dal

ghiacciaio di Valnontey e dalla sua potentissima morena laterale destra

e terminale da Moncuc a Moline. Inoltre, il depositarsi di questa lungo

il piede del ghiacciaio intercluse sul fondo della valle il corso delle

acque di fusione dei ghiacciai superiori, obbligando queste a

ristagnare, innalzarsi e costituirsi in lago.

Se si ammette che il deposito morenico lasciato dai ghiacciai ritiratisi

a Lilla raggiungesse l'altitudine di 1700 (se poco più o se meno, non

resta infirmato il ragionamento), la sua superficie orizzontale coperta

dalle acque del lago, aveva un'estensione in senso trasversale di circa

un chilometro, ed il torrente, dopo svuotato il lago, percorreva appunto

un tratto pianeggiante verso il mezzo del deposito, tale essendo anche

ora la posizione del suo percorso, cioè all'incirca a metà distanza

orizzontale fra le curve di livello 1700 e 1800 dei due fianchi della

valle. Più sottile e poggiante su pendio più ripido, il manto morenico

di destra più facilmente franò in parecchi tratti mettendo a nudo la

sottostante roccia. Ritirandosi esso pure il ghiacciaio di Valnontey, e

battuta in breccia la sua morena terminale dal torrente Grauson presso

Moline, in questo punto s'incise sempre più profondo lo sbocco alle

acque provenienti dalla valle superiore, per cui si può ben dire che il

torrente, dopo svuotatosi il lago, ne percorse il fondo verso il mezzo

abbassandosi quasi verticalmente, senza cioè dar luogo a notevoli

divagazioni laterali.

A dare maggior elevazione al piano di Selva Nera nella sua parte a valle

contribuì anche la maggior quantità di detrito morenico contenuto nella

maggior altezza posseduta ivi dal ghiacciaio per il sovraccennato

rigurgito. Quel lago avrebbe coperto una superficie di circa 3 km. di

lunghezza per 1 di larghezza.

Perdurando le cause del ritiro dei ghiacciai; anche il gran ghiacciaio

di Valnontey abbandonò il bacino di Cogne ritirandosi nel suo vallone,

ed il ghiacciaio ricoprente il piano di Lilla si separò anch'esso nelle

diverse correnti di Valeille, Bardoney e Urtier ritirantisi esse pure

nei rispettivi valloni. Le morene abbandonate in questo ritiro sono

numerose, alcune assai potenti e ben conservate; così sono abbondanti i

depositi morenici presso Lilla, come quello a monte del villaggio

formato dalla confluenza delle due correnti di ghiaccio ivi convergenti;

così pure è degna di nota la bella morena frontale dalla sottile cresta

lasciata al Crêt dal ghiacciaio d'Urtier dopo separatosi da quello di

Bardoney e d'Acquarossa.

Nel vallone di Valnontey sono pure numerose le morene antiche, alcune

ammantate di belle pinete; le più belle si osservano a Reppiaz, Babein,

Bova, Valnontey, Persipia, sopra Vermiana, ecc.

Oltre che dai depositi morenici, il passaggio dei ghiacciai è rivelato

da numerose rocce arrotondate, levigate, striate, che si possono

osservare ad ogni passo e che attestano della grande potenza del

fenomeno glaciale.

Risalendo i valloni, l'aspetto del terreno va modificandosi

gradatamente: le morene ricoperte da folta vegetazione con piante di

alto fusto cedono il posto ad altre sulle quali la vegetazione va man

mano diminuendo; agli alti alberi sottentrano i cespugli, agli ubertosi

pascoli, freschi per copia d'acque, ne succedono altri a rare zolle, che

poi si trasformano in aride ondulazioni di terreno su cui stentatamente

allignano magre pianticelle d'erbe alpine.

Il viandante si trova quindi a camminare su un terreno dovunque sassoso,

dal quale sui fianchi della valle fanno capolino spuntoni di roccia che

più in alto si convertono in balze e rupi scoscese; quel terreno solcato

in fondo alla valle dai divaganti torrentelli è comunque rimaneggiato e

chiaramente dimostra formare il campo delle incursioni torrentizie;

lateralmente e verso il termine della valle gli accumuli di ciottoli

assumono forme ben distinte di cordoni regolari taluni molto allungati,

altri arcuati oppure coniformi. Questi cordoni, sbrecciati in alcuni

punti da qualche torrente che discende al thalweg della valle, si

succedono l'un l'altro, si sovrappongono e si continuano fino allo

sfondo della valle stessa dove si addossano alle rupi che la chiudono,

attorniano le fronti dei ghiacciai che maestosi ne scavalcano le balze:

su questi si arrampicano e si continuano lateralmente sulla loro

superficie, sulla quale si perdono poi nelle più elevate altezze.

Così insensibilmente le morene antiche hanno ceduto il campo alle

attuali, a quelle che vengono alimentate sotto i nostri occhi dagli

attuali ghiacciai, che noi vediamo consolidarsi là dove i ghiacciai sono

stazionari od in regresso, che noi vediamo rimosse e trasportate in

avanti ed anche distrutte là dove i ghiacciai riprendono ad avanzarsi.

E questi ghiacciai, un tempo già così potenti, noi vediamo aver

abbandonato non la gran valle soltanto, ma eziandio i rispettivi

valloni, e per ritrovarli, dobbiamo risalire alle loro estremità

superiori, alle loro ultime ramificazioni. Alcuni sono del tutto

scomparsi, altri si sono trasformati in modeste vedrette, altri hanno

sopravvissuto, e benchè non molto numerosi, sonvene nonpertanto ancora

parecchi che presentano delle importanti masse che ricoprono parecchi

chilometri quadrati di superficie, con un dislivello di più che un

chilometro.

* * * * *

Nella regione di cui ci occupiamo sonvi attualmente i seguenti ghiacciai

i quali mandano la loro acqua nella Valle di Cogne:

discendenti dalla Grìvola: il ghiacciaio di Nomenon nel vallone

omonimo discendente a Vièyes, e quello del Trajo nel vallone

discendente di fronte ad Épinel;

nella Valnontey: il piccolo ghiacciaio di Rayes Noires immittente

nel vallone di Lauzon; il ghiacciaio di Lauzon con due piccoli

ghiacciai sulla sua sinistra (questo ghiacciaio si divide

in due rami, quello sinistro versa nel vallone di Lauzon, quello

destro versa invece nel vallone di Gran Valle e viene anche

detto ghiacciaio di Grand Sertz); il ghiacciaio dell'Herbetet, il

ghiacciaio di Dzasset, il colossale ghiacciaio della Tribolazione,

il ghiacciaio di Grand Croux, quello imponente di Money, quello

di Patrì e quello di Valletta;

nella Valeille: il ghiacciaio di Valeille, quello delle Sengie,

e quello di Arolla;

nel vallone di Bardoney: il ghiacciaio di Bardoney e quelli

di Lavina;

nel vallone d'Urtier: il ghiacciaio di Peratza;

ed infine i piccoli ghiacciai del vallone di Grauson, fra i

quali il più importante è quello di Tessonet o Dorère.

Sonvi inoltre altre piccole masse glaciali e vedrette disperse

qua e là.

Orbene, ecco il gran problema: questi ghiacciai, residui di antichi

potentissimi, seguono essi tuttora in modo generale la legge del loro

ritiro, continuando oggi quello che da millennii andò verificandosi;

sono cioè dessi destinati a scomparire totalmente in un tempo più o meno

prossimo? Ovvero questa legge fatale del loro ritiro non ha essa subìto

qualche radicale modificazione, o ceduto il posto ad un'altra legge per

la quale i nostri ghiacciai rimangano stazionari, se pure non debbano

nuovamente avanzarsi?

Il poter rispondere in modo sicuro a queste domande equivarrebbe a

predire quale sarà l'avvenire del nostro paese. Mancante di due dei

principali fattori della ricchezza nazionale, il ferro ed il carbone,

l'Italia spera un prospero avvenire in due altri elementi: l'acqua ed il

vino[71]; questo quale esplicazione della massima potenzialità agricola

del nostro paese ed in ispecie della sua parte peninsulare; quella sotto

un triplice aspetto, cioè: quale mezzo di comunicazione per i commerci

(navigazione marittima e fluviatile), quale coefficiente necessario

all'agricoltura (irrigazione), ed infine quale produttrice di forza

motrice. Sotto quest'ultimo aspetto, le condizioni dell'Alta Italia sono

eminentemente propizie in grazia della perennità dei suoi fiumi dovuta

appunto ai ghiacciai alpini, i quali per conseguenza non soltanto sono

serbatoi d'acqua, ma sono dei provvidenziali accumulatori di forza viva.

E chi è che non veda quale immenso avvenire sia riserbato alla nostra

regione, specialmente cogl'imprevedibili e stupefacenti progressi

dell'elettrotecnica?

Ma che cosa accadrà di tutto ciò, se in un tempo anche assai lontano

verrà a mancare la prima fonte delle sognate ricchezze, se verranno a

mancare i ghiacciai? Certo, anche nella peggiore ipotesi, occorreranno

molti secoli perchè ciò possa avverarsi, e noi non lo vedremo. Ma se un

secolo è spazio di tempo enorme nella vita degl'individui, nella vita

delle nazioni non sono trascurabili le scadenze assai maggiori, anche se

di molti secoli.

Molto probabilmente l'ingegno e l'attività umana troveranno altri

generatori di forza, altre trasformazioni di energie; ma sarà necessario

un profondo e generale mutamento nelle condizioni di cose quali noi

possiamo ora prevedere.

Ecco pertanto pienamente giustificato, non soltanto dal lato puramente

scientifico, il movimento di attenzione, di indagini, di studi che in

questi ultimi anni si è manifestato ed è andato accentuandosi circa i

fenomeni glaciali.

II.

Un fatto accertato è quello dell'alternanza, a periodi di tempo più o

meno lunghi, del movimento di ritiro con quello di avanzamento dei

ghiacciai alpini. La durata di questi periodi non è ben nota, tanto più

che varia assai da luogo a luogo. Un altro punto rimane a chiarire; se

cioè queste oscillazioni nella lunghezza dei ghiacciai siano di ugual

valore tanto nel verso positivo quanto nel negativo, epperciò si

compensino, oppure se le singole ritirate non siano d'entità maggiore

degli alternanti avanzamenti, per cui continui a verificarsi la legge

generale del ritiro dei ghiacciai iniziatosi dopo la massima espansione

glaciale.

Pare e si ritiene che quasi tutti i ghiacciai alpini abbiano subìto un

notevole regresso nel venticinquennio 1850-1875, e si ritiene anche che

da quest'anno vada operandosi invece un nuovo moto d'avanzamento, come

si è verificato per più di 50 ghiacciai alpini.

Le nostre poche osservazioni fatte sui ghiacciai del gruppo del Gran

Paradiso versanti le loro acque nella Valle di Cogne non ci confermano

per generale tale stato d'avanzamento, e dobbiamo concludere che se

«questo ultimo quarto di secolo segna una delle tanti fasi d'avanzamento

dei ghiacciai»[72], le valli di Cogne costituiscono un'eccezione.

I ghiacciai che abbiamo particolarmente visitato e circa i quali abbiamo

eseguito misure, segnalazioni o fotografie, sono il ghiacciaio

nord-ovest di Lavina nel vallone di Bardoney; il ghiacciaio d'Arolla e

quello di Valeille nel vallone omonimo; i ghiacciai di Money, di Grand

Croux, della Tribolazione e dell'Herbetet in Valnontey; in alcune vedute

panoramiche abbiamo pure fotografato quelli di Patrì e di Valletta.

Il sistema adottato per fissare il limite della fronte dei ghiacciai

osservati, è quello di croci scolpite nella viva roccia e colorate con

minio; dove ci fu possibile abbiamo, con due o più croci in linea retta

ed a conveniente distanza, stabilito l'allineamento passante per detto

limite; dove ciò non fu possibile l'allineamento l'abbiamo indicato con

una croce scolpita da una parte del ghiacciaio, notando qualche vetta od

accidentalità montuosa ben riconoscibile colpita dalla visuale

dell'allineamento. In ogni caso poi abbiamo cercato di disporre gli

allineamenti passanti per lo estremo limite dei ghiacciai il più che

potemmo in direzione perpendicolare all'asse dell'ultimo tronco

inferiore dei singoli ghiacciai. Ad ogni segnale abbiamo dato un numero

d'ordine, a volte scolpito, a volte soltanto dipinto con minio, e vi

abbiamo inoltre scritto il millesimo e le iniziali dei nostri

nomi--D.P.--anche queste con lo scalpello ove potemmo. Per rendere poi

più facilmente ritrovabili nell'avvenire i nostri segnali, abbiamo avuto

cura di richiamare su di essi l'attenzione del cercatore con freccie od

altri segni ben visibili dipinti con minio nelle roccie circostanti.

Tutte le nostre osservazioni poi facemmo nel mese di agosto.

Con noi avevamo sempre le carte topografiche dell'Istituto Geografico

Militare alla scala di 1:50.000 e gli ingrandimenti al 25.000, la carta

foto-topografica del Paganini e quella annessa alla guida «The Mountain

of Cogne» dei sigg. Yeld e Coolidge. Quest'ultima, e per la sua scala

(1:97.000) e per il modo con cui è disegnata, serve soltanto per fissare

nettamente i fatti orografici salienti, ed è poi specialmente preziosa

per la nomenclatura delle punte, creste e colli. La carta al 50.000

dell'I. G. M., levata nel 1881 e 1882 (così sta scritto in due copie

della stessa tavoletta) e punto modificata posteriormente, ed il suo

ingrandimento al 25.000 sono assai ricche di particolari, ma sono

tutt'altro che prive di difetti e sono poi troppo deficenti per ciò che

riguarda la rappresentazione dei ghiacciai. La carta infine del Paganini

è una riproduzione fedele del vero, è accuratissima in ogni minimo

particolare non solo di roccia, ma anche di ghiacciaio, e le

coscienziose curve di livello e le numerose quote la rendono si può dire

opera perfetta; l'unica cosa che rincresce si è che questa carta non sia

ultimata e maggiormente estesa.

Avevamo pure con noi un barometro aneroide per la determinazione di

alcune differenze di livello; ma disgraziatamente ben poco ce ne potemmo

servire perchè uno dei tanti piccoli accidenti di montagna lo pose ben

presto fuori servizio. Ci servimmo infine di un tacheometro per eseguire

alcune operazioni topografiche, e per collegare alcuni punti di

determinazione importante con quelli della rete geodetica italiana; ci

spiace però che, per un complesso di circostanze sfavorevoli, non

abbiamo potuto fare di tali collegamenti quel numero che avremmo

desiderato.

Ghiacciai di Lavina.

Due sono i ghiacciai di Lavina, il nord-ovest ed il sud-ovest, il quale

ultimo è anche il maggiore. Noi, per il crestone ovest, discendemmo sul

ghiacciaio di nord-ovest calandoci dalla vetta alla quale eravamo saliti

per la cresta nord, dopo aver risalito il vallone d'Acquarossa ed una

discreta vedretta che ne riveste la parte superiore fino alla Bocchetta

d'Acquarossa[73]. Questa vedretta non ci offerse nulla di notevole e

tutti i suoi particolari ce la fecero ritenere attualmente stazionaria.

Il sopraddetto crestone diretto da est a ovest costituisce appunto la

separazione fra i due ghiacciai di Lavina, dei quali quello a nord ci

appariva più come semplice vedretta che non un vero ghiacciaio, ma a

questa categoria dovemmo ascriverlo quando lo percorremmo. Ha una

lunghezza orizzontale di 650 metri ed una larghezza massima di poco meno

di 500 metri; la sua linea mediana di massima pendenza ha un andamento

di poco oscillante intorno alla direzione sud-est--nord-ovest, con un

dislivello massimo di 240 metri. Ha una bella morena frontale arcuata,

recentissima, distante una ventina di metri dall'estremo limite

inferiore del suo ghiaccio, e possiede pure belle morene laterali,

specialmente la sinistra che è assai poderosa e molto regolare. La sua

estremità inferiore è sopraelevata in media di più che 400 metri sul

tronco del fondo del vallone corrispondente, e vi si discende dapprima

per morene recenti di forme assai caratteristiche, e poscia per un

deposito caotico morenico, franato in molti punti ed inciso in ogni dove

dalle acque, e ricoperto da magro pascolo e stentati cespugli. Manifesta

evidenti i segni di essere tuttora in regresso.

Prendemmo una fotografia del limite inferiore di questo ghiacciaio dalla

morena laterale sinistra con visuale normale all'asse del ghiacciaio

stesso, alle ore 15,30 del giorno 13 agosto, e scolpimmo il seguente

segnale: +D.P. 95, colorato in minio e portante il N. 9 scritto

semplicemente a minio, nelle rocce formanti la costiera che a nord

incassa il ghiacciaio. La linea retta che unisce questo segnale al piede

estremo della fronte del ghiacciaio passa per la marcatissima

depressione che nella catena a sud-ovest forma il Colle di Arolla[74].

[Illustrazione: GHIACCIAIO DI MONEY FRA LA PUNTA CISSETA E LA ROCCIA

VIVA

_Da una fotografia dell'ing. A. Druetti presa dall'estremità ovest

della fronte del Ghiacciaio della Tribolazione._]

[Illustrazione: PIEDE DEL GHIACCIAIO DI GRAND-CROUX CON VEDUTA DEL

GHIACCIAIO DELLA TRIBOLAZIONE

_Da una fotografia dell'ing. A. Druetti presa da levante._]

L'ora tarda ed il tempo male promettente non ci permisero di fare

analoga segnalazione sul ghiacciaio sud il quale ha la sua linea di

massima pendenza diretta da est ad ovest con una lunghezza orizzontale

in quel verso di 925 metri; la sua larghezza massima è di quasi un

chilometro ed il dislivello di 350 metri. Dal crestone sovraccennato

potemmo osservare a volo d'uccello questo ghiacciaio il quale, salvo la

mole maggiore, si trova nelle stesse condizioni di quello nord.

L'entità del loro detrito morenico, che pare sproporzionata alla

potenzialità di questi due piccoli ghiacciai, si spiega colla natura

delle rocce incassanti: gneiss tabulari eminentemente scistosi,

calcescisti e calcari cristallini, nelle quali rocce la stratificazione

molto accentuata con forte inclinazione favorisce la degradazione loro,

i franamenti e le lavine.

Ghiacciai del Vallone di Valeille.

Se questo vallone, diretto da nord a sud, non può competere col vicino

di Valnontey per copia e maestosità di ghiacciai, gli è però degno

compagno per la ricchezza di vette che offre allo sguardo del visitatore

e lo supera in regolarità d'andamento e selvatichezza di paesaggio.

E qui non possiamo trattenerci dal riportare integralmente la scultoria

descrizione che ne fa l'amico G. Bobba nella sua interessante raccolta

di escursioni[75].

«La sua forma regolare di enorme fosso rettilineo, scavato in modo

uniforme fra due sponde che l'azione potente degli antichi ghiacciai

andò spianando e lisciando, e la mancanza di risalti nella parte più

bassa gli danno parvenza d'una via ciclopica, fiancheggiata da tetri

edifizi. Il «thalweg» che conserva fin quasi ai piedi dell'ultimo

ghiacciaio una larghezza costante di circa 1\2 km. era altra volta

verdeggiante di prati; ora innumerevoli frane di sassi scese dalle

sponde, massi giganti piombati dall'alto, e capricciose incursioni del

torrente lo han ridotto in una triste maceria distendentesi senza tregua

da un capo all'altro; alcuni miserabili pascoli quasi soffocati dalle

macie, una capannuccia a mezzo il cammino, pochi alberi solitarii, tutto

s'accorda nell'improntare di selvatichezza inospitale quel chiuso

vallone.»

In questo vallone si verifica lo stesso fatto che in quello di Bardoney

e che ancora non rilevammo: là tre piccoli ghiacciai i due di Lavina

sul fianco est e con esposizione ad ovest, ed il piccolo ghiacciaio

terminale di Bardoney con esposizione a nord: qui pure tre ghiacciai,

due (Arolla e Sengie) sul fianco est con esposizione ad ovest, ed uno

terminale, quello di Valeille, con esposizione prevalente a nord. In

tutti due i valloni v'è mancanza pressochè assoluta di ghiacciai sul

fianco ovest esposto ad oriente. Ora, essendo l'esposizione a levante

più propizia alla conservazione dei ghiacciai che non quella a ponente,

bisogna ricercare nella maggiore ripidezza del fianco ovest la causa

della mancanza di ghiacciai.

=Ghiacciaio d'Arolla.=--Questo ghiacciaio, così chiamato nelle varie

carte, compresa quella al 50.000 dell'I. G. M. portante l'indicazione

«levata nel 1881», è invece detto ghiacciaio di Rol nell'altra carta al

50.000 dell'I. G. M. portante la dicitura «levata nel 1882» e nel suo

ingrandimento al 25.000; lo stesso accade in dette tre carte per la

denominazione della Punta detta Grand'Arolla in quella 1881 e Punta Rol

in quella 1882 e nell'ingrandimento al 25.000; nasce inoltre confusione

fra il M. Veso nella prima e la Punta di Forches (di Forzo) nelle altre

due.

In tutte tre poi queste carte osservasi un grave errore, già segnalato

nel suo citato lavoro dell'avv. Bobba, il quale, riferendosi alla carta

al 50.000 dell'I. G. M., dice: «il ghiacciaio del Rol su di essa

confonde la propria onda con quella del ghiacciaio delle Sengie tra la

Punta Rol e la quota 3105, sicchè pare che dal vallone dell'Arolla si

possa senz'altro, passando pel ghiacciaio omonimo e con tutta facilità,

raggiungere il piano superiore del ghiacciaio delle Sengie e di là il

Colle di Forzo o quel di Monveso, soltanto cioè con una traversata in

piano di due ghiacciai. Invece, il ghiacciaio d'Arolla termina verso S.

sopra l'orlo di una elevata scarpa, alta in media oltre 300 m., che

altro non è se non il prolungamento della cresta O. della Punta di

Forzo..... sulla carta Paganini tale bastione spicca in modo

chiarissimo»; così pure sulla cartina dei signori Yeld e Coolidge e

sulla carta al 100.000 annessa alla recentissima _Guida delle Alpi

Occidentali_ (Vol. IIº Graje e Pennine, Parte 2ª) dei signori G. Bobba e

L. Vaccarone.

Il ghiacciaio d'Arolla ha un'estensione massima nel senso nord-sud di

1250 metri, per una media estensione est-ovest di 800 m., con un

dislivello massimo di 300 metri. Nella fronte di questo ghiacciaio si

possono considerare tre protuberanze, quasi tre rami. Abbiamo collocato

il segnale + Nº 11-D.P.--1895 tutto scolpito e colorato in minio sulle

rocce che limitano a nord il ramo mediano che è il più proteso. Una

freccia scolpita nei due estremi e colorata a minio in tutta la sua

lunghezza dà l'allineamento alla fronte: questo allineamento passa per

il punto dove la cresta divisoria fra i due ghiacciai d'Arolla e delle

Sengie cambia natura cessando le rocce d'aspetto liscio per succedervi

invece quelle di aspetto scabro. Un analogo segnale disponemmo

pure sul ramo sud del ghiacciaio e vi tracciammo l'indicazione

+ Nº 12--D.P.--1895.

Nel ghiaccio del ramo nord una caverna con vôlta che si protende oltre

le rocce potrebbe essere indizio di avanzamento.

=Ghiacciaio di Valeille.=--È il più ampio del vallone, di cui forma un

superbo sfondo ghiacciato; discende da quella cresta arcuata che dalla

Punta Sengie, per la Punta Valeille ed il Picco d'Ondezzana, sale al

Grand St.-Pierre. La parte sua più elevata è quella che discende dal

Grand St.-Pierre presso al Colle di Teleccio (3326 m. secondo la carta

I. G. M., 3296 secondo la carta Paganini); la sua fronte si trova invece

a 2500 sovra un imbasamento di roccie a picco verso valle e sulle quali

il ghiacciaio forma uno splendido coronamento sfavillante ai raggi del

sole e sviluppantesi da est ad ovest per circa 400 metri.

Questo piedestallo roccioso presenta una profonda depressione verso

ovest, e da questa effluisce un'alta lingua di ghiaccio che forma la

parte più avanzata del ghiacciaio e dalla quale sbocca il torrente

principale.

Bollettino del Club Alpino Italiano 1895-96 Vol. 29 Num. 62 · 第 16 / 27 段