sufficienti per escludere la possibilità che nel tronco di valle a
monte di Cogne fino a Lilla si fosse formato un notevole lago per
sbarramento glaciale. Anzi, l'osservazione delle condizioni locali ci
rende favorevoli a detta ipotesi.
Quando avvenne il distacco dal ghiacciaio di Valnontey, di quelli di
Grauson da solo, e di quelli d'Urtier, di Bardoney e di Valeille, ancora
uniti in un unico ghiacciaio, diminuì in questo l'elevazione della
superficie superiore della sua fronte in confronto di quello di
Valnontey sbarrante la valle, essendo cessata la causa del suo rigurgito
che ne sopraelevava la superficie; inoltre, la sua potenza essendo
minore di quella del Valnontey, anche minore doveva riuscirne il
deposito morenico. Per conseguenza la superficie del deposito morenico
caotico che occupò tutto il solco di valle superiormente a Cogne fino a
Lilla, risultò di livello più basso della gran diga formata dal
ghiacciaio di Valnontey e dalla sua potentissima morena laterale destra
e terminale da Moncuc a Moline. Inoltre, il depositarsi di questa lungo
il piede del ghiacciaio intercluse sul fondo della valle il corso delle
acque di fusione dei ghiacciai superiori, obbligando queste a
ristagnare, innalzarsi e costituirsi in lago.
Se si ammette che il deposito morenico lasciato dai ghiacciai ritiratisi
a Lilla raggiungesse l'altitudine di 1700 (se poco più o se meno, non
resta infirmato il ragionamento), la sua superficie orizzontale coperta
dalle acque del lago, aveva un'estensione in senso trasversale di circa
un chilometro, ed il torrente, dopo svuotato il lago, percorreva appunto
un tratto pianeggiante verso il mezzo del deposito, tale essendo anche
ora la posizione del suo percorso, cioè all'incirca a metà distanza
orizzontale fra le curve di livello 1700 e 1800 dei due fianchi della
valle. Più sottile e poggiante su pendio più ripido, il manto morenico
di destra più facilmente franò in parecchi tratti mettendo a nudo la
sottostante roccia. Ritirandosi esso pure il ghiacciaio di Valnontey, e
battuta in breccia la sua morena terminale dal torrente Grauson presso
Moline, in questo punto s'incise sempre più profondo lo sbocco alle
acque provenienti dalla valle superiore, per cui si può ben dire che il
torrente, dopo svuotatosi il lago, ne percorse il fondo verso il mezzo
abbassandosi quasi verticalmente, senza cioè dar luogo a notevoli
divagazioni laterali.
A dare maggior elevazione al piano di Selva Nera nella sua parte a valle
contribuì anche la maggior quantità di detrito morenico contenuto nella
maggior altezza posseduta ivi dal ghiacciaio per il sovraccennato
rigurgito. Quel lago avrebbe coperto una superficie di circa 3 km. di
lunghezza per 1 di larghezza.
Perdurando le cause del ritiro dei ghiacciai; anche il gran ghiacciaio
di Valnontey abbandonò il bacino di Cogne ritirandosi nel suo vallone,
ed il ghiacciaio ricoprente il piano di Lilla si separò anch'esso nelle
diverse correnti di Valeille, Bardoney e Urtier ritirantisi esse pure
nei rispettivi valloni. Le morene abbandonate in questo ritiro sono
numerose, alcune assai potenti e ben conservate; così sono abbondanti i
depositi morenici presso Lilla, come quello a monte del villaggio
formato dalla confluenza delle due correnti di ghiaccio ivi convergenti;
così pure è degna di nota la bella morena frontale dalla sottile cresta
lasciata al Crêt dal ghiacciaio d'Urtier dopo separatosi da quello di
Bardoney e d'Acquarossa.
Nel vallone di Valnontey sono pure numerose le morene antiche, alcune
ammantate di belle pinete; le più belle si osservano a Reppiaz, Babein,
Bova, Valnontey, Persipia, sopra Vermiana, ecc.
Oltre che dai depositi morenici, il passaggio dei ghiacciai è rivelato
da numerose rocce arrotondate, levigate, striate, che si possono
osservare ad ogni passo e che attestano della grande potenza del
fenomeno glaciale.
Risalendo i valloni, l'aspetto del terreno va modificandosi
gradatamente: le morene ricoperte da folta vegetazione con piante di
alto fusto cedono il posto ad altre sulle quali la vegetazione va man
mano diminuendo; agli alti alberi sottentrano i cespugli, agli ubertosi
pascoli, freschi per copia d'acque, ne succedono altri a rare zolle, che
poi si trasformano in aride ondulazioni di terreno su cui stentatamente
allignano magre pianticelle d'erbe alpine.
Il viandante si trova quindi a camminare su un terreno dovunque sassoso,
dal quale sui fianchi della valle fanno capolino spuntoni di roccia che
più in alto si convertono in balze e rupi scoscese; quel terreno solcato
in fondo alla valle dai divaganti torrentelli è comunque rimaneggiato e
chiaramente dimostra formare il campo delle incursioni torrentizie;
lateralmente e verso il termine della valle gli accumuli di ciottoli
assumono forme ben distinte di cordoni regolari taluni molto allungati,
altri arcuati oppure coniformi. Questi cordoni, sbrecciati in alcuni
punti da qualche torrente che discende al thalweg della valle, si
succedono l'un l'altro, si sovrappongono e si continuano fino allo
sfondo della valle stessa dove si addossano alle rupi che la chiudono,
attorniano le fronti dei ghiacciai che maestosi ne scavalcano le balze:
su questi si arrampicano e si continuano lateralmente sulla loro
superficie, sulla quale si perdono poi nelle più elevate altezze.
Così insensibilmente le morene antiche hanno ceduto il campo alle
attuali, a quelle che vengono alimentate sotto i nostri occhi dagli
attuali ghiacciai, che noi vediamo consolidarsi là dove i ghiacciai sono
stazionari od in regresso, che noi vediamo rimosse e trasportate in
avanti ed anche distrutte là dove i ghiacciai riprendono ad avanzarsi.
E questi ghiacciai, un tempo già così potenti, noi vediamo aver
abbandonato non la gran valle soltanto, ma eziandio i rispettivi
valloni, e per ritrovarli, dobbiamo risalire alle loro estremità
superiori, alle loro ultime ramificazioni. Alcuni sono del tutto
scomparsi, altri si sono trasformati in modeste vedrette, altri hanno
sopravvissuto, e benchè non molto numerosi, sonvene nonpertanto ancora
parecchi che presentano delle importanti masse che ricoprono parecchi
chilometri quadrati di superficie, con un dislivello di più che un
chilometro.
* * * * *
Nella regione di cui ci occupiamo sonvi attualmente i seguenti ghiacciai
i quali mandano la loro acqua nella Valle di Cogne:
discendenti dalla Grìvola: il ghiacciaio di Nomenon nel vallone
omonimo discendente a Vièyes, e quello del Trajo nel vallone
discendente di fronte ad Épinel;
nella Valnontey: il piccolo ghiacciaio di Rayes Noires immittente
nel vallone di Lauzon; il ghiacciaio di Lauzon con due piccoli
ghiacciai sulla sua sinistra (questo ghiacciaio si divide
in due rami, quello sinistro versa nel vallone di Lauzon, quello
destro versa invece nel vallone di Gran Valle e viene anche
detto ghiacciaio di Grand Sertz); il ghiacciaio dell'Herbetet, il
ghiacciaio di Dzasset, il colossale ghiacciaio della Tribolazione,
il ghiacciaio di Grand Croux, quello imponente di Money, quello
di Patrì e quello di Valletta;
nella Valeille: il ghiacciaio di Valeille, quello delle Sengie,
e quello di Arolla;
nel vallone di Bardoney: il ghiacciaio di Bardoney e quelli
di Lavina;
nel vallone d'Urtier: il ghiacciaio di Peratza;
ed infine i piccoli ghiacciai del vallone di Grauson, fra i
quali il più importante è quello di Tessonet o Dorère.
Sonvi inoltre altre piccole masse glaciali e vedrette disperse
qua e là.
Orbene, ecco il gran problema: questi ghiacciai, residui di antichi
potentissimi, seguono essi tuttora in modo generale la legge del loro
ritiro, continuando oggi quello che da millennii andò verificandosi;
sono cioè dessi destinati a scomparire totalmente in un tempo più o meno
prossimo? Ovvero questa legge fatale del loro ritiro non ha essa subìto
qualche radicale modificazione, o ceduto il posto ad un'altra legge per
la quale i nostri ghiacciai rimangano stazionari, se pure non debbano
nuovamente avanzarsi?
Il poter rispondere in modo sicuro a queste domande equivarrebbe a
predire quale sarà l'avvenire del nostro paese. Mancante di due dei
principali fattori della ricchezza nazionale, il ferro ed il carbone,
l'Italia spera un prospero avvenire in due altri elementi: l'acqua ed il
vino[71]; questo quale esplicazione della massima potenzialità agricola
del nostro paese ed in ispecie della sua parte peninsulare; quella sotto
un triplice aspetto, cioè: quale mezzo di comunicazione per i commerci
(navigazione marittima e fluviatile), quale coefficiente necessario
all'agricoltura (irrigazione), ed infine quale produttrice di forza
motrice. Sotto quest'ultimo aspetto, le condizioni dell'Alta Italia sono
eminentemente propizie in grazia della perennità dei suoi fiumi dovuta
appunto ai ghiacciai alpini, i quali per conseguenza non soltanto sono
serbatoi d'acqua, ma sono dei provvidenziali accumulatori di forza viva.
E chi è che non veda quale immenso avvenire sia riserbato alla nostra
regione, specialmente cogl'imprevedibili e stupefacenti progressi
dell'elettrotecnica?
Ma che cosa accadrà di tutto ciò, se in un tempo anche assai lontano
verrà a mancare la prima fonte delle sognate ricchezze, se verranno a
mancare i ghiacciai? Certo, anche nella peggiore ipotesi, occorreranno
molti secoli perchè ciò possa avverarsi, e noi non lo vedremo. Ma se un
secolo è spazio di tempo enorme nella vita degl'individui, nella vita
delle nazioni non sono trascurabili le scadenze assai maggiori, anche se
di molti secoli.
Molto probabilmente l'ingegno e l'attività umana troveranno altri
generatori di forza, altre trasformazioni di energie; ma sarà necessario
un profondo e generale mutamento nelle condizioni di cose quali noi
possiamo ora prevedere.
Ecco pertanto pienamente giustificato, non soltanto dal lato puramente
scientifico, il movimento di attenzione, di indagini, di studi che in
questi ultimi anni si è manifestato ed è andato accentuandosi circa i
fenomeni glaciali.
II.
Un fatto accertato è quello dell'alternanza, a periodi di tempo più o
meno lunghi, del movimento di ritiro con quello di avanzamento dei
ghiacciai alpini. La durata di questi periodi non è ben nota, tanto più
che varia assai da luogo a luogo. Un altro punto rimane a chiarire; se
cioè queste oscillazioni nella lunghezza dei ghiacciai siano di ugual
valore tanto nel verso positivo quanto nel negativo, epperciò si
compensino, oppure se le singole ritirate non siano d'entità maggiore
degli alternanti avanzamenti, per cui continui a verificarsi la legge
generale del ritiro dei ghiacciai iniziatosi dopo la massima espansione
glaciale.
Pare e si ritiene che quasi tutti i ghiacciai alpini abbiano subìto un
notevole regresso nel venticinquennio 1850-1875, e si ritiene anche che
da quest'anno vada operandosi invece un nuovo moto d'avanzamento, come
si è verificato per più di 50 ghiacciai alpini.
Le nostre poche osservazioni fatte sui ghiacciai del gruppo del Gran
Paradiso versanti le loro acque nella Valle di Cogne non ci confermano
per generale tale stato d'avanzamento, e dobbiamo concludere che se
«questo ultimo quarto di secolo segna una delle tanti fasi d'avanzamento
dei ghiacciai»[72], le valli di Cogne costituiscono un'eccezione.
I ghiacciai che abbiamo particolarmente visitato e circa i quali abbiamo
eseguito misure, segnalazioni o fotografie, sono il ghiacciaio
nord-ovest di Lavina nel vallone di Bardoney; il ghiacciaio d'Arolla e
quello di Valeille nel vallone omonimo; i ghiacciai di Money, di Grand
Croux, della Tribolazione e dell'Herbetet in Valnontey; in alcune vedute
panoramiche abbiamo pure fotografato quelli di Patrì e di Valletta.
Il sistema adottato per fissare il limite della fronte dei ghiacciai
osservati, è quello di croci scolpite nella viva roccia e colorate con
minio; dove ci fu possibile abbiamo, con due o più croci in linea retta
ed a conveniente distanza, stabilito l'allineamento passante per detto
limite; dove ciò non fu possibile l'allineamento l'abbiamo indicato con
una croce scolpita da una parte del ghiacciaio, notando qualche vetta od
accidentalità montuosa ben riconoscibile colpita dalla visuale
dell'allineamento. In ogni caso poi abbiamo cercato di disporre gli
allineamenti passanti per lo estremo limite dei ghiacciai il più che
potemmo in direzione perpendicolare all'asse dell'ultimo tronco
inferiore dei singoli ghiacciai. Ad ogni segnale abbiamo dato un numero
d'ordine, a volte scolpito, a volte soltanto dipinto con minio, e vi
abbiamo inoltre scritto il millesimo e le iniziali dei nostri
nomi--D.P.--anche queste con lo scalpello ove potemmo. Per rendere poi
più facilmente ritrovabili nell'avvenire i nostri segnali, abbiamo avuto
cura di richiamare su di essi l'attenzione del cercatore con freccie od
altri segni ben visibili dipinti con minio nelle roccie circostanti.
Tutte le nostre osservazioni poi facemmo nel mese di agosto.
Con noi avevamo sempre le carte topografiche dell'Istituto Geografico
Militare alla scala di 1:50.000 e gli ingrandimenti al 25.000, la carta
foto-topografica del Paganini e quella annessa alla guida «The Mountain
of Cogne» dei sigg. Yeld e Coolidge. Quest'ultima, e per la sua scala
(1:97.000) e per il modo con cui è disegnata, serve soltanto per fissare
nettamente i fatti orografici salienti, ed è poi specialmente preziosa
per la nomenclatura delle punte, creste e colli. La carta al 50.000
dell'I. G. M., levata nel 1881 e 1882 (così sta scritto in due copie
della stessa tavoletta) e punto modificata posteriormente, ed il suo
ingrandimento al 25.000 sono assai ricche di particolari, ma sono
tutt'altro che prive di difetti e sono poi troppo deficenti per ciò che
riguarda la rappresentazione dei ghiacciai. La carta infine del Paganini
è una riproduzione fedele del vero, è accuratissima in ogni minimo
particolare non solo di roccia, ma anche di ghiacciaio, e le
coscienziose curve di livello e le numerose quote la rendono si può dire
opera perfetta; l'unica cosa che rincresce si è che questa carta non sia
ultimata e maggiormente estesa.
Avevamo pure con noi un barometro aneroide per la determinazione di
alcune differenze di livello; ma disgraziatamente ben poco ce ne potemmo
servire perchè uno dei tanti piccoli accidenti di montagna lo pose ben
presto fuori servizio. Ci servimmo infine di un tacheometro per eseguire
alcune operazioni topografiche, e per collegare alcuni punti di
determinazione importante con quelli della rete geodetica italiana; ci
spiace però che, per un complesso di circostanze sfavorevoli, non
abbiamo potuto fare di tali collegamenti quel numero che avremmo
desiderato.
Ghiacciai di Lavina.
Due sono i ghiacciai di Lavina, il nord-ovest ed il sud-ovest, il quale
ultimo è anche il maggiore. Noi, per il crestone ovest, discendemmo sul
ghiacciaio di nord-ovest calandoci dalla vetta alla quale eravamo saliti
per la cresta nord, dopo aver risalito il vallone d'Acquarossa ed una
discreta vedretta che ne riveste la parte superiore fino alla Bocchetta
d'Acquarossa[73]. Questa vedretta non ci offerse nulla di notevole e
tutti i suoi particolari ce la fecero ritenere attualmente stazionaria.
Il sopraddetto crestone diretto da est a ovest costituisce appunto la
separazione fra i due ghiacciai di Lavina, dei quali quello a nord ci
appariva più come semplice vedretta che non un vero ghiacciaio, ma a
questa categoria dovemmo ascriverlo quando lo percorremmo. Ha una
lunghezza orizzontale di 650 metri ed una larghezza massima di poco meno
di 500 metri; la sua linea mediana di massima pendenza ha un andamento
di poco oscillante intorno alla direzione sud-est--nord-ovest, con un
dislivello massimo di 240 metri. Ha una bella morena frontale arcuata,
recentissima, distante una ventina di metri dall'estremo limite
inferiore del suo ghiaccio, e possiede pure belle morene laterali,
specialmente la sinistra che è assai poderosa e molto regolare. La sua
estremità inferiore è sopraelevata in media di più che 400 metri sul
tronco del fondo del vallone corrispondente, e vi si discende dapprima
per morene recenti di forme assai caratteristiche, e poscia per un
deposito caotico morenico, franato in molti punti ed inciso in ogni dove
dalle acque, e ricoperto da magro pascolo e stentati cespugli. Manifesta
evidenti i segni di essere tuttora in regresso.
Prendemmo una fotografia del limite inferiore di questo ghiacciaio dalla
morena laterale sinistra con visuale normale all'asse del ghiacciaio
stesso, alle ore 15,30 del giorno 13 agosto, e scolpimmo il seguente
segnale: +D.P. 95, colorato in minio e portante il N. 9 scritto
semplicemente a minio, nelle rocce formanti la costiera che a nord
incassa il ghiacciaio. La linea retta che unisce questo segnale al piede
estremo della fronte del ghiacciaio passa per la marcatissima
depressione che nella catena a sud-ovest forma il Colle di Arolla[74].
[Illustrazione: GHIACCIAIO DI MONEY FRA LA PUNTA CISSETA E LA ROCCIA
VIVA
_Da una fotografia dell'ing. A. Druetti presa dall'estremità ovest
della fronte del Ghiacciaio della Tribolazione._]
[Illustrazione: PIEDE DEL GHIACCIAIO DI GRAND-CROUX CON VEDUTA DEL
GHIACCIAIO DELLA TRIBOLAZIONE
_Da una fotografia dell'ing. A. Druetti presa da levante._]
L'ora tarda ed il tempo male promettente non ci permisero di fare
analoga segnalazione sul ghiacciaio sud il quale ha la sua linea di
massima pendenza diretta da est ad ovest con una lunghezza orizzontale
in quel verso di 925 metri; la sua larghezza massima è di quasi un
chilometro ed il dislivello di 350 metri. Dal crestone sovraccennato
potemmo osservare a volo d'uccello questo ghiacciaio il quale, salvo la
mole maggiore, si trova nelle stesse condizioni di quello nord.
L'entità del loro detrito morenico, che pare sproporzionata alla
potenzialità di questi due piccoli ghiacciai, si spiega colla natura
delle rocce incassanti: gneiss tabulari eminentemente scistosi,
calcescisti e calcari cristallini, nelle quali rocce la stratificazione
molto accentuata con forte inclinazione favorisce la degradazione loro,
i franamenti e le lavine.
Ghiacciai del Vallone di Valeille.
Se questo vallone, diretto da nord a sud, non può competere col vicino
di Valnontey per copia e maestosità di ghiacciai, gli è però degno
compagno per la ricchezza di vette che offre allo sguardo del visitatore
e lo supera in regolarità d'andamento e selvatichezza di paesaggio.
E qui non possiamo trattenerci dal riportare integralmente la scultoria
descrizione che ne fa l'amico G. Bobba nella sua interessante raccolta
di escursioni[75].
«La sua forma regolare di enorme fosso rettilineo, scavato in modo
uniforme fra due sponde che l'azione potente degli antichi ghiacciai
andò spianando e lisciando, e la mancanza di risalti nella parte più
bassa gli danno parvenza d'una via ciclopica, fiancheggiata da tetri
edifizi. Il «thalweg» che conserva fin quasi ai piedi dell'ultimo
ghiacciaio una larghezza costante di circa 1\2 km. era altra volta
verdeggiante di prati; ora innumerevoli frane di sassi scese dalle
sponde, massi giganti piombati dall'alto, e capricciose incursioni del
torrente lo han ridotto in una triste maceria distendentesi senza tregua
da un capo all'altro; alcuni miserabili pascoli quasi soffocati dalle
macie, una capannuccia a mezzo il cammino, pochi alberi solitarii, tutto
s'accorda nell'improntare di selvatichezza inospitale quel chiuso
vallone.»
In questo vallone si verifica lo stesso fatto che in quello di Bardoney
e che ancora non rilevammo: là tre piccoli ghiacciai i due di Lavina
sul fianco est e con esposizione ad ovest, ed il piccolo ghiacciaio
terminale di Bardoney con esposizione a nord: qui pure tre ghiacciai,
due (Arolla e Sengie) sul fianco est con esposizione ad ovest, ed uno
terminale, quello di Valeille, con esposizione prevalente a nord. In
tutti due i valloni v'è mancanza pressochè assoluta di ghiacciai sul
fianco ovest esposto ad oriente. Ora, essendo l'esposizione a levante
più propizia alla conservazione dei ghiacciai che non quella a ponente,
bisogna ricercare nella maggiore ripidezza del fianco ovest la causa
della mancanza di ghiacciai.
=Ghiacciaio d'Arolla.=--Questo ghiacciaio, così chiamato nelle varie
carte, compresa quella al 50.000 dell'I. G. M. portante l'indicazione
«levata nel 1881», è invece detto ghiacciaio di Rol nell'altra carta al
50.000 dell'I. G. M. portante la dicitura «levata nel 1882» e nel suo
ingrandimento al 25.000; lo stesso accade in dette tre carte per la
denominazione della Punta detta Grand'Arolla in quella 1881 e Punta Rol
in quella 1882 e nell'ingrandimento al 25.000; nasce inoltre confusione
fra il M. Veso nella prima e la Punta di Forches (di Forzo) nelle altre
due.
In tutte tre poi queste carte osservasi un grave errore, già segnalato
nel suo citato lavoro dell'avv. Bobba, il quale, riferendosi alla carta
al 50.000 dell'I. G. M., dice: «il ghiacciaio del Rol su di essa
confonde la propria onda con quella del ghiacciaio delle Sengie tra la
Punta Rol e la quota 3105, sicchè pare che dal vallone dell'Arolla si
possa senz'altro, passando pel ghiacciaio omonimo e con tutta facilità,
raggiungere il piano superiore del ghiacciaio delle Sengie e di là il
Colle di Forzo o quel di Monveso, soltanto cioè con una traversata in
piano di due ghiacciai. Invece, il ghiacciaio d'Arolla termina verso S.
sopra l'orlo di una elevata scarpa, alta in media oltre 300 m., che
altro non è se non il prolungamento della cresta O. della Punta di
Forzo..... sulla carta Paganini tale bastione spicca in modo
chiarissimo»; così pure sulla cartina dei signori Yeld e Coolidge e
sulla carta al 100.000 annessa alla recentissima _Guida delle Alpi
Occidentali_ (Vol. IIº Graje e Pennine, Parte 2ª) dei signori G. Bobba e
L. Vaccarone.
Il ghiacciaio d'Arolla ha un'estensione massima nel senso nord-sud di
1250 metri, per una media estensione est-ovest di 800 m., con un
dislivello massimo di 300 metri. Nella fronte di questo ghiacciaio si
possono considerare tre protuberanze, quasi tre rami. Abbiamo collocato
il segnale + Nº 11-D.P.--1895 tutto scolpito e colorato in minio sulle
rocce che limitano a nord il ramo mediano che è il più proteso. Una
freccia scolpita nei due estremi e colorata a minio in tutta la sua
lunghezza dà l'allineamento alla fronte: questo allineamento passa per
il punto dove la cresta divisoria fra i due ghiacciai d'Arolla e delle
Sengie cambia natura cessando le rocce d'aspetto liscio per succedervi
invece quelle di aspetto scabro. Un analogo segnale disponemmo
pure sul ramo sud del ghiacciaio e vi tracciammo l'indicazione
+ Nº 12--D.P.--1895.
Nel ghiaccio del ramo nord una caverna con vôlta che si protende oltre
le rocce potrebbe essere indizio di avanzamento.
=Ghiacciaio di Valeille.=--È il più ampio del vallone, di cui forma un
superbo sfondo ghiacciato; discende da quella cresta arcuata che dalla
Punta Sengie, per la Punta Valeille ed il Picco d'Ondezzana, sale al
Grand St.-Pierre. La parte sua più elevata è quella che discende dal
Grand St.-Pierre presso al Colle di Teleccio (3326 m. secondo la carta
I. G. M., 3296 secondo la carta Paganini); la sua fronte si trova invece
a 2500 sovra un imbasamento di roccie a picco verso valle e sulle quali
il ghiacciaio forma uno splendido coronamento sfavillante ai raggi del
sole e sviluppantesi da est ad ovest per circa 400 metri.
Questo piedestallo roccioso presenta una profonda depressione verso
ovest, e da questa effluisce un'alta lingua di ghiaccio che forma la
parte più avanzata del ghiacciaio e dalla quale sbocca il torrente
principale.