tale domanda. L'idea più spontanea è che esso fosse dovuto a una maggior
copia di vapore acqueo diffuso nell'atmosfera, e un'antica ipotesi di
Charpentier, rinovellata recentemente dal prof. Taramelli, spiegherebbe
tal fatto colla maggiore attività dei vulcani quaternari[63]. Con tale
ipotesi, o con altra qualsiasi che spieghi una maggiore umidità
dell'aria, si provvede infatti anche al materiale necessario per le
abbondanti precipitazioni. Una maggiore umidità generale dell'atmosfera,
temperando le oscillazioni annue della temperatura e il dislivello
termico tra continenti e oceani, provocherebbe, secondo il processo di
Brückner, una più intensa condensazione del vapore stesso sui
continenti, dando così i materiali per l'espansione dei ghiacciai,
espansione favorita dal raffreddamento, corrispondente alla minor
trasparenza dell'aria, il quale conserva i ghiacci prodotti in maggior
copia, sommando gli aumenti di molte annate successive. Fino a prova
contraria, questo parmi il modo più semplice di spiegare il fenomeno
glaciale e, più in piccolo, le attuali oscillazioni dei climi da cui
dipendono le periodiche variazioni dei ghiacciai.
L'alternativa dell'umidità atmosferica tra fasi di massimo e fasi di
minimo può anche ammettersi, senza ricorrere ai vulcani o, come sostiene
Sterry Hunt, a comunicazione di vapore acqueo degli spazii planetari
all'atmosfera; ma semplicemente come uno dei tanti ritmi che presenta la
natura nel suo progressivo sviluppo. La terra colla sua atmosfera può
considerarsi come un organismo fisiologico, nel quale alcuni organi
hanno la funzione di produrre un dato elemento, altri hanno quello di
eliminarlo, perchè il suo accumularsi sarebbe esiziale all'organismo
stesso. I nostri muscoli lavorando producono dei veleni e il sangue li
elimina; ma questo processo non continua in modo regolare, bensì i
veleni, si accumulano provocando la sensazione della fatica, che arresta
il lavoro del muscolo, per dar tempo al sangue di compiere il suo
processo eliminativo. La nostra vita cerebrale dev'essere interrotta da
periodi di sonno, per lasciar tempo di eliminarsi alle sostanze che il
lavoro intellettuale ha prodotto.
Nell'organismo dell'atmosfera gli oceani hanno la funzione di produrre
il vapore acqueo, i continenti quella di eliminarlo e di ritornarlo in
gran parte come acqua agli oceani. Ma la funzione non continua in modo
regolare; il vapore oceanico per certo tempo si accumula nell'atmosfera,
perchè il processo di condensazione non è abbastanza rapido per
eliminarlo tutto, man mano che si produce. Ciò dà origine a un
intorbidimento dell'aria che, mentre rallenta la formazione di vapore
sugli oceani, accelera, secondo il processo di Brückner, la sua
condensazione sui continenti producendo su questi un periodo piovoso.
Questo processo di più rapida condensazione continua anche oltre il
limite medio di umidità atmosferica; segue quindi un periodo nel quale è
maggiore la quantità di vapore sottratta all'atmosfera di quella
prodotta dai mari, e si va incontro quindi a un periodo di maggior
secchezza e trasparenza dell'aria, a cui corrisponde un periodo asciutto
sui continenti.
Questo ritmo non è necessario che sia unico, ma a periodi assai lunghi,
e naturalmente più accentuati, si intreccieranno periodi minori, di
durata diversa, come nelle vibrazioni di una corda alla nota
fondamentale si intrecciano le note armoniche minori. Tornando
all'esempio della fatica muscolare, l'uomo che compie un lavoro, p. es.
l'alpinista che sale una montagna, deve tratto tratto fermarsi a
riposare per lasciar tempo di eliminarsi in parte ai veleni della fatica
e per riacquistare così _una parte_ del vigore perduto; ma di quei
veleni ne resta però un residuo di volta in volta sempre maggiore, e
l'organismo perde l'attitudine ad eliminarli, e vuole essere lasciato a
un riposo assai più prolungato che ripristini interamente l'equilibrio.
Così nel processo di distillazione atmosferica il lento diffondersi e
accumularsi del vapore nell'aria dovrà o potrà essere tratto tratto
interrotto da brevi periodi di sosta, provocati forse anche da cause
accidentali, nei quali i continenti ne eliminano una parte con processo
più rapido di condensazione, pur lasciandone un residuo che sarà di
volta in volta sempre maggiore finchè provocherà una condensazione più
forte e più prolungata che spazzerà molto più energicamente l'aria per
dare origine a una nuova epoca asciutta. Così si spiegano e i periodi
trentacinquennari di Brückner, e quelli secolari da lui stesso
intravvisti e che le più antiche cronache alpine confermano, dimostrando
come nei secoli passati le Alpi ebbero periodi nei quali erano quasi
interamente sprovvisti di ghiacciai, e finalmente quelli geologici di
cui i periodi glaciali interrotti dai periodi _interglaciali_ sarebbero
i testimoni più recenti.
LUIGI DE MARCHI (Sezione di Milano).
NOTE:
[A] Aderendo al lusinghiero invito fattomi dall'ing. O.
Zanotti-Bianco nella «Rivista Mensile» (giugno 1895) riassumo i
principali risultati del mio recente lavoro sulle _Cause dell'Êra
Glaciale_ (Pavia, Fusi, 1895). Ciò mi dà occasione di accennare
anche ad altri recenti lavori sull'argomento, e di rispondere
implicitamente, cioè senza polemica, ad alcune obbiezioni oppostemi
pubblicamente, o per lettere private, da critici benevoli.
[35] Queste ultime supposizioni sarebbero contraddette dalle
ricerche del Barone VON TOLL sui giacimenti di _ghiaccio fossile_
delle coste settentrionali della Siberia e delle isole della Nuova
Siberia («Mémoires de l'Acad. de St. Petersbourg» vol. 42, fasc.
13). Il ghiaccio di quei depositi ha la struttura granulare
caratteristica del ghiaccio di ghiacciaio, o in generale del
ghiaccio formato dalla neve: struttura che non si osserva nel
ghiaccio formato direttamente dal congelamento dell'acqua.
[36] WOEIKOF: _Glaciers and glacial periods in their relation to
climate_ (nel periodico «Nature» tom. XXV, 1882).
[37] BRÜCKNER: _Klimaschwankungen seit 1700_. Wien 1890.
[38] RICHTER: _Die Gletscher der Ostalpen_. Stuttgart 1888.
[39] Alle oscillazioni attuali della temperatura, che non toccano
1°C. di deviazione sopra e sotto la media, corrispondono variazioni
rilevantissime della piovosità: in Europa l'oscillazione della
piovosità rappresenta il 16% del suo valore medio annuale, in Asia
il 30%. A una variazione termica di 3° a 5°C. deve quindi aver
corrisposto un aumento assai più rilevante della piovosità sui
continenti, raddoppiarla forse o triplicarla, dando così la ragione
di molti di quei potenti fenomeni diluviali, precedenti o
concomitanti al fenomeno glaciale, di cui fanno testimonio i potenti
e tumultuarii depositi postpliocenici.
[40] Questo argomento è troppo spesso dimenticato. Si attribuisce
principalmente alle correnti marine ed aeree la distribuzione
attuale e passata delle temperature; è comune argomento che la
grande uniformità della temperatura nelle epoche terziarie e
precedenti fosse dovuta principalmente ad una più intensa
circolazione dei mari e dell'aria. Ma da che era mantenuta tale
circolazione se la temperatura era distribuita in modo uniforme?
[41] Vedi «Transunti dell'Accad. dei Lincei» Serie III, t. 8º; 1894,
p. 61.
[42] _The Climates of the geological Past_ (London, Swan
Sonnenschein et C., 1895). Questo libro sarà letto con grande
utilità da chi desidera una esposizione breve e completa dello stato
attuale del problema sui climi geologici. Anche nella parte
induttiva i principii meteorologici sono applicati con grande
abilità, come lo prova l'assenso avutone da un climatologista
dell'autorità del sig. Woelkof (Petermann's Mittheilungen, novembre
1895). Ma io credo che la base della sua ipotesi sia fantastica, e
che l'applicazione degli argomenti meteorologici non sia legittima.
[43] _The Cause of an Ice Age_, London 1891.
[44] «Rendiconti del Regio Istituto Lombardo di Scienze e Lettere»,
Serie II, vol. I, parte 2ª. Milano 1868.
[45] «American Journal of Science». New Haven, 1886.
[46] In «Geological Magazine», genn. e febbr. 1895.
[47] Vedi i numeri del «Nature» del Dicembre 1895, Gennaio e
Febbraio 1896.
[48] Schiaparelli, ponendo che l'oscillazione annua della
temperatura sia proporzionale all'oscillazione della radiazione
polare, trova che a Milano essa avrebbe dovuto essere in un periodo
di grande eccentricità 30°,7 invece di 25° com'è ora e aggiunge:
«Anche ammettendo l'improbabile ipotesi che l'aumento di 5°,7 non
sia prodotto per nulla dall'incremento del calore estivo, ma tutto
debbasi ad un maggior rigore invernale, noi avremo un clima non
peggiore di quello che si osserva in tanti luoghi del nostro
parallelo, ed ancor sempre molto lontano da quello che si
richiederebbe per dare ai nostri paesi il carattere dello Spitzberg
e del Groenland.
«_Si può anzi aggiungere che il clima del parallelo di 45°
rimarrebbe ancora preferibile a quello che adesso corrisponde al 50°
grado di latitudine. Infatti secondo il calcolo già accennato del
sig. Meech i numeri esprimenti l'irradiazione presente sul parallelo
50° ai due solstizi sono 164 e 900, ambidue minori assai di 201 e
1025 che esprimono l'irradiazione sul parallelo di 45° nell'ipotesi
dell'eccentricità 0,0473. Il clima di Milano non potrebbe neppure
diventare quello di Praga o di Kiew._» (loc. cit., pagg. 919-920).
E la differenza appare ancor minore se si tien conto della influenza
ammorzatrice dell'atmosfera (_Le cause dell'Êra glaciale_, p. 157,
_Nota_).
[49] A un risultato analogo egli arriva confrontando non più le
radiazioni solari rispondenti al giorno centrale dell'inverno ora e
quando si aveva l'inverno in afelio con triplice eccentricità
orbitale, ma le radiazioni solari rispondenti al _giorno medio_
dell'inverno attuale di 179 giorni e del supposto inverno glaciale
di 199. Egli trova così che le latitudini di 40°, 50°, 60°, 70°, 80°
e 90° dovevano fruire allora nel giorno medio invernale della
radiazione che ora fruiscono le latitudini di 43°.3, 52°.4, 61°.7,
71°.3, 84° e 90°. Lo spostamento delle isoterme iemali
corrispondente a queste variazioni sarebbe quindi tanto minore
quanto maggiore è la latitudine.
Il terzo modo di confronto istituito dal signor Culverwell tra la
somma delle radiazioni di quei 199 giorni invernali, con quella dei
199 più freddi del nostro anno attuale non mi pare giustificabile in
alcun modo, perchè 20 di questi ultimi che sono nel semestre
d'estate (e hanno quindi una durata tanto maggiore quanto maggiore è
la latitudine), non hanno termine di confronto tra i 199 del
supposto periodo glaciale.
[50] _Glacial Nightmare and the flood_. London, 1893.
[51] Vedi «Annales du Bureaux Central Météorologique de France»
1883, I.
[52] Se si ammette che anche da tutti i corpi celesti, visibili o
invisibili, toltone il sole, arrivi alla terra una quantità di
calore sensibile (che è misurata dalla temperatura di una superficie
nera irradiante la stessa quantità di calore, detta _temperatura
dello spazio_), anche questa radiazione deve intendersi compenetrata
in quella rappresentata da t_{c}. Ma le misure fatte fin qui di
questa ipotetica _temperatura dello spazio_ non reggono alla
discussione (Vedi il mio libro: _Appendice I_), ed io accolgo finora
l'opinione di Langley che la radiazione stellare è trascurabile.
[53] È noto che la legge esprimente la dipendenza della radiazione
dalla temperatura fu formulata in vario modo, dopo Newton, da Dulong
e Petit, da Rossetti, da Stefan ed altri. Ora è generalmente accolta
come più conforme all'esperienza la legge di Stefan secondo la quale
la quantità di calore irradiata da un corpo alla temperatura _t_
verso un involucro _solido_ alla temperatura t_{c} è proporzionale
alla differenza delle quarte potenze delle due temperature, riferite
allo zero assoluto: (273 + t)^{4}-(273 + t_{c})^{4}. Ma le
esperienze di Maurer e le discussioni di Trabert hanno dimostrato
che la radiazione notturna _verso il cielo_ è espressa assai meglio
dalla legge di Newton, alla quale del resto si riducono con
sufficiente approssimazione anche le altre leggi, quando le
temperature t, t_{c}, contate dallo 0° ordinario, non siano molto
elevate in confronto a 273°.
[54] Questo fatto si ricava dal confronto tra l'equazione che
esprime l'equilibrio termico dell'aria con una notissima formola
empirica di Mendeleef largamente verificata in regioni della terra
assai remote l'una dall'altra. L'equazione accennata è, secondo i
principii svolti sopra,
mr (t-t_{c}) + nr(t-t_{s}) = S + V
la quale ci esprime che la somma della quantità di calore irradiata
da una particella d'aria a temperatura _t_ verso il cielo
[mr(t-t_{c})] e di quella irradiata verso il suolo o ricevuta dal
suolo se negativa [nr(t-t_{s})], fa equilibrio al calore solare (S)
assorbito dalla particella stessa e al calore portato o (sottratto)
(V) dal fenomeni meteorologici; _r_ è il potere assorbente
dell'aria, _m_, _n_ due fattori esprimenti la trasparenza pel calore
irradiato dalla particella degli strati d'aria ad essa sovrastante e
sottostante. S è piccolissima, perchè l'aria è quasi perfettamente
permeabile pel calore solare, V si potrà trascurare generalmente,
perchè gli effetti dei fenomeni meteorologici si compenseranno.
Allora si ha approssimativamente
n
t = t_{c} + (t_{s} - t_{c}) -------
m + n
che è del tipo della formola di Mendeleef
p
t = -42° + (T + 42°) -----
P
dove _p_ è la pressione barometrica nel punto considerato, P quella
al livello del mare e T la temperatura dell'aria presso terra, che,
nella media, è pochissimo diversa da t_{s}. La formola di Mendeleef
si può quindi considerare come espressione approssimata
dell'equazione precedente, esprimendo che le frazioni di calore
assorbite dai due strati d'aria sovrastante e sottostante alla
particella (cioè 1 - m, 1 - n) sono proporzionali alle masse degli
strati stessi, e che queste masse si ritengono proporzionali alle
rispettive pressioni _p_ (per lo strato superiore) e P - p per
l'inferiore; che precisamente è:
p P - p
1 - m = --- 1 - n = ---------
P p
Di qui deriva che la t_{c} coincide colla costante della formola di
Mendeleef, è quindi costante, ed ha un valore prossimo a -42° C.
Considerazioni secondarie porterebbero ad accettare un valore
alquanto minore, prossimo a -45° C. Recenti misurazioni della
temperatura negli alti strati dell'aria condurrebbero a valori ancor
più bassi. È naturale che, quanto più alto è lo strato d'aria che si
considera, tanto più basso dev'essere il valor medio di t_{c} che se
ne deduce.
[55] Il valore di t_{c} se si può ritenere, almeno all'ingrosso,
costante per tutti i punti allo stesso livello, deve naturalmente
diminuire coll'altezza, perchè portandoci in alto lasciamo sotto di
noi, e sottraggiamo quindi alla massa d'aria a noi sovrastante, al
nostro _cielo_, gli strati più bassi che sono anche i più caldi,
perchè più direttamente riscaldati dal suolo. È questa una delle
cause della diminuzione della temperatura coll'altezza; altra, e
forse principale, è la rapida diminuzione del coefficiente (vedi
_Nota precedente_) di trasparenza dello strato d'aria sottoposto al
punto considerato, ossia, secondo la formola di Mendeleef, della
pressione _p_, mentre m + n (ossia P) rimane presso a poco costante,
perchè nello stesso tempo aumenta la trasparenza _m_ dell'aria
sovrastante.
[56] Vedi nota al paragrafo precedente.
[57] Tale verifica ci porterebbe troppo lontani dal nostro
argomento: rimando per essa alla _Sezione II_ della mia monografia,
non senza notare però che l'ipotesi glaciale, che sarà proposta in
seguito, non è affatto subordinata alle proposizioni di dettaglio
svolte in quella Sezione, ma si appoggia esclusivamente sulle
formule fondamentali qui addotte, la cui attendibilità non parmi
discutibile.
[58] Le temperature _medie_ dei paralleli si scostano al massimo di
4° C. dai numeri teorici: le temperature locali si scostano ancora
dai dati della formola (anche se in questa si pongano le temperature
t_{0} t_{1}, dedotte dalla formola empirica di Spitaler, per x = 0,
x = 1, dove l'azione _media_ degli agenti meteorologici è già
valutata) di un numero di gradi generalmente compreso fra +4° e -4°.
[59] Tale supposizione pare contraddetta dal fatto che la radiazione
del suolo in una notte nuvolosa è assai minore che in una notte
serena, anche se presso terra l'aria è molto trasparente; ma io
credo che il fatto debba piuttosto interpretarsi come effetto di un
fortissimo aumento di t_{c}. Lo strato di nubi forma infatti un
cielo fittizio a una temperatura certamente assai maggiore di quella
del cielo sereno (-45° in media, e assai meno d'inverno).
[60] Fu osservato da Wilson, poi da Parry e Scoresby e da Pouillet,
e confermato dal Melloni, _che un corpo esposto durante la notte
all'azione di un cielo egualmente puro e sereno si raffredda sempre
della stessa quantità qualunque sia la temperatura dell'aria_, cioè
tanto d'inverno che d'estate. Ciò vuol dire che la differenza
t - t_{c} è presso a poco costante nel periodo annuo.
[61] _Geologische Klimate_ (Petermann's Mittheilungen, nov. 1895).
[62] Dalle osservazioni di Prsehewalsky negli altipiani della
Mongolia e del Tibet il sig. Woeikof (_Meteor. Zeitschrift_, febr.
1896) ricava che le temperature del marzo e del luglio in vicinanza
del lago Kuku-Nor (oltre 3200 m.), sono straordinariamente elevate
per quell'altezza. Il lago eserciterebbe particolarmente un'azione
moderatrice dei freddi notturni: nell'inverno l'azione moderatrice è
insensibile perchè il lago è gelato. Nel Tibet NE. a 4300 m., le
temperature delle acque superficiali di due grandi laghi (Orin-Nor e
Clarin-Nor), in luglio e agosto risultarono sensibilmente più
elevate delle temperature dell'aria.
[63] Questa ipotesi è difficilmente verificabile. Le statistiche
delle più recenti eruzioni vulcaniche su tutta la superficie del
globo non segnerebbero alcun legame coi periodi climatologici
scoperti da Brückner, mentre segnalerebbero una dipendenza
dell'attività vulcanica dal periodo undecennale delle macchie
solari. Ma le statistiche non dànno che il _numero_ delle eruzioni,
e anche questo certamente in modo assai incompleto, perchè chissà
quante eruzioni in paesi ignoti o incivili sono loro sfuggite. Da
questo risultato negativo non si può quindi dedurre una condanna
dell'ipotesi, perchè, più che il numero, bisognerebbe conoscere
l'importanza e la natura dell'eruzione, per riguardo specialmente
alla copia di vapore acqueo eruttato. È recente il ricordo della
spaventosa eruzione di Krakatoa, che diede origine a fenomeni ottici
così singolari e duraturi per tutta l'atmosfera terrestre.
Il Gruppo del Terminillo.
Uno dei gruppi montuosi importantissimi costituenti l'Apennino centrale
è quello del Terminillo, la di cui vetta più alta s'eleva a 2213 metri
sul livello del mare.
Esso sorge intieramente nell'Abruzzo, e facili e brevi sono le vie di
accesso; finora però è stato poco percorso e per nulla studiato. Eppure
le sue rocce di massiccio e grigiastro calcare che ne costituiscono il
nocciolo centrale, le sue creste curiose nella loro denudazione, gli
aspri e ripidi valloni che le acque hanno scavato nella compatta massa
calcarea, le brulle e selvagge gole nelle quali cupi scorrono fiumi e
torrenti, i ripidi pendii su cui si arrampicano pecore e capre in cerca
di un misero pasto di pochi licheni, fanno vivo contrasto con le
circostanti vallate, colline e pianure verdeggianti, ricche di prodotti,
bene irrigate.
* * * * *
La disposizione orografica dell'Italia media presenta la riunione di
tanti gruppi, di tante ristrette giogaie staccate, nelle quali lo
spartiacque fra il mare Adriatico ed il Mediterraneo corre spesso non
sulle più elevate cime, ma per piccoli sollevamenti. Questo sistema di
gruppi si trova disposto con una regolarità grandissima; ciascun gruppo
è foggiato a guisa di segmento di cerchio con la convessità rivolta
verso l'Adriatico, rimanendo, in parte, come sovrapposto a quello che
gli sorge verso nord, in modo che, incominciando dal sud, la parte
estrema settentrionale di ogni gruppo ricopre verso est la parte estrema
meridionale del gruppo sovrastante.
Nella regione Abruzzese che si stende dalle sorgenti della Nera a quelle
del Trigno la conformazione orografica è rappresentata da un vasto
altipiano, l'altipiano abruzzese, foggiato ad elisse allungata in
direzione NO.-SE. e sostenuto verso l'Adriatico da un piano inclinato in
direzione NE., solcato da numerose correnti. L'altipiano appartiene
all'Apennino Centrale propriamente detto e si formò geologicamente
durante l'età terziaria, quando una pressione laterale, diretta da SO. a
NE. o viceversa (è ancor controverso), incurvò e pieghettò gli strati
sottomarini di quel mare che si stendeva là ove oggi sorge l'Italia, i
quali uscirono all'aria nei culmini delle loro crespe, mentre la
supposta _Tirrenia_, regione montuosa che al termine dell'età mesozoica
emergeva ove ora è il letto del mar Tirreno, andava sprofondandosi e
sommergendosi.
Questo altipiano comprende tutta la provincia di Aquila, i confini della
quale corrono precisamente sulla cresta della catena che ne forma l'orlo
in forma di conca elissoidale. Oltre alle due linee che racchiudono
l'altipiano, v'è una terza linea trasversale che divide l'altipiano in
due parti: in conca Aquilana percorsa dall'Aterno, e in conca di
Avezzano, le di cui acque sono raccolte dal Liri e dal Velino. Il
versante NE. poi, cioè il piano inclinato suddetto, è diviso in due
parti dal fiume Aterno-Pescara, le quali formano le provincie di Teramo
a N. e di Chieti a S. Fra le tre linee poi si stendono parecchi altri
gruppi montuosi, non molto alti e lunghi, i quali racchiudono vasti
altipiani a diversa altezza, con facili passaggi dall'una all'altro fra
la interruzione dei gruppi stessi.
L'asse maggiore dell'elisse formata dalle tre linee o gruppi principali
è appoggiato coll'estremità settentrionale ai Monti Sibillini e con la
meridionale ai monti napoletani per mezzo della cresta che congiunge il
Monte Meta ai monti d'Isernia ed al Monte Miletto.
Delle tre linee, quella che costituisce l'orlo orientale dell'altipiano
è formata da una serie di gruppi divisi in due dal corso del Pescara:
essa comincia presso il gruppo dei Monti Sibillini alla gola di Arquata,
per la quale esce il Tronto, coi Monti della Laga, tronco montuoso
estendentesi dal Tronto al Vòmano per circa 30 km. in direzione di S. a
SE. Prosegue, dopo la gola da cui esce il Vòmano fra Monte Cardito e
Monte Piano, nel Gruppo del Gran Sasso (2921 m.) il quale ha il suo asse
di direzione non nel prolungamento dell'asse dei Monti Sibillini e della
Laga, ma sensibilmente piegato verso oriente fino al Monte della
Guardiola a 32 km. dal mare. Dal Monte della Guardiola la linea riprende
la direzione di SE, e si abbassa ed assottiglia sul Pescara col Monte
Roccatagliata (975 m.). Tutte le diramazioni che partono da questi
gruppi vanno a finire, ramificandosi, nell'Adriatico e formano i monti
della provincia di Teramo (Abruzzo Ulteriore I). Al di là della gola o
Passo di Popoli, sorgono a continuare la linea orientale le montagne del
Morrone ed il gruppo della Maiella (2795 m.).
Fin qui la linea si è mantenuta pressochè parallela alla costa
adriatica: ora si spiana nell'altipiano delle Cinque Miglia, poi volge
verso O. rialzandosi nei Monti di Castel di Sangro coi quali va a
riunirsi al Gruppo di Monte Meta. Tutte le diramazioni verso l'Adriatico
delle montagne del Morrone e della Maiella, coi Monti di Atessa, formano
i monti della provincia di Chieti (Abruzzo Citeriore).