Come si può spiegare tale intorbidimento? Noi non possiamo rispondere a

tale domanda. L'idea più spontanea è che esso fosse dovuto a una maggior

copia di vapore acqueo diffuso nell'atmosfera, e un'antica ipotesi di

Charpentier, rinovellata recentemente dal prof. Taramelli, spiegherebbe

tal fatto colla maggiore attività dei vulcani quaternari[63]. Con tale

ipotesi, o con altra qualsiasi che spieghi una maggiore umidità

dell'aria, si provvede infatti anche al materiale necessario per le

abbondanti precipitazioni. Una maggiore umidità generale dell'atmosfera,

temperando le oscillazioni annue della temperatura e il dislivello

termico tra continenti e oceani, provocherebbe, secondo il processo di

Brückner, una più intensa condensazione del vapore stesso sui

continenti, dando così i materiali per l'espansione dei ghiacciai,

espansione favorita dal raffreddamento, corrispondente alla minor

trasparenza dell'aria, il quale conserva i ghiacci prodotti in maggior

copia, sommando gli aumenti di molte annate successive. Fino a prova

contraria, questo parmi il modo più semplice di spiegare il fenomeno

glaciale e, più in piccolo, le attuali oscillazioni dei climi da cui

dipendono le periodiche variazioni dei ghiacciai.

L'alternativa dell'umidità atmosferica tra fasi di massimo e fasi di

minimo può anche ammettersi, senza ricorrere ai vulcani o, come sostiene

Sterry Hunt, a comunicazione di vapore acqueo degli spazii planetari

all'atmosfera; ma semplicemente come uno dei tanti ritmi che presenta la

natura nel suo progressivo sviluppo. La terra colla sua atmosfera può

considerarsi come un organismo fisiologico, nel quale alcuni organi

hanno la funzione di produrre un dato elemento, altri hanno quello di

eliminarlo, perchè il suo accumularsi sarebbe esiziale all'organismo

stesso. I nostri muscoli lavorando producono dei veleni e il sangue li

elimina; ma questo processo non continua in modo regolare, bensì i

veleni, si accumulano provocando la sensazione della fatica, che arresta

il lavoro del muscolo, per dar tempo al sangue di compiere il suo

processo eliminativo. La nostra vita cerebrale dev'essere interrotta da

periodi di sonno, per lasciar tempo di eliminarsi alle sostanze che il

lavoro intellettuale ha prodotto.

Nell'organismo dell'atmosfera gli oceani hanno la funzione di produrre

il vapore acqueo, i continenti quella di eliminarlo e di ritornarlo in

gran parte come acqua agli oceani. Ma la funzione non continua in modo

regolare; il vapore oceanico per certo tempo si accumula nell'atmosfera,

perchè il processo di condensazione non è abbastanza rapido per

eliminarlo tutto, man mano che si produce. Ciò dà origine a un

intorbidimento dell'aria che, mentre rallenta la formazione di vapore

sugli oceani, accelera, secondo il processo di Brückner, la sua

condensazione sui continenti producendo su questi un periodo piovoso.

Questo processo di più rapida condensazione continua anche oltre il

limite medio di umidità atmosferica; segue quindi un periodo nel quale è

maggiore la quantità di vapore sottratta all'atmosfera di quella

prodotta dai mari, e si va incontro quindi a un periodo di maggior

secchezza e trasparenza dell'aria, a cui corrisponde un periodo asciutto

sui continenti.

Questo ritmo non è necessario che sia unico, ma a periodi assai lunghi,

e naturalmente più accentuati, si intreccieranno periodi minori, di

durata diversa, come nelle vibrazioni di una corda alla nota

fondamentale si intrecciano le note armoniche minori. Tornando

all'esempio della fatica muscolare, l'uomo che compie un lavoro, p. es.

l'alpinista che sale una montagna, deve tratto tratto fermarsi a

riposare per lasciar tempo di eliminarsi in parte ai veleni della fatica

e per riacquistare così _una parte_ del vigore perduto; ma di quei

veleni ne resta però un residuo di volta in volta sempre maggiore, e

l'organismo perde l'attitudine ad eliminarli, e vuole essere lasciato a

un riposo assai più prolungato che ripristini interamente l'equilibrio.

Così nel processo di distillazione atmosferica il lento diffondersi e

accumularsi del vapore nell'aria dovrà o potrà essere tratto tratto

interrotto da brevi periodi di sosta, provocati forse anche da cause

accidentali, nei quali i continenti ne eliminano una parte con processo

più rapido di condensazione, pur lasciandone un residuo che sarà di

volta in volta sempre maggiore finchè provocherà una condensazione più

forte e più prolungata che spazzerà molto più energicamente l'aria per

dare origine a una nuova epoca asciutta. Così si spiegano e i periodi

trentacinquennari di Brückner, e quelli secolari da lui stesso

intravvisti e che le più antiche cronache alpine confermano, dimostrando

come nei secoli passati le Alpi ebbero periodi nei quali erano quasi

interamente sprovvisti di ghiacciai, e finalmente quelli geologici di

cui i periodi glaciali interrotti dai periodi _interglaciali_ sarebbero

i testimoni più recenti.

LUIGI DE MARCHI (Sezione di Milano).

NOTE:

[A] Aderendo al lusinghiero invito fattomi dall'ing. O.

Zanotti-Bianco nella «Rivista Mensile» (giugno 1895) riassumo i

principali risultati del mio recente lavoro sulle _Cause dell'Êra

Glaciale_ (Pavia, Fusi, 1895). Ciò mi dà occasione di accennare

anche ad altri recenti lavori sull'argomento, e di rispondere

implicitamente, cioè senza polemica, ad alcune obbiezioni oppostemi

pubblicamente, o per lettere private, da critici benevoli.

[35] Queste ultime supposizioni sarebbero contraddette dalle

ricerche del Barone VON TOLL sui giacimenti di _ghiaccio fossile_

delle coste settentrionali della Siberia e delle isole della Nuova

Siberia («Mémoires de l'Acad. de St. Petersbourg» vol. 42, fasc.

13). Il ghiaccio di quei depositi ha la struttura granulare

caratteristica del ghiaccio di ghiacciaio, o in generale del

ghiaccio formato dalla neve: struttura che non si osserva nel

ghiaccio formato direttamente dal congelamento dell'acqua.

[36] WOEIKOF: _Glaciers and glacial periods in their relation to

climate_ (nel periodico «Nature» tom. XXV, 1882).

[37] BRÜCKNER: _Klimaschwankungen seit 1700_. Wien 1890.

[38] RICHTER: _Die Gletscher der Ostalpen_. Stuttgart 1888.

[39] Alle oscillazioni attuali della temperatura, che non toccano

1°C. di deviazione sopra e sotto la media, corrispondono variazioni

rilevantissime della piovosità: in Europa l'oscillazione della

piovosità rappresenta il 16% del suo valore medio annuale, in Asia

il 30%. A una variazione termica di 3° a 5°C. deve quindi aver

corrisposto un aumento assai più rilevante della piovosità sui

continenti, raddoppiarla forse o triplicarla, dando così la ragione

di molti di quei potenti fenomeni diluviali, precedenti o

concomitanti al fenomeno glaciale, di cui fanno testimonio i potenti

e tumultuarii depositi postpliocenici.

[40] Questo argomento è troppo spesso dimenticato. Si attribuisce

principalmente alle correnti marine ed aeree la distribuzione

attuale e passata delle temperature; è comune argomento che la

grande uniformità della temperatura nelle epoche terziarie e

precedenti fosse dovuta principalmente ad una più intensa

circolazione dei mari e dell'aria. Ma da che era mantenuta tale

circolazione se la temperatura era distribuita in modo uniforme?

[41] Vedi «Transunti dell'Accad. dei Lincei» Serie III, t. 8º; 1894,

p. 61.

[42] _The Climates of the geological Past_ (London, Swan

Sonnenschein et C., 1895). Questo libro sarà letto con grande

utilità da chi desidera una esposizione breve e completa dello stato

attuale del problema sui climi geologici. Anche nella parte

induttiva i principii meteorologici sono applicati con grande

abilità, come lo prova l'assenso avutone da un climatologista

dell'autorità del sig. Woelkof (Petermann's Mittheilungen, novembre

1895). Ma io credo che la base della sua ipotesi sia fantastica, e

che l'applicazione degli argomenti meteorologici non sia legittima.

[43] _The Cause of an Ice Age_, London 1891.

[44] «Rendiconti del Regio Istituto Lombardo di Scienze e Lettere»,

Serie II, vol. I, parte 2ª. Milano 1868.

[45] «American Journal of Science». New Haven, 1886.

[46] In «Geological Magazine», genn. e febbr. 1895.

[47] Vedi i numeri del «Nature» del Dicembre 1895, Gennaio e

Febbraio 1896.

[48] Schiaparelli, ponendo che l'oscillazione annua della

temperatura sia proporzionale all'oscillazione della radiazione

polare, trova che a Milano essa avrebbe dovuto essere in un periodo

di grande eccentricità 30°,7 invece di 25° com'è ora e aggiunge:

«Anche ammettendo l'improbabile ipotesi che l'aumento di 5°,7 non

sia prodotto per nulla dall'incremento del calore estivo, ma tutto

debbasi ad un maggior rigore invernale, noi avremo un clima non

peggiore di quello che si osserva in tanti luoghi del nostro

parallelo, ed ancor sempre molto lontano da quello che si

richiederebbe per dare ai nostri paesi il carattere dello Spitzberg

e del Groenland.

«_Si può anzi aggiungere che il clima del parallelo di 45°

rimarrebbe ancora preferibile a quello che adesso corrisponde al 50°

grado di latitudine. Infatti secondo il calcolo già accennato del

sig. Meech i numeri esprimenti l'irradiazione presente sul parallelo

50° ai due solstizi sono 164 e 900, ambidue minori assai di 201 e

1025 che esprimono l'irradiazione sul parallelo di 45° nell'ipotesi

dell'eccentricità 0,0473. Il clima di Milano non potrebbe neppure

diventare quello di Praga o di Kiew._» (loc. cit., pagg. 919-920).

E la differenza appare ancor minore se si tien conto della influenza

ammorzatrice dell'atmosfera (_Le cause dell'Êra glaciale_, p. 157,

_Nota_).

[49] A un risultato analogo egli arriva confrontando non più le

radiazioni solari rispondenti al giorno centrale dell'inverno ora e

quando si aveva l'inverno in afelio con triplice eccentricità

orbitale, ma le radiazioni solari rispondenti al _giorno medio_

dell'inverno attuale di 179 giorni e del supposto inverno glaciale

di 199. Egli trova così che le latitudini di 40°, 50°, 60°, 70°, 80°

e 90° dovevano fruire allora nel giorno medio invernale della

radiazione che ora fruiscono le latitudini di 43°.3, 52°.4, 61°.7,

71°.3, 84° e 90°. Lo spostamento delle isoterme iemali

corrispondente a queste variazioni sarebbe quindi tanto minore

quanto maggiore è la latitudine.

Il terzo modo di confronto istituito dal signor Culverwell tra la

somma delle radiazioni di quei 199 giorni invernali, con quella dei

199 più freddi del nostro anno attuale non mi pare giustificabile in

alcun modo, perchè 20 di questi ultimi che sono nel semestre

d'estate (e hanno quindi una durata tanto maggiore quanto maggiore è

la latitudine), non hanno termine di confronto tra i 199 del

supposto periodo glaciale.

[50] _Glacial Nightmare and the flood_. London, 1893.

[51] Vedi «Annales du Bureaux Central Météorologique de France»

1883, I.

[52] Se si ammette che anche da tutti i corpi celesti, visibili o

invisibili, toltone il sole, arrivi alla terra una quantità di

calore sensibile (che è misurata dalla temperatura di una superficie

nera irradiante la stessa quantità di calore, detta _temperatura

dello spazio_), anche questa radiazione deve intendersi compenetrata

in quella rappresentata da t_{c}. Ma le misure fatte fin qui di

questa ipotetica _temperatura dello spazio_ non reggono alla

discussione (Vedi il mio libro: _Appendice I_), ed io accolgo finora

l'opinione di Langley che la radiazione stellare è trascurabile.

[53] È noto che la legge esprimente la dipendenza della radiazione

dalla temperatura fu formulata in vario modo, dopo Newton, da Dulong

e Petit, da Rossetti, da Stefan ed altri. Ora è generalmente accolta

come più conforme all'esperienza la legge di Stefan secondo la quale

la quantità di calore irradiata da un corpo alla temperatura _t_

verso un involucro _solido_ alla temperatura t_{c} è proporzionale

alla differenza delle quarte potenze delle due temperature, riferite

allo zero assoluto: (273 + t)^{4}-(273 + t_{c})^{4}. Ma le

esperienze di Maurer e le discussioni di Trabert hanno dimostrato

che la radiazione notturna _verso il cielo_ è espressa assai meglio

dalla legge di Newton, alla quale del resto si riducono con

sufficiente approssimazione anche le altre leggi, quando le

temperature t, t_{c}, contate dallo 0° ordinario, non siano molto

elevate in confronto a 273°.

[54] Questo fatto si ricava dal confronto tra l'equazione che

esprime l'equilibrio termico dell'aria con una notissima formola

empirica di Mendeleef largamente verificata in regioni della terra

assai remote l'una dall'altra. L'equazione accennata è, secondo i

principii svolti sopra,

mr (t-t_{c}) + nr(t-t_{s}) = S + V

la quale ci esprime che la somma della quantità di calore irradiata

da una particella d'aria a temperatura _t_ verso il cielo

[mr(t-t_{c})] e di quella irradiata verso il suolo o ricevuta dal

suolo se negativa [nr(t-t_{s})], fa equilibrio al calore solare (S)

assorbito dalla particella stessa e al calore portato o (sottratto)

(V) dal fenomeni meteorologici; _r_ è il potere assorbente

dell'aria, _m_, _n_ due fattori esprimenti la trasparenza pel calore

irradiato dalla particella degli strati d'aria ad essa sovrastante e

sottostante. S è piccolissima, perchè l'aria è quasi perfettamente

permeabile pel calore solare, V si potrà trascurare generalmente,

perchè gli effetti dei fenomeni meteorologici si compenseranno.

Allora si ha approssimativamente

n

t = t_{c} + (t_{s} - t_{c}) -------

m + n

che è del tipo della formola di Mendeleef

p

t = -42° + (T + 42°) -----

P

dove _p_ è la pressione barometrica nel punto considerato, P quella

al livello del mare e T la temperatura dell'aria presso terra, che,

nella media, è pochissimo diversa da t_{s}. La formola di Mendeleef

si può quindi considerare come espressione approssimata

dell'equazione precedente, esprimendo che le frazioni di calore

assorbite dai due strati d'aria sovrastante e sottostante alla

particella (cioè 1 - m, 1 - n) sono proporzionali alle masse degli

strati stessi, e che queste masse si ritengono proporzionali alle

rispettive pressioni _p_ (per lo strato superiore) e P - p per

l'inferiore; che precisamente è:

p P - p

1 - m = --- 1 - n = ---------

P p

Di qui deriva che la t_{c} coincide colla costante della formola di

Mendeleef, è quindi costante, ed ha un valore prossimo a -42° C.

Considerazioni secondarie porterebbero ad accettare un valore

alquanto minore, prossimo a -45° C. Recenti misurazioni della

temperatura negli alti strati dell'aria condurrebbero a valori ancor

più bassi. È naturale che, quanto più alto è lo strato d'aria che si

considera, tanto più basso dev'essere il valor medio di t_{c} che se

ne deduce.

[55] Il valore di t_{c} se si può ritenere, almeno all'ingrosso,

costante per tutti i punti allo stesso livello, deve naturalmente

diminuire coll'altezza, perchè portandoci in alto lasciamo sotto di

noi, e sottraggiamo quindi alla massa d'aria a noi sovrastante, al

nostro _cielo_, gli strati più bassi che sono anche i più caldi,

perchè più direttamente riscaldati dal suolo. È questa una delle

cause della diminuzione della temperatura coll'altezza; altra, e

forse principale, è la rapida diminuzione del coefficiente (vedi

_Nota precedente_) di trasparenza dello strato d'aria sottoposto al

punto considerato, ossia, secondo la formola di Mendeleef, della

pressione _p_, mentre m + n (ossia P) rimane presso a poco costante,

perchè nello stesso tempo aumenta la trasparenza _m_ dell'aria

sovrastante.

[56] Vedi nota al paragrafo precedente.

[57] Tale verifica ci porterebbe troppo lontani dal nostro

argomento: rimando per essa alla _Sezione II_ della mia monografia,

non senza notare però che l'ipotesi glaciale, che sarà proposta in

seguito, non è affatto subordinata alle proposizioni di dettaglio

svolte in quella Sezione, ma si appoggia esclusivamente sulle

formule fondamentali qui addotte, la cui attendibilità non parmi

discutibile.

[58] Le temperature _medie_ dei paralleli si scostano al massimo di

4° C. dai numeri teorici: le temperature locali si scostano ancora

dai dati della formola (anche se in questa si pongano le temperature

t_{0} t_{1}, dedotte dalla formola empirica di Spitaler, per x = 0,

x = 1, dove l'azione _media_ degli agenti meteorologici è già

valutata) di un numero di gradi generalmente compreso fra +4° e -4°.

[59] Tale supposizione pare contraddetta dal fatto che la radiazione

del suolo in una notte nuvolosa è assai minore che in una notte

serena, anche se presso terra l'aria è molto trasparente; ma io

credo che il fatto debba piuttosto interpretarsi come effetto di un

fortissimo aumento di t_{c}. Lo strato di nubi forma infatti un

cielo fittizio a una temperatura certamente assai maggiore di quella

del cielo sereno (-45° in media, e assai meno d'inverno).

[60] Fu osservato da Wilson, poi da Parry e Scoresby e da Pouillet,

e confermato dal Melloni, _che un corpo esposto durante la notte

all'azione di un cielo egualmente puro e sereno si raffredda sempre

della stessa quantità qualunque sia la temperatura dell'aria_, cioè

tanto d'inverno che d'estate. Ciò vuol dire che la differenza

t - t_{c} è presso a poco costante nel periodo annuo.

[61] _Geologische Klimate_ (Petermann's Mittheilungen, nov. 1895).

[62] Dalle osservazioni di Prsehewalsky negli altipiani della

Mongolia e del Tibet il sig. Woeikof (_Meteor. Zeitschrift_, febr.

1896) ricava che le temperature del marzo e del luglio in vicinanza

del lago Kuku-Nor (oltre 3200 m.), sono straordinariamente elevate

per quell'altezza. Il lago eserciterebbe particolarmente un'azione

moderatrice dei freddi notturni: nell'inverno l'azione moderatrice è

insensibile perchè il lago è gelato. Nel Tibet NE. a 4300 m., le

temperature delle acque superficiali di due grandi laghi (Orin-Nor e

Clarin-Nor), in luglio e agosto risultarono sensibilmente più

elevate delle temperature dell'aria.

[63] Questa ipotesi è difficilmente verificabile. Le statistiche

delle più recenti eruzioni vulcaniche su tutta la superficie del

globo non segnerebbero alcun legame coi periodi climatologici

scoperti da Brückner, mentre segnalerebbero una dipendenza

dell'attività vulcanica dal periodo undecennale delle macchie

solari. Ma le statistiche non dànno che il _numero_ delle eruzioni,

e anche questo certamente in modo assai incompleto, perchè chissà

quante eruzioni in paesi ignoti o incivili sono loro sfuggite. Da

questo risultato negativo non si può quindi dedurre una condanna

dell'ipotesi, perchè, più che il numero, bisognerebbe conoscere

l'importanza e la natura dell'eruzione, per riguardo specialmente

alla copia di vapore acqueo eruttato. È recente il ricordo della

spaventosa eruzione di Krakatoa, che diede origine a fenomeni ottici

così singolari e duraturi per tutta l'atmosfera terrestre.

Il Gruppo del Terminillo.

Uno dei gruppi montuosi importantissimi costituenti l'Apennino centrale

è quello del Terminillo, la di cui vetta più alta s'eleva a 2213 metri

sul livello del mare.

Esso sorge intieramente nell'Abruzzo, e facili e brevi sono le vie di

accesso; finora però è stato poco percorso e per nulla studiato. Eppure

le sue rocce di massiccio e grigiastro calcare che ne costituiscono il

nocciolo centrale, le sue creste curiose nella loro denudazione, gli

aspri e ripidi valloni che le acque hanno scavato nella compatta massa

calcarea, le brulle e selvagge gole nelle quali cupi scorrono fiumi e

torrenti, i ripidi pendii su cui si arrampicano pecore e capre in cerca

di un misero pasto di pochi licheni, fanno vivo contrasto con le

circostanti vallate, colline e pianure verdeggianti, ricche di prodotti,

bene irrigate.

* * * * *

La disposizione orografica dell'Italia media presenta la riunione di

tanti gruppi, di tante ristrette giogaie staccate, nelle quali lo

spartiacque fra il mare Adriatico ed il Mediterraneo corre spesso non

sulle più elevate cime, ma per piccoli sollevamenti. Questo sistema di

gruppi si trova disposto con una regolarità grandissima; ciascun gruppo

è foggiato a guisa di segmento di cerchio con la convessità rivolta

verso l'Adriatico, rimanendo, in parte, come sovrapposto a quello che

gli sorge verso nord, in modo che, incominciando dal sud, la parte

estrema settentrionale di ogni gruppo ricopre verso est la parte estrema

meridionale del gruppo sovrastante.

Nella regione Abruzzese che si stende dalle sorgenti della Nera a quelle

del Trigno la conformazione orografica è rappresentata da un vasto

altipiano, l'altipiano abruzzese, foggiato ad elisse allungata in

direzione NO.-SE. e sostenuto verso l'Adriatico da un piano inclinato in

direzione NE., solcato da numerose correnti. L'altipiano appartiene

all'Apennino Centrale propriamente detto e si formò geologicamente

durante l'età terziaria, quando una pressione laterale, diretta da SO. a

NE. o viceversa (è ancor controverso), incurvò e pieghettò gli strati

sottomarini di quel mare che si stendeva là ove oggi sorge l'Italia, i

quali uscirono all'aria nei culmini delle loro crespe, mentre la

supposta _Tirrenia_, regione montuosa che al termine dell'età mesozoica

emergeva ove ora è il letto del mar Tirreno, andava sprofondandosi e

sommergendosi.

Questo altipiano comprende tutta la provincia di Aquila, i confini della

quale corrono precisamente sulla cresta della catena che ne forma l'orlo

in forma di conca elissoidale. Oltre alle due linee che racchiudono

l'altipiano, v'è una terza linea trasversale che divide l'altipiano in

due parti: in conca Aquilana percorsa dall'Aterno, e in conca di

Avezzano, le di cui acque sono raccolte dal Liri e dal Velino. Il

versante NE. poi, cioè il piano inclinato suddetto, è diviso in due

parti dal fiume Aterno-Pescara, le quali formano le provincie di Teramo

a N. e di Chieti a S. Fra le tre linee poi si stendono parecchi altri

gruppi montuosi, non molto alti e lunghi, i quali racchiudono vasti

altipiani a diversa altezza, con facili passaggi dall'una all'altro fra

la interruzione dei gruppi stessi.

L'asse maggiore dell'elisse formata dalle tre linee o gruppi principali

è appoggiato coll'estremità settentrionale ai Monti Sibillini e con la

meridionale ai monti napoletani per mezzo della cresta che congiunge il

Monte Meta ai monti d'Isernia ed al Monte Miletto.

Delle tre linee, quella che costituisce l'orlo orientale dell'altipiano

è formata da una serie di gruppi divisi in due dal corso del Pescara:

essa comincia presso il gruppo dei Monti Sibillini alla gola di Arquata,

per la quale esce il Tronto, coi Monti della Laga, tronco montuoso

estendentesi dal Tronto al Vòmano per circa 30 km. in direzione di S. a

SE. Prosegue, dopo la gola da cui esce il Vòmano fra Monte Cardito e

Monte Piano, nel Gruppo del Gran Sasso (2921 m.) il quale ha il suo asse

di direzione non nel prolungamento dell'asse dei Monti Sibillini e della

Laga, ma sensibilmente piegato verso oriente fino al Monte della

Guardiola a 32 km. dal mare. Dal Monte della Guardiola la linea riprende

la direzione di SE, e si abbassa ed assottiglia sul Pescara col Monte

Roccatagliata (975 m.). Tutte le diramazioni che partono da questi

gruppi vanno a finire, ramificandosi, nell'Adriatico e formano i monti

della provincia di Teramo (Abruzzo Ulteriore I). Al di là della gola o

Passo di Popoli, sorgono a continuare la linea orientale le montagne del

Morrone ed il gruppo della Maiella (2795 m.).

Fin qui la linea si è mantenuta pressochè parallela alla costa

adriatica: ora si spiana nell'altipiano delle Cinque Miglia, poi volge

verso O. rialzandosi nei Monti di Castel di Sangro coi quali va a

riunirsi al Gruppo di Monte Meta. Tutte le diramazioni verso l'Adriatico

delle montagne del Morrone e della Maiella, coi Monti di Atessa, formano

i monti della provincia di Chieti (Abruzzo Citeriore).

Bollettino del Club Alpino Italiano 1895-96 Vol. 29 Num. 62 · 第 13 / 27 段