12. Finora il valore di t_{c}, t´_{c} sono rimasti indeterminati, e fino

a prova contraria si dovrebbero ritenere diversi fra loro e variabili da

un punto all'altro della terra. Invece è facile dimostrare che la

_temperatura media del cielo_ si può approssimativamente ritenere

costante per tutti i punti della terra, sia oceanici che continentali,

_al livello del mare_[54]. La massa dell'atmosfera formerebbe cioè

tutt'attorno al globo terrestre _come un involucro a temperatura

uniforme_, che costituisce un vincolo di solidarietà climatologica fra

tutte le regioni della superficie terrestre, per il quale non si può

immaginare che varii sensibilmente e permanentemente la condizione

termica di una regione senza che variino sensibilmente quelle di tutte

le altre regioni della terra. Esso costituisce inoltre come un

regolatore di tutte le variazioni di temperatura, poichè non si può

ammettere che varii in modo generale e permanente la condizione termica

al livello del mare, senza che varii la temperatura t_{c}, ossia la

condizione termica di tutta la massa atmosferica.

Viene così espressa in modo assai evidente la funzione regolatrice e

conservatrice dell'atmosfera nella distribuzione del calore sulla

superficie della terra, e viene anche messa in chiara luce la fallacia

di Croll nel computare l'effetto di una variazione della distanza, e

quindi della radiazione solare, a partire dalla temperatura dello spazio

interplanetario, come se l'atmosfera non esistesse.

Potrà sembrare a prima vista sorprendente questa uniformità della

radiazione termica dell'atmosfera su tutta la terra, ma la cosa può

presentarsi come naturale quando si consideri che quest'azione radiante

emana per la maggior parte dagli strati più elevati dell'aria dove il

periodo annuo della temperatura è insensibile e dove ogni più piccola

differenza orizzontale di temperatura viene rapidamente cancellata dai

rapidi movimenti convettivi, non intralciati da alcun impedimento.

Secondo un calcolo di Maurer anche la conduttività dell'aria pel calore

sarebbe ivi, in ragione della immensa densità, immensamente maggiore che

per l'aria a noi circostante[55].

13. Ma torniamo alle nostre formole. Da esse si possono ricavare con

facile procedimento[56] due formole rappresentanti la _temperatura

dell'aria_, l'una t_{1} sopra una superficie continentale, l'altra t_{0}

sopra una _superficie oceanica_, sempre nella supposizione che non vi

sia alcun scambio di calore per causa meteorologica. Esse ci

rappresentano cioè quali temperature si osserverebbero su un globo

terrestre, o interamente continentale o interamente oceanico, quando

l'atmosfera o gli oceani fossero immobili.

Indicando inoltre con _x_ la _continentalità_ media di ogni parallelo,

ossia la frazione del parallelo stesso che è occupata da continenti, la

formola t = t_{0} + x(t_{1} - t_{0}) ci dà la temperatura _media_ di

ogni parallelo nella attuale distribuzione di continenti e di mari; che

se colla _x_ si indica invece la _continentalità di ogni singolo punto_,

ossia la frazione di temperatura teoricamente continentale che entra a

determinare la temperatura del punto stesso (e che può facilmente

esprimersi colla _escursione annua_ della temperatura), la stessa

formola ci dà la temperatura normale del punto stesso. In questo secondo

caso è ammessa una reciproca influenza fra continenti e oceani, ma

l'effetto delle correnti marine ed aeree, e delle influenze locali, non

è valutato.

Siamo sempre, si dirà, assai lontani dal vero; ma si può verificare di

quanto ce ne discostiamo e si trova che le differenze fra i dati delle

nostre formole e i dati d'osservazione rispondono benissimo, in

grandezza e distribuzione, agli elementi trascurati, in prima linea alle

anomalie termiche prodotte dalle correnti marine ed aeree[57]. Alle

nostre formole che esprimono le _temperature solari_, cioè quelle

mantenute esclusivamente dall'equilibrio fra la radiazione del sole e

quella della superficie terrestre, bisogna adunque aggiungere un termine

di correzione, qui positivo e là negativo, esprimente l'effetto termico

dei moti convettivi e degli agenti meteorologici. Questo termine, che è

di parecchi gradi[58], ha una grande importanza nella definizione del

clima, ma noi non possiamo ammettere che esso possa variare se non varia

la temperatura solare, che è il fattore primo e principale del clima. E

ciò è tanto più vero se, invece della temperatura dell'aria,

consideriamo la temperatura della superficie terrestre la quale, sia

oceanica sia continentale, è meno soggetta a variazioni locali e

accidentali non provenienti dal calore solare ricevuto e assorbito,

essendo assai minore su di essa l'influenza dei movimenti dell'aria.

14. Torniamo adunque alle nostre formole

p^{sec[xi]}

t_{s} = t_{c} + B_{s} ----------------;

m_{s}

p^{sec[xi]}

t_{a} = t_{c} + B_{a} ----------------

m_{a}

e vediamo quale effetto potrà produrre una variazione di _p_.

Questa non può immaginarsi disgiunta da una, variazione di m_{s}, m_{a};

variazione che assai probabilmente sarà conforme a quella di _p_, e ne

attenuerà quindi gli effetti. Ma mentre l'effetto di una variazione

generale nella trasparenza dell'aria è, per ciò che riguarda la

radiazione terrestre, costante a tutte le latitudini, per riguardo alla

radiazione solare esso va rapidamente crescendo colla latitudine.

Poniamo per esempio che per uno speciale intorbidamento dell'aria tanto

il valore di _p_ quanto quello di m_{s} o di m_{a} siano diminuiti

p_^{sec[xi]}

di un decimo del loro valore: il rapporto ---------------- all'equatore

m

rimarrà invariato; ma fra 60° e 70° Lat., nel punto dove [xi] = 60° e

quindi sec[xi] = 2, esso è ridotto dal valore primitivo

p²

----, al valore

m

/ 9 \ ²

| ---- p |

\ 10 / 9 p²

----------- = ---- ----

/ 9 \ 10 m

| ---- m |

\ 10 /

cioè sarà ridotto anch'esso di un decimo del suo valore primitivo.

Ad ogni diminuzione di questo rapporto deve corrispondere una

diminuzione ad essa proporzionale della differenza t_{s} - t_{c}, o

t_{a} - t_{c} tra la temperatura della superficie terrestre e la

temperatura del cielo. Nel caso considerato, questa differenza sarà

mantenuta invariata all'equatore, ma sarà ridotta di 1/10 presso il

cerchio polare. Secondo le formole di Forbes le temperature medie

dell'aria, e quindi con differenza di qualche grado in più quelle della

superficie terrestre, sotto il cerchio polare, in una regione

rigorosamente continentale (poniamo Werchojansk in Siberia) è -15°

circa; mentre in una regione rigorosamente oceanica sarebbe 0°. Le

differenze t_{s} - t_{c}, t_{a} - t_{c} sarebbero quindi, (posto

t_{c} = -45°), ora di 30° per le regioni più continentali e di 45° per le

oceaniche; il raffreddamento prodotto tra 60° e 70° lat. da un

intorbidimento dell'aria, che produca la diminuzione di 1/10 in ambedue

i coefficienti di trasparenza, sarebbe quindi _almeno_ di 3° nella

regione continentale, di 4°,5 nella oceanica. Dico _almeno_ perchè,

raffreddandosi il suolo e l'aria degli strati inferiori su tutta la

superficie della terra, dovrà diminuire anche la radiazione e la

conduzione e ogni trasporto convettivo di calore verso la massa

superiore dell'atmosfera, e quindi diminuire anche la temperatura del

cielo t_{c}: infatti anche nelle variazioni annuali questa segue in ogni

paese un andamento parallelo all'andamento della temperatura degli

strati inferiori. Il raffreddamento effettivo non sarà quindi soltanto

del numero di gradi indicato, ma a questo va aggiunto il numero di gradi

di cui si deve ritener diminuita la t_{c} e che non possiamo dire quale

possa essere.

Ma l'ipotesi che la trasparenza _m_ per le variazioni terrestri varii

proporzionalmente colla trasparenza _p_ per le radiazioni solari, non è

nemmeno la più probabile. Se la causa dell'intorbidamento atmosferico è,

secondo la supposizione più spontanea, il vapore acqueo, probabilmente

la variazione di _m_ è proporzionalmente assai minore di quella di _p_,

se pure non dobbiamo ritenere che essa è opposta a quest'ultima. È noto

infatti che tra gli strati a immediato contatto col suolo e gli strati a

qualche altezza vi è generalmente contrasto tanto nel periodo diurno che

nel periodo annuo della umidità assoluta; le ore e la stagione più

secche negli alti monti (ora notturne, inverno) sono quelle più umide al

basso. Così si svolge una delle funzioni moderatrici del vapore acqueo,

il quale si solleva negli strati alti durante le ore e la stagione più

calde, temperando colla formazione di nubi la radiazione solare e

lasciando più libera la radiazione refrigerante del suolo; si abbassa

nelle ore e nella stagione più fredde lasciando più libere fino agli

strati inferiori dell'atmosfera le radiazioni del sole e temperando la

irradiazione refrigerante del suolo. Non è quindi assurdo supporre che

ad una diminuzione di _p_ corrisponda un aumento di _m_, e quindi una

diminuzione ancor maggiore del rapporto

p^{sec[xi]}

-------------[59].

m

Noi vediamo adunque la possibilità di spiegare con una leggiera

variazione della trasparenza atmosferica un raffreddamento di parecchi

gradi tanto nelle regioni assolutamente continentali come in quelle

assolutamente oceaniche.

Questo raffreddamento è, fino a 45° Lat. circa, maggiore sui continenti

che sui mari; nelle latitudini superiori è maggiore sui mari che sui

continenti. Fino a quella latitudine infatti i continenti sono più caldi

dei mari, ed è quindi maggiore anche il raffreddamento sui continenti

che sui mari; oltre 45° Lat. si verifica l'opposto. Nell'un caso e

nell'altro però _si attenua il dislivello di temperatura fra continenti

ed oceani_.

Così è verificata una delle condizioni caratteristiche dei periodi

freddo-umidi, secondo la teoria di Brückner.

15. Quanto all'escursione annua non è qui il caso di svolgerne la teoria

assai complessa nella quale si deve tener conto dell'azione regolatrice

esercitata dagli strati immediatamente sottostanti alla superficie

terrestre, attraverso ai quali penetra e sorte alternativamente il

calore per propagazione conduttiva, e l'azione ammorzatrice degli agenti

atmosferici, che generalmente variano in senso inverso della radiazione

solare, attenuando i massimi tanto di caldo che di freddo. Un altro

elemento di incertezza sembra debba trovasi nella temperatura del cielo,

la cui variazione è in massima incognita; ma l'osservazione indicherebbe

che questo elemento può essere eliminato, perchè la temperatura del

cielo presenterebbe un periodo annuo perfettamente parallelo a quello

dell'aria presso terra[60].

Rimarrebbe così dimostrato che in ogni paese, pel quale i coefficienti

di conduttività e di assorbimento del terreno siano dati e costanti,

l'escursione annua della temperatura rimane espressa da due termini,

l'uno proporzionale alla variazione annua della radiazione solare,

l'altro esprimente l'azione moderatrice degli elementi meteorologici.

Per la ragione tante volte ripetuta che i fattori meteorologici sono

subordinati al fattore termico, non possiamo immaginare una _generale_

diminuzione dell'escursione annua della temperatura senza immaginare una

diminuzione nella escursione annua del calore solare, che deve

intendersi come la causa prima di quella, e il cui effetto può soltanto

essere modificato, ma non distrutto, da una conseguente variazione nei

fattori meteorologici.

Ora, che una diminuzione nella trasparenza _p_ dell'atmosfera debba

portare necessariamente una diminuzione nel periodo annuo della

radiazione solare che arriva alla superficie terrestre, lo dimostra

presente la tabelletta tolta dal lavoro già citato del signor Angot.

Essa ci dà le differenze fra le quantità di calore solare ricevute a

varie latitudini nei due giorni solstiziali, estivo e invernale, in

corrispondenza a quattro valori decrescenti della _p_, dato che la

quantità ricevuta al limite dell'atmosfera in un giorno equinoziale

all'equatore sia espresso da 1000.

LATITUDINE

_p_ 30° 40° 50° 60°

0.9 572 728 846 942

0.8 518 644 727 750

0.7 455 562 614 603

0.1 393 493 502 472

Col decrescer di _p_ le differenze diminuiscono, e tanto più quanto

maggiore è la latitudine. In corrispondenza, _debbono diminuire anche le

variazioni annue della temperatura_, il che è l'altra condizione

caratteristica dei periodi freddo-umidi, secondo la teoria di Brückner.

16. Una terza conseguenza di una diminuzione della trasparenza

atmosferica è un aumento nella differenza di temperatura dall'equatore

ai poli. Abbiamo già veduto come il signor Brückner, dall'ipotesi che le

oscillazioni del clima siano dovute ad oscillazioni nel potere radiante

del sole, sia condotto alla conseguenza perfettamente opposta: secondo

lui il dislivello termico dall'equatore ai poli deve essere minore nei

periodi freddo-umidi che nei periodi caldo-asciutti. Le serie delle

temperature tropicali non confermerebbero per sua stessa confessione

tale conclusione, non accennando a oscillazioni più accentuate che

altrove, ma egli ritiene che ciò dipenda dall'essere troppo sparse e

incomplete; e come tali non permettono nemmeno una verifica dell'ipotesi

nostra. Ma se dalle oscillazioni termiche quasi insensibili che

contraddistinguono i periodi climatologici attuali noi passiamo a quelle

che contraddistinsero l'era glaciale, io credo che i naturalisti saranno

piuttosto proclivi ad accogliere l'ipotesi nostra. Quando alle nostre

latitudini la temperatura media era di 4° o 5° minore dell'attuale,

supporre che la differenza coll'equatore fosse minore equivale a

supporre che nelle regioni equatoriali la temperatura media doveva

essere di 7°, 8° o più gradi minore dell'attuale; supposizione ch'io non

credo, per quanto ne so, che la flora e la fauna tropicale dell'êra

postpliocenica giustifichino menomamente.

Ma ancor più difficile appare ad ammettersi l'ipotesi di Brückner se

rimontiamo ancor più indietro alle epoche preglaciali, quando le alte

latitudini circumpolari godevano, secondo le scoperte di Heer, di una

flora assai ricca e sviluppata, incompatibile coll'idea dei ghiacci

attuali; quando adunque le temperature a quelle latitudini dovevano

essere di molti gradi superiori alle attuali. In quelle stesse epoche le

regioni tropicali erano forse alquanto più calde di adesso, ma, secondo

i testimoni della flora e della fauna confrontate colle attuali, la

differenza doveva essere assai piccola. Vi doveva quindi essere un

dislivello termico dall'equatore ai poli assai minore dell'attuale; e

infatti la caratteristica principale di quelle epoche, per concorde

attestazione di tutti i geologi, era una straodinaria _uniformità_

climatologica, che sola può dar ragione della grande uniformità

paleontologica. Ora, se le alternative geologiche dei climi debbono

spiegarsi colla variabilità del sole, se p. es. i climi terziarii

rispondevano a una maggiore intensità radiante dell'astro, il dislivello

termico dall'equatore ai poli doveva essere assai maggiore dell'attuale

e quindi se le regioni polari erano tanto più calde d'adesso, le

tropicali dovevano avere temperature altissime, incompatibili con una

flora e una fauna non molto diverse dalle attuali.

La maggiore estensione e reciproca connessione degli oceani avrà

certamente contribuito a mantenere una maggiore uniformità, temperando

specialmente, nelle regioni polari, i freddi invernali; ma non bisogna

esagerarne gli effetti. La immensa oceanicità dell'emisfero australe

impedisce forse la formazione e conservazione dei ghiacci antartici?

Quanto all'artificio delle correnti marine ne ho già dimostrata la

debolezza. E quanto al secondo degli argomenti del sig. Dubois, che

attribuisce quella grande uniformità a una maggiore opacità

dell'atmosfera, tutta la precedente discussione gli è contraria,

dimostrando che così si arriverebbe all'effetto perfettamente opposto.

Invece, colla ipotesi di un aumento anche non molto forte della

trasparenza atmosferica _p_, si spiegherebbe un aumento di molti gradi

nelle regioni polari, mentre all'equatore si avrebbe una variazione

appena accennata. Aumentando _p_ ed _m_ di un terzo del loro valore,

t - t_{c} rimarrebbe invariato all'equatore, mentre al cerchio polare

crescerebbe di 15° in aperto oceano, di 10° nell'interno dei continenti.

E nella supposizione che _m_ varii meno di _p_, o varii in senso

contrario a _p_, l'aumento di temperatura sarebbe assai maggiore, oppure

basterebbe una variazione di _p_ assai minore per produrre gli

incrementi indicati di temperatura, che già bastano forse a spiegare le

flore di Heer.

È vero che una maggiore trasparenza dell'aria avrebbe anche per

conseguenza di aumentare l'escursione annua; essa porterebbe cioè calori

estivi più forti degli attuali, ma anche rigori invernali assai

maggiori, che sembrano incompatibili con uno sviluppo così singolare di

piante superiori. Ma è a notarsi che tutti i fondi polari di piante

fossili furono trovati in regioni litoranee (Islanda, Groenlandia,

Grinnellandia, Arcipelago nord-americano, isole della Nuova Siberia),

dove la variazione annua non poteva essere molto accentuata; doveva anzi

essere minore dell'attuale, se la maggiore temperatura media dell'acqua

e la minore estensione delle terre polari che sono ora i centri

d'espansione degli _icebergs_, mantenevano, com'è evidente, assai più

liberi di ghiacci la superficie del mare.

Nella Siberia orientale e nel Canadà, regioni ch'erano già continentali

nelle epoche dell'eocene e del miocene, non si è trovato nulla di

analogo a quelle flore. Il sig. Woeikof è d'avviso che ciò non sia

effetto nè del caso nè di insufficiente ricerca, ma del fatto che

l'inverno, non temperato dall'azione marina, doveva esservi assai

rigido, da non permettere lo sviluppo di flore che pur attecchivano

largamente a latitudini più elevate, ma in paesi litoranei[61].

Del resto si è esagerata anche l'influenza distruttrice del gelo sulle

piante. Nella Siberia orientale resiste una flora ricca ed elevata a

freddi invernali di -60°, e a una temperatura _media_ di gennaio di

-49°! Purchè non vi siano delle variazioni repentine e capricciose di

temperatura, la pianta resiste anche a freddi assai intensi, e più che

una temperatura invernale molto mite è necessaria, per lo sviluppo di

flore elevate, una sufficiente somma estiva di calore alla quale si

provvederebbe a esuberanza coll'ipotesi nostra.

17. Io credo quindi dimostrato che le grandi oscillazioni del clima

terrestre nelle passate êre geologiche, almeno in quelle meno remote, si

_possono_ spiegare con variazioni non molto rilevanti nella trasparenza

dell'atmosfera per le radiazioni termiche. Per una ragione qualsiasi,

l'atmosfera attraverserebbe dei periodi di intorbidimento intercalati da

periodi di maggior purezza e trasparenza: ai primi corrisponderebbero

dei periodi freddo-umidi ai secondi dei periodi caldo-asciutti del clima

continentale.

Può sembrare a prima vista strana l'idea di collegare i periodi di alta

temperatura a una maggior trasparenza dell'atmosfera. Per noi, le

regioni note dove l'aria è straordinariamente trasparente sono le alte

regioni alpine che non danno certamente l'idea di un clima caldo: e le

notti serene specialmente invernali, sono le più rigide. Una maggiore

trasparenza dell'aria ci pare quindi logicamente connessa a un

raffreddamento. D'altra parte la maggior mitezza delle invernate e delle

notti nuvolose, e le citate esperienze di Tyndall sulla opacità dei

vapori e quindi sull'azione coibente che un'atmosfera umida esercita sul

calore irradiato dalla terra, hanno generalmente diffusa e radicata

l'idea che un intorbidimento dell'aria, specialmente per opera del

vapore acqueo, è condizione di clima più caldo.

Ma queste deduzioni sono false; sono il frutto o di un confronto di

termini non paragonabili fra loro, o di una illusione soggettiva

dell'europeo che, perchè soffre maggiormente il freddo che il caldo,

giudica la bontà di un periodo climatologico più dalla mitezza

dell'inverno che dalla mitezza dell'estate.

Non è il clima alpino, ma quello di vasti altipiani che dobbiamo

paragonare a quel clima che sarebbe prodotto, secondo la nostra ipotesi,

su tutta la terra da un appuramento dell'atmosfera. I gruppi montuosi

non sono che piccole isole negli alti strati dell'aria. La temperatura

che l'aria assume sulle loro creste e sui loro pendii non è tanto

determinata dal riscaldamento della superficie montuosa (come lo è

l'aria alla pianura dal riscaldamento della pianura stessa), quanto

dalla temperatura dello strato d'aria a quell'altezza, e dai movimenti

convettivi continuamente mantenuti lungo i pendii. La temperatura dello

strato d'aria a quell'altezza è assai minore di quella alla pianura

perchè la superficie riscaldante, che è la pianura stessa, è assai

lontana, e perchè l'irradiazione verso il cielo è più intensa (vedi Nota

a pag. 119); i moti convettivi dell'aria tendono generalmente a impedire

i riscaldamenti intensi, possibili soltanto in aria stagnante.

Negli altipiani elevati le condizioni sono diverse. La radiazione solare

è ivi molto intensa per la maggior trasparenza dell'aria; le vaste

pianure si riscaldano fortemente e riscaldano gli strati d'aria

sovraincombenti, i quali, benchè a grande altezza, sono mantenuti vicini

alla sorgente principale di calore, che è il suolo. Se le condizioni

meteorologiche circostanti permettono che l'aria vi stagni, noi avremo

ivi delle variazioni diurne ed annue di temperatura assai accentuate, ma

la media annua vi sarà relativamente elevata. Così gli altipiani

dell'Asia centrale hanno una media relativamente assai elevata: nel

Pamir, a 4880 metri d'altezza, Wood trovò delle stazioni invernali dei

Kara-Kirghisi con ricchi pascoli, mantenutivi anche da pioggie estive

piuttosto copiose. Le regioni più centrali ed elevate del Sahara sono

pure fra le regioni più calde del mondo, anche fatta ragione della

latitudine, benchè per la grande serenità del cielo vi siano frequenti

gli sbalzi di temperatura di 23, 24 gradi in un giorno. Lo stesso

altipiano abissino, di cui i nostri poveri soldati lamentano i rigori

notturni, è un paese relativamente assai caldo nella media normale[62].

L'uomo è assai sensibile agli sbalzi repentini di temperatura, e giudica

come freddissima una notte africana, che in Europa giudicherebbe assai

tiepida, perchè il corpo abituato alla cocentissima radiazione diurna

del sole, non si accomoda subito alla nuova condizione che gli è fatta

dopo il tramonto. Così il viaggiatore Robecchi-Bricchetti mi parlava

delle rigide mattinate passate nell'altipiano Somalo, contro le quali

non gli sembrava sufficiente il pastrano degli inverni lombardi, mentre

il suo diario meteorologico raramente segna temperature inferiori a

20°. Immaginiamo attenuati questi sbalzi di temperatura dalla vicinanza

del mare, e noi avremo una rappresentazione evidente del clima

terziario.--Noi dobbiamo quindi rappresentarci il clima terziario come

un clima d'altipiano, temperato dalla estensione degli oceani, allora

assai maggiore dell'attuale.

In una condizione affatto analoga si troverebbe attualmente, secondo le

scoperte di Schiaparelli (recentemente confermate con strumenti assai

potenti e in condizioni di cielo assai migliori, dagli astronomi

americani dell'osservatorio Lick), il pianeta Marte. L'atmosfera vi è

costantemente limpidissima; i vapori vi si condensano senza passare

attraverso lo stato di nube opaca, ma come negli alti strati della

nostra atmosfera in cirri diafani, o forse anche si condensano

direttamente a contatto col suolo. Sta il fatto che nonostante tale

serenità dell'atmosfera ogni emisfero presenta nella rispettiva stagione

invernale una vastissima calotta polare, certamente di neve o ghiaccio.

Ma questa calotta viene nella successiva estate completamente (o quasi)

disciolta, dimostrando così che la temperatura estiva è anche nelle

regioni polari straordinariamente elevata, nonostante che l'inclinazione

dell'asse di rotazione sia quasi identica a quella dell'asse terrestre;

nonostante che la distanza dal sole sia una volta e mezza quella della

terra, e la radiazione solare vi arrivi quindi con una intensità che non

è nemmeno la metà di quella che arriva alla terra. Questo fatto non può

spiegarsi che come una conseguenza della eccezionale trasparenza

dell'aria, e così Marte ci dà una conferma all'ipotesi da noi proposta a

spiegazione delle alte temperature circumpolari delle epoche terziarie.

18. Da tali condizioni la terra sarebbe uscita per un successivo

intorbidimento dell'atmosfera.

Bollettino del Club Alpino Italiano 1895-96 Vol. 29 Num. 62 · 第 12 / 27 段